29/4/2010 (7:13) - INCHIESTA / CLANDESTINI, LE NUOVE ROTTE
Nordest, per gli immigrati una vita (quasi) normale
Il rapporto con gli stagionali si basa sulla fiducia: Rosarno è lontana
MARCO NEIROTTI
C’è una bella famigliola/che ora andrà in passeggiata». Pantaloni kaki al ginocchio, maglietta bianca, Alexandro canticchia curvo dentro la serra, rivolto alle fragole mentre, svelto e insieme misurato, muove le dita intorno a loro come un chirurgo-santone filippino dentro il paziente. Ha 38 anni, è sceso dalla Romania con la moglie, per incontrarlo devi arrivare la mattina presto o nel pomeriggio avanzato qui nella bassa Veronese, tra San Giovanni Lupatoto e Pontoncello: si comincia poco dopo l’alba, nelle ore più calde si lascia l’aria faticosa sotto i teli e si va a riposare nella casa colonica riattata, si riprende più tardi, quando rinfresca. Otto ore al giorno, per ogni giorno paga minima 45 euro. Alexandro fa parte della fetta più ampia di lavoratori stagionali dell’agricoltura. I dati della Coldiretti della Provincia di Verona dicono che sono il 56 per cento gli stranieri comunitari (romeni, polacchi) di fronte a un 22 per cento di italiani e un altro 22 di extracomunitari. Per gli extracomunitari quest’anno il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha stabilito l’ingresso in Italia di 80 mila lavoratori, divisi per Regione: 8.820 assegnati al Veneto (per tutti i settori, dal turismo all’industria o all’edilizia), la quota più alta al Veronese, con 6 mila permessi. Qui l’agricoltura ha già perfezionato - dati di ieri - più di 1.500 domande.
Sono in corso quelle per i raccolti a venire, fino a quelli che si svolgeranno per ultimi, il vitivinicolo e i kiwi. Si arriverà ad almeno 2.500 extracomunitari, su un totale di quasi 10 mila stagionali (erano 9.800 l’anno scorso). Non ci sono grandi variazioni di anno in anno, piuttosto mutamenti di nazionalità nel coprire le esigenze: romeni e polacchi ora europei non richiedono più lunghe procedure, come marocchini o moldavi. E anche il maggiore o minore benessere a casa incide sulla disponibilità. Ma il mutamento vero è avvenuto di stagione in stagione nei campi, nelle serre, nelle vigne, non con un razzismo tradito dal bisogno di braccia, bensì da necessità di braccia filtrata dalla conoscenza dei singoli: «Negli anni passati c’era sì improvvisazione nel reclutamento», spiega il presidente della Provincia, Giovanni Miozzi (Pdl, provenienza An), sindaco di Isola della Scala, celebre per la fiera del riso: «Quello che è avvenuto, favorito dalle quote, è il percorso dei contadini scarpe grosse e cervello fino: loro per primi hanno escluso i soggetti turbolenti, inaffidabili, quelli che bevevano o rovinavano raccolto e attrezzi. Si è creata una fidelizzazione, con le persone richiamate di raccolto in raccolto, consigliate agli amici». Se in certi settori come industria termomeccanica e del vino molti si sono integrati rimanendo a tempo indeterminato, un Arlecchino etnico si è spalmato per la Provincia: i 222 indiani dell’anno scorso apprezzati negli allevamenti dell’area prealpina, romeni, polacchi, marocchini, moldavi, slovacchi, serbi albanesi, ghanesi tra la viticoltura, la raccolta di pesche e mele, asparagi e radicchio, piselli, meloni, ciliege e la coltivazione del tabacco. Com’è lontana Rosarno. I controlli sono ferrei, la convivenza scandita da un rispetto che coincide con l’interesse: gli orari, la divisione del lavoro si ripercuotono sull’efficienza. Damiano Berzacola, presidente della Coldiretti (18 mila soci, di cui 14 mila aziende iscritte alla Camera di Commercio): «La legge prescrive per gli extracomunitari che si fornisca adeguato alloggio e questo avviene regolarmente, evitando sistemazioni da tugurio, da baraccopoli, da vergogna». E’ vero. Li vedi in case di campagna recuperate, dignitose. Come la famiglia romena - padre, madre, due figli - che nelle ore libere diventa, con gli altri ospiti, una sorta di piccolo condominio dove si condivide il tempo libero.
