Una storia conservatrice del progressismo statunitense
di Marco Respinti


Negli Stati Uniti d'America, conservatorismo e Libertarianism possiedono certamente connotazioni specifiche che fanno di essi dottrine politiche chiare e distinte, certo più di quanto non accada per esempio in Italia, dove i termini sono utilizzati in senso generico e talvolta quindi maggiormente superficiale. Ma è pure vero che, nonostante assiologie definite, è ben difficile definire quale pensatore rientri in senso pieno ed esaustivo nella definizione di conservatore o di libertarian, soprattutto se l’intento è quello ad excludendum in base a un formula teorica, e nonostante una "dottrina dei princìpi" riconosciuta e largamente condivisa nei canoni portanti e nei pilastri irrinunciabili.

Assai più utile dal punto di vista scientifico è allora valutare il conservatorismo e il Libertarianism come movimenti d’insieme. Per il “tassonomo della storia delle idee”, gli Stati Uniti costituiscono un fecondo caso di studio; ma ogni pur accurata classificazione, benché svolta mediante quel microtomo che sa separare senza sbagliare, non può che arenarsi imbarazzata. In quale casella, infatti, inserire pensatori come Hannah Arendt (1906-1975), Leo Strauss (1899-1973) o, più recentemente, Christopher Lasch (1932-1994)? Impossibile e non solo difficile, ammesso che sia utile e lecito farlo. Più semplice, ma soprattutto più accurato, appare quindi ricostruire quella panoramica geografica da cui autori come quelli citati s’innalzano, certo senza vincoli, ma sicuramente poggiando su solide anche se a volte poco visibili basi. Dunque, Christopher Lasch. Impossibile, certamente, iscriverlo d'ufficio e post mortem nei ranghi della Destra culturale statunitense. Fu, infatti, un pensatore di sinistra. Eppure la Sinistra non ha mai mostrato grandi affinità, né molte sensibilità con il suo pensiero. Uomo di sinistra sui generis, allora. Sì, ma con molte somiglianze rispetto ad alcune riflessioni elaborate dalla Destra. Anzi, talora più letto dalla Destra che non dalla Sinistra, almeno da una certa Destra statunitense. O meglio: le sue tesi – alcune sue tesi – trovano più uditori nella Destra (in una certa parte di essa) che non nella Sinistra. Meglio ancora: le sue tesi – alcune sue tesi – coincidono con alcune analisi e con alcune diagnosi della Destra (di una certa parte di essa), poco con quelle della Sinistra.

Ovvero? Ovvero se del tutto inutile, e anzi sciocco, è pretendere di affibbiare a tutti i costi un'etichetta politica al pensiero di Lasch, la constatazione di alcune coincidenze fra il suo pensiero e un determinato patrimonio culturale può invece fornire elementi d'interpretazione non secondari. Per esempio, appunto l'assonanza fra alcune tesi di Lasch e quelle di una certa parte di quel pensiero che negli Stati Uniti configura la tradizione conservatorista. Fra Lasch e la tradizione culturale che negli Stati Uniti prende il nome di "populismo". Chistopher Lasch, cioè, medium fra il populismo e una certa parte del conservatorismo statunitense: ricettori di determinate istanze del populismo, alcuni pensieri di Lasch vengono recepiti in una certa parte del conservatorismo statunitense. Insomma, per parafrasare un'idea formulata dallo storico liberale Clinton Rossiter (1917-1970) a proposito di Thomas Jefferson (1743-1826), presidente Democratico-Repubblicano dal 1800 al 1808, certo non è possibile fare di Lasch un conservatore, eppure... eppure, benché Jefferson sia per certi versi stato il più progressista tra i Padri fondatori degli Stati Uniti, esiste una "Destra jeffersoniana" che per molti aspetti è più autenticamente conservatrice di quanto a prima vista il richiamo al jeffersonismo possa lasciare intendere. E, inoltre, è certamente possibile, benché azzardato, stilare “una storia conservatrice del progressismo statunitense”. Soprattutto e anzitutto, però, è illuminante.

