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Discussione: Quel fascista a Torino

  1. #1
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    Predefinito Quel fascista a Torino

    “Quel fascista a Torino
    che sparò per due ore
    e poi scese per strada
    con la camicia candida
    con i modi distinti
    e disse andiamo pure
    asciugando il sudore
    con un foulard di seta”.

    di Franco Fortini, citato nel libro di Giano Accame, "La morte dei fascisti"
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Quel fascista a Torino

    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    “Quel fascista a Torino
    che sparò per due ore
    e poi scese per strada
    con la camicia candida
    con i modi distinti
    e disse andiamo pure
    asciugando il sudore
    con un foulard di seta”.

    di Franco Fortini, citato nel libro di Giano Accame, "La morte dei fascisti"
    Hai letto alle pagine 29-30 il pezzo sul poeta Corrado Govoni: "Aladino. Lamento su mio figlio morto", da sempre sapientemente taciuto?
    Che vergogna eh?

  3. #3
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    Predefinito Rif: Quel fascista a Torino

    Riassumo brevemente perché tutti possano comprendere:
    Da Wikipedia:
    Aladino Govoni (Tamara, 17 novembre 1908 – Roma, 24 marzo 1944) è stato un partigiano italiano.
    Laureato in scienze economiche e commerciali, ricopre il grado di capitano nel primo reggimento granatieri a Roma dopo il ritorno dai Balcani. Trovatosi nella capitale nei giorni intorno all'8 settembre 1943, partecipa ai combattimenti di Cecchignola e Porta San Paolo. Passa alla clandestinità, militando nel gruppo Bandiera Rossa Roma, e diventa subito un efficiente comandante di spedizioni militari contro i nazifascisti. Viene catturato dai tedeschi nel febbraio 1944 e, dopo essere stato torturato a lungo, viene finito alle Fosse Ardeatine. Suo padre, il poeta Corrado Govoni, comporrà il poema La fossa carnaia ardeatina nel novembre 1944.[1]
    Aladino Govoni, Unico Guidoni, Uccio Pisino, Ezio Lombardi e Tigrino Sabatini (quest'ultimo fucilato a Forte Bravetta) vengono arrestati dagli uomini della Gestapo, informati di una riunione in una latteria in via Sant'Andrea delle Fratte. L'informatore era il sottotenente delle SS italiane Mauro De Mauro, infiltrato in qualità di delatore in Bandiera Rossa Roma dai nazifascisti.[2].In quel periodo Mauro De Mauro è vice questore di Pubblica Sicurezza sotto il questore Caruso, informatore del capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Herbert Kappler e fa parte della famigerata Banda Koch.

    Accame ricorda come il poeta Corrado Govoni fece l’errore, dopo essersela presa anche col Duce ed i tedeschi, di accusare anche gli attentatori. Così fece in: “Aladino. Lamento su mio figlio morto”, poema in 104 elegie pubblicato da Mondadori nel ’44 in una collana minore, e mai ripubblicato fino agli anni ’90.

    Il vile che gettò la bomba nera
    Di via Rasella, e fuggi come un lepre,
    sapeva troppo bene quale strage
    tra i detenuti di Regina Coeli
    a via Tasso, il tedesco ordinerebbe:
    di mandante e sicario unica mira.
    Chi fu l’anima nera della bomba?
    Fu Bonomi, o Togliatti? O fu Badoglio?
    Tacciono i vili. In gola han l’osso orrendo
    della Fossa carnaia ardeatina
    per traverso: non va né in su né in giù.
    Chiunque sia il colpevole, in eterno
    Tutto quel sangue il freddo del cuor gli schiacci, accecandolo
    come un’ossessione
    scarlatta di funerei rosolacci.

