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Discussione: A Choice Not an Echo

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    A Choice Not An Echo


    A difesa del neoconservatorismo americano Michael Novak ha scritto che i neoconservatori “guardano avanti non indietro. Noi contendiamo alla Sinistra la direzione del progresso mondiale.” Di contro, un suo rivale paleoconservatore, Paul Gottfried, ha stigmatizzato che “i neoconservatori proclamano la necessità storica mondiale di trasformare tutte le società in democrazie modellate sull’attuale modello americano: eguaglianza politica e sessuale, capitalismo limitato accompagnato da sindacati ben organizzati e modernizzazione culturale.” La diversità di simili vedute rende evidenti le spaccature anche profonde che si sono aperte nel campo conservatore all’indomani della presidenza Reagan.
    Già a metà degli anni ottanta un gruppo di intellettuali conservatori – tra cui Russell Kirk, Melvin E. Bradford, Clyde N. Wilson e Paul E. Gottfried – faceva un bilancio amaro di quanto si era ottenuto sotto il primo mandato del presidente Repubblicano, sottolineando come tutti i punti principali del conservatorismo, vedi una politica estera isolazionista, uno Stato minimo, l’importanza di comunità radicate e di gerarchie sociali, fossero stati disattesi. Al contrario, come ha fatto più tardi notare W. Wesley McDonald, “gli attivisti conservatori ponevano l’accento sulle opportunità materiali e sul progresso sociale, nonché, in nome della democrazia mondiale, su una politica estera di tipo interventistico”.
    Questi intellettuali critici del mutamento di rotta operato dalla destra Repubblicana sono noti oggi col nome di paleoconservatori, un termine che segna un discrimine fra quei conservatori che rimangono tuttora ancorati al lascito del pensiero di Edmund Burke e quelli che al contrario sono venuti a patti con le idee illuministe di John Locke. Quest’ultimo infatti, che per un altro paleoconservatore quale Peter J. Stanlis non può essere considerato conservatore nemmeno con “la più fervida delle immaginazioni”, è diventato il nume tutelare di un (neo)conservatorismo abbeveratosi talmente alle fonti del liberalismo classico da poter essere ormai tranquillamente scambiato per esso.
    Se un intellettuale come Novak può autodefinirsi un cattolico whig, le posizioni attuali del partito Repubblicano si usa descriverle come liberal-conservatrici, dando ragione così a quanti negli anni cinquanta e sessanta ragionavano nei termini di un’unica tradizione “liberale” nell’ambito del pensiero politico americano. A quel tempo infatti un autore come Louis Harz poteva sottolineare come il liberalismo lockiano per adattarsi ad una società americana in cui era mancata la fase feudale, aveva preso le forme di un irrazionalismo nazionalista ignote alle sue controparti europee. La destra americana del primo Novecento aveva assunto così i contorni, un po’ bizzarri, di un liberalismo “americanista”.
    Un altro brillante politologo progressista, Richard Hofstadter, muovendosi non lontano dallo Harz, aveva disconosciuto l’esistenza stessa di un conservatorismo americano e relegato il nascente movimento di Goldwater alla stregua di una forma paranoide che saltuariamente prendeva corpo nella politica americana. Con questa immagine colorita, lo scienziato voleva rassicurare i liberali e i socialdemocratici europei scottati dal fenomeno “maccartista” al cui anticomunismo Goldwater e i suoi seguaci erano imparentati.
    Nel Vecchio Continente la destra non fascista era rappresentata all’epoca da politici come De Gaulle e Churchill e da intellettuali quali Aron, Berlin, Oakeshott. Questi liberali conservatori erano disillusi dall’idea di poter invertire il corso della storia e probabilmente nemmeno in cuor loro lo desideravano. Si accontentavano, piuttosto di combattere le utopie razionalistiche della sinistra adoperandosi a gestire al loro meglio lo Stato assistenziale prodotto dal New Deal.