La "Old Right", prima e dopo la Seconda guerra mondiale

Il conservatorismo che si sviluppa dall’inizio del secolo XX alla fine degli anni Quaranta è noto come “Old Right”; identico nome assume però anche il conservatorismo del secondo dopoguerra, tanto che storiograficamente si parla di una “Old Right” prebellica e di una “Old Right” postbellica. La prima è fortemente caratterizzata da venature libertarian e da un marcato isolazionismo, la seconda – da cui peraltro non sono assenti componenti libertarian – è decisamente antisovietica e, in questa chiave, più disponibile a impegnarsi militarmente all'estero per ragioni di difesa nazionale (in primis) e dell'Occidente. Il movimento dei decenni successivi, peraltro, se proprio non ricondurrà ad unum queste anime, certo le affiancherà con successo politico, ma spesso anche con felicità teoretica, laddove, del resto, autori tradizionalisti come Robert A. Nisbet (1913-1996) e Richard M. Weaver (1910-1963), eredi anche di componenti significative del pensiero della “Old Right” prebellica, hanno sviluppato con il Libertarinism piste di dialogo poco noto e poco frequentate anche dagli studiosi. E Frank S. Meyer (1909-1972) ha cercato di articolare il Fusionism, appunto una fusione organica forte fra le due componenti.

La "New Right" fra anni Settanta e anni Ottanta

Negli anni Settanta si sviluppano poi due altre branche del "movimento", in parte parallele, in parte una evoluzione di alcune componenti dell’altra: la "New Right" e il neoconservatorismo. La definizione di "New Right" oscilla fra chiaro intento cronologico quanto alla morfologia del fenomeno e intenzione teoretica quanto ai suoi contenuti politico-culturali. Considerata in senso cronologico, la "New Right" costituisce l’ultima stagione del “movimento”, in una fase storica in cui l’opzione politica diviene sempre più praticabile e auspicata. E’ la "New Right" che nel 1980 porterà alla presidenza Ronald W. Reagan, il Repubblicano che saprà raccogliere (in parte) l'eredità di Robert A. Taft e di Barry M. Goldwater – i pionieri del conservatorismo in politica, in momenti in cui la "discesa in campo" di esponenti del "movimento" era una prospettiva per molti versi solo remota – ma soprattutto portare al successo un "movimento" di opinione che in alcune sue componenti sembrerà poi essere del tutto pago del successo ottenuto. Considerata per i suoi contenuti politico-culturali, invece, la "New Right" è un crogiuolo d'istinti diversi, che solo il tempo ha saputo sviluppare e distinguere, anche con esisti diversi e fra loro contraddittori. Se la "New Right" affermava di essere solo la continuazione della "Old Right" postbellica, ancorché aggiornata ai tempi e ai modi dell’agone politico degli anni Settanta (in particolare della seconda metà degli anni Settanta), di fatto è stata però un fenomeno assai più complesso.

Il neoconservatorismo: da Lev Trotzkij a Ronald W. Reagan

Di per sé, infatti, il neonconservatorismo designa quel fenomeno sociale-sociologico e al contempo movimento politico che, a metà degli anni Settanta, vede convertirsi a destra porzioni significative dell’intellettualità newyorkese marxista – spessissimo trotzkysta – e/o ebraica. A essi si sono poi uniti i cosiddetti Cold War Liberal – i progressisti non comunisti – e quei socialdemocratici non marxisti per i quali l’Unione Sovietica è stata il grande nemico di ogni riformismo. Tutti mondi gradualmente trasformatisi in bedfellow della Destra conservatrice della "Old Right" postbellica e della "New Right". Il neoconservatorismo è quindi divenuto il cantore della superiorità del modello statunitense nel mondo, della globalizzazione economica intesa come veicolo del globalismo politico, della “crociata per la democrazia”, del “capitalismo democratico”.

