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  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Post Elezioni “regionali” del 2004.

    Dove eravamo rimasti?
    Nell’attuale situazione di maretta all’interno del Partito, relativamente alle opzioni politiche sulle alleanze e programmi in vista delle elezioni “regionali” del 2009, ho ritenuto valesse la pena voltarsi un attimo indietro per vedere quale percorso, quali motivazioni e contenuti programmatici avevano determinato la coalizione “Sardigna libera” tra PSd’Az e Sardigna Nazione.
    Risultati elettorali compresi.
    Ciò potrà permettere qualche ulteriore riflessione sulle scelte che l’attuale maggioranza del Partito sta portando avanti, alla luce dell’evoluzione () politica in atto.
    Nel frattempo, sono stati celebrati due Congressi nazionali, il XXIX° ed il XXX°.
    E non mi pare ci siano stati passi avanti, anzi….

    Alcuni documenti particolarmente significativi furono pubblicati sul periodico SASSARI SERA.
    Il sito della testata (co-fondata da Antonio Simon Mossa) dopo la scomparsa del suo Direttore - Pino Careddu - non è più online; avendo provveduto a salvare alcuni numeri scaricabili in pdf, mi è stato possibile estrapolarne testi altrimenti difficilmente rintracciabili.

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito SASSARI SERA, settembre-ottobre 2003




    AUTONOMIA E IDENTITA’
    IL PROGETTO SARDISTA

    PRESENTATO DA GIACOMO SANNA
    ALLA CONVENZIONE DEL 18 LUGLIO

    E' davvero positivo, testimoniare, oggi, con la propria presenza, una rinnovata volontà di partecipazione politica. E’ significativo, offrire un contributo spontaneo, per favorire il dialogo ed accelerare il confronto, fra i partiti, le associazioni ed i movimenti del centro sinistra, di rifondazione comunista e dei sardisti. Un confronto, già incominciato con il dibattito interno a ciascuna delle organizzazioni politiche e culturali e che merita però, di trovare una emersione meglio definito, verso un qualcosa di più puntuale e preciso. E’ il primo incontro – di una serie di appuntamenti possibili – che ci auguriamo, fin d’oggi, produttivi e proficui. Rappresenta il momento preliminare, di un percorso per tappe forzate, che insieme ci proponiamo di delineare. Parte fondamentale ed ineludibile, è costituita dal confronto permanente con le forze sociali, con l’intellettualità sarda, con le associazioni e con i movimenti. Per verificare insieme i livelli di condivisione raggiunti, per promuovere una più grande partecipazione, per elaborare il progetto, definire il programma ed i modi ed i tempi di attuazione dello stesso. Perché è evidente a tutti che il distacco dei gruppi dirigenti dalla pubblica opinione, la debolezza dell’azione di governo, l’inattuazione dei programmi, la riduzione degli spazi di partecipazione e di democrazia, hanno, progressivamente privato i Sardi, persino della speranza.

    Le vicende politiche e di governo del passato – anche recente – certificano questo distacco, questa erosione di fiducia e questa generale perdita di consenso. Ed anche per questo proponiamo – oggi – una sfida nuova. Un percorso politico originale, per dare forma e sostanza ad un nuovo soggetto della politica sarda, che superando lo schema dei “partiti personali”, reimposti il rapporto con la società sarda in termini innovativi e costruttivi. Vi è, infatti, la necessità di liberare le energie positive presenti nella nostra società, approfittando di una opportunità storica e per certi versi irripetibile. Quella che ci deriva da un atto straordinario di valorosa generosità, offerto dal Popolo Sardo, che ha saputo conservare, sviluppare e rafforzare la propria identità di popolo. Nonostante due mila anni di colonizzazioni, tentate, consumate e sempre respinte con la forza e con l’orgoglio.
    E l’identità, assunta come valore preminente, ci consente di affermare che sono possibili disaggregazioni ed aggregazioni nuove nella società sarda e nelle forme della politica organizzata. Per questo chiediamo un impegno straordinario e convinto, perché si realizzino efficaci strumenti politici, che sappiano affermare l’identità del Popolo Sardo, in Sardegna e nel Mondo. La nostra identità, non è soltanto nostra, tradizione, lingua e cultura, ma è anche fatti istituzionali, saperi, specializzazioni, produzioni e modi di produrre.
    Perché l’identità non può essere intesa come autoreferenza o ripiegamento in se stessi. E’ la capacità di affrontare da Sardi, il mondo della globalizzazione e della multietnicità. E’ la garanzia per il successo nelle sfide dei mercati sempre più mondializzati.
    La Sardegna deve vincerle. E per farlo, deve affermare la propria identità, fortificandola con tutti gli strumenti che le sono necessari.
    Lo impone il contesto generale della globalizzazione ed anche lo scenario politico, economico, sociale e culturale che si va delineando nel Mondo ed in Europa, in particolare. Sono tanti e tutti importanti, i fatti che interesseranno da vicino la nostra isola e che ne condizioneranno da vicino la nostra isola e che ne condizioneranno, necessariamente, le scelte.

    Attengono principalmente, le grandi questioni della nuova Europa. Il suo allargamento, lo spostamento ad est dell’asse degli interventi, l’adozione della carta costituzionale europea. Riguardano cioè la necessità di costruire da Sardi, un nuovo e più proficuo rapporto con l’Europa.
    Che non può più essere intesa soltanto come sportello erogatore delle risorse finanziarie, ma che deve rappresentare la più concreta delle opportunità, per ottenere quei poteri e quelle risorse che ci sono necessarie, per governare i bisogni dei sardi ed affermarne i diritti. Per questo diciamo che non è neppure ipotizzabile immaginare il Popolo Sardo assente, nella grande battaglia di libertà – comune a tutti i popoli europei – perché la carta europea sia davvero carta dei popoli e non carta degli stati membri. Perché questa rappresenti ciò che davvero deve rappresentare e cioè l’effettiva garanzia dei livelli di democrazia, di applicazione del principio di sussidiarietà, del pluralismo culturale e linguistico, della salvaguardia delle specificità, dei diritti umani e di quelli dei popoli. Ed è in quest’ottica che va interpretato il principio di insularità. I cui costi sono noti agli oltre 10 milioni di europei che risiedono in uno dei 286 territori insulari dell’Unione Europea. Ma che gravano, soprattutto, sugli abitanti delle 5 grandi isole del Mediterraneo, che pur rappresentano l’85% della popolazione insulare europea – al contrario delle regioni ultraperiferiche – hanno registrato un effetto “neutro” degli interventi previsti dall’obiettivo uno. Non hanno cioè colmato il deficit strutturale che le separa dal resto dell’Europa.
    E pur beneficiando di quello che viene definito un trattamento generoso dagli aiuti di Stato, continuano a subire penalizzazioni e disagi. Derivanti, principalmente, da maggiori tempi e da più elevati costi di accesso ai mercati e dalla minore qualità dei servizi pubblici.
    Ma anche dalla limitatezza delle risorse naturali, dalla iper specializzazione delle produzioni, dall’assenza del cosiddetto settore secondario, dalla difficoltà di accesso alla formazione professionale e da altre specifiche questioni che in Sardegna ben conosciamo.

    Si pensi ad esempio, al problema delle liberalizzazioni delle concessioni, nei settori dei trasporti, dell’energia e soprattutto dell’acqua. Ed alle implicazioni che ne derivano, in termini di crescita, di sviluppo, dei livelli di soddisfazione dei bisogni ed in termini di dipendenza dall’esterno. Non è più rinviabile, dunque, l’adozione di una adeguata strategia politica, per dare corso ad una grande ed efficace alleanza mediterranea.
    Ad un vero e proprio coordinamento delle grandi isole che, senza l’anacronistica mediazione dei rispettivi Governi Statali, contratti con l’Unione, un pacchetto di misure adeguate, lavorando nel verso di un vero e proprio statuto delle grandi isole mediterranee.
    Il caso di Malta è emblematico e sintomatico. Ciò che un’isola di 316 chilometri quadrati, con 380mila abitanti, ha ottenuto dall’Unione Europea – in quanto Stato Europeo – rende ancor più evidente la disparità di opportunità che sono offerte, oggi, alla Sardegna. Certifica una perdita di competitività che è nei fatti e che rischia di compromettere irrimediabilmente il futuro della nostra isola, mortificandone ruolo storico e prestigio internazionale.
    Ed è dentro questo scenario, per così dire, più ampio e generale – certamente delicato e complesso – che si consuma una situazione di crisi, più interna alla Sardegna. E’ finito, infatti, quel sistema politico basato sulle larghe disponibilità della finanza pubblica. E non vi sono più, dunque, quei margini di mediazione tra interessi contrastanti e quei margini di sopportabilità sociale del mancato sviluppo dell’isola.
    L’anelasticità del bilancio regionale, certifica l’impercorribilità di strade che portino a forme di ulteriore indebitamento della Regione Sarda. Le alchimie statistiche dell’Unione Europea, ci pongono fuori dall’obiettivo uno. Ci privano, solo per artificio contabile, di quelle risorse che ci derivano dal nostro mancato sviluppo.
    Non siamo, infatti, diventati più ricchi. Molto più drammaticamente, si è soltanto abbassato il valore della media, per dirci poveri, perché in Europa è arrivato anche chi sta peggio di noi. Ma la realtà in Sardegna è quella nota a tutti e cioè non si sono neppure realizzate le pre-condizioni per lo sviluppo.

