"La Città del Sole": proposte Scritto da Sergio Manes, "La Città del Sole" lunedì 01 settembre 2008
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Il 13 agosto scorso le Edizioni "La Città del Sole" hanno subito una gravissima intimidazione con lo scasso e la devastazione del magazzino e con la distruzione o il danneggiamento di centinaia di libri. In risposta a questo atto vandalico abbiamo ricevuto un grandissimo numero di messaggi e attestati di sdegno per il gesto criminale e di solidarietà di militanti, di intellettuali, di organismi culturali e politici, di altre case editrici. Molti di questi messaggi sono venuti anche dall’estero dove le Edizioni "La Città del Sole" sono ugualmente conosciute e apprezzate. Tutti, oltre allo sdegno e alla solidarietà, esprimevano stima e incoraggiamento a continuare il nostro lavoro, valutando l’ignobile atto vandalico come il segno tangibile della preoccupazione che l’impegno della casa editrice e del Centro Culturale "La Città del Sole" hanno suscitato in chi tenta disperatamente di impedire la ripresa del pensiero critico e, con esso, di un vasto e cosciente movimento di massa volto alla profonda e radicale trasformazione di questa società.
Tutti dichiaravano la propria disponibilità alla mobilitazione e al sostegno visibile alla casa editrice; tantissimi hanno offerto o proposto anche una campagna di sostegno economico.
Sono sinceramente colpito dall’ampiezza di questa solidarietà e profondamente grato a tutti coloro che hanno voluto esprimerla.
Se il vile attacco subito mi conferma che questa iniziativa sta dando i suoi frutti e comincia a preoccupare l’avversario, la splendida solidarietà ricevuta in risposta inorgoglisce me i miei collaboratori e ci incoraggia a continuare.
Non sono tanto sciocco e presuntuoso da pensare che quest’atto di violenza sia stato realizzato per colpire esclusivamente noi.
Per quanto possiamo aver lavorato bene non sono certo soltanto le nostre pubblicazioni – in quanto tali – a suscitare la preoccupazione e a scatenare la violenza criminale dell’avversario. Siamo stati attaccati noi sia per il valore simbolico che una casa editrice come questa rappresenta, sia per la nostra vulnerabilità.
Troppo scoperta sarebbe stata la provocazione e ben diversa sarebbe stata la reazione se questa sciagurata e criminale violenza fosse stata rivolta verso altre realtà con più espliciti connotati politici e con un qualche seguito organizzato di massa.
L’azione da noi subita non solo si iscrive perfettamente nella deriva reazionaria in atto in Italia che avanza concertativamente senza contrasto alcuno a livello istituzionale in ogni ambito, ma è in linea con gli atti e le iniziative di intimidazione, di discriminazione e di violenza che il potere va compiendo contro quelli – singoli compagni, cittadini o organismi – che giudica, in questa fase, sia possibile più facilmente e impunemente colpire.
Non a caso quasi nelle stesse ore veniva consumata una ignobile provocazione in Sardegna nei confronti dell’Associazione Italia-Cuba.
Sono convinto, dunque, che si stia cercando di colpire e intimidire non noi soltanto o altre singole realtà come la nostra, ma l’intero movimento di pensiero e di lotta che orgogliosamente e caparbiamente sta ricostruendo la propria identità autonoma di classe e la propria capacità di opporsi validamente, in prospettiva, al potere del capitale.
Il tracollo elettorale del 13-14 aprile ha segnato la sconfitta di una “sinistra” cialtrona e imbelle, manovrabile e accattona, che oggi deve essere riaccreditata come unica “diversità” tollerabile e compatibile nel sistema di potere del capitale.
Debbono, allora, essere scoraggiati, deviati e – se necessario – stroncati i fermenti che quella sconfitta ha fatto nascere e che racchiudono un enorme potenziale di pericolosità per il sistema di potere attuale.
Non è, con tutta probabilità, un caso che sia stata colpita questa casa editrice nel momento in cui aveva ospitato e sostenuto, con convinzione e successo, negli ultimi mesi – insieme con il Centro Culturale che la fiancheggia – incontri di militanti volti a ricostruire un proprio percorso identitario, politico e organizzativo.
