«Non ci può essere asimmetria temporale tra aumenti e riduzioni della materia prima e del prezzo finale: qualsiasi giustificazione è un imbroglio». Così il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, nel corso della trasmissione Omnibus su La7, sull'andamento asimmetrico tra costo del petrolio e prezzo della benzina.

Federconsumatori e Adusbef hanno accolto con favore le dichiarazioni di Brunetta e hanno subito chiesto «un immediato intervento da parte del Governo». Secondo i consumatori «bisogna porre fine a questa vergognosa speculazione. Come al solito, a farne le spese, saranno sempre e solo i cittadini, che, per i carburanti, subiranno ricadute di 7euro al mese, pari ad 84 euro all'anno». Attualmente ci sarebbe un «sovrapprezzo» di 7-8 centesimi su ogni litro di carburante, con prezzi intorno a 1,47-1,48 euro al litro. Questi centesimi di euro, «sono fonte di enorme di guadagno per chi opera nella filiera, che incassano, in questo modo, appena 315 milioni di euro al mese, frutto di un volume di vendita dei carburanti che ammonta a 45 miliardi di litri (15 miliardi di benzina e 30 miliardi di gasolio», aggiungono le associazioni.

La soluzione? Secondo i consumatori «è necessario ed urgente intervenire al più presto: controllando e sanzionando i fenomeni di doppia velocità di adeguamento dei prezzi dei carburanti; azzerando il differenziale tra costo industriale dei carburanti nel nostro Paese e quello all'interno della Comunità Europea, che si attesta sempre da 3 a 5 centesimi al litro; operando per una completa liberalizzazione del sistema di distribuzione, anche attraverso una forte presenza di distributori nella grande distribuzione».

Secono l'Aduc, tuttavia, «fare appello a qualche autorità affiché vigili sui prezzi è una presa in giro per i consumatori. Se non si liberalizza il mercato questi problemi saranno ricorrenti». Il prezzo del carburante, ricorda il segretario dell'associazione, Primo Mastrantoni, può diminuire «se si razionalizza la distribuzione finale; ebbene questo può avvenire, come succede all'estero, anche con la liberalizzazione degli impianti. La grande distribuzione potrebbe scontare 8-10 centesimi al litro se avesse la possibilità di collocare le istallazioni all'interno della propria area commerciale ma a questa soluzione si oppongono i piccoli benzinai; le Regioni, inoltre, impongono norme, come, per esempio, l'allineamento degli impianti alla sede stradale, che rendono difficile altre soluzioni». A questo, prosegue Mastrantoni, si aggiunge il fatto che «i fornitori, cioè i petrolieri, agiscono in regime di sostanziale monopolio il che non induce a favorire una diminuzione dei prezzi dei carburanti». Dunque «strillare perché i prezzi sono aumentati serve a poco se chi governa non cambia le regole e libera il Paese dalla morsa delle corporazioni».

Intanto non è solo il petrolio, in discesa sotto i 108 dollari al barile, a perdere quota sui mercati internazionali. Gran parte delle materie prime, indebolite dalle prospettive tutt'altro che entusiasmanti dell'economia mondiale, stanno perdendo terreno rispetto ai massimi toccati all'inizio dell'estate. Alla frenata dell'economia europea si sommano infatti anche i segnali negativi che arrivano dall'Australia, patria di alcuni dei più importanti colossi minerari al mondo, da Newcrest Mining a Bhp Billiton, e dalla Cina, dove la produzione industriale ha chiuso agosto con la seconda contrazione mensile consecutiva.

L'andamento negativo del petrolio è stato così accompagnato dal calo delle quotazioni del gas naturale. Il contratto sul metano è stato quotato a 7,258 dollari, con un ribasso, sottolinea Bloomberg, negli ultimi due giorni dell'8,6%. Le materie prime energetiche hanno del resto perso quota dopo l'indebolimento dell'uragano Gustav, che, annunciato come potenzialmente devastante, ha causato in realtà danni molto inferiori alle aspettative una volta arrivato sulla costa statunitense.

Greggio, gas, oro e argento stanno peraltro risentendo del rafforzamento del dollaro, che sta rapidamente rialzando la testa. L'oro si è portato sotto gli 800 dollari, arrivando a 798,80 dollari l'oncia in Asia, mentre l'argento ha perso il 2,7% a 12,72 dollari.

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