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    Predefinito la religione ai tempi di romolo

    Nuove scoperte sui culti nati dalla fusione tra latini e sabini

    La religione ai tempi di Romolo

    di ADRIANO LA REGINA

    Le genti del Sannio che più contesero a Roma l’egemonia sull’Italia, in un conflitto durato circa settant’anni tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, secondo la tradizione discendevano dai sabini, i quali avevano contribuito alla costituzione dello Stato romano fin dalle sue origini. Nei territori sannitici, nel cuore dell’Italia appenninica, le indagini archeologiche stanno ampliando la conoscenza dei culti locali, documentandone peraltro il contributo al sistema della religiosità romana. Che questo si fosse formato anche con l’apporto di concezioni divine appartenenti al mondo italico era noto già in antico, ma nuovi documenti ne stanno dando concreta dimostrazione. Un esempio è costituito dalla comparsa, negli scavi del santuario di Pietrabbondante nel Molise, di dediche a Ops Consiva, la dea romana dell’opulenza a cui la tradizione attribuiva origini sabine.
    Reciproche influenze con ambienti di cultura sabellica ebbero inizio dal momento in cui la comunità latina del Palatino si fuse con quella sabina del Quirinale per dare vita, insieme, allo Stato romano. La leggenda attribuiva l’unificazione dei due popoli all’età di Romolo, che avrebbe associato al potere regale Tito Tazio, il re dei Sabini con i quali i Romani avevano istituito legami di sangue mediante il rito antichissimo del matrimonio per ratto. A Tito Tazio veniva fatta risalire, tra l’altro, la prima dedica di un altare ad Ops. La tradizione riconosceva poi in Numa Pompilio, il secondo re di Roma, anch’egli di stirpe sabina, l’artefice di ordinamenti giuridici e religiosi nella primitiva società romana. Non è facile tuttavia distinguere gli aspetti religiosi italici, solo marginalmente noti, da quelli originari romani e da quelli di ancora più antica e comune derivazione.
    L’originaria unità delle genti sabelliche ha trovato più di una conferma nella documentazione archeologica e in particolare in iscrizioni in lingua paleosabellica rinvenute a Penna S. Andrea nell’Abruzzo settentrionale, e in documenti in lingua osca di tre secoli dopo a Pietrabbondante nel Molise. Entrambe i popoli, sabini e sanniti, rappresentavano se stessi con la definizione etnica di “Safinos”. Ciò significa che i romani distinguevano tra sabini e sanniti genti che nella propria lingua recavano lo stesso nome, e avevano coscienza di essere appartenute alla stessa Nazione; nei rapporti con Roma esse avevano poi finito per assumere status diverso gli uni dagli altri, i sabini entrando nella cittadinanza romana fin dalle origini, i sanniti essendo destinati a formare una potenza autonoma.
    Recenti scoperte nei territori di più antico insediamento sabellico recano nuove informazioni sui culti di Ercole a Corfinio, di una triade comprendente forse Giove Quirino a Castel di Ieri, della sabina Feronia a Loreto Aprutino, di Angizia, divinità della magia italica, a Luco dei Marsi. In questa località è possibile riconoscere il santuario che un’iscrizione in lingua venetica definisce “dei Marsi”, ove si praticava il culto di “Sefladukia”, la Sibilla, da identificare forse con la stessa Angizia.
    Aspetti di interesse cultuale cominciano a emergere in maniera più definita anche nelle sedi dei Sanniti corrispondenti più o meno all’odierno Molise. Fino a non molti anni fa il nucleo principale delle informazioni sul pantheon italico era costituito da un testo di carattere sacro inciso su una lastra di bronzo rinvenuta nell’Ottocento in un’area montana compresa tra Agnone e Capracotta, la “Tavola di Agnone”. Nella località del ritrovamento sono state eseguite in anni più recenti indagini che hanno condotto all’identificazione di pertinenze del luogo di culto, detto in osco “Orto di Cerere”, di cui la Tavola elenca una serie di divinità legate al mondo agrario. Il santuario era destinato a raccogliere per conto dello Stato sannitico i proventi dovuti per l’occupazione dell’agro pubblico in concessione a privati. Si riferiva quindi a un ambito territoriale ben definito, svolgendo funzioni religiose e amministrative nei confronti della comunità locale.
    Santuari sorti in rapporto con comunità di villaggio e con funzioni non diverse da quelle svolte nell’Orto di Cerere, dotati di eleganti strutture architettoniche con templi su podio di pietra e sontuosi sacelli, sono stati rinvenuti in molte località: nella vallata del Sangro a Quadri un tempio sotto i resti della chiesa medievale della Madonna dello Spineto; a Schiavi d’Abruzzo due templi dove è documentata la continuità del culto in età medievale; a Vastogirardi nell’alto Molise su un rigoglioso altopiano presso una sorgente un tempio trasformato in chiesa nel medio evo; a San Giovanni in Galdo presso Campobasso un sacello rurale che riproduce in dimensioni minori lo schema del tempio fiancheggiato da portici in un’area quadrangolare.
    Questi luoghi sono di grande interesse per il contributo che recano alla conoscenza dell’architettura sacra, della primitiva religiosità e della continuità dei culti in epoca tardo antica e medievale. Di carattere diverso sono due santuari alle falde del Matese: a Sepino, ove stanno emergendo singolari aspetti architettonici e sorprendenti novità cultuali; a Campochiaro, ove la vicinanza della capitale Bovianum conferì particolare importanza al culto pubblico che riguardava, tra l’altro, un Ercole detto “Aesernio”: la definizione sembra dipendere, come quella della città di Isernia (Aesernia), dal nome osco del Matese, la montagna “sacra”.
    Un ruolo del tutto singolare svolse infine il santuario nazionale sannitico di Pietrabbondante, in posizione centrale rispetto ai luoghi già ricordati e ad elevata altitudine, dove monumentali architetture ellenistiche testimoniano una particolare fioritura edilizia e dove i culti avevano un forte significato ideologico. Vi compaiono infatti Victoria e Ops Consiva, concezioni divine del successo militare e dell’abbondanza. Il nucleo centrale del santuario è formato da un grande tempio a tre celle con un teatro antistante, costruiti secondo schemi che riconducono ad ambienti latini e con caratteri decorativi che riprendono motivi di provenienza campana. In un edificio in corso di scavo è da riconoscere la residenza ufficiale di magistrati e sacerdoti che si recavano sul luogo, la quale trova il suo corrispettivo romano nella “domus publica” e nella “regia” del Foro. Nella “domus” di Pietrabbondante è stata scoperta la dedica a Ops Consiva, la quale aveva parimenti un sacrario a Roma nella “regia”. A differenza dei santuari minori, ove le attività religiose continuarono anche in età imperiale e nel medio evo, a Pietrabbondante il culto pubblico fu soppresso, per la sua valenza politica, con la fine dello Stato sannitico.