Si può esser certi che se le intimidazioni di oggi non dovessero sortire effetto, si passerebbe a misure più drastiche, convincenti e generalizzate: dalla pratica impossibilità di accesso alle assemblee elettive al dichiarare fuori legge il comunismo, il passo non è molto lungo e in qualche paese dell’Europa unita è stato già fatto.
La risposta da dare non può, dunque, essere debole, parcellizzata, isolata, lasciata – pur con un’ampia solidarietà – all’iniziativa e alle potenzialità di chi viene specificamente colpito in questa fase.
Con la coscienza dei limiti comuni e di ciascuno e dell’attuale impari rapporto di forze, possiamo e dobbiamo allargare e organizzare il fronte di lotta, alzare e attrezzare il livello dello scontro, articolare armonicamente e sinergicamente la nostra capacità di iniziativa, coordinare e impegnare congiuntamente, in modo pianificato, le intelligenze, le risorse e le energie di cui disponiamo e che possiamo – in tal modo, insieme – accrescere ulteriormente e finalizzare. Sono fermamente convinto che questa sia una strada obbligata che occorrerà intraprendere, senza tatticismi furbeschi e strumentali, con rigore e flessibilità ad un tempo, con lealtà e slancio rivoluzionario.
Del resto ciascun frammento – organismo o iniziativa –, che oggi compone il pur vasto fronte anticapitalista, è – da solo – non soltanto molto più vulnerabile, ma è certamente meno incisivo ed esposto ad errori ed arretramenti poiché è privo di un contesto di riferimento con cui dialetticamente confrontarsi e da cui trarre maggiori capacità propositive e operative.
È una strada difficile e lunga perché deve segnare una decisa inversione di rotta rispetto alle esperienze e alla cultura del minoritarismo autoreferenziale degli ultimi decenni, e perché deve recuperare la cultura e il metodo dell’agire comune in una visione dello sviluppo dialettico delle contraddizioni.
Nondimeno è l’unica strada percorribile.
C’è oggi una – seppur timida e circospetta – diversa disponibilità dei compagni ad operare insieme e a porsi comuni obbiettivi e, perfino, a concordare alcuni percorsi da condividere. È un segnale positivo che bisogna cogliere, valorizzare, rendere più forte e concreto.
In alcuni ambiti è sicuramente più difficile, ancora molto arduo. Ma in altri può essere più semplice, perfino possibile e inevitabile. A patto di non scambiare tali ambiti con altri, di non appiattire, di non assumere concezioni schematiche e comportamenti utilitaristici e minoritari.
Il lavoro culturale, nel suo complesso, mi sembra essere lo spazio ideale per avviare una seria e concreta sperimentazione, per aprire un percorso comune che ha come posta livelli sempre maggiori di unità. La ricerca e il recupero della propria identità teorica e politica che sia, ad un tempo, assolutamente rigorosa ma capace di interpretare il nostro tempo per cambiarlo alle radici, è compito troppo complesso e impegnativo che non può che essere intrapreso e portato avanti insieme, in uno sforzo condiviso e franco di riflessione, di confronto, di approfondimento.
È impegno assolutamente irrinunciabile che deve necessariamente accompagnare e, possibilmente, guidare il lungo e difficile percorso dell’unità.
Trascurato per decenni, è stato coraggiosamente e faticosamente ripreso da singoli compagni e sparuti gruppi di militanti con risultati anche eccellenti se si considerano i punti di ripartenza, le difficoltà, le diffidenze, i settarismi, l’isolamento in cui queste esperienze sono state il più delle volte realizzate.
Questi risultati possono e debbono essere oggi valorizzati dallo sforzo comune.
Nessuno può candidarsi alla direzione politica di una classe, di un blocco sociale o di un paese se non si è posto e ha avviato a soluzione il problema dell’egemonia in chiave sia di contenuti, sia di strumenti. Abbiamo le intelligenze, le risorse, gli strumenti per cominciare ad affrontare questo compito, per occupare lo spazio desolante lasciato colpevolmente vuoto dal riformismo e dall’opportunismo nuovista, per sfidare l’avversario sul terreno dei valori, delle prospettive, dei contenuti.
Abbiamo bisogno di un progetto di collaborazione strutturato orizzontalmente, a rete, con maglie sufficientemente larghe da consentire il confronto, la ricerca e l’iniziativa comuni ma che non si sovrapponga attualmente all’autonomia di ciascuno.
