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  1. #1
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    Predefinito E"la Russia che sfida il mondo?

    E' la Russia che sfida il mondo?
    Fosco Giannini
    "La Russia sfida il mondo" è il più ricorrente titolo dei giornali in questi giorni. Con poche variazioni sul tema, l'obbiettivo dell'impressionante e martellante campagna mediatica di agosto è quello di dimostrare la natura aggressiva e imperiale dei "nuovi zar" che governano Mosca. Nel giro di pochi giorni la sacrosanta risposta dei russi alla scellerata aggressione, scatenata contro l'Ossezia del Sud, su suggerimento degli Usa, dal regime satrapico di Saakashvili, e costata migliaia di vittime civili e distruzioni di interi villaggi e quartieri della sua capitale (l'ultima delle decine di provocazioni e tentativi di "pulizia etnica" che si protraggono da anni senza aver mai ricevuto una condanna della "comunità internazionale"), si è trasformata nella volontà russa di "fare di Tbilisi un'altra Sarajevo".
    Ma ciò che ha spiazzato gli esperti della propaganda occidentale è stato il fatto che per la prima volta l'ennesima provocazione degli amici della Nato, che fa seguito all'infinita trafila di provocazioni che la Russia ha dovuto subire alle sue frontiere, ha ricevuto una risposta immediata e in grado di rintuzzare l'ennesimo tentativo del regime georgiano di risolvere con la forza la questione delle minoranze nazionali presenti entro i confini di uno Stato peraltro nato nell'illegalità del colpo di stato eltsiniano, in aperta violazione dei risultati del referendum sovietico del marzo 1991, promosso dallo stesso Gorbaciov, in cui il voto popolare aveva sancito il diritto ad esistere dell'Unione Sovietica.
    Questa volta la Russia non si è limitata alle dichiarazioni e ai passi diplomatici: questa volta ha rivendicato il suo diritto a difendersi, reagendo rapidamente e vittoriosamente.
    E' dal momento in cui le potenze imperialiste hanno percepito la natura della svolta profonda impressa da Vladimir Putin alla politica del proprio paese, affrancandola dalla subalternità a cui l'aveva costretta negli anni '90 il suo predecessore, che ha cominciato a delinearsi una precisa strategia tesa a contenere e ad annientare questa nuova, inaspettata "minaccia".
    Fin dall'inizio della gestione Putin, alle elites imperialiste non è certo sfuggita la dirompenza delle novità introdotte dal presidente chiamato a far fronte ai disastri della precedente amministrazione, che aveva letteralmente fatto a pezzi ciò che rimaneva della potenza sovietica, rischiando di ridurre la Russia allo stato di colonia dei nuovi "padroni del mondo". Ed è un fatto incontestabile che, sulla base dei risultati conseguiti, il nuovo presidente, seppur tra innumerevoli contraddizioni, abbia saputo dare l'impressione di voler imprimere una svolta negli indirizzi di fondo della politica russa.
    Da subito, per porre un freno alle tendenze separatiste, che rischiavano di sottoporre la Federazione Russa a un processo di disgregazione analogo a quello subito dall'Urss, Putin non si è limitato ad intervenire con energia in Cecenia, ma ha avviato la riorganizzazione del sistema federale, che ha limitato fortemente le pretese dei potentati locali, appoggiati dalle "lobby" straniere interessate al controllo delle materie prime.
    Tale processo si è accompagnato ad un'operazione di recupero di quei valori relativi all'unità, all'autonomia, alla dignità, al ruolo della Russia e di richiamo all'orgoglio del popolo russo, umiliato nel decennio eltsiniano da una pratica di totale subordinazione, anche culturale, all'Occidente e all'avvio di un nuovo corso di politica internazionale (attraverso l'elaborazione, nell'estate del 2001, della cosiddetta "Dottrina della politica estera della Federazione Russa") che si è fin dall'inizio proposta di mettere al primo posto la difesa degli "interessi nazionali" del paese, in evidente rotta di collisione con gli indirizzi strategici di egemonia globale dell'imperialismo Usa che, fin dal momento della caduta dell'Urss, avevano puntato all'indebolimento e alla disgregazione dell'antico nemico.
    In questi anni non sono mai state rinnegate le linee portanti di una politica estera che, in piena sintonia con altri protagonisti della scena mondiale, come la Cina, l'India e le potenze emergenti del Sud del mondo (valga per tutti, lo stato felice delle attuali relazioni della Russia con il Venezuela), affermano, in ogni occasione e in aperta polemica con le pretese egemoniche dell'amministrazione Usa, la realizzazione di un clima di "coesistenza pacifica" che favorisca il "multipolarismo", la non ingerenza negli affari interni di ogni paese, la negazione dell'esistenza di "stati canaglia", la denuncia della politica del "doppio standard".
