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    Predefinito Ancora tre esempi di vocazione: con Dio nella vita di tutti i giorni.

    Prima insegnavo e basta…

    Antonella, sposa, madre di tre figli e insegnante in un liceo di Messina, incontra l’Opus Dei e trova un significato più profondo per la sua attività di docente e per il suo rapporto con gli studenti.

    11 agosto 2008



    Ho incontrato il Signore e ho fatto esperienza di Lui e del Suo amore in una calda giornata d'estate, durante il rito funebre officiato in occasione della morte di mio padre, avvenuta in giovane età e nel giorno precedente la laurea di mio fratello. È stata una circostanza dolorosa, che mi ha toccato profondamente. Non avevo idea di che cosa volesse dire avere la pace nonostante le sofferenze che la vita riserva. Sentivo in me una forte inquietudine, la mancanza di qualcosa di essenziale. Vagavo da una chiesa all'altra in cerca di quell'aiuto. Ma non trovavo soluzioni… Fino a che, un giorno, mio marito torna a casa dal lavoro e porta un quotidiano, dove spicca un articolo riguardante il Fondatore dell'Opus Dei - ancora non canonizzato - che parla di santificazione del lavoro, di formazione, dell'importanza delle piccole cose di ogni giorno.

    Mi sento attratta, cerco di mettermi in contatto con persone dell'Opus Dei. Trascorre diverso tempo senza alcun risultato. Alla fine, in modo assolutamente inatteso, riesco a stabilire un contatto con il centro dell’Opus Dei di Catania, e a fine novembre partecipo a un incontro di formazione spirituale a Messina.

    Da allora? L'avvicinamento all'Opera e ai suoi incontri di formazione ha determinato una svolta decisiva nella mia vita. Apparentemente non è cambiato nulla. Continuo a essere la persona di sempre: sposa, madre di tre figli, insegnante di lingua e letteratura inglese in un liceo scientifico di Messina. Sostanzialmente è cambiato tutto, perché io sono cambiata! Prima insegnavo e basta, ora santifico la mia giornata insegnando. Sembra poco, ma la differenza è assai grande, anzi enorme: Dio con me nella vita quotidiana! San Josemaría mi ha fatto scoprire la grandiosità del lavoro, la responsabilità di vivere quotidianamente a fianco di giovani di età compresa fra i 13 e i 18 anni, di lavorare con altri colleghi, di avere una famiglia. Quei ragazzi, che fino a quel momento erano per me studenti ai quali impartire solo lezioni, improvvisamente sono diventati "persone" da educare, comprendere e amare. La mia vita d'insegnante è cambiata. Il mio rapporto con i ragazzi è andato oltre le poche ore settimanali, scandite solo dall'alternanza di spiegazioni e verifiche. Non volevo essere più una docente di cui aver soggezione o da cui ricevere solamente nozioni. Grazie all'Opera ho avuto modo di riflettere a lungo e di rendermi conto che - per poter insegnare - bisogna non solo ascoltare e capire le persone, evitando le ricette preconfezionate, ma anche esercitare la memoria per ricordare i loro problemi, le loro ansie, le loro gioie, così che si sentano amati.

    Con i miei alunni ho avuto l’occasione di svolgere diverse attività extracurriculari, per le quali ho avuto il supporto anche di mio marito, in qualità di economista. Mi sembravano importanti per poterli aiutare ad ampliare le prospettive del loro futuro ed accrescere la loro autostima con la verifica delle loro possibilità anche umane.

    Ad esempio il progetto “Impresa in azione”, al quale è stato dato risalto non solo dalla stampa e dalle televisioni locali, ma anche dalla Tv nazionale, che gli ha riservato ampio spazio con vari servizi.

    Sono stati coinvolti circa 15 studenti della IV classe del nostro Liceo. In una prima fase, mio marito ha dato loro i concetti base di economia e imprenditorialità. Ha spiegato loro cosa si intende per “azienda”, il suo funzionamento, le strategie d’impresa, la gestione delle risorse umane, la produzione, il marketing e la vendita, la finanza, la qualità e la soddisfazione degli stakeholder.

    Dopo un’attenta analisi dei diversi tipi d’impresa e un’adeguata comprensione delle relative fonti del suo finanziamento, i ragazzi hanno deciso di costituire una S.p.A. e con la vendita delle azioni hanno creato una rete di sostenitori privati, che ha permesso loro di costituire l’impresa denominandola “Zancle 4 progress” (Zancle è l’antico nome originario della città di Messina).