    Il movimento di Goldwater col tempo ha dimostrato tuttavia di non essere una semplice patologia della politica, ma di avere al contrario radici nella storia di quel pensiero conservatore occidentale che si rifaceva a Edmund Burke e al diritto naturale. A far prendere coscienza di queste radici ai propri connazionali fu Russell Kirk, il quale nel suo The Conservative Mind, opera divenuta un classico, tracciò una genealogia del pensiero conservatore angloamericano che ispirò l’amore per la letteratura e l’arte ad una cerchia di individualisti e antistatalisti radicali solitamente interessata alle analisi politiche e alle statistiche sociali.
    Gli anni sessanta rappresentarono il momento dell’elaborazione teorica di un movimento culturale e politico che in breve tempo e contrariamente alle previsioni diventò concorrenziale alla controparte liberal. Il Goldwaterismo non poteva allora essere confuso con alcuna forma di liberalismo “conservatore”. In campo internazionale la National Review di William F. Buckley sponsorizzava la linea dura della CIA contro le sorgenti del comunismo internazionale e il leader Repubblicano riuscì a scandalizzare persino le destre europee proponendo di bombardare il Vietnam fino a farlo regredire all’età della pietra. In politica economica Goldwater era un convinto liberista, mentre riguardo quella sociale era contrario ai diritti civili propugnati dalla New Left e contemporaneamente a favore dei diritti degli Stati. Ciò a quell’epoca voleva dire segregazione razziale: ce n’era abbastanza per scandalizzare e infatti scandalo fu.
    Il reverendo Martin Luther King si affrettò a chiamare il senatore dell’Arizona “nazista” e la cantante soul Aretha Franklin arrivò al punto di augurarsi in pubblico la sua morte. Goldwater venne calunniato e dipinto univocamente come un “estremista”, il che gli fece perdere rovinosamente il confronto presidenziale con Lyndon Johnson, ma non per questo impedì il maturare in casa Repubblicana (ma non solo) di una coscienza di stampo populista, critica verso le élites tradizionali della East Coast, rappresentate dalle famiglie Rockefeller e Kennedy.
    Il nascente movimento conservatore si riconosceva allora nelle figure politiche di Thomas Jefferson, agrario e possessore di schiavi (distinto e distante dal philosophe razionalista), e John Calhoun, difensore dei diritti degli Stati nell’America del Sud precedente la Guerra Civile. Il tradizionale moderatismo Repubblicano interpretato dal comandante Eisenhower era estraneo ad esso non meno del liberalismo agguerrito dei Bob Kennedy ed Eugene McCarthy.
    Dopo la sconfitta elettorale del ’64 il testimone del conservatorismo passò nelle mani di Ronald Reagan, il famoso ex attore che in qualità di governatore della California aveva contrastato ferocemente la controcultura giovanile procurandosi al pari di John Wayne la fama di reazionario. Tuttavia nel 1968 il popolo conservatore si trovò a scegliere fra il candidato Repubblicano Nixon, moderato ma non ostile alle politiche conservatrici, e il Democratico indipendente George Wallace. Quest’ultimo, da governatore dell’Alabama era diventato il simbolo dell’America bianca per essersi opposto alle leggi di Stato, che imposero forzatamente l’integrazione razziale nelle scuole del Sud. Wallace divenne la bestia nera del progressismo internazionale, lo stesso che invitava le Pantere Nere armate nei salotti bene, di quella borghesia radical chic sulla quale ironizzò, anni dopo, il romanziere Tom Wolfe. Erano tempi in cui il rock invitava i giovani a lasciare famiglie e culture d’origine e seguire il nuovo verbo multirazziale, sperimentare droghe, darsi all’amore libero, etc.

    La presidenza Nixon venne valutata in termini non soddisfacenti dai conservatori e peggio ancora venne giudicato l’incerto Geral Ford, che oltretutto si era scelto l’odiato Nelson Rockefeller quale vice. Il sindaco di New York rappresentava infatti esattamente ciò che i conservatori più disprezzavano: il ricco liberal cosmopolita della costa orientale.
