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  1. #1
    Conservatorismo e Libertà
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    Laboratorio Permanente di Cultura Conservatrice

    ***


    Carissimi amici Conservatori,
    ho l'onore ed il grande piacere di aprire il Laboratorio Permanente di Cultura Conservatrice, discussione in rilievo e fiore all'occhiello di questo Forum virtuale. Il Laboratorio non intende avere limiti di tempo o di partecipazione: tutti i lettori e frequentatori dello spazio dedicato al Conservatorismo sono invitati a partecipare, a seconda della propria disponibilità e volontà.

    Che cosa si propone il Laboratorio? Innanzitutto, di compiere una sintesi esauriente sul percorso personale di ciascuno di noi, dopo anni di studi appassionanti sulla cultura conservatrice, attivati ad esempio dall'antico e mai dimenticato Circolo Culturale "Il Conservatore", e in ogni caso da innumerevoli interventi e discussioni incentrate su natura, idee, principi, scopi e pratiche politiche del conservatorismo.

    In secondo luogo, il Laboratorio intende esplorare nuove strade, tramite un confronto aperto e franco fra le varie posizioni che ci contraddistinguono. Il conservatorismo non è un monolite, ma - come abbiamo imparato - un corpo vivo, dinamico, in continua e vivace effervescenza. Tenteremo di sottolineare i valori che ci accomunano, ma senza escludere qualche "puntata" al di là dei confini tradizionali della cultura conservatrice strettamente intesa.

    Non sarà facile mantenere aggiornato questo Laboratorio, purtroppo gli impegni della vita reale ci impediscono un contributo costante ed un confronto di lungo periodo. Molti amici, ahimè, non vengono più a trovarci, altri si sono persi lungo i travagliati passaggi di Politica OnLine. Ma vi prometto l'impegno e l'attenzione necessari per il successo di questo piccolo Laboratorio, che non ha grandi pretese, ma la modesta ambizione di arricchire ancora di più uno spazio dedicato al Conservatorismo, cultura oggi minoritaria in Italia ma non ininfluente, nè tantomeno assente.

    Forse il primo e più importante assunto del Laboratorio è proprio questo: i conservatori siamo noi, facciamoci sentire! Solo così potremo ben dire di aver combattuto la giusta battaglia, anche se solo a livello "virtuale". E dunque, cominciamo. Tutti voi, amici conservatori, siete invitati a postare articoli, riflessioni personali, programmi, principi, idee, e a dibattere su di essi.

    Grazie e buon lavoro!
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 23-01-10 alle 21:13

  2. #2
    Conservatorismo e Libertà
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    Il Conservatorismo come Via di Mezzo?

    Il titolo provocatorio di questa piccola discussione non vi deve ingannare. Non v'è la minima intenzione di avvicinare il conservatorismo all'insegnamento bhuddista - molto prodigo di massime sulla cosiddetta "via di mezzo" che serve per l' Illuminazione - nè tantomeno di ridurre la cultura conservatrice ad una palude moderata, grigia ed inoffensiva, priva di nerbo e di vitalità.

    La domanda retorica in realtà mi serve per introdurre una riflessione sul percorso fatto lungo tutti questi anni di studi e di interessamento sui protagonisti e le idee del conservatorismo. Un luogo comune, piuttosto radicato nel dibattito politico italiano, ci descrive come nostaligi passatisti, estremisti e beceramente reazionari, e nella migliore delle ipotesi come sparuti reduci di battaglie perdute e dimenticate. Saremmo, insomma, dei romantici sognatori, forse un pò fanatici quando si parla di Ronald Reagan o di Margaret Thatcher , ma tutto sommato ininfluenti.

    Condannati ed apostrofati in malo modo dalla destra, bistrattati dalla sinistra, i conservatori vengono descritti come dei "paria" della politica, dei senza-patria: in Italia non esiste alcun Partito Conservatore!
    "Conservatorismo" diventa sinonimo di pura conservazione dell'esistente, di rigidità, inamovibilità, in totale constrasto alle riforme necessarie per lo sviluppo ed il miglioramento della società. Ma siamo davvero coperti dalle ragnatele, così attaccati al passato da non accorgerci che il futuro è già qui?

    In realtà, preservare significa per noi salvaguardare e soprattutto valorizzare ciò che di buono può offrire la tradizione tramandata di padre in figlio, di generazione in generazione, ciò che insomma forma la nostra identità come individui e come popolo, senza escludere le innovazioni necessarie per la tutela positiva dell'esistente. Ma su questo ritorneremo a tempo debito.

    Interessa piuttosto osservare che i conservatori del XXI secolo sono sì controrivoluzionari, ponendosi di traverso di fronte ad ogni tentativo sovversivo e corruttore dei valori e dei principi costitutivi della società (termini generici che meritano sicuro approfondimento), ma non più reazionari nel senso genuino, senza compromessi del termine. Il conservatorismo non è segnato dall'estremismo e dal puro e semplice ritorno al passato, bensì dal pragmatico realismo che tende all'esercizio dell'azione di governo - all'opposto di chi vuole isolarsi nel settarismo della minoranza senza speranza.

    Che cos'è dunque la "via di mezzo"? E' trovare un ideale di equilibrio ed armonia che rifugge per definizione dal caos e dal disordine, foraggiati spesso da una azione radicale reazionaria che scatena a sua volta, in una sorta di circolo vizioso, una risposta rivoluzionaria vincente. Si badi bene: l'armonia non rinuncia al bene. In nome della lotta contro il male, contro il progresso deteriore foriero di caos, è possibile, anzi doveroso agire energicamente, con coerenza e convinzione. Ma guai se il conservatore favorisce la totale rottura dell'equilibrio! Gli afflati ideali possono essere elevati e sinceri, ma un conservatore deve sempre fare i conti con la realtà.
    La via di mezzo è la via della virtù, che cerca il bene e fa a meno della rozza stoltezza.

    Certo, non è facile trovare questa via, ed esercitare il potere di governo in modo virtuoso. Tuttavia, con ogni evidenza la "ricetta conservatrice" appare la più saggia, perchè conserva e valorizza ciò che esiste di buono, combatte ed elimina ciò che non va, e si contrappone - applicando una forza in senso contrario, ma senza strappi - a ciò che avanza senza tener conto degli eventuali effetti negativi. Non è meraviglioso questo sistema?

