Mario Marchisio
NOTIZIE DAL KALIYUGA
I

Il materialismo e la superstizione sono le due facce speculari di ciò che gli storici hanno chiamato «epoca moderna»1. Benché i loro occhi siano quasi ciechi, queste facce si orientano, come guidate da un magnetismo irresistibile, verso una culla tetra e affumicata, dove un idolo meccanico di cui si proclamano «figlie devote» sonnecchia fra spesse coltri color sangue. È l’idolo della Ragione.
La discesa che ha condotto l’Occidente al suo ipogeo di follia è stata lunga e complessa, alternata a pianori ingannevoli, a miti paesaggi bucolici, a periodici proclami di imminenti, gloriose palingenesi. Un errato concetto di ragione è la causa principale di quei volti incolori, materialismo e superstizione. Vedremo più avanti in cosa sia consistito l’errore e come la superstizione rappresenti l’inevitabile conseguenza del materialismo, quando esso raggiunga il suo massimo sviluppo.
Al pervertirsi dell’idea di ragione, e al restringersi del relativo campo d’indagine, è altresì corrisposto un sempre maggior affievolimento di quella intuizione del mondo intelligibile – per usare il vocabolario platonico – che è presupposto essenziale di qualunque fede religiosa. Se infatti gli archetipi sono mere illusioni, se la realtà si riduce a quanto esperibile per mezzo dei sensi, risultano destinate a eclissarsi una dopo l’altra le singole fedi, dissolte in una nube di vago e ipocrita irenismo, e quindi, a goccia a goccia, il senso religioso tout-court. Ai santi e ai mistici che narravano le proprie visioni e rapimenti estatici subentrano allora i ciarlatani ed i falsi profeti, involontari e inconsapevoli parodizzatori di chi ha davvero beneficiato di uno squarcio apertosi nell’Invisibile.
Se le figlie della pseudo-ragione sono il materialismo e la superstizione, la ratio correttamente intesa incoraggia invece ben altri sguardi, simmetrici anch’essi e convergenti, ma non gelidi e cadaverici come i primi, bensì vivi e vitali. All’ombra della ragione fioriscono le sue figlie legittime, il cui volto appare inconciliabile e nemico soltanto all’uomo superficiale, perennemente illuso «che la realtà sia quella che si vede»2. Fioriscono la fede e il dubbio, i quali incarnano una duplice risorsa fondamentale dello spirito.
Si noti a questo proposito che il dubbio autentico è quanto di più lontano possa immaginarsi dal materialismo e dal suo squallido portato illuministico, il progressismo. Quest’ultimo, “arricchitosi” poi a livello antropologico grazie all’evoluzionismo propugnato da Darwin, è divenuto nel corso del Novecento un oggetto di culto, di ammirazione viscerale, paragonabile soltanto a quella suscitata dalla dottrina marxista (oppio se non dei popoli, certo di milioni d’intellettuali) e dalla cupa fiaba notturna della psicanalisi freudiana.
Il rumore di fondo che unisce in orrido, infernale connubio acustico il “progresso” sociale e l’“evoluzione” della specie umana è quello emanante dall’ubiqua idolatria per tutto quanto sia artificiale e manipolabile. La Tecnica, in ogni sua forma, è ormai una dea venerata come Kalì, ma rispetto alla quale detta ordini ben più sinistri e mortiferi.
Ho detto poc’anzi che la fede nasce all’ombra della ragione, cioè in conformità ad essa, e sotto la sua vasta ala. Questa affermazione avrà forse scandalizzato chi mi sta leggendo. Ma si rifletta. Perché dovrebbe esserci contrasto fra l’una e l’altra, se entrambe sono opera di Dio? La fede va oltre la ragione, è vero, e la supera, ma non è e non può esserle contraria3. Il dubbio scettico, dicevo inoltre, costituisce l’altra faccia della fede, è il sorgere della perplessità di fronte al proliferare storico delle dottrine religiose. La fede è lo slancio del cuore pensante che abbraccia una rivelazione, una tradizione religiosa, e dopo averle abbracciate si consacra amorevolmente a comprenderle. Il dubbio è la temporanea paralisi di quello slancio, frutto del turbamento che assedia lo spirito davanti alla pluralità delle religioni.
Tuttavia, lo scetticismo autentico ha in comune con la fede una libertà di sguardo necessaria e preliminare. Se infatti il dubbio scettico derivasse da un’ottica materialistica, non consisterebbe più in una “sospensione del giudizio” (epoché), ma nella negazione completa della verità religiosa, anche se attualmente si è soliti nascondere il proprio disprezzo verso Dio sotto un manto di falsa benevolenza e di ancor più falsa neutralità4.
S’impone comunque un fatto, sul quale non bisogna stancarsi di meditare: l’Occidente, dopo una millenaria esaltazione dell’esistenza come dono divino, intessuta di rinunce e sacrifici, costellata di obbedienza e rispetto, illuminata dalla pace interiore e dall’ordine esteriore, è pervenuto negli ultimi decenni al polo opposto, vale a dire all’esaltazione del più radicale antitradizionalismo.