    Inoltre, pur proseguendo sul cammino delle "riforme", Putin finora non ha mai ceduto alla richiesta di procedere allo scorporo e alla privatizzazione delle più importanti tra le aziende strategiche, in particolare nel settore energetico. Al contrario, abbiamo assistito ad una progressiva accelerazione del controllo da parte delle aziende di stato sulle immense ricchezze naturali del paese. Questo processo è analizzato in Occidente alla stregua di una nazionalizzazione mascherata, di un ritorno strisciante al collettivismo statalista, che insidia gli investimenti di Wall Street e delle altre borse occidentali.
    Per questo, nel corso di questi anni, tra le elites imperialiste è andata aprendosi la strada all'idea che occorreva sbarazzarsi dell'incomodo concorrente, facendo di tutto per favorire la destabilizzazione della Russia. In questa operazione, non si è certamente badato a spese, con investimenti colossali a favore di istituzioni americane, russe e internazionali. Elargendo sovvenzioni miliardarie ad opposizioni interne guidate dagli uomini politici più screditati di Russia (non si è esitato a concedere patenti di rispettabilità persino ai fascisti del Partito nazi-bolscevico), si è cercato senza successo di creare gli scenari delle "rivoluzioni colorate" che hanno caratterizzato alcuni stati confinanti con la Russia. Alla "benedizione" di questa lotta senza quartiere contro il gruppo dirigente moscovita ha contribuito anche la "lettera aperta" firmata da un centinaio di illustri personalità americane ed europee del blocco atlantico, indirizzata nel 2004 "ai capi di stato e di governo dell'Unione Europea e della Nato", in cui andando brutalmente al "nocciolo" della questione, non si mascherava la preoccupazione per la "pretesa" della Russia di esercitare il pieno controllo sulle sue ricchezze energetiche e la loro destinazione, attribuendo a Putin "un atteggiamento minaccioso… nei confronti della sicurezza energetica europea", si affermava che era "giunto il momento di ripensare i termini del nostro impegno con la Russia di Putin" e si invitava esplicitamente a schierarsi dalla parte delle "decine di migliaia di democratici russi che stanno ancora combattendo per difendere la libertà e la democrazia nel loro paese". Tra i firmatari della missiva, promossa dai peggiori arnesi dell'anticomunismo mondiale, troviamo anche Massimo D'Alema…
    Ma è alle frontiere della Russia che si è esercitata la maggiore pressione. Negli ultimi anni un'autentica scalata (nell'indifferenza della "società civile" occidentale). Si pensi solo alle cosiddette "rivoluzioni colorate" che hanno sconvolto alcune repubbliche confinanti con la Russia e facenti parte della Confederazione degli Stati Indipendenti (Ucraina, Georgia, Kirghizia), veri e propri "colpi di stato", per installare al potere dirigenti graditi all'amministrazione Usa e disposti ad allineare i propri paesi nei meccanismi delle alleanze occidentali. Ai ripetuti tentativi di rovesciare il governo della "non allineata" Bielorussia, falliti in ragione del plebiscitario consenso popolare di cui gode il suo attuale presidente. Alla accelerata militarizzazione delle repubbliche baltiche, accompagnata dalla discriminazione delle minoranze russe e dalla brutale repressione delle organizzazioni comuniste. Alle pressioni sulla Moldavia, affinché aderisca alla Nato. Al riconoscimento del Kosovo, sottratto alla Serbia legata storicamente alla Russia, con lo smembramento definitivo di ciò che restava della ex Jugoslavia (e con il consenso unanime dei dirigenti Pd e Pdl, gli stessi che oggi si stracciano le vesti "in difesa dell'integrità territoriale della Georgia"). E, infine, alla provocatoria e intollerabile decisione di procedere all'installazione dello "scudo missilistico" ai confini occidentali della Russia, in Polonia e Repubblica Ceca. Senza il consenso delle popolazioni locali, ma con quello di tutti i governi dell'Alleanza Atlantica (compreso quello di centro-sinistra, in carica al momento dello svolgimento dell'ultimo vertice Nato di Bucarest che al progetto ha dato il via definitivo).
    I diversi piani di destabilizzazione della situazione in Russia sono comunque sempre caduti nel vuoto. E oggi, il gruppo dirigente russo e la stessa opposizione parlamentare (in primo luogo, il forte partito comunista), in cui è stata cancellata dal voto popolare la presenza dei settori subalterni all'imperialismo, sembrano sostanzialmente uniti di fronte alle continue ingerenze imperialiste.
    E che il modo come la Russia ha saputo fronteggiare la crisi caucasica abbia rappresentato non un semplice episodio dello scontro tra potenze per i reciproci interessi espansionistici, ma una manifestazione di resistenza vittoriosa da parte di una grande potenza alle pretese egemoniche globali dell'imperialismo Usa, non è certamente sfuggito ai settori più consapevoli del fronte antimperialista mondiale (Cuba e Venezuela, in primo luogo). Francamente stupisce che tale consapevolezza ritardi tanto a farsi strada anche tra la sinistra alternativa del nostro paese.