    Il gruppo politico di Aladino Govoni era contrario agli accordi Badoglio-Togliatti e perciò fu cancellato dalla storia. A sua volta, Corrado Govoni fu praticamente cancellato dalla letteratura della Resistenza.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Quel fascista a Torino

    Citazione Originariamente Scritto da vanni fucci Visualizza Messaggio
    Riassumo brevemente perché tutti possano comprendere:
    Da Wikipedia:
    Aladino Govoni (Tamara, 17 novembre 1908 – Roma, 24 marzo 1944) è stato un partigiano italiano.
    Laureato in scienze economiche e commerciali, ricopre il grado di capitano nel primo reggimento granatieri a Roma dopo il ritorno dai Balcani. Trovatosi nella capitale nei giorni intorno all'8 settembre 1943, partecipa ai combattimenti di Cecchignola e Porta San Paolo. Passa alla clandestinità, militando nel gruppo Bandiera Rossa Roma, e diventa subito un efficiente comandante di spedizioni militari contro i nazifascisti. Viene catturato dai tedeschi nel febbraio 1944 e, dopo essere stato torturato a lungo, viene finito alle Fosse Ardeatine. Suo padre, il poeta Corrado Govoni, comporrà il poema La fossa carnaia ardeatina nel novembre 1944.[1]
    Aladino Govoni, Unico Guidoni, Uccio Pisino, Ezio Lombardi e Tigrino Sabatini (quest'ultimo fucilato a Forte Bravetta) vengono arrestati dagli uomini della Gestapo, informati di una riunione in una latteria in via Sant'Andrea delle Fratte. L'informatore era il sottotenente delle SS italiane Mauro De Mauro, infiltrato in qualità di delatore in Bandiera Rossa Roma dai nazifascisti.[2].In quel periodo Mauro De Mauro è vice questore di Pubblica Sicurezza sotto il questore Caruso, informatore del capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Herbert Kappler e fa parte della famigerata Banda Koch.

    Accame ricorda come il poeta Corrado Govoni fece l’errore, dopo essersela presa anche col Duce ed i tedeschi, di accusare anche gli attentatori. Così fece in: “Aladino. Lamento su mio figlio morto”, poema in 104 elegie pubblicato da Mondadori nel ’44 in una collana minore, e mai ripubblicato fino agli anni ’90.

    Il vile che gettò la bomba nera
    Di via Rasella, e fuggi come un lepre,
    sapeva troppo bene quale strage
    tra i detenuti di Regina Coeli
    a via Tasso, il tedesco ordinerebbe:
    di mandante e sicario unica mira.
    Chi fu l’anima nera della bomba?
    Fu Bonomi, o Togliatti? O fu Badoglio?
    Tacciono i vili. In gola han l’osso orrendo
    della Fossa carnaia ardeatina
    per traverso: non va né in su né in giù.
    Chiunque sia il colpevole, in eterno
    Tutto quel sangue il freddo del cuor gli schiacci, accecandolo
    come un’ossessione
    scarlatta di funerei rosolacci.

    Il gruppo politico di Aladino Govoni era contrario agli accordi Badoglio-Togliatti e perciò fu cancellato dalla storia. A sua volta, Corrado Govoni fu praticamente cancellato dalla letteratura della Resistenza.
    Scusate l'OT. Qualcuno mi potrebbe segnalare una recensione al libro postumo di Accame ?
    Ultima modifica di Nigromontanus; 26-04-10 alle 16:31

  5. #5
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    Predefinito Rif: Quel fascista a Torino

    Citazione Originariamente Scritto da Nigromontanus Visualizza Messaggio
    Scusate l'OT. Qualcuno mi potrebbe segnalare una recensione al libro postumo di Accame ?

