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    Predefinito Cosa resterà di quegli anni ottanta?

    Cosa resterà di quegli anni ottanta?




    Fino a ieri i conservatori hanno guardato agli anni ottanta come ad un’epoca aurea, nella quale le maestose figure di Ronald Reagan e Margaret Thatcher regnavano indisturbate e il comunismo viveva i suoi ultimi squallidi giorni. Per gli economisti liberali quel decennio aveva segnato il ritorno alla libertà e alla meritocrazia dopo quarant’anni passati sotto il tallone dello statalismo e della burocrazia. Fino a ieri essere conservatori in Occidente ha significato rifarsi a quelle politiche e a quei leaders rinomati. Fino a ieri.
    Oggi infatti non è più così, se è vero che tanto il Partito Conservatore britannico quanto il Partito Repubblicano statunitense sono rappresentati da politici che per la prima volta hanno scelto la discontinuità da un passato tanto glorioso.
    Il disincanto popolare verso la globalizzazione, la paura generata dall’immigrazione e l’apprensione crescente verso il liberismo economico dopo anni di facili guadagni e speculazioni “democratiche”, hanno rimesso in discussione un patrimonio di idee che sembrava consolidato e hanno obbligato le élites a ripiegare sui vecchi terreni del nazionalismo e del protezionismo.
    Alla luce di questi sviluppi, fino a pochi anni fa imprevedibili, diventa necessario allora da parte conservatrice adoperarsi a rileggere gli anni ottanta con occhi più attenti, obiettivi e se necessario più severi.