    30/08/2008
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  2. #2
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    Danko... cosa devo fare per farti capire che ci vuole il link diretto?

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da catartica Visualizza Messaggio
    Danko... cosa devo fare per farti capire che ci vuole il link diretto?
    ...caspita!mi sono di nuovo scordato!comunque mi sono imparato a metterlo in modo che si clicca!!1passo avanti 2 indietro!

  4. #4
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    http://www.liberazione.it/giornale_a...rticolo=396106

    La prossima volta però chiudo il thread.

  5. #5
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    La Georgia e l'Israeli connection
    Impossibile tener fuori gli israeliani da una storia di guerra?

    Manuela Vittorelli11 Agosto 2008
    A sinistra: Davit Kezerashvili, ministro della difesa georgiano
    Già il primo giorno di guerra è uscita su Debkafile, sito israeliano che viene considerato vicino alle alte sfere militari israeliane, e per questo fonte sia di notizie di prima mano sia di propaganda fuorviante, l'informazione che gli israeliani avrebbero un ruolo nel conflitto tra Georgia e Ossezia del Sud. Ricordiamo che anche Gerusalemme ha la necessità di difendere i propri interessi petroliferi nell'oleodotto Baku-Ceyhan, costruito in maniera da non passare in territorio russo (tra l'altro, sempre secondo Debka, Israele avrebbe offerto a Mosca di collaborare in un progetto per portare il gas ai porti israeliani di Ashkelon e di Eilat dalla Turchia, ma i russi avrebbero rifiutato). Questa la notizia di Debka:
    L'anno scorso il presidente georgiano ha assoldato da aziende di sicurezza private israeliane varie centinaia di consulenti militari, circa un migliaio, per addestrare le forze armate georgiane in tattiche di combattimento (commando, aria, mare, mezzi armati e artiglieria). Hanno inoltre offerto al regime centrale istruzioni sull'intelligence militare e la sicurezza. Tbilisi ha acquistato anche armi, intelligence e sistemi elettronici per la pianificazione dei combattimenti da Israele. Questi consulenti sono di sicuro profondamente coinvolti nella preparazione dell'esercito georgiano alla conquista della capitale osseta di questo venerdì.
    Ieri (10 agosto) il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha pubblicato questo articolo, dove esemplifica la questione (di seguito alcuni estratti):
    Il combattimento che è iniziato nel fine settimana tra Russia e Georgia ha portato alla luce il profondo coinvolgimento di Israele nella regione. Questo coinvolgimento include la vendita di armi avanzate alla Georgia e l'addestramento di forze di fanteria dell'esercito georgiano. Il ministro della difesa [israeliano] ha tenuto un incontro speciale questa domenica per discutere delle varie vendite di armi israeliane in Georgia, ma finora non è stato annunciato nessun cambiamento di politica. "La questione è tenuta sotto stretto controllo", hanno detto fonti del Ministero della Difesa. "Non operiamo in nessun modo che possa contrastare gli interessi israeliani. Abbiamo declinato molte richieste che implicavano vendite di armi alla Georgia; e quelle che sono state approvate sono state analizzate scrupolosamente. Finora non abbiamo posto limitazioni alla vendita di misure protettive."
    E fa un rapido riassunto della storia dei rapporti d'affari bellici tra i due paesi:
    Israele ha cominciato a vendere armi alla Georgia circa sette anni fa, in seguito all'iniziativa di alcuni cittadini georgiani che sono immigrati in Israele e si sono messi in affari. "Hanno contattato rappresentanti dell'industria della difesa e venditori d'armi e gli hanno detto che la Georgia aveva un budget relativamente alto e poteva essere interessata ad acquistare armi israeliane", dice una fonte coinvolta nelle esportazioni di armi. La cooperazione militare tra i paesi si è sviluppata prepotentemente.