    Sabato 30 Agosto 2008
    http://www.ilmessaggero.it/

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    Citazione Originariamente Scritto da SolConservator Visualizza Messaggio
    Nuove scoperte sui culti nati dalla fusione tra latini e sabini

    La religione ai tempi di Romolo

    di ADRIANO LA REGINA

    Le genti del Sannio che più contesero a Roma l’egemonia sull’Italia, in un conflitto durato circa settant’anni tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, secondo la tradizione discendevano dai sabini, i quali avevano contribuito alla costituzione dello Stato romano fin dalle sue origini. Nei territori sannitici, nel cuore dell’Italia appenninica, le indagini archeologiche stanno ampliando la conoscenza dei culti locali, documentandone peraltro il contributo al sistema della religiosità romana. Che questo si fosse formato anche con l’apporto di concezioni divine appartenenti al mondo italico era noto già in antico, ma nuovi documenti ne stanno dando concreta dimostrazione. Un esempio è costituito dalla comparsa, negli scavi del santuario di Pietrabbondante nel Molise, di dediche a Ops Consiva, la dea romana dell’opulenza a cui la tradizione attribuiva origini sabine.
    Reciproche influenze con ambienti di cultura sabellica ebbero inizio dal momento in cui la comunità latina del Palatino si fuse con quella sabina del Quirinale per dare vita, insieme, allo Stato romano. La leggenda attribuiva l’unificazione dei due popoli all’età di Romolo, che avrebbe associato al potere regale Tito Tazio, il re dei Sabini con i quali i Romani avevano istituito legami di sangue mediante il rito antichissimo del matrimonio per ratto. A Tito Tazio veniva fatta risalire, tra l’altro, la prima dedica di un altare ad Ops. La tradizione riconosceva poi in Numa Pompilio, il secondo re di Roma, anch’egli di stirpe sabina, l’artefice di ordinamenti giuridici e religiosi nella primitiva società romana. Non è facile tuttavia distinguere gli aspetti religiosi italici, solo marginalmente noti, da quelli originari romani e da quelli di ancora più antica e comune derivazione.
    L’originaria unità delle genti sabelliche ha trovato più di una conferma nella documentazione archeologica e in particolare in iscrizioni in lingua paleosabellica rinvenute a Penna S. Andrea nell’Abruzzo settentrionale, e in documenti in lingua osca di tre secoli dopo a Pietrabbondante nel Molise. Entrambe i popoli, sabini e sanniti, rappresentavano se stessi con la definizione etnica di “Safinos”. Ciò significa che i romani distinguevano tra sabini e sanniti genti che nella propria lingua recavano lo stesso nome, e avevano coscienza di essere appartenute alla stessa Nazione; nei rapporti con Roma esse avevano poi finito per assumere status diverso gli uni dagli altri, i sabini entrando nella cittadinanza romana fin dalle origini, i sanniti essendo destinati a formare una potenza autonoma.
    Recenti scoperte nei territori di più antico insediamento sabellico recano nuove informazioni sui culti di Ercole a Corfinio, di una triade comprendente forse Giove Quirino a Castel di Ieri, della sabina Feronia a Loreto Aprutino, di Angizia, divinità della magia italica, a Luco dei Marsi. In questa località è possibile riconoscere il santuario che un’iscrizione in lingua venetica definisce “dei Marsi”, ove si praticava il culto di “Sefladukia”, la Sibilla, da identificare forse con la stessa Angizia.