Tempo libero che talora può essere un problema. Allora piazzare un’antenna che permetta di veder loro la tv di casa propria è prima di tutto un atto di cortesia, però è inutile nascondersi che è pure un trattenere a casa gente stanca e un po’ sradicata, evitando spiacevoli serate di bevute all’osteria, magari ad affondare la noia, a cercare compagnia, a soffocare la delusione di una fatica non fisica ma psicologica, come l’ingegnere moldavo che scopre quanto non sia semplice raccoglier bene le fragole. Berzacola: «La stagione può essere lunga. C’è chi viene richiesto ora per le fragole, ma già è prenotato fino a ottobre, passando per le vigne e chiudendo con i kiwi, l’ultimo raccolto, a ottobre. E quando arrivi a ottobre la voglia di tornare a casa la leggi negli occhi e te la raccontano». Non è Rosarno per tante ragioni evidenti, ma lo è anche per un dettaglio in apparenza minuscolo e invece di cemento: esiste una prospettiva di vita, che unisce e alterna Italia e casa. Lo studente polacco e il muratore bielorusso usano il medesimo plurale: «Bei ritorni». In patria e di nuovo qui.
Nordest, per gli immigrati una vita (quasi) normale - LASTAMPA.it
28/4/2010 (11:12)
I migranti-schiavi di Castelvolturno:
fatica e violenze per 20 euro al giorno
Un anno e mezzo dopo la strage di Camorra e la sommossa i nodi sono irrisolti: anche per i regolari nessuna alternativa al lavoro nero
Rosarno è solo la punta dell’iceberg: lo sfruttamento lavorativo di manodopera immigrata riguarda indistintamente migranti in posizione regolare e irregolare ed è ampiamente diffuso anche in altre zone, come dimostra un rapporto sulle condizioni dei migranti nell’area di Castelvolturno (Caserta), realizzato dall’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) nell’ambito di Praesidium, progetto finanziato dal Ministero dell’Interno.
Sfruttamento della manodopera, tratta e prostituzione, condizioni di vita insalubri e insicure, violenza fisica e psicologica, pochi controlli: il quadro è sempre quello, e a gestire questo mercato illegale del lavoro sono quasi sempre italiani. Nell’area di Castelvolturno risiedono circa 8-9 mila stranieri, ma in tutto il casertano si calcola che siano 15 mila. Difficile stimare gli irregolari, ma anche chi ha un regolare permesso di soggiorno viene solitamente impiegato in maniera irregolare: probabilmente, secondo l’Oim, è una delle province con il maggior numero di lavoratori irregolari.
Gli stranieri che lavorano irregolarmente a Castelvolturno, secondo il rapporto, possono essere suddivisi in 3 gruppi: i cittadini sub-sahariani, impiegati nel settore agricolo ed edilizio; i maghrebini e gli egiziani, che lavorano per lo più nella raccolta delle fragole; i cittadini indiani e pakistani, i più «invisibili» (restano isolati e non conoscono la lingua, dunque non possono chiedere aiuto o tutela), che vengono impiegati nelle aziende bufaline in virtù della particolare attenzione e dedizione che prestano, per motivi religiosi, alla cura del bestiame. Il salario varia dai 15 ai 35 euro a giornata (fino a 11 ore di lavoro), ma talvolta non vengono pagati e subiscono violenze se reclamano il dovuto.
Nell’area di Castelvolturno e nelle zone limitrofe, poi, ci sono anche circa 500 donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, la maggior parte delle quali è arrivata nel 2008 sbarcando a Lampedusa e deve pagare un debito che ammonta in genere a 40 mila euro. Diversa è la situazione delle cittadine straniere nigeriane arrivate nel 2009: chiusa la rotta di Lampedusa, sembra che la maggioranza delle donne arrivi ora in aereo, con visto di ingresso regolare anche se spesso con il passaporto di un’altra persona. In questo caso il debito è più alto e può arrivare a 60 mila euro. Nella zona inoltre sono tantissimi i migranti che sono stati truffati da italiani senza scrupoli durante la regolarizzazione del settembre 2009. In alcuni casi, dopo aver ceduto a datori di lavoro italiani somme che variano dai 500 ai 4.500 euro per accedere al procedimento di regolarizzazione, i migranti sono stati abbandonati senza che nessuno presentasse alcuna domanda di emersione.
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