    In conclusione: il conservatore rifugge dalla rivoluzione ma anche dalla reazione esasperata e priva di senso della realtà, tenendo sempre presente che esistono valori non negoziabili, validi al di là dello scorrere delle mode del momento. Ciò però non va a detrimento dell'innovazione - introdotta con oculatezza e parsimonia - a testimonianza di una politica pragmatica e attenta alla realtà. La via di mezzo non impone la rinuncia ai propri valori, ma suggerisce moderazione nei toni e nei comportamenti, disponibilità al dialogo, apertura al cambiamento ove ce ne sia bisogno.

  3. #3
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    Il Conservatorismo ed il Cristianesimo: un rapporto virtuoso od un abbraccio mortale?

    Un rischio spesso sottovalutato dai Conservatori che professano la fede in Cristo è la riduzione delle proprie idee e della pratica politica al magistero ecclesiastico. In realtà, a scanso di equivoci, vorrei subito rispondere alla domanda posta nel titolo di questa piccola riflessione: il cristianesimo non può certo costituire, di per sè, una minaccia nei confronti dell'identità conservatrice, semmai un pilastro ed un arricchimento complessivo.

    In quanto conservatori, non possiamo ignorare che la nostra civiltà si fonda sì sulla tradizione ellenica e romana, ma sopra ogni altra cosa su quella - bimillenaria! - cristiana. Quella che noi oggi definiamo Europa un tempo era la Cristianità, unita, almeno idealmente, da un'unica fede ed un unico Imperatore, tale per diritto divino. Oggi siamo ben consci che il cristianesimo è diviso al suo interno in mille rivoli spesso conflittuali, e che gli effetti deleteri e nichilisti della Rivoluzione hanno sradicato - irrimediabilmente? - il rispetto dovuto all'insegnamento evangelico preso nella sua totalità e la pratica religiosa.

    La secolarizzazione della società occidentale, alimentata dal consumismo, dalle mode volitive ed edonistiche, dalla ricerca del piacere esclusivamente individuale, rischia di far crollare le fondamenta cristiane, e di gettare nell'ombra dell'oblio i precetti che un tempo stavano a base della vita di ciascuno. Di fronte a questi tristi processi, difficili da frenare - le Chiese si svuotano, il Santo Padre è irriso e sbeffeggiato, i sacerdoti accusati delle peggiori nefandezze, il Vangelo ignorato o distorto - cosa può fare un conservatore? Al di là delle proprie convinzioni personali di fede, può permettersi di ignorare l'eredità del cristianesimo? Può soprassedere agli attacchi relativisti che pongono sullo stesso piano valori religiosi e sterile propaganda atea, laicista ed anticristiana?

    Certamente no. Il conservatore deve evitare di divenire più "papista" del Papa, e chiudersi nell'angolo della minoranza ininfluente e settaria, che fa del rifiuto totale della modernità una parola d'ordine da seguire con assoluta intransigenza, ma non può neppure scivolare nel disconoscimento del valore della Fede e dell'eredità cristiana lasciataci dai padri. Egli resiste alla tentazione, pur comprensibile, di ridurre i propri principi ad uno sterile elenco di precetti ecclesiastici - l'uomo politico, ed il conservatorismo fa parte dell'universo della politica, si occupa della realtà e si confronta con la società presa nella sua interezza - ma, anche se ateo o di altra fede in privato, riconosce e apprezza il cristianesimo come aspetto fondamentale ed imprescindibile della civiltà occidentale.

    L'Occidente si riconosce nella comune identità cristiana, di cui non può fare a meno, a pena di una progressiva perdita di coscienza e disintegrazione. Il conservatore, che tiene in buon conto l'identità e la tradizione, salvaguardandole dai processi corruttivi della modernità (senza escludere di dialogare con essa!), considera il cristianesimo come un pilastro imperituro, una stella polare, e di conseguenza i suoi valori - anche dal punto di vista dell'effettiva applicazione legislativa dei singoli Stati - come un punto di riferimento da cui non ci si può dissociare, ma al massimo adattare alla complessità sociale.

    In conclusione: per un conservatore viene prima la Fede o la dottrina politica conservatrice? Esse vengono contemporaneamente, una affiancata all'altra, in rapporto simbiotico e virtuoso. Non si annullano a vicenda, ma si compenetrano formando una sintesi meravigliosa.

  4. #4
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    Predefinito Rif: * Laboratorio Permanente di Cultura Conservatrice *

    Conservatori senza partito


    E' mia convinzione che la ragione primaria per cui in Italia il pensiero e la politica conservatrici siano così poco rappresentati risieda nella cronica mancanza di un partito consapevolmente conservatore. Questo non significa che il popolo italiano sia indifferente ai principi conservatori, tutt'altro. Purtroppo però è invalso nel nostro lessico politico - come rilevava opportunatamente Falcoconservatore nell'introduzione a questa discussione - un uso antiquato se non addirittura distorto del termine "conservatore", riservato come sorta di insulto a chi non vuol mai cambiare, a chi fa resistenza all'innovazione in quanto tale. Oppure a chi intenda difendere rendite e privilegi. Tradotto in breve: una persona antiquata oppure un poco di buono. Non c'è da meravigliarsi, dunque, se, stando così le cose, i conservatori italiani non hanno mai potuto contare su di un partito che consapevolmente ne accogliesse le istanze, tanto meno su di una buona stampa amica, dovendosi accontentare talvolta persino di quella teoricamente “nemica”.

    E’ il caso dell’editore progressista Laterza che prima di aver dato alle stampe un pregevole volumetto sulla destra americana (1), aveva già mandato alle stampe, nel lontano 1989, l’importante studio di Karl Mannheim sul pensiero conservatore. Nella circostanza l'autore della prefazione, Giuseppe Bedeschi, ne sottolineava l'obiettività di giudizio "al di là della demonizzazione che ne è stata fatta in quasi due secoli di storia occidentale: una demonizzazione che ha raggiunto il suo culmine negli ultimi decenni (in cui l'aggettivo 'conservatore', contrapposto all'aggettivo 'progressista', è divenuto poco meno di un insulto), e che, come tutte le demonizzazioni, non serve a nulla per discernere, per intendere, e insomma per capire". (2)

    E dire che le parole assennate del Bedeschi giungevano forse nel momento di massimo fulgore del conservatorismo internazionale. In America gli otto anni di reaganismo era stati consolidati dalla successiva Presidenza Bush; in Inghilterra era ancora al potere Margaret Thatcher; in Germania regnava incontrastato Helmut Kohl. Tutto questo mentre il comunismo sovietico si apprestava ad esalare l'ultimo respiro. Quale momento migliore per parlar bene del conservatorismo, visto che i maggiori leaders internazionali, le soluzioni politiche all’avanguardia, erano appunto ‘conservatori’?