    Aspetti di interesse cultuale cominciano a emergere in maniera più definita anche nelle sedi dei Sanniti corrispondenti più o meno all’odierno Molise. Fino a non molti anni fa il nucleo principale delle informazioni sul pantheon italico era costituito da un testo di carattere sacro inciso su una lastra di bronzo rinvenuta nell’Ottocento in un’area montana compresa tra Agnone e Capracotta, la “Tavola di Agnone”. Nella località del ritrovamento sono state eseguite in anni più recenti indagini che hanno condotto all’identificazione di pertinenze del luogo di culto, detto in osco “Orto di Cerere”, di cui la Tavola elenca una serie di divinità legate al mondo agrario. Il santuario era destinato a raccogliere per conto dello Stato sannitico i proventi dovuti per l’occupazione dell’agro pubblico in concessione a privati. Si riferiva quindi a un ambito territoriale ben definito, svolgendo funzioni religiose e amministrative nei confronti della comunità locale.
    Santuari sorti in rapporto con comunità di villaggio e con funzioni non diverse da quelle svolte nell’Orto di Cerere, dotati di eleganti strutture architettoniche con templi su podio di pietra e sontuosi sacelli, sono stati rinvenuti in molte località: nella vallata del Sangro a Quadri un tempio sotto i resti della chiesa medievale della Madonna dello Spineto; a Schiavi d’Abruzzo due templi dove è documentata la continuità del culto in età medievale; a Vastogirardi nell’alto Molise su un rigoglioso altopiano presso una sorgente un tempio trasformato in chiesa nel medio evo; a San Giovanni in Galdo presso Campobasso un sacello rurale che riproduce in dimensioni minori lo schema del tempio fiancheggiato da portici in un’area quadrangolare.
    Questi luoghi sono di grande interesse per il contributo che recano alla conoscenza dell’architettura sacra, della primitiva religiosità e della continuità dei culti in epoca tardo antica e medievale. Di carattere diverso sono due santuari alle falde del Matese: a Sepino, ove stanno emergendo singolari aspetti architettonici e sorprendenti novità cultuali; a Campochiaro, ove la vicinanza della capitale Bovianum conferì particolare importanza al culto pubblico che riguardava, tra l’altro, un Ercole detto “Aesernio”: la definizione sembra dipendere, come quella della città di Isernia (Aesernia), dal nome osco del Matese, la montagna “sacra”.
    Un ruolo del tutto singolare svolse infine il santuario nazionale sannitico di Pietrabbondante, in posizione centrale rispetto ai luoghi già ricordati e ad elevata altitudine, dove monumentali architetture ellenistiche testimoniano una particolare fioritura edilizia e dove i culti avevano un forte significato ideologico. Vi compaiono infatti Victoria e Ops Consiva, concezioni divine del successo militare e dell’abbondanza. Il nucleo centrale del santuario è formato da un grande tempio a tre celle con un teatro antistante, costruiti secondo schemi che riconducono ad ambienti latini e con caratteri decorativi che riprendono motivi di provenienza campana. In un edificio in corso di scavo è da riconoscere la residenza ufficiale di magistrati e sacerdoti che si recavano sul luogo, la quale trova il suo corrispettivo romano nella “domus publica” e nella “regia” del Foro. Nella “domus” di Pietrabbondante è stata scoperta la dedica a Ops Consiva, la quale aveva parimenti un sacrario a Roma nella “regia”. A differenza dei santuari minori, ove le attività religiose continuarono anche in età imperiale e nel medio evo, a Pietrabbondante il culto pubblico fu soppresso, per la sua valenza politica, con la fine dello Stato sannitico.