    Sono stati assegnati i previsti ruoli e, dopo un brain storming per la determinazione del prodotto, hanno deciso di produrre dei “poggiolini” da usare in spiaggia come poggiatesta. Il prodotto è stato interamente progettato, costruito e pubblicizzato dai ragazzi, i quali hanno lavorato in team con entusiasmo e con vero spirito d’impresa. Il mercato ha accolto positivamente il prodotto, presentato in numerose manifestazioni pubbliche, dagli Enti locali all’Orientamento universitario, ecc. Siamo stati anche invitati alla Borsa delle contrattazioni di Milano ubicata in piazza Affari nel Palazzo Mezzanotte, dove il nostro prodotto e l’amministratore sono stati largamente apprezzati.

    Questo progetto e tutte le altre attività che in questi anni ho portato avanti mi hanno consentito di migliorare i rapporti non solo con i ragazzi ma anche con i colleghi. Dio mi ha fatto capire gradualmente che questa era la strada della mia santificazione, ma anche per mio mezzo della loro. Essi assumevano un’importanza speciale: erano persone cui rivelare la grande notizia "Dio è con noi ogni giorno” nelle attività quotidiane, anche le più semplici. Oggi il mio rapporto con tutti è di collaborazione. Progettiamo, all'interno della scuola, attività extra-curriculari, che aiutino e sostengano i ragazzi in difficoltà, coinvolgendo in questo sforzo studenti e docenti. Sono sicura sempre che il nostro Santo Fondatore, san Josemaría Escrivá, vigila su di me come su tutti i suoi figli perché ciascuno di noi, nella vita quotidiana, possa essere di aiuto agli altri a trovare la "strada" che fa scoprire Dio.

  2. #2
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    Predefinito

    “Ho scoperto come lavorare per servire gli altri”

    Jesús San Miguel ha appena ricevuto il Premio Castilla e León per la Ricerca Scientifica e Tecnica. È Direttore del Servizio di Ematologia dell’Ospedale di Salamanca e vice-direttore del Centro di Ricerche sul Cancro.

    20 agosto 2008



    Nato a Soria (Spagna), a 54 anni questo medico è il coordinatore della Rete Nazionale del Mieloma, dopo aver creato la Rete Europea del Mieloma (EUMM). Fra gli altri, ha ricevuto anche il Premio Internazionale Waldenström, il Premio Nazionale per la Ricerca, il Premio Nazionale di Oncologia e il Premio CEOE alla ricerca Scientifica in Scienze Biologiche. Con questo nuovo premio si è voluto riconoscere la “straordinaria qualità” delle sue ricerche nel campo dell’Ematologia, e in particolare del cancro di natura ematica, come la leucemia, cosa che gli ha permesso di scrivere più di 400 pubblicazioni, la maggior parte a diffusione internazionale, e di partecipare a 45 progetti di ricerca.

    Come hai conosciuto l’Opera?

    Si può dire che l’ho conosciuta “dall’altra sponda”. Abitavo a Burgos e, in seguito a varie circostanze, andai a studiare medicina all’Università di Navarra. Alloggiavo nella Residenza Universitaria Belagua, gestita dall’Opus Dei. Ero stato messo in guardia, dai miei genitori e da alcune altre persone, a non avvicinarmi all’Opera neppure lontanamente. La verità è che ero pieno di ogni tipo di pregiudizi contrari all’istituzione.


    Però ora sei un membro dell’Opus Dei…

    Sì. Ho chiesto l’ammissione all’Opera nel 1974 quando ero al quarto anno di Medicina.

    A che cosa fu dovuto il cambiamento?

    Alla conoscenza più approfondita delle persone dell’Opera (alcune ormai sono miei grandi amici). Ero rimasto sorpreso dal contrasto abissale che c’era fra l’idea che io avevo, piena di pregiudizi, e la realtà. La vita e il comportamento di quelle persone mi fece riflettere a lungo.

    Ma da questo a chiedere di farne parte…


    È stato un processo lento di sorpresa e di assimilazione. L’idea di santificare gli studi, il lavoro, mi affascinava. A sua volta, mi sorprendeva e mi attraeva l’affetto che trovavo nella Residenza Universitaria.

    A che cosa ti riferisci?

    Soprattutto all’ambiente di famiglia che ho trovato. Per esempio, mi buscai un’influenza molto forte che mi tenne a letto per più di una settimana. Ma in ogni momento mi sentivo molto protetto, come se mi trovassi a casa mia. Persino il cappellano mi portava il pranzo e si fermava un bel po’ a farmi compagnia.

    E questo fu decisivo?

    No; in realtà fu solo una goccia fra le tante che alla fine riempirono il bicchiere; un po’ alla volta apprezzavo la coerenza di vita di molte persone. In Residenza ho avuto modo di notare la pluralità delle idee politiche e sociali dei fedeli dell’Opera; niente a che vedere con la montagna di luoghi comuni che avevo nella bisaccia quando ero arrivato lì.