È possibile realizzare collaborazioni bilaterali e multilaterali capaci di concrete iniziative e attività aperte anche ad altri, strutturare nel tempo un circuito culturale con un programma di attività e di iniziative di respiro nazionale che lasci spazio a percorsi particolari, far convergere su di esso gli sforzi e il contributo di associazioni e circoli culturali, di centri di documentazione e di banche dati, di archivi, cineteche e biblioteche, di librerie militanti e gruppi di sperimentazione teatrale, musicale, etc., ma che includa anche case editrici, riviste, siti web, centri di ricerca e altri strumenti di comunicazione e formazione: uno straordinario patrimonio di risorse che oggi disperde il proprio enorme potenziale nella polverizzazione, spesso nell’isolamento, qualche volta nell’indifferenza.
Non avrebbe alcun senso, in una fase così difficile come questa, prefigurare i punti di arrivo di un tale percorso.
Ma, nel caso fosse intrapreso, occorrerebbe da subito avere ben chiaro che l’esito non potrebbe che essere un circuito e una struttura al più alto livello, un obbiettivo sufficientemente ambizioso, capace di supportare il disegno politico cui è finalizzato.
Progetti e proposte che non abbiano un minimo di concretezza e di praticabilità, non servono a niente, appartengono al mondo dei sogni, sono vaneggiamento idealistico.
E, allora, accetto io per primo questa sfida, sperando che il mio esempio incoraggi altri a fare altrettanto.
È, per un verso, il modo di dare credibilità alla proposta e avviare materialmente il percorso; ma, per altro verso, offre – a me e a tutti – l’opportunità di accelerare i tempi, di misurare la disponibilità di ciascuno, di fare il punto delle forze che è concretamente possibile in questo momento mettere in campo, di avere conferma che il percorso per l’unità può effettivamente avere nel comune lavoro di ricerca e di formazione uno snodo centrale.
Metto così a disposizione le strutture costruite in questi anni di duro lavoro: il Centro Culturale "La Città del Sole", l’Archivio storico del movimento operaio, le stesse Edizioni "La Città del Sole".
Per dare concreta realizzazione a questa proposta sarà necessario scendere in dettaglio in tutte le problematiche – politiche, organizzative, economiche – legate a ciascuna di queste iniziative, e questo dovrà essere fatto nei modi e nelle sedi opportune.
Tuttavia, per rendere comprensibile fin d’ora il senso e i termini della proposta, e per fare che il percorso sia concretamente praticabile, è opportuno offrire alcuni dati conoscitivi essenziali, salvo a fornire e discutere in un secondo momento tutti gli approfondimenti necessari.
Quando, sciolto il PCI, fu formato il Movimento e, poi, il Partito della Rifondazione Comunista, sperando che si potesse ripartire da quelle pur improbabili premesse per ricostruire un partito comunista in Italia, proposi ai suoi dirigenti di dar vita – tra l’altro – ad una attività editoriale quale supporto indispensabile per la costruzione del nuovo partito, con il compito irrinunciabile di recupero della teoria marxista, di ricerca e riflessione, di dibattito e di formazione.
Dopo un primo atteggiamento di totale indifferenza alla proposta, alle mie insistenze fu opposto un esplicito rifiuto.
Fermamente convinto, all’opposto, che per ricostruire un partito comunista fosse assolutamente necessario dar vita ad una seria attività culturale e, tra gli altri, ad un qualificato strumento editoriale, decisi di avviare da solo l’impresa, nella convinzione che, prima o poi, l’importanza decisiva del lavoro in questo settore sarebbe apparsa evidente anche ai più disattenti.
In questi anni ho, quindi, considerato questo impegno un po’ come la mia trincea politica dedicandovi quasi esclusivamente ogni sforzo, ogni energia e risorsa prima e più di altre forme di militanza
Nel corso degli anni, man mano che la casa editrice cresceva, ho più volte riproposto ai dirigenti del PRC – sia a quelli di maggioranza, sia quelli di minoranza – di condividere con me e di continuare insieme l’attività editoriale. Inutilmente: troppo presi dalle loro beghe politiciste e del tutto indifferenti o incapaci di comprendere l’importanza per la costruzione del partito di una ripresa forte del pensiero critico marxista, del tutto autoreferenziali, al punto di non avere alcuna attenzione a qualsiasi strumento necessario per l’orientamento, la ricerca e la formazione, quei dirigenti – divisi su tutto, ma uniti in questa ottusa insensibilità – hanno sempre ignorato inviti, proposte, iniziative.