    Il federalismo fiscale ci costringe ad impegnare ulteriori risorse regionali, per sopperire ai mancati trasferimenti dal sistema pubblico esterno. Gli interventi straordinari, quelli ordinari, quelli comunitari di sostegno, le stesse politiche regionali di bilancio, non hanno, dunque, raggiunto gli obiettivi prefissati. Frattanto la crescita demografica in Sardegna, è al di sotto dello 0,5%, ci sono due anziani per ogni bambino, persiste la frammentazione dei nuclei familiari, mentre si consolida il rafforzamento dei poli urbani e continua lo spopolamento delle zone interne. Si è ulteriormente indebolito il sistema istituzionale sardo, dallo Statuto, all’organizzazione dei poteri locali. Impoveriti, sia rispetto all’evoluzione delle dinamiche italiane ed europee e sia in senso assoluto, per l’inattuazione
    dello statuto di Autonomia, per il mancato recepimento delle modifiche al titolo quinto della Costituzione e soprattutto, per la mancata realizzazione di quelle riforme tanto necessarie, quanto soltanto annunciate. Si è definitivamente chiusa l’epoca della rinascita.

    Si è fallito nel principale degli obiettivi, quello di realizzare uno sviluppo autopropulsivo, capace di provocare quell’accumulazione culturale, finanziaria, tecnologica e di poteri istituzionali, che era insita nelle potenzialità del progetto di rinascita.
    Si è creata, è vero, modernità in Sardegna. Si è dato vita a produzioni industriali notevoli che hanno prodotto trasformazioni economiche e sociali importanti.
    Si sono modificati gli assetti produttivi e sociali delle campagne, ma i siti industriali e le produzioni hanno durato lo spazio di una generazione. Non vi è, infatti, in Sardegna l’operaio industriale di seconda generazione. E’ fallito il contrasuperamento
    della dipendenza della Sardegna dall’esterno. L’aver incentrato la rinascita come rivendicazione esclusivamente economica,
    ne ha facilitato la sconfitta. In nome dell’economia, si è accettato un modello di sviluppo estraneo e per molti versi imposto. Ed è vero che le responsabilità dello Stato non valgono a coprire quelle della Regione Sarda, delle sue classi dirigenti e perché no, in parte degli stessi partiti sardi.
    Ma questo fallimento ha prodotto un’ulteriore conseguenza, ancor più grave di quelle devastanti prima soltanto elencate, ha incrinato
    la fiducia del Popolo Sardo nelle rappresentanze istituzionali. E per noi, non estrema sintesi, quel fallimento ha rappresentato il deficit di sardità. E siamo qui, perché insieme si possa colmare quel vuoto politico e culturale e restituire ai sardi, insieme con l’orgoglio della propria appartenenza, la materializzazione di quel valore aggiunto che è l’identità.
    Per restituire alla Sardegna la certezza di quello che siamo. E oggi siamo più convinti di ieri, nel sostenere che quella perdita di fiducia può essere sanata in una nuova stagione costituente, nella quale il Popolo Sardo sia chiamato – e non solo all’ultimo per il momento elettorale – ad essere protagonista.

    La via Sarda alla costituente, è oggi l’unica proposta credibile e politicamente realizzabile, per riaprire un confronto sui valori, sul progetto di sviluppo, sui poteri necessari alle istituzioni Sarde, per avviare una nuova stagione esaltante, la stagione della non-dipendenza. E’ finita, infatti, un’epoca e dobbiamo dimostrare di essere capaci di aprirne una nuova e migliore. Rispettosa delle peculiarità storiche, culturali e politiche della Sardegna e che sappia esaltare e rafforzare il valore dell’identità dei Sardi.
    Tenendo ben presente che la nostra isola ha toccato il fondo, proprio quando tutti i partiti dichiarano la loro sardità. In qualche caso ed in diverse occasioni, più la dichiarano e più troviamo le tracce delle interferenze delle centrali romani nella politica sarda. Dobbiamo interrompere la trasposizione degli schemi della politica italiana alla realtà sarda, se vogliamo che la politica sarda smetta di restare subalterna alla politica continentalista. E’ una scelta obbligata. E’ una scelta coraggiosa che impone grande
    lealtà politica. A nessuno può esser richiesto di buttare a mare il passato, ma serve la chiarezza. Perché alla Sardegna servono forme specifiche di politica e di contenuti.

    Costruire in Sardegna le alleanze politiche e le coalizioni di governo. Non sono più trasferibili gli schieramenti bipolari italiani e neppure lo schema dei governi, alternativamente amici.
    I Sardi meritano un nuovo patto fra Sardi. Fondato su basi nuove, su un percorso politico nuovo e partecipato e su un progetto politico originale e solo Sardo. Con soggetti politici che abbiano cioè testa, cuore e gambe in Sardegna e che vivano di vita autonoma.
    Alcuni, definiscono questa visione, una visione lussiana aggiornata all’oggi, altri un azionismo moderno, arricchito da un forte impegno identitario. Sposerei l’una e l’altra definizione, ribadendo che il pascolo abusivo sulle praterie delle nostre idealità, resta sempre pascolo abusivo. Ma ciò che è più importante è avere la certezza che ci intendiamo sulla sostanza.
    Perché non si può soltanto parlare della necessità di riformare la politica sarda. Bisogna anche avere il coraggio di incominciare a farlo. E quest’incontro vorremmo significasse l’avvio di questo percorso identitario, nuovo e necessario.
    Nuovo per metodi, modi e contenuti. La convenzione, è l’occasione per la promozione e la ricerca di nuove capacità e di nuove opportunità nella società sarda.

    Il progetto politico ed il programma non possono, infatti, essere elaborati e condivisi soltanto all’interno dei ristretti gruppi dirigenti dei partiti. Allo stesso modo di come, già oggi, si può affermare che non possono individuarsi soltanto i gruppi dirigenti attuali, come attuatori degli stessi.
    Siamo convinti che un ampio coinvolgimento, una più grande partecipazione ed una non rituale consultazione, possa produrre forme anche nuove di democrazia e risultati migliori. Vogliamo una nuova mobilitazione delle coscienze, di uomini e donne ed un risveglio di un’intellettualità sarda, ritenuta capace e per troppo tempo fuori ruolo. Non ci servono, infatti, generiche enunciazioni di principio, ma ci servono programmi e proposte sostanziate da scelte politiche e tecniche, democraticamente misurabili nella loro attuazione. L’apertura del confronto tra i diversi soggetti politici, i movimenti e le associazioni, ci da fiducia perché possa incominciare davvero un momento nuovo per la politica sarda. Che si possa lavorare, per dare forma e sostanza, ad un ad un’alleanza politica tutta sarda che non si fondi soltanto sull’opposizione al disastroso e a tratti circense centro destra. All’inizio del quale potremo stilare un elenco infinito di peccati e di omissioni politiche, la più grave delle quali resterebbe comunque la manifesta e reiterata subalternità politica, rispetto ai voleri del presidente del Governo Italiano.

    Ma non siamo qui per parlare dell’esperienza umiliante di un ex presidente e neppure delle aggressioni alle istituzioni autonomistiche, o dell’arrogante gestione del potere praticata da una moribonda ex maggioranza che ha fatto della politica un mercato.
    Non ce lo consente la straordinarietà del percorso e del progetto politico che vorremo delineare, per dare vita ad un’alleanza politica sarda che si proponga per il Governo della Sardegna.
    Ed anche perché preferirei utilizzare qualche minuto del tempo a disposizione per esprimere alcune considerazioni in qualità esclusiva, di Segretario Nazionale del Partito Sardo d’Azione. Per dire che se il confronto – che non a parole chiediamo serrato – confermerà queste premesse, - se dimostrerà che queste premesse sono condivise da tutti senza eccezioni – allora l’alternativa che ci si pone davanti è bloccata. Credere o non credere nelle nostre possibilità.
    Noi sardisti – e non sardisti dell’ultim’ora come troppi se ne vedono – ma sardisti da sempre, sardisti e basta – offriamo ancora una volta il nostro contributo - come storicamente nella storia della Sardegna, in tante altre fasi – l’abbiamo offerto. Portando in dote, perché sia condiviso e compreso, il peso del lungo percorso che da autonomisti – da Sardi – contro le violenze del fascismo e contro le sempre nuove forme di arroganza, abbiamo fatto finora.