    Sabato 30 Agosto 2008
    http://www.ilmessaggero.it/
    Mi pare che l'opera di Dumézil sulla religione romana arcaica abbia già da tempo sgombrato il campo dalla dcotomia latini - italici, in special modo riferita ai Sabini.
    Di fatto il sinecismo romano non è un fatto riguardante la storia della fondazione di Roma, bensì la versione latina di un mito comune a diversi popoli indoeuropei e ciò è dimostrabile dall'enorme quantità di precisi parallelismi che si possono ritrovare tra il mito romano e quello germanico. Per questo motivo, se sitratta realmente della memoria di un fatto storico, esso si deve situare in un'epoca ben più lontana.
    Roma all'inizio subì notevoli influenze da altri centri, ma soprattutto latini (dato che i latini non vivevano esclusivamente a Roma!) e l'influenza "italica" sarebbe in realtà da ridimensionare. La stessa idea di una distinzione tra latini ed italici è figlia principalmente id una visione alquanto antiquata che attribuisce ai popoli "italici" un'origine mediterranea e quindi vede Roma come fusione dell'elemento indoeuropeo (inteso come nordico) con quello mediterraneo; in realtà latini e gran parte dei popoli italici hanno la medesima origine indoeuropea per cui le differenze tra i due gruppi sono in realtà assai minori di quanto supposto precedentemente.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Apostata_tv83 Visualizza Messaggio
    Quali elementi nordici (o indoeuropei) sono riscontrabili nel mondo latino?
    nordico non equivale ad indoeuropeo: i finlandesi che sono nordici non sono indoeuropei e i popoli indoeuropei più antichi di cui si ha notizia storica sono hittiti e indoarii.
    Comunque tutta la "storia" romana dalle origini all'avvento della repubblica è in realtà la riproposizione in forma storica dei miti più antichi della tradizione indoeuropea

 

 

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