    Nel 1976 il partito Repubblicano pagò il conto per lo scandalo Watergate e sembrò talmente in crisi che molti pensarono allora ad una sua progressiva scomparsa dalla scena politica. Forse anche per questo motivo negli ambienti conservatori si valutò l’idea di un ticket Reagan-Wallace indipendente, che raccogliesse in tal modo l’intera area della destra. L’ipotesi non andò in porto (e sarebbe stato comunque difficile far convivere il liberismo Reaganiano con lo statalismo di Wallace); per di più, contrariamente alle pessimistiche previsioni, il partito Repubblicano ruscì invece a risollevarsi grazie alla pessima prova fornita dal Democratico Carter alla Presidenza. Tuttavia, per diventare il favourite son Repubblicano, Reagan dovette parzialmente modificare il proprio linguaggio e i propri impegni politici, invitando nella casa conservatrice forze assai diverse da quelle che tradizionalmente la abitavano.
    Il movimento conservatore, che ai tempi di Goldwater era composto essenzialmente da tradizionalisti e libertari del mid-west, con Reagan accentuò invece la sua base “sudista”, attirandosi i favori di un’ampia fetta di elettorato Democratico insofferente alle politiche del proprio partito, favorevole ai diritti civili e multilateralista in politica estera. Questo matrimonio con i Reagan’s Democrats, populisti e religiosi, venne favorito in special modo dall’azione intellettuale dei cosiddetti neoconservatori, i quali inserirono nell’agenda repubblicana issues del tutto nuove che modificarono in buona parte l’essenza stessa del conservatorismo americano.
    Il primo passo fu quello di recuperare la figura di F.D. Roosevelt in ambito Repubblicano. Inchinandosi al padre del New Deal i conservatori dimostravano:
    1) di non essere ostili al New Deal, ma solo alle degenerazioni avute negli anni sessanta;
    2) di abbandonare definitivamente la visione di una politica estera isolazionista, omaggiando il vincitore della Seconda Guerra Mondiale.
    Successivamente, i neoconservatori riuscirono ad imporre lo Stato di Israele quale partner privilegiato della politica internazionale americana, laddove gran parte della base conservatrice era al riguardo indifferente o nettamente contraria.
    Infine, si operò per screditare completamente ogni posizione che potesse essere considerata comunemente razzista, xenofoba e antisemita. I neoconservatori si attirarono così gli strali della destra tradizionalista che vedeva nella matrice ebraica e liberal di buona parte di essi la radice di politiche che snaturavano l’autentica fisionomia del movimento. Dal canto loro, personalità neoconservatrici quali Richard John Neuhaus accusarono i tradizionalisti di essere “in guerra con la modernità.” Di aver portato “nel movimento conservatore una lista di abiezioni già da tempo divorate dalle febbri malariche. […] Tale elenco comprende il nativismo, l’antisemitismo, la xenofobia, l’inclinazione all’autoritarismo politico e tutte le altre malattie del ressentiment che prosperano ai margini della vita americana.” Per Neuhaus il successo del conservatorismo reaganiano era da ascriversi proprio all’accettazione di quel pluralismo democratico tanto inviso alla vecchia destra.
    George Bush, succeduto a Reagan nel 1988, in parte seguì i proponimenti dei neoconservatori, in parte li disattese in ossequio al più classico moderatismo Repubblicano. Il risultato fu che la sua popolarità, mai troppo alta fra i conservatori, cadde definitivamente a picco e a nulla valse la scelta a fine mandato di guidare una coalizione internazionale contro Saddam Hussein. Dopo essere stati dodici anni al potere, complici le lacerazioni in campo conservatore e la scesa in campo di Ross Perot, la Presidenza americana torno nelle mani dei Democratici.
    Questi, durante l’era Repubblicana si erano riorganizzati politicamente ed avevano lavorato nel profondo della società. Attraverso la letteratura, la filosofia e le arti avevano elaborato una visione del futuro americano, mentre i leaders Repubblicani si preoccupavano meramente di gestire lo status quo. Questa visione neoliberal si basava su vari filoni intellettuali, che andavano del pragmatismo riaggiornato da Cornel West, al postmodernismo di Richard Rorty, al comunitarismo di Michael Walzer, per finire col libertarismo iconoclasta di Camille Paglia. Cosicché quando i Democratici ebbero la possibilità di esercitare nuovamente il potere l’America cadde in mano loro come un frutto maturo.