    Non saliremo su una nave soltanto perché ci regalano un biglietto o ci prestano il timone.
    Navighiamo da 82 anni in ogni tempesta. Abbiamo conosciuto le avversità grevi del fascismo e quelle più subdole dei padroni, amici dei Sardi. Mai abbiamo solcato i mari senza una rotta certa.
    E davanti agli scogli, di fronte agli ammutinamenti, abbiamo sempre pronta la nostra scialuppa. O si crede, o non si crede, che questa analisi sia autentica. E se si crede davvero, che siano queste le premesse, le conseguenze sono già scritte bene. Si tratta di un percorso che dobbiamo fare non perché rappresenta una cosa nuova e basta. Una possibilità o un successo già scritto prima di aprire le urne elettorali. Lo dobbiamo fare, convintamente, perché è l’unica strada possibile se vogliamo restituire alla Sardegna - a noi tutti – di nuovo la speranza. Se vogliamo una Sardegna finalmente – e per sempre – libera. E la speranza è un treno che sta per passare definitivamente, proprio quando il mondo, e soprattutto l’Europa, cambia sotto i nostri piedi. In quale mondo vogliamo stare? In quale Europa vogliamo stare? In quale Sardegna vogliamo stare?
    Per il Partito Sardo d’Azione non c’è altra analisi. E non c’è altra prospettiva. Altra visione. Altro progetto percorribile. Non c’è altra salvezza: o Sardi o servi. O liberi nella nostra terra o schiavi di padroni sempre nuovi.

    Da sardisti è questo il senso della nostra presenza qui, in quest’assemblea. E per noi sardisti – per quelli che sono
    sardisti da sempre – e per tutti quelli che oggi si avvicinano al partito dei Sardi – scoprendo che un altro mondo è possibile – già a casa nostra – perché è qui che si combatte – non ce ne può essere altro. A voi, con i quali siamo felici di parlare di tutto questo – parlare per fare – da subito – a voi il compito di crescere insieme a noi. Sempre più liberi e sempre più Sardi. Sempre Sardi Liberi, insieme con tutti i popoli ed i movimenti che difendono l’identità e lottano per affermarsi nella globalizzazione.

    E consentitemi di approfittare di qualche minuto ancora, della vostra preziosa attenzione.
    Per affermare che nel contesto della globalizzazione, il Popolo Sardo deve indicare come linea principale di giudizio, “il valore
    inalienabile della persona umana, il valore della cultura che nessun potere esterno ha la facoltà ed il diritto di distruggere. La globalizzazione non deve essere una nuova versione di colonialismo, deve rispettare la diversità delle culture che con l’universale armonia dei popoli, sono chiavi interpretative della vita. Bisognerà assicurare che il vincitore di questo processo sia l’umanità intera e non solo un elite di benestanti che controlla scienza, tecnologia, comunicazioni e risorse del pianeta a, detrimento della grande maggioranza delle persone”. Sono queste le parole del papa, pronunciate alla pontificia accademia di scienze sociali il 27 aprile del
    2001. Sono queste le parole che più di altre, anche se autorevoli e prestigiose, ci convincono che abbiamo ragione noi, che siamo sulla strada giusta e che ci danno coraggio e forza perché insieme si possa realizzare un’isola di pace, smilitarizzata e luogo di incontro dei popoli. Fortza Paris!

  3. #3
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito SASSARI SERA, settembre-ottobre 2003

    ALLA RICERCA DELLA
    SOVRANITA’ PERDUTA

    DUE STUDIOSI SARDISTI ESPLORANO IL RETROTERRA
    DEL PROGETTO PRESENTATO ALLA FIERA DI CAGLIARI

    MICHELE PINNA - ATTILIO PINNA


    Alla ricerca della sovranità perduta. Nodi storici e rilancio della politica: le nuove responsabilità di una classe dirigente che abbia gambe e testa e cuore in Sardegna. La convenzione dei partiti, dei movimenti, delle associazioni,
    delle personalità individuali provenienti da ambienti diversi, che si riconoscono nell’Ulivo, nel Centro sinistra, nel Partito della Rifondazione comunista, nel Partito Sardo d’Azione che si è tenuta a Cagliari il 18 luglio, per bocca del segretario del Psd’Az Giacomo Sanna, investito del compito di tenere la relazione ufficiale, ha posto come tema centrale del progetto che dovrà, eventualmente, animare l’intesa e il programma politico elettorale del prossimo anno, l’autonomia, la non dipendenza delle forze politiche sarde e delle sue classi dirigenti dalle centrali romane o arcoresi. Può sembrare uno slogan, una boutade da statisti di campagna il cui mondo inizia e termina nei cartelli apposti dall’ANAS ad indicare l’inizio e la fine del centro abitato. Presa sul serio, così come crediamo meriti, questa affermazione fa tremare le vene dei polsi e anche delle caviglie, per le implicazioni e la portata strategica che essa contiene.

    E’ un tema storico caro al sardismo della prim’ora, soprattutto a Bellieni, e al primo Lussu. I due reduci nel dare vita, all’indomani del primo conflitto mondiale, alla nuova formazione politica avevano sentito e interpretato questa esigenza come determinante per creare una svolta incisiva e innovativa nella Questione sarda. Ma la Questione sarda, a tratti in parallelo a tratti in percorsi propri rispetto alla Questione meridionale, se poneva esigenze di rivendicazione economica e sociale, di moralizzazione della vita politica, di riscatto degli umili e delle classi subalterne, introduceva, rispetto al meridionalismo salveminiano da una parte e gramsciano dall’altra, due questioni di fondo che restavano estranee alla tradizione meridionalista italiana: il problema delle classi dirigenti, appunto, e il problema della ridefinizione del rapporto tra la Sardegna e l’Italia.

    Un rapporto che non poteva reggersi più sulle vicende storiche che, dalla fine della dominazione spagnola, con il Trattato di Londra, fino alle vicende del fusionismo unitaristico vedevano la Sardegna come territorio annesso allo Stato Italiano. Da cui, dunque, il problema di una classe dirigente sarda che non fosse può consenziente e complice di un progetto politico, il progetto unitaristico, per l’appunto, pensato e concepito altrove, su altre logiche e su altri interessi, spesso divergenti e dannosi rispetto alle esigenze delle popolazioni sarde. Nessun separatismo nessuna antiitalianità, in tutto questo, ma solo l’esigenza di riscrivere il patto con l’Italia, con quell’Italia che i sardi, nelle trincee, avevano generosamente contribuito a realizzare su basi nuove. Su basi di pari dignità, consapevolezza, di partecipazione popolare.
    La prima implicazione della rivendicazione di una classe dirigente sarda autonoma nell’azione e nella coscienza rimanda, dunque, ad una classe dirigente in grado di decidere autonomamente e di determinare scelte per il destino della propria terra e del proprio popolo non sulla base di logiche eteronome nascenti altrove e con fini estranei, se non dannosi, allo sviluppo e alla dignità dei sardi, ma sulla base delle domande e dei bisogni che i sardi pongono per poter vivere sovranamente nel proprio territorio.

    Parole come “destino”, “terra”, “popolo”, potrebbero apparire desuete, romantiche, intrise di vocazioni nazionalistiche, e come tali persino pericolose, se pensate assunte dentro gli episodi storici e le retoriche di un nazionalismo esclusivista e prevaricatore. In altra accezione sono, invece, le parole che la storia moderna e contemporanea ha fatto tacere dinanzi allo strapotere prima degli Stati e poi delle multinazionali dell’economia e del monopolio dell’informazione che in nome dell’unicità delle leggi del mercato ha messo al bando destini individuali e comunitari, popoli, territori.
    Da qui, dunque, l’orgoglio di rivendicare un’appartenenza non solo etica, cioè di valori universalmente condivisi, come la “libertà”, la “democrazia”, la “giustizia”, ma anche etnica. Un’appartenenza, cioè, alla peculiarità di un territorio, di una lingua, di una cultura, di un popolo, di una storia politica e istituzionale che non aspira intellettualisticamente e astrattamente all’uguaglianza ma ad essere sovrano della sua diversità, nella sua diversità.
    Si tratta, perciò, di un’idea e di una nozione di “sovranità” differente da quella su cui si sono fondate le democrazie moderne che pongono al centro della vita politica lo Stato come forma politica totalizzante e la statualità come principio metafisico cui deve sottostare ogni istanza della vita pubblica e privata.