    In realtà bisogna dire che gli anni ottanta furono il decennio d'oro per il conservatorismo, ma solo giudicandoli a posteriori. Se ritorniamo con la mente al dibattito dell’epoca, per quel che riguardò l’Italia almeno, dobbiamo riconoscere che il conservatorismo, per quanto politicamente vincente, usciva con le ossa rotte dall'ambito della comunicazione politica.

    Se oggi il ‘cowboy’ (Reagan) e la ‘bottegaia’ (Thatcher) godono complessivamente di buona stampa e non di rado vengono omaggiati anche dalla parte politica avversaria, tuttavia vent'anni fa il giudizio nei loro confronti era decisamente critico se non sprezzante. Salvo infatti pochi irriducibili (pressocchè rintanati nel Giornale di Montanelli) l’avvento al potere di questi conservatori fu considerato 'reazionario', ovvero contrario al corso naturale della Storia, intesa nel senso marxista. Che preferiva loro, decisamente, i vari Mitterand e Gorbaciov.

    Non c'è dunque da stupirsi se quel libro di Mannheim, che tra l'altro si basava fondamentalmente sul conservatorismo tedesco dell’ottocento e poco o nulla aveva da dire circa la successiva evoluzione in ambito anglo-americano del suddetto pensiero, non fu certo un best seller e se non essendo più stato ristampato o riproposto in versione economica risulti oggi praticamente introvabile.

    Da allora, in genere, i saggi che sono stati pubblicati in Italia sul conservatorismo politico (perlopiù americano) si sono rivelati nient'altro che opere denigratorie di propaganda progressista, certamente non indicate per chi voglia interessarsi serenamente all'argomento. Figuriamoci per chi voglia farne un elemento della propria battaglia politica!

    I pochi libri conservatori di un certo interesse sono poco visibili e ancor meno valorizzati. Si prenda, ad esempio, il volume sulla "destra giusta" bushiana di Micklethwaith e Wooldridge (3), che, dopo essere stato praticamente 'imposto' da Il Foglio a Mondadori, è uscito in ritardo, con poco interesse dell'editore (berlusconiano, tra l'altro), il quale dopo poco l’ha ritirato dal mercato tant’è che oggi lo si può trovare tristemente nei remainders. E stiamo parlando di un testo di valore, un saggio che ha fatto parlare di sè su entrambe le sponde dell'oceano, oltre che uno dei pochissimi validi sull’argomento. (4) Eppure è finito presto anch'esso nel dimenticatoio, noostante il conservatorismo americano abbia goduto negli ultimi dieci anni - grazie alla Presidenza di Bush Junior - di un positivo interesse da parte del centrodestra italiano.

    Sicuramente se i libri di Bush non vendono quanto quelli di Obama è perchè il lettore di centrodestra legge di meno ed è sicuramente meno ‘internazionalista’ del suo corrispettivo di sinistra. Ma a mio avviso la ragione fondamentale di questo perdurante interesse nei riguardi del conservatorismo sta nel fatto che i media di sinistra sono pronti ad ostracizzarlo sempre e comunque, mentre quelli di destra invece di fornire un valido controcanto si disinteressano della questione oppure si accodano pusillanamente ai loro avversari (!).

    Ovviamente se Mondadori preferisce pubblicare Michael Moore e i Clinton agli esponenti della Right Nation non ci si può scandalizzare di ciò che fanno tutti gli altri. Qualche anno fa Rizzoli pubblicò un libro di Ann Coulter, che negli USA era stato un best seller, ma che nel nostro contesto, assai poco propizio, quando ogni cosa tacciata di (neo) conservatorismo veniva di per sè messa all'indice, passò sotto silenzio (5). Figuriamoci chi avrà comprato, anche a destra, un saggio storico sul larvato filocomunismo dei nemici di McCarthy!

    Cosicché, per trovare qualcosina circa il pensiero conservatore non resta che rivolgersi a piccole case generalmente liberal-libertarie tipo Rubbettino o Liberilibri.

    A questo punto, detto della mancanza di una valida stampa ‘amica’, non si può non sottolineare polemicamente sull'uso ormai obsoleto che ancora si fa tra i nostri politici riguardo i termini ‘liberale’ e ‘conservatore’, quasi fossimo rimasti ancora all'Ottocento. Dovrebbe essere chiaro a tutti come oggi, in Occidente, il termine liberale (in inglese liberal) sottende quasi esclusivamente quel tipo di liberalismo riformista che ha preso piede in Inghilterra con Mill e Beveridge. Il liberalismo classico di Adam Smith, spodestato dalla sua casa d’origine, ha da tempo trovato ospitalità nei partiti conservatori, che dal canto loro hanno perso i tratti autoritari e classisti che li contraddistinguevano, al punto che riguardo questa sintesi si può ben parlare di un liberal-conservatorismo. Ebbene, vorrei chiedere ai tanti (per la verità pochi) liberali nostrani che senso ha perpetrare questo inganno lessicale, dicendosi liberali (antistatalisti) quando poi il liberalismo contemporaneo, da Roosevelt in poi, è per eccellenza il riferimento principale dello statalismo! Oggi più che mai con la caduta in rovina del socialismo, reale e non. Vorrei chiedere ad un Ricossa, un Martino, ma anche ad un Brunetta o ad un Berlusconi, che senso ha chiamare le politiche di Reagan e Thatcher 'liberali' quando stiamo parlando dei massimi conservatori del secondo novecento. Vorrei sapere inoltre che senso ha tirare per la giacchetta la buonanima di Edmund Burke, spostandolo sul fronte liberale anzichè conservatore, battendo il tasto sulle sue origini whig, ma sorvolando bellamente sul fatto che la whiggery si frantumò proprio in merito alle "riflessioni" antigiacobine del pensatore irlandese trovatosi in motivo di ciò a fare causa comune coi tories.