    Bill Clinton, salutato dai media internazionali quale novello Kennedy, impostò la sua agenda di governo in base a quanto richiesto dal popolo liberal e il suo primo biennio rappresentò l’apoteosi del politically correct e la celebrazione del “diverso” in tutte le sue declinazioni possibili: dai gays, alle femministe, alle minoranze etniche. Clinton sembrò elargire ai progressisti americani tutto ciò per cui la New Left si era battuta negli anni sessanta e settanta. I conservatori rimasero spiazzati dalla facilità con la quale i Democratici, dopo tre presidenze Repubblicane, riuscirono a rimodellare l’America a loro immagine e somiglianza.
    Nel Conservative Movement perdurava intanto la guerra intestina tra la fazione più moderata (neocons) e quella più radicale (paleocons) che si rinfacciavano a vicenda le cause degli insuccessi. Nel 1994 però quando gli americani si mostrarono ostili ai progetti di ampliamento del welfare promossi da Hillary Clinton, facendo scendere in picchiata le quotazioni del marito presidente, un politico Repubblicano “futurista” quale Newt Gingrich sembrò poter rimettere in carreggiata l’esercito conservatore guadagnando al partito Repubblicano una storica maggioranza al Congresso, durante le Amministrative. Non contento dei risultati brillantemente ottenuti, l’uomo dell’anno di Time iniziò una logorante campagna anticlintoniana che purtroppo per lui ebbe risultati controproducenti. Clinton rimase scottato dal sexgate ma restò ancora in sella, mentre il povero Gingrich si trovò addirittura defenestrato dalla scena Repubblicana, per mano di quello che era stato il suo principale sostenitore, ovvero Bill Kristol, figlio dell’eminenza grigia neocon Irving Kristol. Complice il buon andamento dell’economia nazionale, Clinton riuscì a sventare il tentativo di impeachment e i Democratici avrebbero potuto tranquillamente conquistare un terzo mandato con il vice Gore, se questi non si fosse lanciato in una campagna elettorale aggressiva e populista che deluse un pubblico sostanzialmente in cerca di continuità.
    Nel 2000 il campo Repubblicano si consumò definitivamente la rottura dell’area paleoconservatrice, rappresentata politicamente da Pat Buchanan, con il conservatorismo ufficiale del partito. George W. Bush, figlio dell’ex Presidente, è riuscito dopo una rocambolesca elezione a riportare i Repubblicani al potere e a conservarlo quindi per otto lunghi anni. Tuttavia, come era già accaduto durante l’era Reaganiana non è stato il conservatorismo a giovarsene. Semplici appelli al perseguimento della morale tradizionale hanno scalfito poco o nulla una società americana che in questi anni di dominio Repubblicano ha potuto accentuare i suoi contorni liberal.
    Screditato in patria come all’estero da rischiose avventure belliche – due guerre in terre lontane si sono rivelate un peso troppo oneroso per un popolo che non ha mai avuto un carattere imperialista – Bush jr. lascia oggi al suo successore un’America più a sinistra di quella che aveva ereditato ed un movimento conservatore in profonda crisi.
    La candidatura Repubblicana di John McCain per le presidenziali del 2008, e ancor più quella di Sarah Pahlin quale sua vice, hanno dimostrato come ormai si navighi a vista con l’unico obiettivo di conquistare il potere e gestirlo giorno per giorno. McCain, lontano dall’essere un conservatore “tradizionale” è infatti un Repubblicano eterodosso che nonostante l’eta – settantasette anni – è riuscito a conquistarsi la nomination proprio in virtù della sua manifesta estraneità tanto all’establishment del partito quanto al conservatorismo propriamente detto. Per un’America che chiede ossessivamente di voltare pagina, McCain rappresenta a suo modo quest’ansia di cambiamento, che va in ogni caso a sinistra rispetto a quelle che sono le esigenze e le aspirazioni storiche del Conservative Movement. La Pahlin invece, che ha un pedigree sicuramente più accettabile per la destra, è stata scelta in base a ragioni di necessità politica, trovandosi a rispondere in quanto giovane e donna all’immagine nuova e accattivante del Democratico Barack Obama. Tuttavia è una scelta rischiosa questa, perché la persona in questione, una quarantaquattrenne attraente e decisa, manca totalmente di esperienza politica, avendo governato unicamente il poco rilevante Stato dell’Alaska. Viceversa, il candidato conservatore doc, il prescelto della National Review, ovvero Mitt Romney, di ben altra statura politica, ferrato in economia e dall’aspetto “presidenziale”, si è vista la strada sbarrata dalla destra religiosa per il solo fatto di appartenere alla Chiesa Mormone che gli evangelici considerano una pericolosa setta.