    Forma e principio che espunto dal suo alveo la componente umana, comunitaria, biologica, geografica, dunque la componente etnica, in fondo la vera anima, la spiritualità che, al contrario, avrebbe dovuto fondare e reggere lo Stato. Tutto questo lo aveva, in parte, intuito il Montesquieu de l’Esprit de loi anche se poi nel costituzionalismo liberal-giacobino post rivoluzionario ha prevalso la metafisica egualistaristica del Rousseau che ha fatto da copertura ideologica al modello statualistico-borghse-parigino, dove lo Stato spacciandosi per Stato di tutti si è posto, in realtà, come lo strumento di legittimazione del potere di alcuni strati della borghesia urbana. L’elemento caratterizzante, nel paradigma della statualità liberal democratica, è quello che sancisce la supremazia della città nei confronti della campagna, del centro nei confronti della periferia, dei vertici rispetto alla base.

    Hegel, il più intellettualistico e il più statalista dei filosofi europei moderni, nell’avvertire la tendenza dello Stato a distanziarsi e ad astrarsi rispetto alle curvature e alle pieghe complesse della società civile, individuata, in ciò stesso, i germi della crisi dello Stato moderno. A porre rimedio alla crisi sostanziale dello Stato insita nella sua stessa natura non sono serviti i gesti di uno Stato forte come quello prussiano, né quelli degli Stati totalitari del Novecento, poco importa se nazional socialisti, socialisti o post. Sembrerà strano ma il nodo delle questioni che politica deve affrontare e risolvere oggi ci rimanda ancora una volta ai limiti che condizionano i principi ispiratori della moderna statualità e per quanto riguarda lo specifico dei rapporti tra la Sardegna e l’Italia, alle vicende del Risorgimento all’epoca in cui nasce, appunto, lo Stato italiano di cui, come nazione inglobata, volenti o nolenti, facciamo parte. Quando si parla di
    crisi dello Stato e di crisi della politica, e ci si candida ad una sua rigenerazione, non possiamo fare a meno di pensarla in un’accezione radicale. Ovvero in un’accezione che coglie la crisi dello Stato come una condizione strettamente connessa alla sua stessa natura.
    La sua crisi era già scritta nella sua nascita. L’avvento del fascismo, ma gli stessi tormenti della democrazia italiana, mai giunta ad una piena maturità e ad una sua normalità erano già insiti nella natura dello Stato Italiano. Nei ceti sociali, nelle classi dirigenti che l’hanno resa possibile nei modi con i quali l’unità è stata voluta. Il monito di D’Azeglio: “l’Italia è fatta bisogna fare gli italiani” esprimeva la lucida e tragica consapevolezza di uno Stato nato morto, nato senz’anima.

    Perché nato senza consenso, senza volontà popolare, estromettendo dal suo corpo le diversità culturali degli italiani che affondano le loro radici profonde nelle etnie italiche pre latine, nelle civiltà comunali, nelle diverse forme rinascimentali. Il fondamento culturale degli italiani, la sua spiritualità è tutto fuorché centralismo statualistico.
    Molteplicità e diversità che non di uno Stato centralista avevano bisogno ma di uno Stato in grado di esprimere e interpretare queste molteplicità e queste diversità. Di uno Stato che fosse il patto nascente dai cittadini, dai municipi, che traesse linfa dalla radice della sua complessa identità storica. Di un’Italia rimasta profondamente contadina e artigiana nonostante la spocchia di un industrialismo forzato i cui nodi, anche in questo caso, oggi, vengono al pettine.
    Di un’Italia dai diversi volgari, rimasta profondamente dialettale, mai convertitasi, in fondo, a quell’unicità linguistica auspicata dal Manzoni.

    Quell’Italia che nel risorgimento italiano ha perso nonostante fosse maggioritaria.
    Quell’Italia che ha dato retta alle ambizioni della monarchia velleitaria e di una élite politica e intellettuale europea solo nelle sue manifestazioni esteriori e nelle sue manie di grandezza, che si è voluta sgravare delle proprie radici in nome di un universalismo mitico che non aveva fatto seriamente i conti con la propria soglia di casa.
    Qull’Italia laboriosa e creativa interpretata da un Cattaneo, da un Ferrari, da un Pisacane, da un Gioberti esponenti di quel federalismo democratico e di quel socialismo illuminato, laico, popolare, di quel cattolicesimo progressista e antistatalista, profondamente repubblicano, rispettoso delle molteplici anime dell’Italia, dal Nord al Sud, alle Isole, più attento alla valorizzazione della persona, della creatività individuale, che trovava in un filosofo come Rosmini
    l’interprete più fecondo e più generoso. Una linea di pensiero che in Sardegna è stata ripresa da personaggi come Giovanni Battista Tuveri e nel Novecento da Camillo Bellieni, con una curvatura attenta soprattutto agli assetti istituzionali su cui si sarebbe dovuto riscrivere il patto tra la Sardegna e l’Italia.

    Sia Tuveri che Bellieni e in parte Lussu, hanno posto l’esigenza di una Sardegna istituzionalmente libera e sovrana dalle pastoie dello stato italiano come condizione fondamentale per il proprio sviluppo. Come ben sappiamo né la Costituzione repubblicana né lo Statuto autonomistico hanno reso giustizia a questi motivi. Il mancato sviluppo della Sardegna, ma la crisi profonda dello Stato e della politica italiana risiedono proprio nella sua identità istituzionale.
    Un’identità istituzionale che si è sovrapposta, nei suoi meccanismi costitutivi, ai molteplici livelli e agli intrecci complessi di identità reale. Il modello costituzionalistico liberaldemocratico- borghese che l’Italia ha fatto proprio a partire dallo Statuto albertino, è fondato su un modello epistemologico semplificazionista, riduttivista e rigido rispetto agli andamenti reali di una società che, come intelligentemente rilevava Cattaneo, mostrava, già allora, nuovi e forti indici di complessità.

    Mi permetto di aggiungere che la crisi della politica italiana che ha investito anche una forza candidatasi al rinnovamento come la sinistra comunista ma anche una certa sinistra socialdemocratica e riformista, è da inscrivere nella sua incapacità di comprendere fino in fondo le ragioni storiche che in Italia hanno determinato la crisi dello Stato. Crisi e ragioni fondate, su cui, maldestramente, e non senza qualche rischio di compromissione della validità e della fondatezza delle stesse ragioni che le ispirano, costruisce le proprie fortune la Lega di Bossi. Ma il rischio più grosso è che, ancora una volta, attardandosi in laniera distorta sull’idea, più mitica che reale, di una difesa e di una salvaguardia dell’Unità dell’Italia, il centro sinistra faccia crescere indisturbato il potere di alcuni filoni finanziari ed economici del Nord a discapito del resto d’Italia. Ma d’altra parte non possiamo chiedere agli altri di fare loro quello che invece dovremmo fare noi.

    Bossi da una parte e Berlusconi dall’altra sono, dal loro punto di vista, abbastanza operosi e coerenti con il loro progetto. Ecco perché oggi a partire dal laboratorio politico sardo si possono dare segnali importanti anche alla politica italiana. Una coalizione possibile che voglia chiamarsi come crede, ma che sia profondamente e sostanzialmente sardista dovrà fare seriamente i conti con la propria identità storica, con le proprie matrici e radici teoriche, assumendo come dato di partenza la crisi della Statualità, la crisi di un modello che ha voluto dissolvere il molteplice nell’uno per rilanciare un modello, in cui l’uno si dissolva nel molteplice. Alla politica spetta il compito di governare questa transizione nella società e nel rapporto tra i cittadini e nuove forme di statualità.

    Se al Partito Sardo d’Azione spetta il merito di aver testimoniato per circa ottant’anni la passione civile per la salvaguardia di valori come quello di “destino storico”, di “terra”, di “popolo”, di “identità etnica”, e di aver sostenuto
    strenuamente, fino a subire, talvolta, le ingiuste accuse di separatismo, le ragioni di una specifica sovranità politicoistituzionale che riconoscesse la storia nazionale della Sardegna, dinanzi all’avanzata delle filosofie politiche e di governo d’ispirazione statualistica, oggi gli spetta il compito più arduo di guidare, in nome di questi valori che la storia moderna e contemporanea avrebbe voluto negare e far tacere, una coalizione forte che in questi valori e in questi fondamenti deve trovare la sua coesione e la sua prospettiva di Governo dell’Isola. Rivendicare una classe dirigente che abbia “gambe e testa in Sardegna” non è una paesaneria, ma un gesto di grande consapevolezza e di grande responsabilità.