    E si potrebbe citare ancora Oakeshott, definito anch’egli, a volte, ‘liberale’, nonostante abbia scritto di suo pugno un saggio intitolato "Being Conservative". E lo stesso Hayek, il quale seppure non si voleva ‘conservatore’, ha visto le sue idee messe in pratica non da statisti che si volevano liberali, ma da conservatori a tutti gli effetti. E allora come la mettiamo, cari amici liberali? Che pena vedervi abbarbicati all’anticlericalismo ottocentesco, reclamare una posizione di centro equidistante la destra e la sinistra, quando ormai da parecchi decenni il mercato sta a destra e lo Stato a sinistra.

    Per questi motivi chi si dichiara ostinatamente conservatore in Italia rimane una figura isolata, senza un partito di riferimento, ora che i politici si professano tutti liberali e nel concreto sono tutti pragmatici e tutti statalisti. Il conservatorismo, che viceversa afferma la libertà e le radici, guardando al futuro nel rispetto della tradizione, è al contrario l’unico vero rappresentante di chi intenda contrapporsi non solo a parole, ma anche nei fatti, alle innumerevoli sinistre. I conservatori stanno a destra, da sempre. E in Europa pagano ancora lo scotto di venir confusi con una ‘fascisteria’ che conservatrice, se mai lo è stata, lo è stata solo in minima parte. Tuttavia queste vecchie resistenze sono destinate presto a cadere. Non c’è più motivo alcuno perché in Italia a destra permanga la resistenza nel professarsi apertamente conservatori, ora che l'interpretazione del pensiero politico è sempre meno succube del pensiero marxista. Fino a quando i conservatori resteranno orfani di un partito e non riusciranno a infrangere il muro di delegittimazione che ancora li separa dal proprio elettorato, continueranno a dibattersi coi problemi consueti: piccole guerre intestine, tendenza al massimalismo e all’introversione, solipsismo. Al contrario la riscossa conservatrice passa necessariamente da un’affermazione ostinata della propria appartenenza politica. Che non è liberale o reazionaria, controrivoluzionaria o paleolibertaria. Ma soltanto e semplicemente ‘conservatrice’.


    (1) Giovanni Borgognone, La destra americana. Dall’isolazionismo ai neocons, Laterza 2004
    (2) Karl Mannheim, Conservatorismo, Laterza 1989
    (3) John Micklethwaith, Alan Wooldridge, La destra giusta, Mondatori 2005
    (4) Sul conservatorismo USA non si può assolutamente prescindere dall’opera saggistica di Antonio Donno. Vedi: Antonio Donno, In nome della libertà. Conservatorismo e guerra fredda, Le lettere, 2004 e Antonio Donno, Barry Goldwater. Valori americani e lotta al comunismo, La lettere 2008
    (5) Ann Coulter, Tradimento. Come la sinistra liberal sta distruggendo l’America, Rizzoli 2004
    Ultima modifica di Florian; 27-01-10 alle 14:33

  5. #5
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    Ottimo Florian, noto con estremo piacere che ci stiamo concentrando sullo sviluppo di un pensiero conservatore autonomo e definito, contraltare del progressismo, ma non sempre confondibile con una destra che si è lasciata schiacciare dall'egemonia dei paradigmi culturali della sinistra, percolati in modo carsico e subdolo all'interno del dibattito pubblico, fino al punto di relegare il termine "conservatore" nel campo dell'epiteto che rasenta l'insulto. Stiamo tentando, nel nostro piccolo, e con i pochi mezzi a nostra disposizione, di fornire una identità chiara al conservatorismo italiano, per troppi anni non dico assente ed ininfluente, ma privo di una struttura organizzativa e partitica. Ebbene, la destra italiana oggi esistente - erede di un passato non propriamente glorioso, a giudicare dalla permanenza di venature fin troppo sociali (socialiste?), anti-israeliane, anti-americane, anti-occidentali e persino filo-islamiche - non rappresenta l'ideale per un conservatore. E' tempo di prendere in mano le redini del centrodestra italiano, e di veicolare - attraverso un grande partito nazionale di governo come il PDL? - un processo di trasformazione, a favore della creazione di un partito conservatore inserito perfettamente nella modernità - senza drammi e nostalgie - ma pronto a salvaguardare e valorizzare la Tradizione del popolo italiano. La sudditanza dei mezzi di comunicazione e di informazione nei confronti dell'avversario storico del conservatorismo, il progressismo rivoluzionario e socialista, certo non facilita questo processo, che tuttavia riteniamo indispensabile per il bene d'Italia: il nostro paese non può più fare a meno di un vero Partito Conservatore, si chiami PDL o altro. Ma ci sarà tempo e modo per analizzare più a fondo i requisiti ed i passaggi fondamentali di questa trasformazione.

  6. #6
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    Conservare, che cosa?


    Dopo aver evidenziato quello che a mio avviso costituisce "il" problema: delegittimazione del termine "conservatore" e mancanza di un partito che si batta coraggiosamente per una politica di destra (conservatrice), invece di tendere conformisticamente al pragmatismo e al politicamente corretto, cercherò di dare una risposta circa la "sintesi esauriente sul percorso personale di ciascuno di noi" a cui Falco ci ha qui richiamati.

    In questi due anni di mia permanenza su POL il dover esprimermi quotidianamente su vari aspetti dell'attualità culturale e politica, insieme alla volontà di approfondire il pensiero conservatore dalle sue origini, mi ha portato a volte ad oscillare tra una posizione più moderata e un'altra più radicale. Tuttavia i motivi di fondo del mio impegno politico non sono mai venuti meno, ragion per cui volendo tracciare questa sintesi non potrò che rifarmi ad essi.

    Occidente - Il conservatore è una persona che ha radici in una terra e in una cultura, al contrario del progressista che è un nomade del pensiero e fondamentalmente apolide. Non tutti i conservatori hanno però la stessa percezione di quali siano le loro radici. Generalmente il conservatore è nazionalista, ma ci sono anche coloro che si considerano in primo luogo regionalisti, europeisti o infine occidentali. Io appartengo a quest'ultima schiera, forse la più sparuta. Tuttavia la mia adesione primaria al concetto di 'Occidente' non mi esime dal voler conservare alcuni aspetti peculiari della mia nazione, in primis la lingua (italiana) e la religione (cattolica). E per finire, nonostante per vari aspetti mi ritenga un napoletano sui generis non sono certo insensibile al lascito culturale e alla storia della città in cui sono nato.