    Si spengono le luci

    Iniziamo dalla fine e cioè da quando i nostri eroi hanno lasciato il proscenio che li ha visti a lungo partecipi. Nel 1988 Ronald Reagan consegnò il testimone repubblicano a George H. Bush lasciandogli uno Stato in grave crisi di bilancio e una società dilaniata dalle guerre culturali. Se non fosse stato per il fascino personale del Presidente uscente e dalle divisioni in campo democratico, Bush sarebbe stato probabilmente sconfitto dal suo oppositore democratico Michael Dukakis. Dopo otto anni Repubblicani l’America sembrava stanca e chiedeva un cambio di marcia.
    L’era reaganiana ha avuto luci e ombre. Durante il suo corso i sentimenti della società americana sono stati molteplici e contraddittori. Se ne può avere un’idea, parziale ma non inesatta, attraverso la produzione letteraria di Jay McInernay, lo scrittore che più di ogni altro ha rappresentato un’epoca che qualcuno ha paragonato agli anni venti, alla favolosa età del jazz immortalatadalla penna di Scott Fitzgerald. Il primo fortunatissimo libro di McInernay uscì nel 1984, sul finire del primo mandato Reagan, e si intitolava “Le mille luci di New York”, in cui si descriveva una città dai colori abbaglianti e si guardava ad un futuro carico di aspettative. Viceversa, con il romanzo che chiude il decennio, titolato significativamente “Si spengono le luci”, la prospettiva è drasticamente cambiata e sopravviene il pessimismo. Gli anni ottanta si chiudevano infatti con un’America in crisi d’identità, che si interrogava sulla futilità e l’inganno del get rich quick, imperativo di una decade contrassegnata dall’edonismo. Quell’edonismo reaganiano di cui si fece ironico cantore in Italia Roberto D’Agostino nella celebre trasmissione televisiva di Renzo Arbore, “Quelli della notte”.
    In realtà Reagan non era affatto un edonista, né si può dire che lo fosse il suo gruppo dirigente e tantomeno il movimento intellettuale – la New Right – che ne aveva accompagnato l’ascesa. Edonista fu sammai in quegli anni quella parte di società americana abituata a stare n copertina e nelle cronache, vale a dire New York, la costa orientale e la California, che tra l’altro senza nemmeno essere politicamente Repubblicana sfruttò a pieno le opportunità della reaganomics offrendo al mondo l’immagine di un’America ricca e gaudente, intenta al lusso, alla depravazione e alla droga.
    George Bush in campagna elettorale promise ai suoi elettori un’America “gentile”, maggiormente ancorata alla tradizione, e provò a carezzarsi la base dei cristiani evangelici che avevano supportato Reagan ma erano rimasti indignati da quel reaganismo libertario, che svincolava l’individuo da ogni regola morale. Nonostante fosse un bramino dell’East Coast, Bush si adoperò molto per trattenere nel partito quella componente sudista che non si era mai trovata pienamente a suo agio tra i Repubblicani, ma che allo stesso tempo era stata espulsa da un partito Democratico diventato sempre più liberal e metropolitano.
    Più del suo predecessore Bush si contornò di musicisti country e di ragazze pon pon, retaggio di una nazione dai valori sani e maschi in luogo dei nuovi stili di vita intenzionati a negarli. Più di Reagan fece uso della potenza militare, vincendo con il generale Schwarzkopf una guerra combattuta sul campo (Kuwait) e non solo a parole. Più di Reagan era addentro da ex uomo della CIA a quel complesso militare-industriale da sempre affine ai Repubblicani. Ma essendo un politico pragmatico e poco avvezzo alle ideologie a Bush fu rimproverato di non avere polso e di non avere una vision. A metterlo al tappeto fu la sua decisione di frenare il debito aumentando l’imposizione fiscale. Ciò gli fu probabilmente fatale, ma rappresentò soltanto la goccia che fece straboccare un vaso che si era riempito negli anni e non per sua esclusiva responsabilità.
    Senza avere il sorriso del Gipper e quell’amabile cordialità che aveva permesso all’anziano ex Presidente di rintuzzare gli attacchi dei suoi nemici più ostili, Bush si trovò ad essere suo malgrado il capro espiatorio di una politica economica, la supply side, che lui stesso non aveva mai pienamente condiviso e che anzi inizialmente aveva persino osteggiato sbeffeggiandola come woodoo economics. Fu così che nel 1992 l’americano medio si sentì impoverito rispetto alll’élite cosmopolita, l’unica ad essersi avvantaggiata dei benefici dal Nuovo Ordine Mondiale. Gli angry white americans voltarono dunque le spalle a Bush il Vecchio, attirati dalle sirene protezionistiche del populista Ross Perot, il cui consistente successo elettorale consegnò la Casa Bianca ad un giovane e scaltro avvocato dell’Arkansas, il Democratico Bill Clinton.