    Responsabilità che va nutrita da un ampio dibattito e da un ampio coinvolgimento a livelli diversi. Non è più sufficiente sventolare parole d’ordine come “nazione sarda”, “popolo”, “federalismo” e neanche quelle più care alla sinistra come “libertà”, “uguaglianza”, “democrazia”, “riforme” e chi più ne ha più ne metta. L’uso e il tempo le ha logorate tutte e rese silenti e incolori alle orecchie e agli occhi dei cittadini.
    L’entusiasmo e la partecipazione alla grande assemblea di Cagliari assume un significato diverso rispetto ad altre assemblee entusiaste e palpitanti cui abbiamo partecipato nel passato.
    E’ un entusiasmo che chiede convergenze per fare, per agire, per misurare nel concreto e nel consenso le parole della storia, delle idee e della politica. Questa ritengo sia la nuova scommessa, questa la nuova frontiera del sardismo.
    Una frontiera che sappia tracciare in maniera chiara i confini del sardismo vero dalle contraffazioni che si sono affermate nella sua diffusione, di cui il Psd’Az non può essere né responsabile né ispiratore.
    Un sardismo che da sentimento di appartenenza, di volontà di presenza e di partecipazione, di mai sopito desiderio di riscatto di sovranità vera, non formale, di generico regionalismo, di generica e talvolta, insipiente sardità, deve oggi
    trovare la forza e la forma di un progetto politico serio e di un programma credibile che sia di speranza e di nuova attesa per i sardi.

  4. #4
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    Predefinito SASSARI SERA, ottobre-novembre 2003




    UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE SARDA
    PRIORITA’ DEL PARTITO SARDO D’AZIONE

    Una nuova legge elettorale Sarda, per l’elezione per l’elezione del Consiglio Regionale è, nel contingente, la priorità politica del Partito Sardo d’Azione. Non solo per l’affermazione delle nostre specificità ne ravvisiamo l’opportunità, ma riteniamo che questa sia da considerarsi una necessità della politica sarda e dell’intera Sardegna.
    Infatti, la legge elettorale del Parlamento Italiano per le Regioni a Statuto ordinario, estesa anche alle Regioni Autonome, con atto autoritativo, condiviso purtroppo da alcuni Parlamentari Sardi e anzi da questi promosso, prevede alcune conseguenze delle quali è bene dar conto agli elettori Sardi.

    Alcune brevi considerazioni aiutano meglio a comprenderne la portata. È sufficiente considerare ciò che accadrebbe nelle nuove quattro province.
    Come è noto, la loro istituzione ha comportato la conseguente definizione degli otto collegi provinciali. I sostenitori ed i promotori delle nuove province avevano, fra gli altri, l’obiettivo di garantire a questi territori, rappresentanti autonomi e diretti nel Consiglio Regionale.
    Ebbene, così non potrà essere. Infatti, il meccanismo di attribuzione dei seggi, previsto dalla legge italiana, provoca, al contrario, la riduzione della rappresentanza proporzionale nei collegi provinciali della Gallura, del Medio Campidano, del Sulcis, di Nuoro, mentre l’Ogliastra, rischierebbe di restare, addirittura, priva di rappresentanza.

    Le conseguenze politiche sono immaginabili ed anche prevedibili, quel che è certo è che la legge italiana, rafforzerebbe squilibri e centralismo.
    A ciò si aggiunga che, per effetto dei meccanismi prima richiamati e per la contemporanea esaltazione della figura del “governatore” e delle sue liste di partito o personali, si provocherebbe non solo l’indebolimento, ma addirittura la scomparsa delle forze politiche solo sarde, anche se queste dovessero raccogliere un consenso non trascurabile.
    Altro punto emblematico dell’inadeguatezza della legge italiana, riguarda la possibilità del così detto voto disgiunto. Cioè, consentire agli elettori di votare il candidato governatore di una coalizione e contemporaneamente, una lista ed un candidato consigliere dello schieramento avverso. Il risultato del voto,
    potrebbe, quindi, non essere rispecchiato nella composizione del Consiglio Regionale.
    Il destino del Governatore risulterebbe slegato dalle liste e dai partiti che lo sostengono.
    E al di là del pericolo di incontrollabilità democratica dello stesso, è facile ipotizzare una campagna elettorale incentrata sulla medianità piuttosto che sul confronto politico programmatico.

    I sardisti, hanno dato un voto tecnico per il varo della Giunta Masala, perché hanno considerato possibile, imminente e pericoloso, quanto sopra accennato. E perché, le istituzioni e la loro dignità non sono nella disponibilità dei consiglieri e ancor meno, dei gruppi di guerra corsara che, invece di servire gli interessi generali, programmano futuribili vittorie elettorali a tavolino. A costoro, infatti, se la democrazia, la partecipazione e la dignità delle istituzioni ne subiscono un danno, poco importa, purché loro vincano. E pensare che qualcuno possa chiamare questo abominio, etica, ci preoccupa e non poco.

    Così come ci sentiamo di rispedire al mittente alcune superficiali dichiarazioni che hanno seguito la sofferta decisione del gruppo sardista, di votare la Giunta per impedire il commissariamento del Popolo Sardo. Non soltanto non siamo mai stati opportunisti, ma ogni giorno di più, appare più chiaro ed evidente chi, attraverso lo scioglimento del Consiglio, perseguiva interessi di gruppo se non personali. E non ci sentiamo neppure un partito ad esaurimento, come qualche “pragmatico lombardiano” afferma.

    La vitalità del Psd’Az, sta, infatti, nella capacità di avanzare la proposta di progetto e di programma, definita
    “Sardegna Libera”.

    Quel che è certo è che non siamo disponibili a vedere il Psd’Az, utilizzato nella guerra per il controllo del potere in Sardegna. Ci interessa, invece e anche molto, una serena e serrata battaglia delle idee, un confronto con altri progetti e programmi e soprattutto contribuire a dare ai Sardi una legge elettorale Sarda per eleggere il proprio Parlamento.


    Silvano Cadoni (Segretario Federazione Oristano);
    Andrea Cocco (Coordinatore Medio Campidano);
    Giovanni Colli (Segretario Federazione Nuoro);
    Agnese Delogu (Segretaria Federazione Sulcis);
    Angelo Filigheddu (Segretario Federazione Gallura);
    Antonio Moro (Segretario Federazione Sassari);
    Paolo Mureddu (Segretario Federazione Cagliari);
    Domenico Murgioni (Segretario Federazione Ogliastra).

  5. #5
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    Predefinito SASSARI SERA, dicembre 2003




    PROVOCAZIONE E ULTIMATUM DEL SEGRETARIO NAZIONALE SARDISTA GIACOMO SANNA
    LA COALIZIONE POSSIBILE:
    “SARDEGNA LIBERA”

    Cari Segretari, il 18 di luglio, la convenzione dei partiti, dei movimenti e delle associazioni del centro sinistra, di rifondazione comunista, dei sardisti, ha delineato una prospettiva nuova per la Sardegna.
    I punti fondamentali sono stati i seguenti.

    Superamento del distacco dei gruppi dirigenti dalla pubblica opinione.

    Recupero della perdita generale di consenso, attraverso un percorso politico originale.
    Dando forma e sostanza ad un nuovo soggetto della politica sarda che, superando lo schema del partiti personali, reimposti il rapporto con la società sarda in termini innovativi e costruttivi.

    I Sardi meritano, infatti, un nuovo patto fra Sardi. Fondato su basi nuove, su un percorso politico nuovo e partecipato, originale e solo sardo.
    Una visione lussiana, aggiornata all’oggi, o se si preferisce, un azioniamo moderno, arricchito da forte impegno identitario.
    L’identità, infatti, assunta come valore preminente ci consente di affermare che sono possibili disaggregazioni
    ed aggregazioni nuove, nella società sarda e nelle forme della politica organizzata. Identità, non soltanto intesa come storia, tradizione, lingua e cultura, ma anche fatti istituzionali, saperi, specializzazioni, produzioni e modi di produrre. Identità, dunque, non come ripiegamento in se stessi, ma come capacità di affrontare da Sardi, il mondo della globalizzazione e della multietnicità per vincerne le sfide. Lo impone lo scenario politico, economico, sociale e culturale che si va delineando nel Mondo ed in Europa, in particolare.
    Europa, che non può più essere intesa soltanto come sportello erogatore di risorse finanziarie, ma che deve rappresentare la più concreta delle opportunità per ottenere quei poteri e quelle risorse che ci sono necessarie, per governare i bisogni dei Sardi ed affermarne i diritti.

    Ed in questo contesto, il popolo Sardo, non può essere assente nella grande battaglia, comune a tutti i popoli minoritari d’Europa, perché la carta europea sia davvero carta dei popoli e non carta degli stati membri.
    È finito, quel sistema politico basato sulla larghe disponibilità della finanza pubblica. Si è definitivamente chiusa l’epoca della rinascita.
    Si è fallito nel principale degli obiettivi, quello di realizzare uno sviluppo autopropulsivo, capace di provocare quella accumulazione culturale, finanziaria, tecnologica e di poteri istituzionali, che era insita nelle potenzialità del progetto di rinascita. È fallito, cioè, il superamento della dipendenza della Sardegna dall’esterno. In nome dell’economia, si è accettato un modello di sviluppo estraneo e per molti versi, imposto. Per noi, quel fallimento, rappresenta, in estrema sintesi un deficit di sardità.