    Tradizione - Il conservatore non potrebbe vivere senza un passato. A volte può rischiare addirittura di non riuscire a guardare al di là di esso, quando si rimane invischiati in un passato "che non vuole passare". Il concetto di tradizione implica invece la fedeltà a qualcosa che lungi dal rimanere cristallizzata nelle sue forme si rinnova continuamente come la vita stessa. Tuttavia il conservatore ha ben chiaro il proposito che il mutamento non debba avvenire improvvisamente ed essere causa di danni. Per quanto mi riguarda ritengo che l'evoluzione della civiltà occidentale negli ultimi quarant'anni sia stata troppo veloce, troppo brusca e abbia comportato delle fratture sociali che non sono state ancora sanate. Mi riferisco ovviamente a quell'insieme di 'rivoluzioni' sul piano dei rapporti tra i sessi e degli stili di vita che ha preso piede con il famoso Sessantotto. Probabilmente la società degli anni quaranta/cinquanta era troppo ingessata e in taluni casi soggetta ad anacronismi, ma la virulenza con cui si è voltato pagina ha causato danni maggiori di quelli che voleva eventualmente sanare.
    Il femminismo ha rotto l'unità familiare e messo all'angolo la figura paterna causando la crisi del maschio, con gravi e duraturi effetti sulle generazioni contemporanee.
    L'omosessualità ostentata ha reso obsoleta la distinzione tra i sessi, favorendo il mito androgino e la separazione tra genere e sesso sfociante nei suoi casi estremi al transessualismo.
    L'ecologismo radicale ha deificato la natura riportando in voga antichi miti pagani mai del tutto estinti e in grado di sferrare un potente attacco al cristianesimo.
    L'uso sfrenato di droghe e sessualità ha allontanato l'uomo occidentale dall'aver cura di se stesso e del proprio corpo, alimentando gli istinti edonistici e autodistruttivi esemplificati dai divi del rock.
    Il pacifismo antiamericano ha causato il duplice danno di allentare le lealtà culturali e territoriali e di essere sempre funzionale al nemico dell'Occidente. In questo caso la pervicacità con la quale tanti giovani europei e americani hanno applaudito ogni 'sconfitta' dei marines - baluardo militare dell'Occidente - ha dimostrato quanto profonda fosse ormai la frattura tra i padri e i figli, e come il relativismo e l'odio di sè generato da una civiltà accusata di 'etnocentrismo' abbia favorito il collaborazionismo e la diserzione in ambito intellettuale.

    Cristianesimo - Un conservatore che non abbia un minimo di rispetto per la religione difficilmente è esistito ed esisterà mai. In quanto le religioni al di là della salvezza che promettono sono sempre stati i più forti agenti di coesione sociale. Dietro ogni Stato, dietro ogni potere politico c'è sempre una religione che ne legittima l'esistenza e ne supporta le azioni. Noi occidentali siamo cristiani e noi italiani nella fattispecie cattolici. Difendere il ruolo sociale e l'importanza storica della Chiesa cattolica è per i conservatori del nostro paese un'esigenza primaria. Talora piuttosto saremo chiamati a difendere la Chiesa stessa da quelle infiltrazioni e da quegli sbandamenti che lo "spirito dei tempi" ha comportato causando gravi danni a tutto il corpo sociale. La Chiesa non può cedere a chi le chiede impudentemente di adeguarsi alla società, ovvero di inseguire tendenze disordinate e negare i valori su cui si fonda. Allo stesso tempo non deve mai venir meno il valore normativo della legge morale, pena la dissipazone di ogni virtù e lo sconfinamento nell'anarchia più selvaggia.

    Libertà - Il conservatore è un amante della libertà che però associa all'ordine e alla responsabilità e giudica perciò un valore eminentemente aristocratico. Oltretutto libertà comporta rischio e nelle democrazie moderne è invalsa una perversa idea della libertà, che è quella di poter chiedere liberamente ogni cosa allo Stato. Dunque la libertà moderna che spesso tende ad annullare i rischi e le ineguaglianze che comporta una vera libertà altro non è che una via di mezzo tra il dispotismo e l'anarchia. Per cui, paradossalmente, chi si professa amante della libertà più assoluta non di rado è il più severo censore di vari aspetti della libertà, dal libero mercato alla libertà di culto, e nel cercare di imporre la propria idea 'razionalista' della libertà si rivela null'altro che il maggior pericolo della libertà stessa.

    Occidente, Tradizione, Cristianesimo, Libertà: il mio conservatorismo non può prescindere da questi quattro fondamentali riferimenti.
    Ultima modifica di Florian; 25-01-10 alle 21:51

  7. #7
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    posso solo che farvi gli auguri di buon lavoro,ragazzi....:445:

  8. #8
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    Predefinito Rif: * Laboratorio Permanente di Cultura Conservatrice *

    Senza un po' di "torysmo" non c’è conservatorismo che tenga


    Oggi i conservatori vengono generalmente dipinti come "religiosi" o come "liberisti". Tuttavia nè la Chiesa nè il mercato sono necessariamente riconducibili al conservatorismo politico, per quanto ne siano stati a volte degli stretti alleati. Storicamente, sul piano politico, l'opposto di "conservatore" non è mai stato "anticlericale" e nemmeno "statalista", ma semplicemente "liberale". Per tutto l'ottocento, infatti, (e ancor oggi se guardiamo alla realtà americana,) il partito contrario agli interessi conservatori è stato il Partito liberale, ovvero il partito della libertà indiscriminata. Non che i conservatori non tenessero a cuore la libertà, soltanto che guardavano ad essa come ad un valore aristocratico riservato alle èlites, mentre rifiutavano l'individualismo radicale che comportava la rottura di vincoli sociali, di antiche gerarchie, allentando pericolosamente la fedeltà del popolo alle Istituzioni. In tutta la sua storia il conservatorismo, nella sua originale formulazione tory, intese preservare quella common law che legittimava per tradizione un'articolata struttura sociale stratificata in classi alla cui sommità si ergevano la monarchia e la chiesa. Da sempre il conservatorismo inglese, modello di tutti i conservatorismi occidentali, si è identificato nella difesa di una comunità gerarchica per tradizione e in quanto tale giustificata, a prescindere da qualsiasi obiezione razionalistica.