Intanto, però, le Edizioni crescevano a dispetto di questa indifferenza, sia pure con gli inevitabili limiti dovuti sia alla situazione più generale, sia al fatto di non poter contare su altre energie, se non quelle di singoli compagni che davano sul piano redazionale la propria generosa collaborazione: crescevano perché erano espressione di una esigenza reale, anche se la mancanza dell’intellettuale collettivo in grado di usare e dirigere questo strumento ne limitava le possibilità.
Per questo motivo, appena sono esistite le condizioni minime, al fianco della casa editrice furono costituite strutture che – almeno in parte e passo dopo passo – potessero sviluppare alcune attività di ricerca e di formazione culturale e, dunque, anche orientare l’attività delle edizioni.
Non avendo sostegni politici ed economici di alcun genere, potendo contare soltanto sulle proprie forze, scelsi l’unica strada possibile: “collettivizzai” l’intera mia biblioteca personale (che volli intitolare a Concetto Marchesi) e tutto il mio archivio, l’una e l’altra frutto di oltre quattro decenni di letture e di militanza comuniste.
Nacquero così prima l’Associazione “L’Internazionale” e, in seguito, il Centro Culturale “La Città del Sole” e l’Archivio Storico del Movimento Operaio – federato con il Centro –, con qualche apporto e partecipazione estemporanea e condizionata di alcuni compagni.
In tutti questi anni – grazie ad un impegno tenace e a notevoli sacrifici – sia le Edizioni sia queste strutture sono cresciute e hanno stabilito solidi rapporti con i migliori intellettuali marxisti, con altre strutture culturali, hanno accumulato attività, esperienza, relazioni non soltanto a livello locale, ma anche sul piano nazionale e, perfino, internazionale. Nonostante la persistenza dell’indifferenza – e, qualche volta, del sabotaggio attivo – dei dirigenti del PRC nei confronti anche di queste nuove strutture, i risultati sono oggi evidenti.
Per fare qualche esempio, il Centro Culturale, oltre ad attività seminariali locali, ha organizzato convegni di grande rilievo, come quelli sull’11 settembre o quello sui problemi della transizione al socialismo, da cui è nato l’omonimo Centro Studi che attende ora di strutturarsi formalmente e autonomamente e di operare su un serio programma di ricerca.
Per parte sua l’Archivio Storico del Movimento Operaio ha sviluppato un intenso lavoro di ricerca, di seminari e laboratori da cui è nata una collana di libri delle Edizioni, giunta al dodicesimo titolo, sull’esperienza della lotta antifascista e di storia della classe operaia.
Questo intenso lavoro è culminato in questi giorni in un grande successo sul piano locale: con un protocollo d’intesa il Comune di Napoli ha concesso in comodato al Centro Culturale e all’Archivio Storico una sede nel centro della città di circa 500 metri quadrati.
Le Edizioni “La Città del Sole”, dal canto loro, hanno ormai un catalogo che supera i 500 titoli, articolato su diverse collane (di filosofia, di storia, di politica, etc.).
Tra gli autori ci sono molti tra i più stimati intellettuali marxisti (tra gli italiani, ad esempio: Catone, Losurdo, Pala, Mazzone, Oldrini, etc., oltre a numerosi giovani e valenti compagni).
Ha oggi la distribuzione nazionale in tutte le librerie assicurata dalla PDE, e pubblica stabilmente anche in lingua francese (tra gli autori: Jacques D’Hondt, Nicolae Tertulian, Georges Labica) e, da un anno, anche in lingua spagnola. Il lungo percorso e le giuste relazioni con il meglio dell’intellettualità marxista hanno portato a riprendere la pubblicazione delle Opere Complete di Marx ed Engels (interrotte nel 1990 dagli Editori Riuniti al 32° volume sui 50 previsti: in coincidenza – guarda caso – con la crisi e con lo scioglimento del PCI).