    È finita un’epoca e dobbiamo dimostrare di esser capaci di aprirne una nuova e migliore. È una scelta obbligata ed alla Sardegna servono forme specifiche e di politica e di contenuti. Ed è necessario, dunque, definire in Sardegna, progetti e programmi.
    Ciò significa, anche, che il progetto politico ed il programma di “Sardegna Libera” non possono essere elaborati e condivisi, soltanto all’interno dei ristretti gruppi dirigenti dei partiti. Né possono individuarsi, soltanto i gruppi dirigenti attuali come attuattori degli stessi.
    Vogliamo, infatti, una nuova mobilitazione delle coscienze, di uomini e donne ed un risveglio di una intellettualità sarda, ritenuta capace e per troppo tempo, fuori ruolo.

    Non ci servono generiche enunciazioni di principio, ma ci servono programmi e proposte sostanziate da scelte politiche e tecniche, democraticamente misurabili nella loro attuazione.
    Mi sono permesso di riportare fedelmente, estrapolandoli, i punti salienti della relazione letta il 18 luglio scorso, in apertura dei lavori della convenzione, non per un richiamo personale della vostra attenzione, quanto per sottolinearne, ancor più marcatamente i contenuti reali. Questi sono, infatti, i soli che possono consentire al Psd’Az di fare scelte di coerenza e di prospettiva politica. Non è una novità. Dissi in quell’occasione, a nome del Psd’Az, che se il confronto, confermerà le premesse della relazione, se dimostrerà che queste premesse sono condivise da tutti, allora l’alternativa che come sardisti ci si pone davanti, è bloccata.

    Offriamo, ancora una volta, il nostro contributo, come storicamente, nella storia della Sardegna, in tanti altre fasi, abbiamo offerto. Portando in dote, perché sia condiviso e compreso, il peso del lungo percorso che, da autonomisti e da Sardi, contro le violenze del fascismo e contro le sempre nuove forme di arroganza, abbiamo fatto fino ad ora. Confermo quanto detto allora. Ricordandolo a quanti, ed eravamo in tanti, erano presenti ed anche ai pochi che erano assenti.
    Per il Psd’Az, oggi, non è in discussione una eventuale presidenza di Giunta. È in discussione, invece, la possibilità o meno, di fare con il centrosinistra, rifondazione, i movimenti e le associazioni, una alleanza strategica.
    Che va ben oltre le elezioni regionali e va ben oltre le anguste trattative per la gestione del potere in Sardegna. Se si realizzeranno le condizioni per una alleanza strategica, occorre che chi sottoscrive il patto, renda disponibili le proprie capacità, personali e di organizzazione, a concorrere a ricoprire incarichi e funzioni, per migliorare la qualità del progetto e per la sua ottimale attuazione.

    E serve che i patti, siano sottoscritti, affidabilmente, non per una stagione, fosse anche vittoriosa. Se invece, non per nostra responsabilità, l’alleanza strategica, non fosse praticabile, decideremo liberamente, la migliore strategia per il Psd’Az. Come in tante altre occasioni, con orgoglio e coraggio, abbiamo dimostrato di saper fare.
    Ma sarebbe, per la politica sarda, un ennesima occasione mancata. Per la Sardegna, una opportunità, drammaticamente, negata.


    Giacomo Sanna
    (Segretario Nazionale Psd’Az)

  6. #6
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    Predefinito Documento della Direzione Nazionale del Partito Sardo d'Azione

    "Sardegna Libera"

    Per un effettivo rinnovamento della politica in Sardegna

    Cagliari 21.01.2004


    I CONTESTI

    L'emergenza di una nuova e più complessa articolazione della società, derivante soprattutto dall'essere parte della civiltà della comunicazione, pone ai partiti politici e ai soggetti sociali questioni nuove e maggiori necessità di elaborare, proporre e governare progetti di sviluppo adeguati ai tempi. La modernizzazione senza sviluppo ha disgregato la comunità sarda e impoverito la sua forza identitaria; ne ha accresciuto la dipendenza.
    La contraddizione tra identità e modernizzazione può essere superata solo se lo sviluppo è, allo stesso tempo, forte di identità consapevole, capace di confrontarsi col mondo globalizzato, soggetto che interagisce con gli altri popoli, non soggetto consumatore e oggetto consumato.
    Dalla necessità di affrontare questa questione è nata la proposta di convocare il 18 di luglio la convenzione di "Sardegna Libera".
    Essa è stata importante perché dopo divisioni e contrapposizioni che duravano da quasi un decennio, i partiti del centro sinistra, i sardisti, i movimenti e le associazioni hanno avuto la forza di produrre un progetto unitario, con ambizioni strategiche.
    Strategico innanzitutto per i contenuti, ma anche perché, capace di suscitare nuova speranza in una visione culturalmente, programmaticamente e moralmente alternativa al centrodestra.
    Dal progetto di "Sardegna Libera" derivano esigenze, impegni e contenuti che rappresentano le basi per una alleanza politica sarda che si propone per il Governo della Sardegna.
    Impegno a concorrere alla definizione della Costituzione Europea per affermarvi la prospettiva federalista, per una Europa dei popoli, non centralista e democratica.
    Dall'approvazione della Costituzione federalista europea deriva la consapevolezza che vengono modificate le gerarchie della fonti del diritto e la necessaria ridefinizione della Costituzione degli Stati e delle loro articolazioni substatuali in senso pienamente federale secondo il principio di sussidiarietà.
    In questo nuovo quadro europeo si afferma il diritto del Popolo Sardo a darsi un proprio statuto per l'esercizio dei poteri e dei diritti necessari per l'autogoverno.
    La Sardegna è sede di incontro tra popoli e culture diverse e si propone come luogo di pace e smilitarizzato, cerniera tra le due sponde del Mediterraneo.
    Il Popolo Sardo condivide la esigenza che le organizzazioni internazionali e soprannazionali siano riformate perché possano esercitare il ruolo di custodi e promotori della pace, della giustizia e dello sviluppo dei popoli, ai quali, tutti, si riconoscano i diritti identitari, all'autogoverno e allo sviluppo.

    Il mercato senza regole e il liberismo sfrenato non appartengono all'orizzonte politico e culturale del Popolo Sardo.
    Nel contesto della globalizzazione il Popolo Sardo assume, come linea principale di giudizio "il valore inalienabile della persona umana, il valore della cultura che nessun potere esterno ha la facoltà ed il diritto di distruggere.
    La globalizzazione, non deve essere una nuova versione di colonialismo, deve rispettare la diversità delle culture che con l'universale armonia dei popoli, sono chiavi interpretative della vita.
    Bisognerà assicurare che il vincitore di questo processo, sia l'umanità intera e non solo una élite di benestanti che controlla scienza, tecnologia, comunicazione e risorse del pianeta, a detrimento della grande maggioranza delle persone".

    Assunzione del principio di insularità come diritto del Popolo Sardo a rivendicare e ottenere dall'Europa e dallo Stato il riconoscimento dei poteri e delle risorse necessarie a governare il nuovo progetto di sviluppo identitario.
    L'asse portante del nuovo progetto di sviluppo deve essere individuato nella "biodiversità" della Sardegna, con la assunzione di scelte programmatiche coerenti e conseguenti.

    La tutela e la valorizzazione della "biodiversità", la riduzione del consumo di territorio, una robusta politica per le aree rurali, la difesa della cultura materiale sono da intendersi come valori fondanti del patto tra Sardi e dei patti costituzionali con l'Europa e lo Stato.

    I saperi intesi come cultura, scolarizzazione e specialismi diffusi, nonché come la realizzazione di centri di ricerca di eccellenza internazionale sono parte integrante e necessaria del progetto di sviluppo identitario.
    A tutti i Sardi deve essere garantito l'apprendimento della lingua materna (sardo) della lingua di frontiera (italiano) e di una lingua internazionale.

    Intorno al progetto va costruito un consenso vasto, che nasca non solo dalla partecipazione ma, soprattutto, dalla consapevolezza che "Sardegna Libera" può interpretare i bisogni, le aspirazioni e dare ruolo a ceti sociali, a categorie di produttori; come pure ai territori ai quali, pure, occorre riconoscere identità e soggettività .
    Il principio di inclusione sarà il criterio principale da adottare per la politica della Regione.
    In particolare "Sardegna Libera", con la proposta di programma dovrà dare risposta alle vecchie e nuove povertà; valorizzare l'originale ricchezza del mondo femminile; promuovere la crescita feconda dei giovani.