    Per questo stesso motivo, basandosi il torysmo essenzialmente sulla difesa di antiche consuetudini, i "progressisti" di matrice liberale e laburista hanno avuto per lungo tempo buon gioco, facendosi forza del pensiero illuminista e scientista, di irridere il partito conservatore come il partito "stupido", il partito di “chi non pensa”. Se da un lato infatti i liberali potevano identificarsi nelle opere di Locke e in Rousseau, e i socialcomunisti in quella di Marx, i tories inglesi fino a tempi recenti non hanno mai fatto sfoggio di un'ideologia alternativa, non avendone mai sentito il bisogno. Il liberalismo inglese infatti, a differenza di quello francese, non mettendo in discussione le istituzioni nazionali britanniche ha fatto sì che col tempo, paradossalmente, il partito liberale diventasse a suo modo conservatore e il partito conservatore a suo modo liberale. Tutto il contrario di quanto accadde purtroppo in Europa, laddove l'anticlericalismo e la democrazia sociale dei giacobini favorirono una potente reazione legittimista, il che generò un muro ideologico pressocchè invalicabile tra liberalismo e conservatorismo.

    Per secoli quest'ultimo si è proposto di combattere in ogni luogo la democrazia - intesa come uno strumento occulto e diabolico fomentato da cospiratori allo scopo perverso di livellare il genere umano, negando così le disuguaglianze naturali. Alla base del riconoscimento del principio gerarchico e dell'autorità conferita a chi di dovere - nobili, ecclesiastici, proprietari terrieri - c'era la consapevolezza che la disuguaglianza sociale fosse non solo conforme alla natura ma anche foriera di una più alta espressione del vivere.

    Com'è noto, la modernità ha sovvertito in gran misura il mondo ordinato e gerarchico retto dalle monarchie ottocentesche a vantaggio del modello liberaldemocratico. Quest'ultimo, esaltando l'individuo sopra ogni altra cosa, ha sanato sì alcune storture diventate col tempo anacronistiche, ma di contro ha volgarizzato e imbarbarito enormemente la nostra civiltà, che se è progredita sul piano tecnologico è sensibilmente arretrata su quello della cultura e dei valori. In questa situazione a loro poco favorevole, i conservatori hanno ritenuto di dover imbarcare dosi sempre maggiori di pensiero liberale per contrastare la deriva egualitaria dell'avversario democratico. Col risultato che il rischio concreto per il conservatorismo contemporaneo è quello di vedere del tutto estromessi dai propri partiti di riferimento quei legami al torysmo originario che dovrebbero costituirne ancor oggi l’essenza.

    Invece, la paura di essere nuovamente tacciati di autoritarismo e di essere fautori di istanze reazionarie ha portato i moderni politici conservatori al punto da abbracciare spudoratamente le bandiere ideologiche dei loro avversari, giustificando questo loro atteggiamento timoroso e servile come esigenza di "modernizzazione” e denigrando chiunque si mettesse di traverso alla loro opera di mistificazione. E’ il caso del filosofo inglese Roger Scruton, il quale pur essendo spesso citato come il rappresentante intellettuale della “Thatcher Revolution” ha sempre esercitato un ruolo marginale nell’azione politica dei nuovi tories. E’ il caso del suo corrispettivo americano Russell Kirk, che nonostante abbia fornito più di ogni altro consistenza culturale al conservatism americano è stato guardato con sospetto nel suo stesso movimento in quanto legato ad un passato europeo, cavalleresco e feudale, ieri esaltato dai Burke e oggi rinnegato dalla destra libertaria.

    Il rischio di enfatizzare il ruolo della libertà e dell’individuo, a scapito dell’ordine e della virtù comunitarie rischia così di cancellare dai moderni partiti conservatori ogni traccia dell’antico torysmo. Non solo: inseguire meramente la prosperità economica rischia di favorire addirittura quelle tendenze perniciose che affliggono la nostra società e immiseriscono la nostra cultura, ma che vengono alimentate dai capitalisti per il solo fatto che sono fonte di guadagni. Cosicché, anche se vincente sul piano politico, un conservatorismo privato di reali accenti conservatori rischia soltanto di sostituirsi ai vari partiti progressisti quale battistrada di nuovi diritti e nuove eguaglianze sociali oltre che essere un naturale alleato del modernismo culturale.

    Un saggio conservatorismo invece di mirare unicamente ad un pareggio di bilancio dovrebbe porsi l’obiettivo di riadattare l’antico verbo alle nuove realtà sociali. In primo luogo cercando di ricompattare la comunità, lacerata da perduranti faziosità, proponendosi quale “country party”, ovvero esaltando le radici e l’identità nazionali, sorreggendo quelle istituzioni civili e religiose verso le quali i più giovani mostrano sempre più indifferenza. Inoltre, un conservatorismo che si rispetti non può rinunciare all’idea di combattere l’egualitarismo difendendo altresì i nobili principi del merito, della gerarchia e dell’autorità. In un contesto moderno, ove la disuguaglianza non è più determinata dalla nascita ma dal merito, è assolutamente necessario evitare che le individualità in grado di emergere non vengano risucchiate nella massa anonima; che si pretenda dai subordinati il rispetto per i superiori e da questi ultimi l’autorevolezza necessaria per esercitare il ruolo di modello e di guida che a loro si richiede.

    Compito di ogni conservatore dovrebbe essere quello di anteporre all’interesse economico, che non va comunque disprezzato, quelle espressioni di impegno nobile e disinteressato che danno lustro ad una nazione, dall’opera di evangelizzazione del clero alle azioni militari delle forze armate, facendo di questi soggetti l’emblema più alto di uno spirito nazionale oggi miseramente relegato all’avvenimento sportivo. Il conservatore dovrebbe quindi esaltare tutto ciò che è espressione di ordine e compostezza denunciando al contrario ciò che si impone attraverso il caos e trasgressione; dovrebbe promuovere sobrietà, correttezza e buone maniere in luogo di edonismo, disonestà e volgarità; stimolare la ricerca di buone letture piuttosto che miti superficiali e diseducativi; adoperarsi per la formazione piuttosto che l’informazione; privilegiare la distinzione tra i sessi, le culture e le razze, senza per questo cedere alle discriminazioni come agli esotismi; preservare la lingua e i prodotti locali su quelli d’importazione; ristabilire nelle arti l’uso di canoni oggettivi di valutazione in luogo di un’abusata e spesso futile creatività personale.