    Il fascismo è morto L’epica fascista è viva e sta benissimo - Cultura - ilGiornale.it del 15-04-2010
    Di Marcello Veneziani


    Il fascismo è morto e sepolto, condannato dalla storia e dall’anagrafe, ma lascia a volte saporiti frutti letterari. Ho davanti a me due libri di due autori che sono forse le ultime tracce del miglior neofascismo letterario. Parlo di un vivo e di un morto, e spero che Piero Buscaroli, facile all’ira, non consideri un supplizio etrusco legare lui e il suo libro, Dalla parte dei vinti, a Giano Accame, morto giusto il 15 aprile di un anno fa, e al suo libro postumo, La morte dei fascisti. Sono usciti entrambi in questi giorni: il testo di Accame è edito da Mursia, quello di Buscaroli da Mondadori. Sono due libri pervasi di pathos storico e letterario. Due libri impolitici, percorsi dalla nobiltà della sconfitta. Buscaroli estende il suo sguardo al Novecento e alla saga della sua famiglia. Accame, invece, esula dalla storia per entrare, com’era sua consuetudine, nell’estetica e nell’ideologia del fascismo, nel culto della bella morte, nella letteratura, nel pensiero e nella poesia civile che lo accompagnò.
    Piero Buscaroli è un grande scrittore di musica e di storia, e conosce come pochi la storia della musica e la tragica musicalità della storia. Non solo per dandysmo si definisce «un superstite della repubblica sociale in territorio nemico» ma non aveva l’età per aderire alla Rsi. Oggi ne ha ottanta, ma ne aveva quindici quando cadde il fascismo. Non per civetteria disse a Montanelli che era diventato fascista «non per Mussolini ma nonostante Mussolini». Qui racconta il suo tormentato rapporto con Indro e con Il Giornale, di cui fu firma sotto falso nome. Perché lui, come Prezzolini e Del Noce, fu proscritto, e lo ricorda in queste pagine: ma rispetto agli altri due che fascisti non erano, lui sul Giornale almeno poté scrivere con lo pseudonimo di Piero Santerno. Di Buscaroli sono memorabili i suoi scritti e le sue biografie. Ma memorabile è pure il suo carattere scontroso, i suoi litigi e le sue polemiche, con Montanelli stesso e Giovanni Volpe, Almirante e Dino Grandi, suo cugino Massimo Cacciari e Paolo Mieli. Facile alla querela, si narra che Buscaroli avesse un velivolo che aveva battezzato Querelino, frutto dei proventi delle sue vittorie giudiziarie. Litigò anche con me, per ragioni di cui assoluta è la mia innocenza: ma non riesco a volergli male e tanto meno a parlar male di lui, che considero uno dei rari grandi rimasti. Buscaroli fu scoperto da Longanesi e fu una firma storica del mitico Borghese, soprattutto in politica estera. Diresse anche Il Roma di Lauro; ma dirigere un giornale, a Napoli per giunta, sarà stato per lui e per chi era con lui, un vero supplizio. Come fu terribile la sua campagna elettorale politicamente scorretta alle europee del ’94. Questo suo libro è bello ma diseguale, pieno di guerra, carteggi e autobiografia. Le pagine migliori sono per me quelle dedicate a Longanesi e a Ezra Pound.
    A Pound dedica pagine diverse ma altrettanto belle anche Giano Accame. Quando Francesco Martucci mi ha donato la sua Morte dei fascisti, vi confesso che ho avuto un tuffo al cuore. Per anni Giano, che mi affiancò in tante avventure editoriali, me ne aveva parlato, ma il libro annunciato con l’editore Enzo Cipriano non era mai uscito. Mi ero convinto che fosse un testo implicito, un canto del cigno di quelli che ti accompagnano invisibili per l’ultima stagione della vita, di quelli che si scrivono dentro ma non si tirano mai fuori, perché rispecchiano la propria anima e la propria storia. Quando morì, lo stesso 15 aprile in cui morirono Giovanni Gentile e Giovanni Volpe, mi persuasi che se lo fosse portato nella tomba, quasi a epigrafe del suo cammino. E invece ora il parto postumo. È il libro di un fascista anomalo che dialogava con la sinistra, che sognava un ’68 nazional-rivoluzionario