È appena uscito il volume XXII, con testi inediti in italiano sulla guerra franco-prussiana e sulla Comune di Parigi. Il prossimo volume – in due tomi – sarà il “Capitale”, con tutte le varianti apportate da Marx nelle varie edizioni e con un imponente apparato critico realizzato sulla falsariga della nuova edizione tedesca MEGA2.
Il progetto è diretto da un gruppo nutrito di tutti i più importanti studiosi marxisti di diversi atenei italiani.
Questi risultati eccellenti sono i più alti che si potesse raggiungere senza il benché minimo aiuto e su basi rigorosamente monocratiche.
Ma questo è anche il punto più alto possibile di crescita su così esigue basi: oltre sarebbe ora impossibile andare senza un vigoroso e concreto rafforzamento economico, direzionale e funzionale.
Inoltre, il logorio di questi anni di lavoro troppo intenso, l’età e uno stato di salute sempre più precario impongono di pensare ad un affiancamento e ad una successione.
Fortunatamente questa svolta necessaria viene a coincidere con il grande fermento che la sconfitta elettorale di PRC e PdCI ha determinato suscitando nuove speranze e un nuovo impegno di militanza dei comunisti. L’auspicio concreto è che non venga ripetuto – in queste nuove condizioni – l’errore di stupidità e miopia commesso all’inizio e, poi, in tutti questi anni dai dirigenti del PRC e del PdCI.
È allora possibile e necessario che questi strumenti e queste strutture – le Edizioni, il Centro Culturale, l’Archivio Storico e l’Associazione “L’Internazionale” –, sorti per essere poste al servizio del recupero della identità comunista e della costruzione del partito, vengano utilizzate finalmente in forma collettiva e inserite a pieno titolo nel lungo e difficile processo “costituente”, che la loro “appartenenza”, la responsabilità della loro gestione e direzione vengano assunte da un numero più ampio di comunisti, gli stessi che sono impegnati nel processo costituente, che possano renderli pienamente omogenei e funzionali al percorso comune verso il partito.
Il Centro Culturale dispone di una biblioteca – intitolata a Concetto Marchesi, con un patrimonio salito dal fondo inizialmente donato di circa 12.000 volumi agli attuali 15.000 –, ha realizzato seminari, laboratori e convegni di alto livello ed è impegnata attualmente nella realizzazione di strutture culturali al servizio delle comunità di lavoratori immigrati: una biblioteca in lingua, un centro culturale multietnico autogestito, un centro di documentazione e di formazione.
L’Archivio storico del movimento operaio dispone di migliaia di documenti e pubblicazioni relativi allo scontro di classe nell’ultima parte del ’900. Sul piano locale – anche grazie alla nuova sede – sarà possibile non soltanto continuare e ampliare il programma di attività secondo le direttrici già tracciate, ma si potrà fare del Centro un punto di riferimento e di iniziativa aperto e a disposizione di organismi e strutture impegnate nei più diversi ambiti culturali e politici, un laboratorio e un’officina di idee e di attività, lo snodo di una rete sempre più fitta di militanza e di impegno culturale e politico, una base di partenza e un fulcro per sostenere analoghe iniziative decentrate.
A tal fine sarà necessario allargare le strutture dirigenti e articolare gli strumenti operativi.
Lo stesso utilizzo multiforme e permanente della sede avrà bisogno di un comitato di gestione che ne sia pienamente responsabile. Sul piano nazionale il Centro e l’Archivio possono essere i primi elementi costitutivi di una struttura a rete di organismi analoghi, diffusi sul territorio e collegati telepaticamente che, nel tempo, costituiscano lo strumento capillare – ma, ad un tempo, coordinato – di supporto al lavoro culturale di ricerca e di formazione che è indispensabile.
Di questo circuito potranno far parte non soltanto strutture e organismi, ma anche fondi bibliotecari e documentari di singoli compagni ai quali – senza pretendere che se ne spossessino donandoli – è possibile offrire le necessarie garanzie perché aprano questi piccoli patrimoni di conoscenza alla fruizione e alla collocazione in rete telematica.
Da non sottovalutare è la capacità di attrazione di una tale iniziativa verso fondi librari e archivistici – rinvenienti da organismi e, soprattutto, da privati – a rischio di dispersione, distruzione o speculazione.