    Il fatto che il ministro della Difesa georgiano, Davit Kezerashvili, sia un ex cittadino israeliano che parla benissimo l'ebraico ha contribuito a questa cooperazione. "La sua porta era sempre aperta per gli israeliani che venivano a offrire al paese sistemi d'arma costruiti in Israele", dice la fonte. "Rispetto ad altri paesi dell'Europa dell'Est, i contratti con questo paese sono stati conclusi molto rapidamente, principalmente per via del coinvolgimento personale del ministro della difesa". Tra gli israeliani che hanno tratto vantaggi da questa oppurtunità e hanno cominciato a fare affari in Georgia ci sono l'ex ministro Roni Milo e suo fratello Shlomo, l'ex direttore generlae delle industrie militare, il Brigadiere-Generale (in congedo) Gal Hirsch e il Generale-Maggiore (in congedo) Yisrael Ziv. Roni Milo ha condotto affari in Georgia per Elbit Systems e le Indutrie Militari, e col suo aiuto le industrie militari israeliane hanno venduto alla Georgia droni, torrette automatiche per veicoli blindati, sistemi antiaerei, sistemi di comunicazione, munizioni e missili.
    [...] Gli israeliani che operano in Georgia hanno cercato di convincere le Industrie Aerospaziali Israeliane a vendere vari sistemi alle forze aeree georgiane, ma le offerte sono state declinate. La ragione del rifiuto è la relazione "speciale" creatasi tra le Indutrie Aerospaziali e la Russia nel miglioramento dei jet da combattimento prodotti nell'ex Unione Sovietica e la paura che vendere armi alla Georgia avrebbe contrariato i russi e li avrebbe potuti spingere a cancellare l'affare.
    L'articolo si chiude con i complimenti del ministro georgiano per la Reintegrazione, Temur Yakobashvili, all'esercito: "Gli israeliani devono essere fieri dell'addestramento israeliano e dell'educazione data ai soldati georgiani". Inoltre, secondo Ha'aretz, il ministro avrebbe dichiarato che "Non ci sono stati attacchi all'aeroporto di Tbilisi. Era una fabbrica che produce aerei da combattimento".
    Affari, in sostanza, ma sembrerebbe che la Georgia sia decisamente un partner privilegiato nella regione, a quanto ne sappiamo finora. Però, secondo una notizia del 5 agosto tratta dal sito di Yediot Aharonot, che cita la Associated Press:
    Israele ha deciso di bloccare la vendita di equipaggiamento militare alla Georgia a causa delle obiezioni della Russia, che è alle corde col suo piccolo vicino caucasico, hanno dichiarato ufficiali del ministero della Difesa questo martedì. Gli ufficiali hanno detto che il congelamento aveva lo scopo parziale di dare delle chance ad Israele nei suoi tentativi di persuadere la Russia a non vendere armi all'Iran.

    EurAsia

    http://sitoaurora.altervista.org/eurasia/csi13.htm

  6. #6
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    La Georgia e l'Israeli connection

    Impossibile tener fuori gli israeliani da una storia di guerra?