    Tutto ciò, si vede bene, esula da un mero programma di governo e interessa invece soprattutto l’azione che dovrebbe esercitare ad ogni livello un vivace e battagliero movimento di idee. Che dovrebbe distogliere lo sguardo dal semplice pragmatismo elettorale e agire “militarmente” in ogni settore della società ristabilendo quei valori che hanno reso grande la civiltà occidentale prima venisse colpita al cuore dal relativismo e dal nichilismo promossi dal modernismo, prima, e dalla controcultura, poi. Per questo immane scopo si vede bene che i liberali non bastano, servono invece i conservatori. Ma di quelli veri.
    Ultima modifica di Florian; 27-01-10 alle 10:29
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  9. #9
    Conservatorismo e Libertà
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    Predefinito Rif: * Laboratorio Permanente di Cultura Conservatrice *

    Essere Conservatori oggi

    Le tempeste rivoluzionarie - in particolar modo quelle del 1789, 1848, 1917 e 1968 - hanno segnato irrimediabilmente la storia dell'umanità, e la mentalità stessa dell'uomo comune. Il conservatore, di fronte a questi avvenimenti, ha assunto sempre una posizione di netta contrarietà, e ha cercato anzi di impremere agli eventi una forte reazione, in modo tale da ritornare ai "bei tempi antichi", all'ordine, alle leggi, ai costumi delle tradizioni. Ma oggi, nel 2010, chi è il conservatore? Come si comporta, quali sono le sue abitudini, qual è il suo atteggiamento nei confronti della vita e della politica?

    E' difficile rispondere a queste domande, perchè ciascun conservatore porta con sè delle esperienze personali, specifiche e peculiari, che non possono essere ridotte a mera generalizzazione. Tuttavia, è senz'altro possibile rintracciare delle tendenze comuni, dei modelli replicabili, che caratterizzano e formano il vero conservatore.

    Ebbene, chi è quest'ultimo? Il conservatore è colui che ama la tranquillità, in opposizione al caos, in ogni campo della vita. Le rotture, gli scarti, le fratture non fanno per lui. Cosa c'è di meglio, del resto, della serenità data da una buona posizione sociale, da una casa, un lavoro ed una famiglia? Certo, oggi nulla di tutto ciò è scontato: bisogna faticare, lavorare sodo, impegnarsi. Questa - ahimè - è l'era della disoccupazione, dei bamboccioni, della disgreegazione della famiglia, sostituita e parcellizzata da unioni assai più fragili e tenui, pronte a cadere al primo soffio di vento, alla prima difficoltà.

    Ecco, l'impegno: il conservatore solitamente riesce bene negli studi, ha una piccola biblioteca in casa. Lo appassiona la storia, che lo riconduce ai tempi che furono, guardati con una certa nostalgia attraverso le pagine dei libri. Ma il conservatore non è rinunciatario verso il presente: poche cose lo appassionano di più dei dibattiti, della dialettica, dell'impegno politico e civile. Egli cerca di affermare posizioni che sembrano minoritarie, ma che...conservano in realtà una loro ragion d'essere, una validità inequivocabile. Esperto conoscitore dei fatti d'attualità, egli non rinuncia alla battaglia, che combatte con dignità e coerenza fino all'ultimo respiro.

    No, il conservatore - a dispetto di quello che afferma la propaganda avversaria - non vive chiuso nel suo castello, nella sua torre d'avorio, isolato, sdegnoso e acido, pronto a contrapporsi irragionevolmente alle novità e ai miglioramenti del presente. Il conservatore è invece una persona dinamica, attiva, desiderosa di possedere gli strumenti della conoscenza, avida di letture, dalla dialettica mai noiosa o scontata. Non è la mentalità del conservatore ad essere distorta, bensì i mali di questa società a dilagare e a contaminare il poco di buono che è rimasto. Ma la resa mai, è esclusa a priori, perchè il conservatore è come un condottiero orgoglioso che fa di onore, coerenza e dignità i suoi principi morali più elevati.

    Il conservatore è come Giano, con un volto che guarda al passato per intravedere le cose positive che sono state realizzate e tramandate di generazione in generazione, e che vanno preservate e valorizzate per il bene comune, e un volto che guarda proiettato al futuro, senza ansie o patemi, ma con una grande volontà battagliera, a partire da una realtà certo guasta in alcune delle sue parti, ma non irrimediabilmente perduta.
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 31-01-10 alle 18:57

  10. #10
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    Predefinito Rif: * Laboratorio Permanente di Cultura Conservatrice *

    Cristianità, etnocentrismo, relativismo
    La vera destra, la “falsa” destra e la sinistra


    di Florian


    Professarsi al giorno d’oggi relativista significa postulare l’inesistenza di una verità valida per tutti e sottolineare un’uguaglianza tra le varie culture assunta a dogma supremo e universale. Nelle battaglie culturali odierne questa posizione, tipica degli schieramenti di sinistra, viene combattuta dal pensiero liberale classico, anch'esso storicamente universalista e fondato sui diritti naturali. Una posizione, questa, che i suoi avversari attaccano in quanto “etnocentrista”, in definitiva soggetta agli interessi americani e perciò “imperialista”.

    Poiché attualmente il valore principale in cui si riconosce la sinistra è la tolleranza, essa combatte non l’errore ma la discriminazione, ovvero l’intolleranza di chi, si presume a proprio titolo e vantaggio, ritiene di essere depositario di verità assolute. La presa della cultura progressista sui nostri tempi è stata in grado di affermare in tutto l'Occidente l’imperativo di non giudicare, abitudine di coloro che hanno l’ apertura mentale necessaria per accettare le singole culture per quel che sono, ragion per cui il relativismo culturale si è affermato quale unica opzione plausibile al fine di scongiurare il conflitto e la guerra, considerata il portato di ogni “assolutismo”.

    Questa specificazione, che rivela le evidenti radici illuministe della Nuova Sinistra, dall’altro rivela l'esistenza di più "assolutismi". Oltre all'"assolutismo" liberale, la polemica della sinistra investe infatti anche un altro genere di assolutismo, ovvero quello controrivoluzionario, inteso ad universalizzare non tanto la libertà quanto la Verità cristiana. Allo stesso tempo, se esistono più “assolutismi” è vero anche che esistono più “relativismi”. C’è un relativismo “debole” centrato sulla tolleranza e la pace, fiorito nell’ultimo dopoguerra; ed esiste anche un relativismo “forte”, che dall’Ottocento ai nostri giorni ha combattuto fermamente ogni tipo di universalismo facendo proprie le ragioni del nazionalismo comunitario.