e una nuova repubblica, il socialismo tricolore e le alleanze trasversali. Lui che da fascista si era innamorato di Pacciardi l’antifascista e d’Israele, poi di Craxi e dei ragazzi di Cl, pur restando legato alla destra sociale. Storico dell’economia, amava Pound e le sue teorie sull’usura che gli permisero di conciliare l’economia alla poesia tramite l’epica del fascismo letterario. Aveva due anni più di Buscaroli ma gli bastarono per indossare solo per un giorno la divisa della Rsi. Era orgoglioso di aver partecipato inextremis alla nobiltà della sconfitta, quell’universo dei vinti e delle rovine di cui Buscaroli canta l’elogio. Ricordo Buscaroli come un vulcano in eruzione, emiliano sanguigno, anello di congiunzione tra d’Annunzio e Sgarbi. Giano, invece, da ligure, era parsimonioso anche di parole ed effusioni, scorreva come un fiume sotterraneo, sornione, timido e gentile. Un’aria svagata e un po’ assente, l’inquietudine intellettuale dissimulata nella flemma e un radicalismo foderato nella felpa del moderato. E poi la sua ribellione all’automobile: un giorno gettò la patente nel Tevere e da allora non guidò più. Buscaroli fece di peggio, fu investito dalla sua stessa auto senza freno a mano, e lo trasse in salvo proprio l’editore Volpe, vicino di casa, con cui aveva litigato.
    Accame e Buscaroli scrissero entrambi sul Borghese, fuoruscirono presto dall’Msi, fondarono la rivista il Reazionario che era un pugno nell’occhio già nel titolo, anche se nessuno dei due può considerarsi propriamente un reazionario. Erano due neofascisti, ma intelligenti, colti e impolitici. Come altri neofascisti che rimasero tali a babbo morto: è il caso di Enzo Erra tra i giornalisti-scrittori. O di giornalisti purosangue come Giovannini, Gianna Preda, Pisanò, Bolzoni. Tra i giovani in politica, l’unico che avesse qualcosa del neofascismo colto era Marzio Tremaglia, che fu il miglior assessore regionale alla cultura, come mi disse una volta Veltroni da ministro dei Beni culturali (di Marzio si ricordano domenica prossima a Milano i dieci anni della sua morte precoce). Il neofascismo in politica fu una sterile utopia, nutrita di fedeltà e rancore; ma sublimato in arte e letteratura poteva tradursi nel sogno epico e nostalgico di un romanticismo fascista, come scrisse Paul Serant. Se la qualità e la verità contassero qualcosa, Accame e Buscaroli sarebbero oggi considerati tra i frutti migliori del giornalismo intellettuale espresso nell’Italia repubblicana. Ma si sedettero dalla parte del torto e le loro opere ne scontano ancora le conseguenze.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Quel fascista a Torino

    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    “Quel fascista a Torino
    che sparò per due ore
    e poi scese per strada
    con la camicia candida
    con i modi distinti
    e disse andiamo pure
    asciugando il sudore
    con un foulard di seta”.

    di Franco Fortini, citato nel libro di Giano Accame, "La morte dei fascisti"
    .
    Anche se tutti......IO NO !!

  7. #7
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    Predefinito Rif: Quel fascista a Torino

    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    “Quel fascista a Torino
    che sparò per due ore
    e poi scese per strada
    con la camicia candida
    con i modi distinti
    e disse andiamo pure
    asciugando il sudore
    con un foulard di seta”.

    di Franco Fortini, citato nel libro di Giano Accame, "La morte dei fascisti"
    A esserne degni,sarebbe l'unica cosa sensata da scrivere sulla propria lapide.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Quel fascista a Torino

    Citazione Originariamente Scritto da Legioner Visualizza Messaggio
    A esserne degni,sarebbe l'unica cosa sensata da scrivere sulla propria lapide.
    vero.
    Anche se tutti......IO NO !!

 

 

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