Sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, Silvio Boccalatte commenta «Il meglio del peggio delle proposte di legge in discussione», un bilancio dei primi cento giorni di attività del Parlamento visti da una prospettiva liberale. Si parla anche di un progetto intitolato «Norme relative alla professione del consulente filosofico e istituzione del relativo albo professionale». L’Italia è il Paese più ricco al mondo di albi e ordini, senza che «ciò produca alcun beneficio per la qualità dell’esercizio delle professioni». La consulenza filosofica farà eccezione? «Sono quasi tremila anni che il mondo della filosofia si sviluppa con insopportabile anarchia —ironizza giustamente Boccalatte — producendo idee nocive per il bene pubblico. Una società moderna e postindustriale non può tollerare che una persona, non debitamente formata e sottoposta a certificazione statale, instilli convinzioni errate nelle menti dei liberi cittadini». Seguono esempi paradossali di consulenti che hanno impartito lezioni assai dubbie. Aristotele con Alessandro Magno e Seneca con Nerone, sono stati dei consulenti efficaci? Se un ente pubblico avesse certificato la loro professionalità, forse l’umanità avrebbe evitato crimini e guerre?

Ma c’è anche un altro motivo per essere scettici sull’utilità di un tale albo e riguarda la natura stessa della consulenza filosofica. I suoi cultori insistono sul suo aspetto dialogico: «il consulente prende parte alla ricerca alla pari del consultante, ovvero egli stesso, nel dialogo, mette alla prova le sue idee, le sue teorie—e pertanto non ha nulla da “insegnare” al consultante, che si limita ad accompagnare nell’esplorazione della sua visione del mondo ». La consulenza filosofica va dunque distinta dal «counseling filosofico» perché quest’ultimo, anche se suona quasi uguale, «fa uso di tecniche psicologiche di ascolto e di comunicazione, ovvero opera strumentalmente sul consultante». Dunque sarebbe più plausibile un albo del «counseling filosofico» (previsto infatti in alcuni Paesi) e non della consulenza filosofica. Se però il legislatore volesse persistere sulla sua strada rimarrebbe ancora una cosa da fare: iscrivere d’ufficio non solo I consulenti, ma anche tutti coloro che si rivolgono alla consulenza e, perché no, anche tutti coloro che amano ragionare in proprio. Una tecnica inflazionistica per dimostrare due cose: che siamo tutti un po’ filosofi e quanto è inutile l’albo.

Da Il Sole 24 Ore, 24 agosto 2008

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