Infine, l'importante tassello della galassia del Libertarianism. Impostosi come “liberalismo coerente”, costituisce il punto più estremo a cui giunge il "liberalismo classico" anglosassone (non giacobino, non illuminista, non razionalista): tanto estremo da finire per mettere in crisi alcuni dei pilastri teoretici comunemente ritenute fondanti la filosofia genericamente definita "liberale" e da tornare, quindi, dopo lungo errare, alle radici stesse della filosofia politica antistatalista e personalista che lo ispira, talvolta riscoprendosi conservatore e addirittura reazionario. Affondando le proprie radici nel più puro "spirito statunitense", il Libertarianism costituisce per certi versi la nuova frontiera del liberalismo, per altri (la compiutezza di questa dimensione è venuta maturando soprattutto nel corso degli anni Novanta del secolo XX e per molti aspetti è ancora in corso oggi) il recupero di quel "tradizionalismo" che già era patrimonio di ampi settori dell'"Old Right" statunitense.

Descritto a volte come "di destra", altre volte come "di sinistra", in realtà il cosiddetto populismo sfugge a ogni rigida e preconcetta categorizzazione della scienza politica. E questo anzitutto e soprattutto perché – a rigor di termini e sempre nel tentativo di costruire (per quel che vale e fino a dove è possibile) una tassonomia politologica ragionata degli Stati Uniti – il populismo non è in se stesso un movimento di pensiero, ma la descrizione di un modo di concepire e di vivere la politica. Se pertanto può abbastanza correttamente presentare incarnazioni tanto "di destra" quanto "di sinistra", in realtà il populismo sfugge a queste categorie. Usato talvolta come epiteto per denigrare gli avversari e come sinonimo di demagogia, negli Stati Uniti il populismo ha una sua storia precisa. Su questa lunga storia nordamericana s'innestano quindi le vicende di quella componente della "New Right" che darà vita alla cosiddetta "seconda generazione" della "Old Right" postbellica, ovvero il mondo dei "paleoconservatori", dove pure convivono elementi "neoconfederati" e "neonazionalisti". Correttamente, infatti, interrogandosi sulla peculiarità di quel movimento, due protagonisti indiscussi del paleoconservatorismo, Thomas J. Fleming e Paul E. Gottfried, descrivono quel movimento in termini di “ribellione populista”. Gottfried, del resto, definisce i contributi di Fleming, Samuel T. Francis e Clyde N. Wilson a The New Right Papers i più ficcanti, nella misura in cui “cercarono di articolare per la "New Right" un insieme di princìpi politici in grado di combinare assieme la difesa populistico-jacksoniana dell'uomo comune e il rispetto di ordine e tradizione caratteristico della "Old Right"“.

Del resto, “all'inizio del 1984, Richard Viguerie e i suoi amici stavano già discutendo di un partito populista alternativo sia ai Democratici sia ai Repubblicani, un mutamento predetto da Robert Whitaker parecchi anni prima”. I populisti della "New Right" alla Viguerie “erano contro lo statalismo, il sindacalismo esasperato e, fattore altamente significativo, contro il mondo dei grandi affari. Viguerie aveva articolato queste tematiche populiste nel libro The Establishment vs. the People” e presto “i populisti della "New Right" si trovarono nel serio pericolo di vedersi alienare i Repubblicani mainstream e di perdere il supporto degli uomini di affari conservatori” (Gottfried).Viguerie, del resto, “proclamò il suo credo populista sulle pagine di quello che era il bastione del conservatorismo "Old Right"/pro business, ovvero National Review”, con l'articolo A Populist and Proud of It, pubblicato sul numero del 19 ottobre 1984.