    Tutti contro tutti

    Gli ultimi anni del reaganismo sono ricordati dalla storia come quelli della politica di distensione con il grande nemico sovietico e dei summit con Gorbaciov. Tuttavia furono anche gli anni in cui le contraddizioni interne alla destra conservatrice al potere esplosero in tutta la loro virulenza. Tradizionalisti contro libertari, paleoconservatori contro neoconservatori, straussiani contro straussiani. Tutti contro tutti nell’ambito di “guerre culturali” che segnarano la fine del fusionismo goldwateriano e ridisegnarono completamente la fisionomia del conservatorismo americano.
    La vittoria di Reagan era stata infatti una vittoria della New Right, ovvero di quel movimento intellettuale capitanato da William F. Buckley e dalla sua National Review, che per anni rappresentò il punto d’incontro (la “fusione”, appunto) dei libertari alla Hayek, dei tradizionalisti alla Kirk e degli anticomunisti alla Burnham. Queste tre componenti storiche del conservatorismo USA avevano sofferto l’emarginazione nel partito prima e dopo la sfortunata candidatura di Barry Goldwater nel 1964, avevano fatto dura opposizione contro Nixon e Ford ed erano giunti finalmente al potere, nel partito e negli Stati Uniti, con Reagan nel 1980.
    Le aspettative erano molteplici, dal rigetto in economia dell’eredità del New Deal, al ripristino in società dei valori tradizionali e religiosi, a uno scontro “duro” con l’URSS nelle relazioni internazionali. Fu subito chiaro che il perseguimento di un obiettivo rischiava di compromettere in parte o totalmente gli altri, da qui le frizioni fra le singole fazioni da sempre polemiche le une con le altre. Ma a complicare le cose tra i conservatori fu la constatazione che la compagine governativa non rappresentava che in minima parte le esigenze del movimento fusionista, che si trovò stretto tra i rivali abituali del repubblicanesimo moderato e un nuovo tipo di conservatori, i cosiddetti neoconservatori, che provenivano dalle fila del Partito Democratico. In realtà Reagan si era giovato fortemente per la sua vittoria elettorale di un vasto movimento popolare di destra, ma non propriamente conservatore né tantomeno Repubblicano, i cosiddetti Reagan’s Democrats. Si trattava di quello strato di elettorato Democratico sudista che aveva fortemente appoggiato Franklin D. Roosevelt negli anni successivi alla Grande Depressione e aveva iniziato a sentirsi estraneo al proprio partito in seguito alla mutazione in senso liberal dello stesso. I Democratici furono dilaniati negli anni sessanta da guerre intestine furibonde in materia di diritti civili riguardo il Sud segregazionista. Senatori influenti come Thurmond e poi Wallace incanalarono una ribellione drammatica e violenta che segnò la società americana durante tutta l’epoca del Vietnam. Questo popolo jacksoniano, religioso e militarista ma al tempo stesso anti-libertario, che supportò Reagan vedendo in lui il difensore delle virtù americane tradizionali e un fermo anticomunista, trovò un sostegno intellettuale nel gruppo dei neoconservatori. Costoro riuscirono a conferire dignità culturale ad istanze sociali che in precedenza erano state completamente marginalizzate dall’establishment politico e accademico.
    Tuttavia questa destra religiosa divergeva non solo dai libertari ma anche dagli stessi tradizionalisti in quanto fondava la virtù non sulle consuetudini burkeane ma sull’autorità della Bibbia. Pur divisa al suo interno tra estremisti (fondamentalisti) e moderati (evangelicals), nel suo complesso la destra religiosa era un movimento fondamentalmente democratico che negli anni aveva finito con l’accettare il portato delle battaglie di Martin Luther King e la sua stessa figura di predicatore. Al tempo stesso la teologia dispensazionalista li portava ad essere i maggiori sostenitori in politica estera dello Stato d’Israele.
    Il portato dei Reagan’s Democrats - fedeltà al New Deal, accettazione dell’uguaglianza razziale e sostegno ad Israele – snaturò completamente l’agenda politica del conservatorismo Repubblicano a vantaggio dei neoconservatori e a danno soprattutto dei tradizionalisti. Se i primi infatti erano conservatori di nuovo conio, ostili al radicalismo della New Left ma in nessun modo al pensiero democratico, sulla scia oltretutto delle riflessioni filosofica de Leo Strauss e delle scuole di suoi discepoli, i kirkiani oltre ad essere nostalgici della Vecchia America erano anche, in quanto prevalentemente cattolici, ostili all’accentuato sionismo che sembrava dominare ora il Partito Repubblicano.