    Manuela Vittorelli11 Agosto 2008
    A sinistra: Davit Kezerashvili, ministro della difesa georgiano
    Già il primo giorno di guerra è uscita su Debkafile, sito israeliano che viene considerato vicino alle alte sfere militari israeliane, e per questo fonte sia di notizie di prima mano sia di propaganda fuorviante, l'informazione che gli israeliani avrebbero un ruolo nel conflitto tra Georgia e Ossezia del Sud. Ricordiamo che anche Gerusalemme ha la necessità di difendere i propri interessi petroliferi nell'oleodotto Baku-Ceyhan, costruito in maniera da non passare in territorio russo (tra l'altro, sempre secondo Debka, Israele avrebbe offerto a Mosca di collaborare in un progetto per portare il gas ai porti israeliani di Ashkelon e di Eilat dalla Turchia, ma i russi avrebbero rifiutato). Questa la notizia di Debka:
    L'anno scorso il presidente georgiano ha assoldato da aziende di sicurezza private israeliane varie centinaia di consulenti militari, circa un migliaio, per addestrare le forze armate georgiane in tattiche di combattimento (commando, aria, mare, mezzi armati e artiglieria). Hanno inoltre offerto al regime centrale istruzioni sull'intelligence militare e la sicurezza. Tbilisi ha acquistato anche armi, intelligence e sistemi elettronici per la pianificazione dei combattimenti da Israele. Questi consulenti sono di sicuro profondamente coinvolti nella preparazione dell'esercito georgiano alla conquista della capitale osseta di questo venerdì.
    Ieri (10 agosto) il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha pubblicato questo articolo, dove esemplifica la questione (di seguito alcuni estratti):
    Il combattimento che è iniziato nel fine settimana tra Russia e Georgia ha portato alla luce il profondo coinvolgimento di Israele nella regione. Questo coinvolgimento include la vendita di armi avanzate alla Georgia e l'addestramento di forze di fanteria dell'esercito georgiano. Il ministro della difesa [israeliano] ha tenuto un incontro speciale questa domenica per discutere delle varie vendite di armi israeliane in Georgia, ma finora non è stato annunciato nessun cambiamento di politica. "La questione è tenuta sotto stretto controllo", hanno detto fonti del Ministero della Difesa. "Non operiamo in nessun modo che possa contrastare gli interessi israeliani. Abbiamo declinato molte richieste che implicavano vendite di armi alla Georgia; e quelle che sono state approvate sono state analizzate scrupolosamente. Finora non abbiamo posto limitazioni alla vendita di misure protettive."
    E fa un rapido riassunto della storia dei rapporti d'affari bellici tra i due paesi:
    Israele ha cominciato a vendere armi alla Georgia circa sette anni fa, in seguito all'iniziativa di alcuni cittadini georgiani che sono immigrati in Israele e si sono messi in affari. "Hanno contattato rappresentanti dell'industria della difesa e venditori d'armi e gli hanno detto che la Georgia aveva un budget relativamente alto e poteva essere interessata ad acquistare armi israeliane", dice una fonte coinvolta nelle esportazioni di armi. La cooperazione militare tra i paesi si è sviluppata prepotentemente.
    Il fatto che il ministro della Difesa georgiano, Davit Kezerashvili, sia un ex cittadino israeliano che parla benissimo l'ebraico ha contribuito a questa cooperazione. "La sua porta era sempre aperta per gli israeliani che venivano a offrire al paese sistemi d'arma costruiti in Israele", dice la fonte. "Rispetto ad altri paesi dell'Europa dell'Est, i contratti con questo paese sono stati conclusi molto rapidamente, principalmente per via del coinvolgimento personale del ministro della difesa". Tra gli israeliani che hanno tratto vantaggi da questa oppurtunità e hanno cominciato a fare affari in Georgia ci sono l'ex ministro Roni Milo e suo fratello Shlomo, l'ex direttore generlae delle industrie militare, il Brigadiere-Generale (in congedo) Gal Hirsch e il Generale-Maggiore (in congedo) Yisrael Ziv. Roni Milo ha condotto affari in Georgia per Elbit Systems e le Indutrie Militari, e col suo aiuto le industrie militari israeliane hanno venduto alla Georgia droni, torrette automatiche per veicoli blindati, sistemi antiaerei, sistemi di comunicazione, munizioni e missili.
    [...] Gli israeliani che operano in Georgia hanno cercato di convincere le Industrie Aerospaziali Israeliane a vendere vari sistemi alle forze aeree georgiane, ma le offerte sono state declinate. La ragione del rifiuto è la relazione "speciale" creatasi tra le Indutrie Aerospaziali e la Russia nel miglioramento dei jet da combattimento prodotti nell'ex Unione Sovietica e la paura che vendere armi alla Georgia avrebbe contrariato i russi e li avrebbe potuti spingere a cancellare l'affare.
    L'articolo si chiude con i complimenti del ministro georgiano per la Reintegrazione, Temur Yakobashvili, all'esercito: "Gli israeliani devono essere fieri dell'addestramento israeliano e dell'educazione data ai soldati georgiani". Inoltre, secondo Ha'aretz, il ministro avrebbe dichiarato che "Non ci sono stati attacchi all'aeroporto di Tbilisi. Era una fabbrica che produce aerei da combattimento".
    Affari, in sostanza, ma sembrerebbe che la Georgia sia decisamente un partner privilegiato nella regione, a quanto ne sappiamo finora. Però, secondo una notizia del 5 agosto tratta dal sito di Yediot Aharonot, che cita la Associated Press:
    Israele ha deciso di bloccare la vendita di equipaggiamento militare alla Georgia a causa delle obiezioni della Russia, che è alle corde col suo piccolo vicino caucasico, hanno dichiarato ufficiali del ministero della Difesa questo martedì. Gli ufficiali hanno detto che il congelamento aveva lo scopo parziale di dare delle chance ad Israele nei suoi tentativi di persuadere la Russia a non vendere armi all'Iran.

    EurAsia

    http://sitoaurora.altervista.org/eurasia/csi13.htm

 

 

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