Il paleoconservatorismo, del resto, nasce proprio come ripensamento del populismo "sudista" e nazionalista del filone di pensiero jeffersoniano-tradizionalista statunitense, che, nel corso degli anni Novanta, con la rottura definitiva nei confronti del neoconservatorismo, vede protagonisti diversi attori di destra. Ma anche alcuni ambienti della "Nuova Sinistra" statunitense sono giunti a elaborazioni non molto distanti: per esempio il periodico Telos, diretto da Paul Piccone, che in più di una occasione ha fatto da cassa di risonanza ad autori e a idee paleoconservatrici, nonché al pensiero di Christopher Lasch, ma che soprattutto significativamente denuncia l'insufficienza del dualismo "Destra/Sinistra" per descrivere il dibattito politico-culturale degli Stati Uniti odierni, aprendo a tematiche di tono anticentralistico che ricordano appunto il populismo della "New Right".

Secondo Gottfried, si tratta del ritorno del populismo, un pensiero politico dalle sensibilità "sociali", fortemente critico dell'élite dell'Establishment politico-culturale-mediatico, che invoca un ritorno alla sussidiarietà e alla "democrazia dal basso" delle comunità capaci di autogoverno. Benché articolato in forme diverse a seconda dei pensatori che lo animano, questo comune denominatore fa di questo movimento di opinione "neopopulista" un che di distintamente, ma anche di profondamente statunitense, peraltro capace di riformulare il discorso della tradizione in una visione politica di progresso. Gottfried cita Lasch che critica la politica determinata dal materialismo, che alberga in ampi starti sia dell'elettorato sia del pensiero politico statunitense. E nel suo volume dedicato alla storia del conservatorismo statunitense, The Conservative Movement: Revised Edition — un'opera fondamentale per comprendere le critiche al neoconservatorismo e alla Destra economica, e la nascita del paleoconservatorismo di cui peraltro è egli stesso un esponente significativo —, Gottfried definisce i paleoconservatori come coloro che, “da critici dell'epoca attuale senz'alcuna inclinazione liberal da proteggere, applicano alla moderna democrazia pluralistica quell'analisi severa e non compromissoria che solo qualche esponente disorganico della Sinistra, Lasch essendo quello che fra loro ha goduto del successo maggiore, ha saputo proporre”. Per esempio, la crescita dello Stato "terapeutico" a spese delle famiglie.

Senza trascurare il filone agrario che giunge fino allo scrittore e saggista Wendell Berry — che rifugge l'etichetta di "conservatore", ma che oggi probabilmente incarna il vero conservatorismo tradizionalista nordamericano —, il populismo sembra essere il terreno più fertile per il pensiero articolato da Christopher Lasch: un populismo che si confonde con la storia stessa degli Stati Uniti e che, sospettoso dell'élite dei politici e dei chierici traditori, configura (paradossalmente) un'aristocrazia del pensiero e dello spirito che nasce in modo del tutto naturale dal basso e dal popolo, attraverso la figura — coltivata — del gentleman che fa tutt'uno con il minuteman. Un populismo scagliato contro l'Establishment, che descrive un'aristocrazia di origine rurale o figlia di un urbanesimo a misura di uomo, lontana dalla "tirannia delle masse" irretite dal potere dispotico e autorefenziale, e alfiere di quella democrazia dei piccoli spazi inseriti nel grande contesto geoculturale nordamericano (e occidentale) che è eminentemente reazione e conservazione.

Christopher Lasch, allora, trova di fatto più amici nel paleoconservatorismo populista statunitense che non altrove, anche perché il paleoconservatorismo populista statunitense, contando su pochi amici nel mondo, si "rifugia" nel ripensamento della tradizione. Un incontro di fatto, ma a volte anche di principio. Lo stesso a cui ha contribuito, forse involontariamente, ma certo in maniera molto statunitense, proprio Christopher Lasch, uomo di sinistra altrettanto molto statunitense. Sia la Sinistra, sia lui.

12 settembre 2003

http://www.ideazione.com/settimanale...93respinti.htm