    Prima mi parlavi della santificazione del lavoro…

    È stato un fattore decisivo. Devo riconoscere che ero un po’ secchione. Avevo grandi ideali professionali. Le prospettive che mi si aprivano per il futuro lavoro come medico mi apparivano appassionanti, sognavo di arrivare molto lontano… Ebbene, scoprire che questo lavoro non era un ostacolo, ma il migliore degli strumenti per unirsi a Dio e compierlo con una disposizione di servizio agli altri significava dare una svolta radicale ai motivi che fino allora mi avevano mosso: mi insegnarono che invece di lavorare per “qualcosa” avrei lavorato per “qualcuno”…

    Altri aspetti importanti?

    Un’altra questione che mi sembrò inaudita fu rendermi conto che il matrimonio era una delle vocazioni cristiane. Mi sembrò sorprendente, non lo avevo mai considerato in questo modo. Ero molto attratto dall’idea di condividere la vita con la donna di cui mi fossi innamorato, di formare una famiglia, di godere con i figli. L’idea che questo fosse una cosa voluta da Dio mi aprì una prospettiva assai più che nuova. Lavoro e famiglia erano e sono due aspetti fondamentali della mia vita. Abbiamo sei figli. Nei Congressi molti colleghi di tutto il mondo mi conoscono come il “family man”.

    Anche tua moglie è dell’Opus Dei?

    Sì; questo facilita molte cose, ma avrebbe potuto andare diversamente perché la vocazione è personale. Nel matrimonio l’aspetto più importante è condividere un progetto comune di vita, cosa che è di estrema importanza al momento di educare i figli.

    A volte si dice che i figli creano molti problemi…

    Sì, ma anche molte gioie. L’importante è sforzarsi ogni giorno di cercare il loro bene, unendo un alto grado di affetto alla trasmissione di una educazione umana e cristiana solida e coerente. Questo mi ha indotto a farmi coinvolgere, insieme ad altri genitori, in un progetto educativo nella città, una scuola che ormai conta circa 600 alunni. Grazie a Dio, sto avendo una gran fortuna con i miei figli. Due sono dell’Opus Dei e li vedo molto felici. Tutti i giorni chiediamo che tutti siano buoni figli di Dio.

    Quelli che sono dell’Opera non potrebbero essere un po’ condizionati dal fatto che lo siete tu e tua moglie?

    Li abbiamo educati in un clima di grande libertà e abbiamo cercato di dar loro il meglio di noi. Sono stati loro, liberamente, “perché ne hanno avuto voglia”, a scegliere questa strada e sembrano felici. Noi, guardandoci bene dallo spingerli, abbiamo parlato loro con chiarezza di quanto sia duro il cammino che iniziavano e che l’importante in ogni cammino non sono le attrattive iniziali ma la perseveranza per arrivare alla meta.

    In effetti oggi i giovani non l’hanno chiaro…

    Abbiamo anche detto che non saremmo stati sempre accanto a loro… Come stanno le cose, nessun giovane “può andare per la sua strada” se non ha un grado elevato di libertà. Oggi esercitare la virtù non è facile, anche se io ho un concetto della gioventù molto positivo. Basta mostrare con sincerità ai ragazzi la via del bene, una via che è più esigente ma, allo stesso tempo, più attraente di ogni altra. E ti voglio dire una cosa: il più grande fallimento nella mia vita sarebbe stato il non aver aiutato un figlio a trovare Dio.

    Sei Direttore di un Servizio che in Spagna gode di un grande prestigio, e più precisamente del Mieloma a livello internazionale, e questo comporta molti viaggi e la partecipazione a molti congressi: come arrivi a tutto?

    Quello del prestigio è un po’ esagerato e, comunque, è frutto del lavoro di una squadra di 100 persone. Costa un poco arrivare a tutto, ma, impegnandosi, ci si riesce.

    I tuoi colleghi e i tuoi amici sanno che sei dell’Opus Dei?

    Naturalmente. Lo sanno tutti, non solo quelli di Salamanca, ma anche i colleghi di altri Paesi che incontro in numerosi Congressi. Questo fa parte del mio concetto di amicizia. Non credo alle amicizie superficiali, mi piace andare alla radice (per esempio, non potrei, non saprei non intervenire in un problema familiare di un amico).

    E parli loro dell’Opus Dei?

    Ogni volta che mi è possibile. Sento la mia responsabilità di cristiano quando mi muovo nel mondo scientifico internazionale. Approfitto di tutte le occasioni per spiegare la mia fede, la mia vocazione e gli ideali che mi muovono. Accettano sempre le mie spiegazioni sui punti controversi della dottrina della Chiesa. Molti amici hanno ripreso a praticare la fede e ho messo molti in contatto affinché partecipino ai mezzi di formazione dell’Opera nei loro diversi Paesi d’origine.