    Impegno prioritario sarà dedicato a promuovere il superamento della disoccupazione e a organizzare forti politiche di sostegno alla famiglia.

    Trasporti, energia, acqua: il condizionamento che deriva da queste storiche servitù deve essere superato con impegno straordinario.
    Straordinario per qualità progettuale e per quantità di risorse.

    Occorre definire strategie e interventi con il massimo di tecnologie innovative.
    In questo senso vanno utilizzate le intelligenze e i saperi presenti nell'Isola in armonia a quanto di meglio esiste nel contesto internazionale.

    L'Acqua è bene pubblico e ricchezza comune.

    UNA NUOVA SFIDA

    Le forze politiche che hanno dato vita alla convenzione del 18 luglio, ribadiscono con forza il loro impegno per proseguire nel percorso politico indicato da "Sardegna Libera", per un effettivo rinnovamento della politica in Sardegna. Per verificare insieme i livelli di condivisione raggiunti. Per promuovere una più grande partecipazione, elaborare il progetto, definire il programma ed i modi e i tempi di attuazione dello stesso.

    A tutti è evidente, il distacco che intercorre fra i gruppi dirigenti e la pubblica opinione. Le vicende politiche e di governo del passato - anche recente - certificano questo distacco e questa generale perdita di consenso.
    È necessario lanciare una nuova sfida.
    Intraprendere un percorso politico originale, per dare forma e sostanza ad un nuovo soggetto della politica sarda che, superando lo schema dei partiti personali, reimposti il rapporto con la società sarda in termini innovativi e costruttivi. La personalizzazione della politica si accompagna, infatti, con il declino della democrazia sostanziale.

    Il Popolo Sardo, con un atto straordinario di valorosa generosità, ha saputo conservare, sviluppare e rafforzare la propria identità di Popolo.
    L'identità, assunta come valore preminente, ci consente disaggregazioni e aggregazioni nuove nella società e nelle forme della politica organizzata. Offriamo un impegno convinto e verificabile, perché con "Sardegna Libera" si realizzino efficaci strumenti politici, che sappiano affermare l'identità del Popolo Sardo, in Sardegna e nel Mondo.
    La nostra identità non è soltanto storia, tradizione, lingua e cultura, ma è anche fatti istituzionali, saperi, specializzazioni, produzioni e modi di produrre. Dunque, strumenti vivi per il confronto con gli altri. Perché l'identità non può essere intesa come autoreferenza o ripiegamento in se stessi. È la garanzia per il successo nelle sfide nei mercati sempre più mondializzati. Occorre, quindi, fortificarla con tutti gli strumenti che le sono necessari.
    Le istituzione politiche autonome dei Sardi, devono essere ancorate al concetto di "sardità", al progetto di salvaguardia dell'identità e delle risorse locali, così da formare l'organizzazione politica, di un Popolo che, integrandosi nell'Unione Europea, preserva, valorizza e potenzia la propria specificità.
    È questa la premessa necessaria per proiettare e far valere all'esterno la specificità sarda.
    Lo Statuto Sardo, con i suoi gravi limiti originali, non è stato neppure pienamente attuato e gli strumenti disponibili non sono stati adeguatamente utilizzati. Manca del tutto il concetto di globalizzazione, non vi è alcun riferimento all'Unione Europea e nessuna modifica è stata apportata per adeguarlo alla riforma del titolo V della Costituzione della Repubblica Italiana.
    È dunque superato e la necessità di una riscrittura è una esigenza, non più derogabile, avvertita da tutti.
    Obiettivo politico prioritario è quello di fare dello Statuto Sardo, lo strumento della sovranità politica Sarda. Non contrapposta, ma distinta da quella delle altre Regioni Italiane ed Europee.
    Il nuovo patto fra la Sardegna, l'Italia e l'Europa, dovrà essere scritto dal Popolo Sardo, attraverso la Costituente Sarda. Garanzia di partecipazione e confronto, strumento necessario per ricercare un progetto condiviso e quanto più unitario. La Costituente Sarda è ancor oggi, l'unica proposta credibile e politicamente realizzabile, per riaprire in Sardegna, un confronto sui valori, sul progetto di sviluppo, sui poteri necessari alle istituzioni Sarde, per avviare una nuova stagione esaltante: la stagione della non - dipendenza.

    Serve un nuovo patto fra Sardi. Fondato su basi nuove, su un percorso politico nuovo e partecipato, originale e solo sardo, con soggetti politici che abbiano cuore, testa e gambe in Sardegna e che vivano di vita autonoma.
    Dobbiamo interrompere la trasposizione degli schemi della politica italiana alla realtà sarda, se vogliamo che la politica sarda, smetta di restare subalterna a quella continentalista.
    È una scelta obbligata.
    A nessuno può esser chiesto di rinunciare al proprio passato politico.
    Ma alla Sardegna, servono forme specifiche e di politica e di contenuti.

    Ed è necessario definire in Sardegna, la strategia, i progetti ed i programmi.
    Non sono più trasferibili gli schieramenti del bipolarismo italiano e neppure lo schema dei governi, alternativamente, amici.

    Serve un nuovo percorso identitario. Nuovo per metodi e contenuti. "Sardegna Libera" rappresenta la promozione e la ricerca di nuove capacità e di nuove opportunità per la società sarda. Il progetto politico ed il programma non possono essere elaborati e condivisi soltanto all'interno dei ristretti gruppi dirigenti dei partiti. Così come non possono individuarsi soltanto i gruppi dirigenti attuali, come attuatori degli stessi.
    Favoriamo una nuova mobilitazione delle coscienze di uomini e donne ed il risveglio di una intellettualità sarda, per troppo tempo fuori ruolo.
    Non ci servono, infatti, generiche enunciazioni di principio, ma programmi e proposte sostanziate da scelte politiche e tecniche, democraticamente misurabili nella loro attuazione.
    Per chi come noi, crede in una Sardegna libera, uguale e giusta, protagonista del proprio futuro, non c'è altra prospettiva. Altra visione. Altro progetto percorribile.

    Noi abbiamo scelto: "Sardegna Libera"

  7. #7
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    Alla vigilia dell'incontro fra i partiti che hanno promosso "Sardegna Libera"
    Giacomo Sanna chiede chiarimenti ai segretari


    <<Nessuna intromissione nelle scelte e nelle strategie politiche che attengono "Sardegna Libera">>



    Cagliari 23.01.2004

    Di seguito pubblichiamo la lettera che il Segretario Nazionale del Psd'Az Giacomo Sanna ha inviato ieri ai Segretari dei Democratici di Sinistra, Margherita D.L., SDI e SU per chiedere chiarimenti su una iniziativa, non bene definita nei contorni organizzativi, prevista a Cagliari, per il prossimo 2 febbraio, con la partecipazione di autorevoli esponenti dei partiti italiani.

    Cari Segretari,
    mentre ricevo l'invito a partecipare all'incontro fra i partiti che hanno promosso "Sardegna Libera", per un approfondimento dei contenuti e dello spirito del documento approvato dalla Direzione Nazionale del Psd'Az, nella riunione del 21 gennaio c.a., apprendo di una iniziativa, non bene definita nei contorni organizzativi, prevista a Cagliari, per il prossimo 2 febbraio, con la partecipazione di autorevoli esponenti dei partiti italiani.
    Fermo restando, la libertà di iniziativa di ciascuna forza politica, ritengo opportuno che prima dell'incontro fra i partiti sardi, sia da voi assicurata che né il 2 febbraio e neppure nel prossimo futuro, saranno registrate intromissioni nelle scelte e nelle strategie politiche che attengono "Sardegna Libera".
    In caso contrario, verrebbero meno le condizioni (ben evidenziate nella relazione del 18 luglio 2003 e meglio specificate nel documento del 21 gennaio 2004) necessarie, per procedere nel verso di un positivo e proficuo confronto con il Psd'Az. Riguardanti la promozione di un percorso politico nuovo e partecipato, originale e solo sardo, con soggetti politici che abbiano cuore, testa e gambe in Sardegna e che vivano di vita autonoma. Insieme con l'interruzione della trasposizione degli schemi della politica italiana alla realtà sarda. Definendo quindi, soltanto in Sardegna, la strategia, i progetti ed i programmi.
    Ritengo dunque urgente, che sul tema sia fatta, chiarezza. Al fine di ripristinare una linearità di comportamenti politici, senza i quali con il Psd'Az, non può esserci, né oggi e né in futuro, confronto e collaborazione.