    Un’altra strada sicuramente più convenzionale, quella che portava a Rudy Giuliani, è stata stroncata sul nascere dalle stesse frange fondamentaliste, che non hanno perdonato al sindaco di New York alcune liceità in tema di aborto e libertà sessuale. Giuliani non è mai stato un vero conservatore, tuttavia come è accaduto per George Bush Sr. sarebbe certamente sceso a patti con l’elettorato di riferimento. Invece i Repubblicani hanno tentato nel 2008 la carta del cambiamento, giocando così la partita con le regole imposte dall’avversario.
    Che vincano o che perdano contro Obama è però sicuro che McCain non rappresenta il futuro né per l’America, né per i Repubblicani stessi, ma solo una transizione. Difficile invece dire se la Pahlin possa farsi carico della battaglia conservatrice del prossimo futuro, anche se probabilmente riuscirà in qualità di madre antiabortista a trattenere quell’elettorato marcatamente religioso che molti davano già in fuga dal partito. Tuttavia è chiaro che l’agenda conservatrice manca oggi di un progetto a lungo termine, di una chiara visione dell’America che non si riduca alle parole d’ordine di libertà d’impresa e di esportazione della democrazia.
    Fa specie infatti che il vecchio McCain per risollevare i non esaltanti sondaggi debba agitare già ora lo spauracchio dell’orso russo regalando così agli americani il non esaltante deja vu della guerra fredda. I conservatori più genuini vorrebbero che McCain si preoccupasse maggiormente dei problemi che affliggono il popolo americano, che sono di natura economica ma soprattutto culturale, visto che la demografia vede oggi ridisegnati i contorni stessi dell’identità americana.
    Non basta dunque limitarsi a ridurre le tasse o tentare di risanare il colossale deficit americano per ridare corpo ad un conservatorismo in crisi. L’America di oggi ha mutato la fisionomia che aveva al tempo di Reagan e, ancor prima, di Goldwater. E’ una nazione che nelle sue élites non si identifica più con il tradizionale modello WASP – bianco, anglosassone, e protestante – che per lungo tempo era stato il cemento capace di integrare fruttuosamente razze e culture diverse. E’ un’America, viceversa, già avviata già verso il bilinguismo per la determinante presenza ispanica in alcuni Stati del Sud-Ovest; un’America che ha voltato le spalle al canone occidentale, ovvero alla tradizione classica greco-romana, disprezzata nelle Università a vantaggio del multiculturalismo politicamente corretto.
    Per arginare questo processo di decadenza che investe tutto l’Occidente e di cui l’America è l’emblema più rappresentativo, bisognerebbe prestare ascolto a quanti, oggi ai margini del conservatorismo mainstream, chiedono di non disconoscere ma di affrontare a viso aperto le guerre culturali del nostro tempo. La sfortunata candidatura di Ron Paul, appoggiato da paleolibertari e paleoconservatori contro l’establishment Repubblicano, si riprometteva di riportare l’America entro i propri confini per combattere con maggiori forze e mezzi l’offensiva progressista. Sulla scia di Pat Buchanan, anche la “revolution” di Ron Paul si riprometteva di riportare il movimento conservatore alla sua eredità storica di Goldwater e Reagan, quando il conservatorismo costituiva davvero un’alternativa sostanziale e non solo formale all’ideologia liberal e radical della controcultura. Il conservatorismo americano ha bisogno di riscoprire le proprie radici, di tornare indietro – “back to basics” – per guardare al futuro con rinnovato slancio e forza d’immaginazione. Soprattutto, per usare un famoso slogan del Draft Goldwater, deve tornare ad incarnare un’alternativa. A Choice Not an Echo.



    Florian

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