    Hai conosciuto San Josemaría?

    Ho avuto la fortuna di partecipare a una riunione con lui nel 1972. Allora non ero dell’Opera e restai colpito dalla sua forza spirituale e dalla chiarezza dei messaggi. Mi sforzo di seguire il suo insegnamento di cercare la santità in mezzo al mondo. Personalmente, forse a causa del mio lavoro, mi piace molto una sua espressione. Soleva dire che l’Opus Dei è “una iniezione endovenosa nel torrente circolatorio della società”. Questa immagine, per un ematologo, ha un significato molto familiare.

    Occorre essere speciali per far parte dell’Opus Dei?

    Non bisogna pensare che le persone dell’Opus Dei siano migliori delle altre, assolutamente no. Siamo solo (ognuno di noi) un po’ migliori di ciò che saremmo se non avessimo questa vocazione (o almeno per questo lottiamo) e, con tutti i nostri difetti, cerchiamo il modo di contribuire a far sì che la società cammini più vicina a Dio.

  3. #3
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    “Noto l’aiuto costante di San Josemaría”

    Daniel Mwangi Mwaniki è keniano e vive ad Almería, in Spagna. Ha 31 anni e ha lavorato in varie città andaluse per mandare denaro ai suoi familiari

    26 agosto 2008



    Sono sposato da due anni. Dall’altra parte del mare, in Africa, di fronte alle coste di Almería, mi aspetta mia figlia, una splendida bambina di nove mesi che si chiama Stefanie. Io sono di Tala, un paese di trentamila abitanti che si trova a settanta chilometri da Nairobi. Lì vivono i miei cinque fratelli e i miei genitori, ormai in pensione, che hanno una bottega nella quale vendono latte, fagioli, mais, verze e bevande.

    La mia vita non ha granché di notevole. Da piccolo, come tanti studenti del mio Paese, dovevo camminare per parecchi chilometri prima di arrivare a scuola. Ci alimentavamo con un piatto di githeri, un insieme di mais e fagioli, o di ugali, una pasta di farina di mais.

    Terminata la scuola, mi hanno scelto per studiare alla Lenana School, un convitto pubblico protestante. La cosa mi riempì di entusiasmo, perché la scuola era nella capitale e io non ero mai stato a Nairobi.

    Appena arrivato, mi sembrava di trovarmi in un mondo meraviglioso. Ero arrivato a bordo di un matatu, un bus che si fermava dovunque per raccogliere i commercianti e gli operai diretti in città. L’intero mio corredo era costituito da un certo numero di libri, una valigia con la biancheria e una coperta, perché Nairobi si trova in una zona d’alta quota dove fa molto freddo, tanto che a volte la temperatura scende fino a 18 gradi.

    So bene che in Spagna questo non sembra molto, però io sto male anche a una temperatura come quella. Da quando sono arrivato, ogni volta che il termometro s’è abbassato a cinque o sei gradi sopra lo zero, io ho avuto la sensazione di morire da un momento all’altro…


    Per questo sono venuto ad Almería, che è un posto meraviglioso, e anche abbastanza caldo. Lavoro nella Scuola Familiare Agraria di Campomar, una iniziativa sociale sostenuta da alcune persone dell’Opus Dei, con contadini giovani, dai 16 ai 20 anni, ai quali do lezioni di informatica.

    Qui noto l’aiuto costante di San Josemaría. Gli chiedo di aiutarmi nel mio lavoro, con il quale mantengo mia moglie e la mia bambina, e con il quale sto pagando gli studi ai miei fratelli piccoli. Non so quale sarà il mio futuro. Frattanto, collaboro con Harambee, un progetto internazionale di aiuti all’Africa, perché mi piacerebbe che molti africani – e in particolare, molti keniani – avessero un futuro migliore senza essere costretti ad abbandonare la loro casa, come è successo a me.

  4. #4
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    Con riferimento alla storia della signora Antonella, mi veniva in mente che purtroppo non tutti hanno a che fare con un lavoro che lascia spaziare la mente, bello, costruttivo, interessante. E se le persone non riescono a trovarci soddisfazione perché sarebbe come spremere sangue da una rapa (es. stare tutto il giorno alla catena di montaggio, mettiamo che non c'è tempo e modo per trovarne un altro, per la famiglia, i figli, etc), io consiglio di "offrire" con pazienza quella sofferenza interiore a beneficio delle anime e dell'umanità. La ricompensa non andrà perduta e ci sarà già in questo mondo.

 

 

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