    Burkeani versus Tocquevilliani

    Il tema della contesa fra tradizionalisti e neoconservatori e al contempo tra le scuole straussiane verteva sui capisaldi stessi del pensiero conservatore. Il conservatorismo americano nella composizione kirkiana si rifà ampiamente alla tradizione anglosassone nata con Edmund Burke e alla difesa di consuetudini e pregiudizi ritenuti necessari alla conservazione dell’ordine sociale. I neoconservatori invece sono portati a disconoscere la centralità di Burke nella filosofia politica americana sulla scia del pensiero di Strauss. Il pensiero neoconservatore è tutto volto a contrastare i pericoli insiti nel liberalismo, nei confronti del quale il loro rapporto è complesso. Mentre i tradizionalisti manifestano aperta ostilità verso l’illuminismo di Locke non meno che verso quello di Rousseau, ritenendoli entrambi il portato di un pensiero razionalista, antitradizionalista e rivoluzionario, i neocons e gli straussiani, in conseguenza anche della prevalente matrice ebraica, mettono in relazione l’America contemporanea con la Germania di Weimar ed il liberalismo della New Left con quel movimento filosofico antirazionalista sprezzante dei diritti che ebbe il suo massimo interprete in Nietzsche e naturale espressione politica in Hitler. Neocons e straussiani guardano infatti con particolare apprensione all’evoluzione di un nichilismo filosofico che da destra, dopo la guerra, è diventato patrocinio di una sinistra nuova, anti-illuminista in quanto anti-imperialista, che sottolinea il valore del relativismo contro l’etnocentrismo culturale dell’Occidente.
    Strauss, per il quale era stato proprio il relativismo a rendere possibile Hitler, pensava di combatterlo con le armi del razionalismo. Un razionalismo però classico e non moderno, colpevole di portare con sé la deriva nichilista. Strauss condivideva la critica di Platone alla democrazia ed era critico del sistema americano che vedeva inevitabilmente segnato dal “veleno” liberale. Tuttavia – e qui sta la fondamentale importanza della sua riflessione per i neoconservatori – egli vedeva nel founding americano l’impronta non solo dell’elemento moderno, ovvero liberale, ma anche di quello classico e biblico. La natura dell’America e la sua divergenza verso un’Europa definitivamente modernizzata, consisteva proprio in quella coesione di elementi biblici, classici e moderni che venne sottolineata da un liberale conservatore dell’Ottocento quale Alexis de Tocqueville.
    Tocqueville diventa dunque il riferimento principe di questi neoconservatori che contestano la deferenza tradizionalista verso Burke per due distinti motivi: innanzitutto accettare Burke significherebbe accettare la scuola storicista, col rischio di portare acqua al mulino della sinistra, che proprio sulla storicità e dunque sulla relatività dei valori si è basata per i suoi attacchi all’Occidente illuminista; in secondo luogo Burke sarebbe espressione di un pensiero non prettamente americano, ma anglosassone e infatti i tradizionalisti vengono accusati di essere un-american, di essere dei conservatori frustrati che rimpiangono il mancato retaggio in America di Istituzioni britanniche come la Monarchia e la Chiesa d’Inghilterra. Il capitalismo democratico su basi lockiane diventa dunque per i neocons straussiani un regime “basso ma solido”, l’unico in grado di difendere razionalmente il liberalismo moderno dalle sue derive nichiliste.