    Storicamente il nazionalismo nasce a sinistra all’indomani della Rivoluzione francese, ma in epoca romantica trasmigra a destra occupando lo spazio lasciato vacante dalla destra originaria, propriamente controrivoluzionaria. Non si tratterà di un’evoluzione, ma al contrario di una sovrapposizione che i controrivoluzionari non accetteranno mai considerando la nuova destra venutasi a creare una “falsa” destra con la quale condividere eventualmente solo obiettivi politici comuni. Sparita infatti dalla scena la “vera destra”, il disperato tentativo di riaffermare la civiltà cristiana attorno all’Impero Austro-Ungarico viene meno per l’azione congiunta della sinistra universalista e della “nuova” destra nazionalista ed etnocentrista. In quanto se l’etnocentrismo è il punto di congiunzione tra il nazionalismo comunitario e la destra liberale, allo stesso tempo una base relativista unisce il pensiero nazionalista a quello della nuova sinistra.

    Al tempo della Rivoluzione francese la disputa tra le forze politiche era avvenuta sul piano di ideali universali che opponevano il partito illuminista rivoluzionario e quello anti-illuminista controrivoluzionario, il primo a difesa della dea Ragione e il secondo della Tradizione cattolica. Nei decenni successivi tuttavia il campo anti-illuminista si caratterizzò per essere non più il “contrario della Rivoluzione” (De Maistre), bensì come una Rivoluzione di segno contrario. E avendo di fronte un avversario che si diceva fautore di istanze universali (diritti naturali) si identificò al contrario nella difesa di istanze particolaristiche e relativistiche (culto della storia, della cultura e della lingua) che di fatto lo rappresentavano un superamento e talvolta anche un deragliamento rispetto alle posizioni controrivoluzionarie.

    Il periodo romantico fu il momento in cui la controrivoluzione e il nazionalismo conservatore finirono bizzarramente col sovrapporsi, con il secondo in posizione di vantaggio al punto che finì con l’esautorare la prima. La controrivoluzione nella sua difesa ad oltranza dell’universalità della Fede cristiana non ha mai negato la sovranità delle culture particolari, tuttavia queste ultime prendevano adesso l’assoluto sopravvento alimentandosi della critica al liberalismo e poi al socialismo.

    Per i conservatori ottocenteschi l’uomo non era libero in quanto possessore di diritti naturali, né aveva creato la società attraverso di un contratto; al contrario, era solo un ingranaggio di una macchina complessa qual è da considerarsi una comunità culturale, storica e linguistica, i cui valori non sono individuali ma “sociali”, ovvero relativi. La sensibile differenza tra la destra autentica e la nuova (“falsa”) destra stava nel fatto che mentre per la prima questi particolarismi finivano per acquistare uno scopo e diventare complementari nell’ambito generale della Cristianità, per la seconda il valore primario diventò la nazione etnicamente intesa.

    In questo senso il relativismo dei nazionalisti conservatori finiva con l’essere non solo pre-moderno, ma anche pre-cristiano: da sempre nella storia umana le culture tribali si sono ritenute portatrici delle loro verità pagane e ciò è stata fonte di guerre e sopraffazioni che la Cristianità si era preoccupata successivamente di moderare. Paradossalmente però gli illuministi imputarono alla Vecchia Europa dei Principi ogni genere di colpevolezza, mentre esaltava di contro l’immagine del “buon selvaggio” che tanta presa ebbe presso i romantici e che ancor oggi incredibilmente gode di favore presso l’attuale sinistra terzomondista.

    Dall’Ottocento fino alla guerra antifascista la sinistra ha coltivato così un pensiero universalista, razionalista in senso prima liberale e poi socialcomunista, volto sempre e comunque a liberare l’essere umano dal presunto “giogo” di credenze e tradizioni non verificate. E dunque cosmopolita, non localista. Alla fine del conflitto, però, la minaccia di una cultura liberale intesa a combattere il comunismo sulla base dei diritti naturali (Stati Uniti) ha portato ad una svolta anti-illuminista della cultura progressista, che recuperando le sue antiche radici romantiche, si è proposta politicamente come una “Nuova Sinistra” portata a difendere ora le ragioni del relativismo. Un relativismo “opportunamente” depurato degli accenti sciovinisti del nazionalismo conservatore, e legato indissolubilmente al dogma della tolleranza. A questo scopo viene riletto un pensatore scomodo come Nietzsche, che deliberatamente ripulito di ogni risvolto “imbarazzante” diventa il nume tutelare di un pensiero radicale “antioccidentale” e persino l’anticipatore della controcultura.

    Questo mutazione ideologica della sinistra unita al progressivo spostamento a destra del vecchio liberalismo universalista e rivoluzionario è ancor oggi fonte di grande imbarazzo nella destra propriamente detta. Usciti con le ossa rotte dalla guerra mondiale, controrivoluzionari, conservatori e nazionalisti hanno finito col dividersi progressivamente in tre gruppi litigiosi:

    - chi si è mimetizzato tra i liberali più per necessità anticomunista che per intima convinzione;
    - chi si è ritagliato delle nicchie “maledette” dalle quali continuare a difendere in solitudine tanto le ragioni del comunitarismo sciovinista quanto quelle del Tradizionalismo cattolico;
    - e chi ha scelto addirittura di infiltrarsi nel campo nemico, o di affiancarsi ad esso, facendo proprie le ragioni del relativismo politicamente corretto considerato nonostante tutto funzionale all’eterna lotta contro il vecchio liberalismo rivoluzionario oggi “imperialista”.

    E questo perché nonostante gli sforzi di chiudere il regno delle idee in un “bipolarismo perfetto” le posizioni in campo restano almeno tre, con i conservatori (controrivoluzionari e non) costretti a recitare varie parti della commedia a seconda delle circostanze e di ciò che ritengono maggiormente prioritario. Questa scissione dell’area conservatrice ha favorito ancor più il dominio assoluto del pensiero progressista, nella sua attuale biforcazione liberale e di sinistra, ed è difficile allo stato attuale ipotizzare quale eventuale sconfitta dei due progressismi ideologici potrà mai ridare unità e concreto spazio politico ad un’autentica cultura di destra.
    Ultima modifica di Florian; 17-02-10 alle 10:16

 

 
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