Non è eccessivamente avveniristico pensare che – in un arco di tempo ragionevole e a determinate condizioni – sarebbe possibile andare alla formazione di una fondazione che gestisca tutto questo patrimonio.
Pensare, intanto, a forme e strutture di coordinamento dell’esistente è senz’altro realistico e possibile. Le Edizioni – riuscendo a superare indifferenza e insensibilità, e nonostante le difficoltà obbiettive e i limiti soggettivi – hanno raggiunto traguardi eccellenti e sono riuscite a conquistarsi sul campo la stima e la fiducia di enti e organismi, di illustri intellettuali e di semplici militanti. Oggi hanno un catalogo di tutto rispetto e le sue pubblicazioni sono in grado di essere presenti in tutte le librerie d’Italia.
Di più non si poteva – e non si può – fare sulla attuale impostazione “monocratica” e sulla base delle esigue risorse economiche, della precaria struttura organizzativa e amministrativa, delle insufficienze funzionali, delle capacità culturali, relazionali e decisionali di un solo compagno, seppure validamente supportato dalla generosa e preziosa collaborazione di alcuni validissimi compagni.
Troppi sono ormai gli impegni e le esigenze – politiche, culturali e “tecniche” – cui la casa editrice deve far fronte per crescere ulteriormente: se vuole adempiere fino in fondo il compito per cui è nata, la casa editrice deve rinnovarsi profondamente aprendosi e acquisendo nuove risorse economiche, nuove energie e intelligenze, nuove capacità politiche, culturali e funzionali.
L’allargamento societario è necessario per tre motivi: in primo luogo per l’ulteriore crescita e per la ristrutturazione necessaria sono indispensabili ulteriori risorse economiche; in secondo luogo sarebbe impensabile che a livello societario non corrispondesse quell’argamento politico e funzionale che bisogna realizzare; in terzo luogo è necessario e giusto che l’allargamento e la partecipazione dei compagni trovi riscontro e garanzia anche nell’assetto giuridico e proprietario della casa editrice.
Su questo piano non può esserci nessuna preclusione pregiudiziale relativa al mantenimento o alla costituzione di “pacchetti di maggioranza”.
È del tutto evidente che se la casa editrice deve essere al servizio del progetto di recupero identitario – teorico, politico e culturale – dei comunisti, la partita fondamentale si gioca sul piano politico, sulla possibilità e la capacità, cioè, dei compagni di porsi univocamente e sinergicamente, senza strumentalismi e pretese egemoniche, sul piano della collaborazione e della risoluzione degli inevitabili problemi che insorgeranno sulla base della lotta ideologica attiva e della battaglia politica piuttosto che su quella dello scontro di maggioranze e minoranze societarie.
Tuttavia, poiché sappiamo che storicamente questi problemi sono concretamente esistiti e poiché non esistono ricette o soluzioni miracolistiche, occorrerà affrontare la contraddizione nella sua concretezza ogni volta che si presenterà.
Al momento ogni pregiudiziale su questo terreno sarebbe paralizzante. Si tratta, allora, di avviare questo percorso senza alcun limite formale e prestabilito.
Se al nuovo assetto societario spetterà la direzione amministrativa ed economica, nonché l’orientamento generale della casa editrice, ad esso dovrà corrispondere – ma non necessariamente in modo pedissequamente speculare – un adeguamento della direzione culturale e politica, sia nelle scelte concrete e operative di fondo, sia nella gestione delle relazioni, della produzione e delle loro ricadute.
La creazione di un “comitato scientifico” e/o di un “comitato di redazione”, l’attribuzione di responsabilità di settore (filosofia, storia, economia, etc.) e/o di collana, la cura dei rapporti con enti e organismi o con le singole realtà territoriali, etc.: sono tutte articolazioni della direzione e della gestione che sono indispensabili alla crescita. Su un piano diverso – ma non di minore importanza – saranno la riorganizzazione e gli adeguamenti funzionali della casa editrice. Non soltanto la gestione economica e amministrativa dovrà essere all’altezza dei nuovi compiti, ma ciascun ambito funzionale avrà bisogno di essere adeguato: la produzione, la promozione, la commercializzazione, etc.