    Una rivoluzionaria a Downing Street

    Una lunga fila di persone in attesa del sussidio di disoccupazione ed in alto una scritta a caratteri cubitali: “Labour isn’t working”. Questo il manifesto dirompente con il quale Margaret Thatcher si apprestava a sbaragliare gli avversari laburisti aprendo l’Inghilterra ad una nuova, lunga stagione conservatrice. Tuttavia, quello della Signora Thatcher era un conservatorismo assai diverso dalla Middle Way di Sir Harold MacMillan, preoccupato unicamente di gestire al meglio lo stato assistenziale messo in agenda dalla sinistra. Se il pensiero conservatore britannico, rappresentato al suo meglio da Michael Oakeshott, disdegnava tanto l’ideologia socialista quanto quella liberale, preoccupandosi unicamente di accettare il presente come il “migliore dei mondi possibili”, Margaret Thatcher era rimasta molto influenzata dalle teorie della Scuola Austriaca di Economia e in particolar modo da Friedrich von Hayek, secondo il quale il controllo dello Stato sull’economia era una strada sicura verso il totalitarismo. Intenzionata ad invertire la rotta della nazione inglese riportando in auge meritocrazia e self-help, il governo Thatcher iniziò una dura lotta con i bastioni dell’Inghilterra ufficiale che vedevano in malo modo il suo piglio rivoluzionario. Indifferente ai sindacati, alla BBC e persino alla Regina, la Lady di Ferro usò il pugno duro contro chiunque, fuori e dentro il suo partito, le si mettesse di traverso. La strenua resistenza al famoso sciopero dei minatori le procurò l’astio feroce della sinistra, provocando una certa apprensione anche tra l’opinione pubblica indipendente, tuttavia il coinvolgimento britannico nella guerra delle Falklands, conclusasi vittoriosamente per i soldati di Sua Maestà, diede vita ad entusiasmi patriottici che non si vedevano dalla Seconda Guerra Mondiale, che resero Margaret Thatcher il Primo Ministro più amato (e odiato) dai tempi di Winston Churchill. Convinta che il miglior modo di difendersi fosse quello di attaccare, Lady Thatcher operò in pochi anni drastici cambiamenti nella società britannica che poco avevano a che fare con la tipica prudenza tory. In effetti, al di là dei successi ottenuti sul fronte economico, l’atteggiamento di sfida nei confronti dello Stato in quanto tale la portò a misconoscere il ruolo di riverite istituzioni, tra cui il parlamento e la Corona, nelle quali storicamente si identificava il suo partito. Per il classico elettore tory, affezionato innanzitutto ai simboli classici dell’autorità nazionale e desideroso della pace sociale, il continuo muro contro muro unito all’enfasi spasmodica sugli “affari”, tipica dell’età thatcheriana, rappresentarono un duro colpo alla consueta visione del mondo.
    Se in America sotto il Reaganismo si era sviluppato in quegli anni il fenomeno sociale degli yuppies, i “giovani professionisti urbani” ricchi e annoiati interessati soltanto alla dolce vita, in Gran Bretagna invece, in opposizione al thatcherismo, si sviluppò a destra il fenomeno sociale degli young fogeys (lett. “giovani persone all’antica”), ovvero rampolli dell’upper class interessati a lodare il passato, abitare in campagna e criticare l’architettura moderna. Questi nipotini di Lord Salisbury invocavano la Merry England, l’Inghilterra felice di un tempo, che era stata colpita al cuore dall’industria e dal mercantilismo. La rivoluzione della bottegaia venne così salutata felicemente da tutti gli spiriti liberali, ma non entusiasmò i conservatori di vecchio conio, i quali vedevano il loro partito trasformarsi mentre la piccola borghesia si avvantaggiava a detrimento dell’élite tradizionale. Il socialismo era stato colpito al cuore, ma la sua fine portava via con sé anche parte dei privilegi dell’aristocrazia e molte consuetudini sociali che avevano costituito il nerbo del vecchio toryism.
    Per questa ragione, quando la Signora Thatcher fu costretta dai franchi tiratori del suo partito, a lasciare Downing Street dopo ben undici memorabili anni, il suo successore John Major si preoccuperà innanzitutto di acquietare gli animi del proprio elettorato di riferimento proponendo agli inglesi un nostalgico quanto impossibile ritorno alla tradizione. La sua campagna non si occupava più di socialismo, ma era volta a tornare alle cose fondamentali, “back to basics”, e nelle interviste il futuro premier non parlava più di burocrazia e privatizzazioni, ma si limitava a rimpiangere le partite di cricket in campagna e le “ragazze ancora signorine che andavano in bicicletta a fare la comunione”. Non poteva funzionare e difatti non funzionò. Il conservatorismo aveva vinto, divorando però la tradizione. Ora che la missione era di fatto compiuta potevano avvantaggiarsene i Bill Clinton e i Tony Blair, una generazione di laburisti per caso, che si guardò bene dal mutare la rotta economica impressa da Ronald e Maggie. Per una eterogenesi dei fini le politiche liberali dei nuovi conservatori offrirono alla Vecchia Sinistra l’opportunità di rigenerarsi nella Terza Via. Siamo giunti così agli anni Novanta, questa però è un’altra storia.

    Florian


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    Nessuno di voi si azzarda a dare una lettura, libertaria se è il caso, di quella decade e delle sue ripercussioni sull'età presente?

 

 

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