    Cagliari lì, 22 gennaio 2004
    Giacomo Sanna

    http://www.algherocronache.it/Risors...a_1.htm#romane

  8. #8
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    Sul confronto fra la delegazione dei Segretari e Renato Soru
    Giacomo Sanna interviene sulla riunione dei Segretari
    di “Sardegna Libera”



    <<Comprendiamo la necessità delle forze politiche di compiere gli opportuni confronti interni, ma ribadiamo che quello fissato per martedì p.v., dovrà essere l’incontro risolutore>>


    Cagliari 17.02.2004


    Di seguito pubblichiamo una precisazione del Segretario Nazionale del Psd'Az Giacomo Sanna in merito alle risultanze dell’incontro fra i Segretari di “Sardegna Libera” svoltosi questa mattina a Cagliari, avente all’ordine del giorno il confronto fra la delegazione dei Segretari ed il Dott. Renato Soru.
    “Il Psd’Az, ha deliberato in sede di Consiglio Nazionale, la validità della proposta avanzata in occasione della convenzione del 18 luglio, successivamente la Direzione Nazionale ha meglio specificato contenuti, valori, indirizzi, contesti e scenari.
    Mai, il Psd’Az ha proposto alcuno quale candidato governatore della Sardegna. Altri lo hanno fatto. Spetta a costoro risolvere la delicata questione. In tempi certi e con la necessaria tempestività politica.
    Comprendiamo la necessità delle forze politiche di compiere gli opportuni confronti interni, ma ribadiamo che quello fissato per martedì p.v., dovrà essere l’incontro risolutore.
    Il Psd’Az, non mancherà di compiere le opportune valutazioni politiche e di offrire il proprio contributo per assicurare alla Sardegna un Governo degno dei Sardi”.

    On.le Giacomo Sanna

    http://www.algherocronache.it/Risors...a_1.htm#romane

  9. #9
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    Nel dibattito per la scelta del candidato alle elezioni regionali
    Giacomo Sanna (Psd'Az):
    "Nel centro sinistra, in Sardegna, hanno vinto le imposizioni romane
    "

    <<Il Partito Sardo d'Azione, non abdicherà al suo ruolo politico, starà con i Sardi, insieme a quelle forze politiche che dimostreranno di esercitare concretamente libertà di scelta, di decisione e di azione.>>


    Cagliari 10.03.2004

    Di seguito pubblichiamo un intervento del Segretario Nazionale del Psd'Az Giacomo Sanna in merito alle interferenze delle centrali romane nel dibattito all'interno della coalizione di centrosinistra per la scelta del candidato alle elezioni regionali.


    Gli incontri e le dinamiche politiche di questi ultimi giorni, certificano l'abbandono, da parte della maggior parte dei partiti del centro sinistra, del percorso politico programmatico delineato nella convenzione del 18 luglio.
    Il Psd'Az ne prende atto, ribadendo contenuti, metodi e valori di "Sardegna Libera".
    In questi ultimi giorni, le interferenze delle centrali romane si sono trasformate in vere e proprie imposizioni, sempre più stringenti e intimative. Dinanzi alle quali, le forze del centro sinistra in Sardegna, evidenziano tutti i loro limiti e le loro storiche debolezze.
    Così, l'assunzione dell'identità dei Sardi, come valore fondante della nuova coalizione, è stata sostituita dalla contraddittoria e forzata ricerca delle identità di vedute rispetto alle volontà dei leaders d'Oltre-Tirreno. Su questioni strategiche che attengono il futuro della Sardegna e che debbono trovare, invece, elaborazione, condivisione e momenti decisionali soltanto nella nostra isola.
    Le forze politiche del centro sinistra, per scelta autonoma o per imposizione palese o sott'intesa, abbandonando "Sardegna Libera", intraprendono un percorso contro i valori, la tradizione e la politica sardista. Favoriscono la trasposizione degli schemi del bipolarismo italiano alla realtà politica sarda. Mortificandone ruolo e prestigio autonomistico.
    Una scelta inaccettabile che non può trovare la condivisione e la collaborazione del Psd'Az.
    Come è logico e coerente, il Partito Sardo d'Azione, non abdicherà al suo ruolo politico, starà con i Sardi, insieme a quelle forze politiche che dimostreranno di esercitare concretamente libertà di scelta, di decisione e di azione.

    On.le Giacomo Sanna

    http://www.algherocronache.it/Risors...a_1.htm#romane

  10. #10
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    Il dibattito per la scelta del candidato del centrosinistra alle elezioni regionali 2004
    Il Documento approvato dalla Federazione provinciale di Sassari del Partito Sardo d'Azione


    La Federazione provinciale esprime approvazione e sostegno alle iniziative intraprese dal Segretario Nazionale, tendenti a salvaguardare il patrimonio ideale, i valori, la tradizione, la rappresentanza, la credibilità, la dignità, il ruolo e la centralità politica del Psd'Az



    Cagliari 13.03.2004



    Di seguito pubblichiamo il Documento approvato all'unanimità dalla Federazione provinciale di Sassari del Partito Sardo d'Azione il 12 marzo 2004.


    Il Coordinamento Provinciale della Federazione del Psd'Az, riunito a Sassari, con i consiglieri nazionali e gli amministratori sardisti della provincia, udita la relazione del Segretario Nazionale in ordine alle elezioni regionali 2004, a conclusione del dibattito:
    - conferma la validità del deliberato del Consiglio Nazionale, tenutosi a Ghilarza il 14 dicembre 2003, nel quale sono richiamati principi, metodi e valori del percorso politico programmatico delineato in "Sardegna Libera" e con il quale si impegnano le federazioni provinciali e la segreteria nazionale alla predisposizione di liste autonome del Psd'Az in tutti i collegi provinciali e nel collegio unico regionale;
    - ricordato che la Direzione Nazionale, il 21 gennaio 2004, ha sottoposto all'attenzione delle forze politiche promotrici di "Sardegna Libera" un articolato documento nel quale si ripropone la validità di quanto contenuto nella relazione che ha aperto i lavori della convenzione del 18 luglio, relazione concordata e condivisa nella sua interezza dalle segreterie di rifondazione comunista e dei partiti del centro sinistra;
    - evidenziato che il Psd'Az ha con coerenza e perseveranza, ricercato la possibilità di dare concretezza ed operatività politica alle proposte di "Sardegna Libera" rifuggendo da polemiche, contrapposizioni e rifiutando il generale clima di scontro;
    - constatato che nel frattempo, non sono emerse positive novità politiche che lascino ipotizzare una alleanza del Partito Sardo d'Azione con i partiti che si riconoscono nell'ulivo, ma che anzi le recenti dinamiche politiche evidenziano le imposizioni, sempre più stringenti e intimative, delle segreterie romane per quanto attiene le scelte strategiche che devono trovare, invece, solo in Sardegna, elaborazione, condivisione e momenti decisionali;
    - constatato altresì, che le forze politiche del centro sinistra abbandonando "Sardegna Libera":
    favoriscono la trasposizione degli schemi del bipolarismo italiano alla realtà politica Sarda;
    rinunciano ad esercitare ruolo politico e autonomia nelle scelte e nelle decisioni che rappresentano, invece, il presupposto fondamentale per una collaborazione con il Psd'Az;
    confermano una antistorica subalternità politica che mortifica dignità e prestigio delle nostre istituzioni autonomistiche;
    intraprendono un percorso che è contro i valori, la tradizione e la politica sardista;
    - affermato che tali scelte sono inaccettabili e non possono trovare la condivisione e la collaborazione dei sardisti;
    - esprime approvazione e sostegno alle iniziative intraprese dal Segretario Nazionale, tendenti a salvaguardare il patrimonio ideale, i valori, la tradizione, la rappresentanza, la credibilità, la dignità, il ruolo e la centralità politica del Psd'Az e ad affermare un nuovo percorso identitario in Sardegna;

    fa voti affinché

    - la Segreteria Nazionale, la Direzione ed il Consiglio Nazionale, ciascuno nel rispetto delle proprie prerogative statutarie, verifichino la possibilità di dare vita in Sardegna, ad una alleanza con quelle forze politiche identitarie che, dimostrano concretamente libertà di scelta, di decisione e di azione, per restituire ai Sardi la speranza di una Sardegna più libera, più uguale e più giusta e scongiurare il pericolo che, il bipolarismo italiano attraverso lo strumento della legge elettorale voluta dal Parlamento Italiano e calata in Sardegna, cancelli la rappresentanza politica delle forze autenticamente sarde e sardiste dal Parlamento del Popolo Sardo;
    - il Partito Sardo d'Azione intraprenda tutte le opportune iniziative, per aggregare attorno ai valori storici del Sardismo le migliori forze libere della Sardegna, favorendo l'apertura di una nuova ed esaltante stagione politica: quella della non dipendenza.

    Il Segretario della Federazione Provinciale
    - Antonio Moro -

    http://www.algherocronache.it/Risors...a_1.htm#romane

 

 
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