L’allargamento societario e il riassetto direzionale, organizzativo e funzionale richiederanno tempo, verifiche, rettifiche.
Fin dal primo momento, però, dovranno essere chiare le potenzialità e le finalità della casa editrice: essere strumento non soltanto dell’obbiettivo finale della riappropriazione della propria identità teorica, culturale, politica e organizzativa dei comunisti e della loro egemonia, ma – intanto, e proprio in funzione di tali obbiettivi strategici – riuscire ad essere strumento condiviso di iniziative culturali e politiche ancora autonome; mezzo per supportare iniziative politiche di massa (ad esempio, sulla scuola, sulla didattica, sulla educazione permanente, sulla comunicazione, etc.); vettore delle esperienze di lotta delle masse e della riflessione autocritica su di esse; supporto alle attività di ricerca e dibattito o di formazione, ma anche di relazioni culturali e politiche diverse.
Irrinunciabile è, infine, la creazione di una rete capillare per la diffusione militante, non limitata alle pubblicazioni delle sole Edizioni "La Città del Sole", ma di altre case editrici e di riviste. È iniziativa che affonda le radici nella migliore tradizione del movimento operaio e comunista e che – nell’epoca dell “comunicazione globale” – resta e, forse, diventa ancora più importante e indispensabile.
Non soltanto assicura un prezioso ulteriore introito da reinvestire, ma: può essere una importante fonte di autofinanziamento per i diffusori locali (singoli compagni o organismi che siano); porta la pubblicazione a lettori che non hanno dimestichezza o possibilità di frequentare librerie; allarga la circolazione della stampa comunista in un’epoca in cui il bombardamento mediatico condiziona capillarmente convincimenti e comportamenti; consente di stabilire e mantenere rapporti stabili e frequenti e una interlocuzione regolare e qualificata con la parte più vivace e interessata della società.
In prospettiva restano l’ipotesi di un percorso di aggregazione con altre iniziative di settore nella prospettiva della creazione di un nuovo polo editoriale. È obbiettivo di lungo termine, ma che già potrebbe porsi parzialmente nell’avvio di una interlocuzione e in forme diverse di collaborazione con alcune case editrici di area facendo leva, almeno, sulle esigenze concrete (di tipo produttivo, distributivo, etc.) di ciascuna.
In ultimo credo vada presa in considerazione la possibilità di offrire sostegno e collaborazione – in qualche caso anche di integrazione – rispetto ad iniziative, locali e nazionali, di informazione e comunicazione o di elaborazione e produzione di materiali culturali con moderne tecnologie a cui molti compagni dedicano oggi la loro attenzione e le loro capacità.
Su questa proposta – franca, leale e aperta a critiche e modifiche – chiedo a tutti i compagni di esprimersi e di impegnarsi. È mia profonda convinzione che il processo costituente che oggi vede di nuovo in campo la passione di un numero sempre crescente di comunisti abbia ancora tempi lunghi e sia ancora condizionato da troppe persistenze di un passato sconfitto ma che non è ancora sparito.
Inoltre non credo che si possa ragionevolmente pensare ad un vero processo costituente sul piano politico – che non sia operazione organizzativistica, emergenziale e minoritaria di gruppi dirigenti, vecchi o nuovi – senza un analogo e parallelo percorso sul terreno sindacale e, più in generale, delle lotte economiche e popolari, e senza una riappropriazione della propria identità teorica e politica, senza un serio e sistematico lavoro di ricerca, di approfondimento, di dibattito e di formazione dei nuovi gruppi dirigenti – assolutamente nuovi – che dovranno dirigere la lotta e le organizzazioni che saranno la risultante di questo enorme impegno collettivo.
Il lavoro in ambito culturale e la creazione di un circuito stabile e capillare, capace di orientare e rendere concreti questi obbiettivi e di realizzare, ad un tempo, la necessaria egemonia nella società, è indispensabile e irrinunciabile: guai a reiterare l’errore e l’indifferenza dei diversi opportunismi in questi decenni e a riproporre l’illusione di poter rinchiudere il processo costituente in un ambito politicista.
Questa proposta offre un’opportunità concreta per intraprendere in modo corretto e con gli strumenti necessari il percorso costituente.




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