Tutto tende, di conseguenza, a una tragica parodia. Alle liturgie sacre si sostituiscono riunioni chiassose e aberranti; alle formule teologiche, gli sterili vaniloqui sulla «solidarietà», spacciata come bene supremo5; al bellum iustum, il più bieco ed egoistico pacifismo6; alla metafisica, l’ideologia; allo studio come vocazione, l’istruzione obbligatoria; alla lotta contro il tiranno, la ribellione autistica e schizoide; alla giustizia che «non invano porta la spada»7, la sudaticcia simpatia per chi disprezza gli onesti e si fa beffe di ogni norma; al pane guadagnato con fatica e con ingegno, il pane rubato tramite lo Stato assistenziale, complice e fomentatore della più abietta pigrizia e dell’accattonaggio come regola di vita8; all’intolleranza verso il peccato, la tolleranza verso tutto e tutti, ma imponendo accuratamente il silenzio a chi non condivida il Diktat dell’egualitarismo e del progressismo; all’annuncio della salvezza, infine, un confuso sguazzare tra ecumenismi iperbolici e sincretismo New Age.

II
Chi pensa male vive male, e viceversa. Torniamo allora al punto di partenza ed iniziamo a esaminare la prima, dolorosa ferita dell’Occidente.
Il razionalismo, in alcune sue forme storiche, ha proclamato la supremazia assoluta della ragione e negato a priori che esista un ordine sovraindividuale o che sia possibile un’intuizione intellettuale pura. Tali negazioni, osserva René Guénon9, se da un lato bloccano l’accesso a qualsiasi conoscenza propriamente metafisica, dall’altro comportano «il rigetto di ogni autorità spirituale, quest’ultima essendo necessariamente di origine sovrumana»10. Questo tipo di razionalismo è in sostanza viziato da una semplificazione arbitraria, la quale, dopo aver scartato l’ambito sovraindividuale e trascendente, concepisce l’individuo stesso nella sola modalità corporea, finendo per limitarla ad un mero «aggregato di determinazioni quantitative»11.
Negare ogni principio superiore alla ragione equivale a mutilarla in modo irreparabile, poiché da un lato la si encomia e lusinga senza ritegno, dall’altro la si svilisce e deprime coll’isolarla dall’intelletto puro e trascendente, di cui è destinata in condizioni normali a riflettere la luce. E questo mirabile strumento, ormai a brandelli, si ritrova con l’unica possibilità «di tendere verso il basso, cioè verso il polo inferiore dell’esistenza, ed immergersi sempre più nella materialità»; così facendo, la ragione «perde a poco a poco l’idea stessa della verità, ed arriva a ricercare esclusivamente» la strada più agevole per comprenderla in parte, trovandovi una ricompensa immediata proprio perché «tale tendenza verso il basso la conduce nel senso della semplificazione e dell’uniformizzazione di ogni cosa»12.
Per opera di Cartesio, padre ambiguo del razionalismo moderno, si è dunque inaugurata un’impresa fallimentare13. Dopo i primi correttivi proposti da Malebranche, il solo Leibniz potrà vantare il merito di essersi opposto in maniera davvero efficace agli errori e ai pericoli insiti nell’apparentemente “asettica” dottrina cartesiana, proponendo un razionalismo emendato ed equilibrato che non ebbe, purtroppo, validi continuatori14.
Nel Regno della quantità, Guénon spiega in modo nuovo per quale motivo il dualismo cartesiano, già nella formulazione iniziale, recasse le stigmate del suo futuro involversi in chiave materialistica, fino a d’Holbach e La Mettrie. E tutto questo, com’è noto, indipendentemente dalle intenzioni di Cartesio.
Da un lato abbiamo la confusione, che in Occidente è la norma, fra anima e spirito, considerati dall’inventore del Cogito alla stregua di puri sinonimi; dall’altro, il concetto onnìfago di «res extensa», la quale ingloba l’universo organico e quello inorganico (ad eccezione – per uno scrupolo? – del corpo umano). Il passo finale non poteva certo essere rinviato a lungo. Cartesio, scrive Guénon, fece «entrare nell’ambito quantitativo la metà del mondo […] Il materialismo, a sua volta, ha preteso di farci entrare il mondo intero; si trattava solo di […] elaborare tale riduzione mediante teorie sempre più appropriate a questo fine», cui «doveva dedicarsi tutta la scienza moderna, anche quando non si dichiarava apertamente materialista»15.
Tornerò più avanti sulle gravi limitazioni di un pensiero che ritiene sovrapponibili in quanto identici lo psichico e lo spirituale. È qui invece necessario rilevare che – attribuendo una dimensione esclusivamente quantitativa alla res extensa – si sbilanciava a favore della cosiddetta “materia” l’attenzione dei filosofi desiderosi di accogliere e garantire un esito il più coerente possibile alla fisica cartesiana. Eppure Leibniz, sottolinea il nostro autore, aveva «messo assai bene in evidenza» il punto debole «di una fisica meccanicistica, perché questa, per la sua stessa natura, non può che render conto dell’apparenza esteriore delle cose, ed è incapace di spiegare alcunché della loro essenza vera; si può cioè affermare che il meccanicismo ha un valore unicamente rappresentativo e in nessun modo esplicativo»16.
Meditando sullo spazio fisico, Guénon formula, secondo la miglior tradizione anticartesiana, la sua riserva essenziale, che suona così: se Cartesio ha ridotto «la natura dei corpi all’estensione», doveva dunque «supporre che la loro presenza» non aggiungesse niente a quanto l’estensione era già di per sé, «e, in effetti, le diverse proprietà dei corpi» non costituivano per lui che «semplici modificazioni dell’estensione»; ma allora da dove potevano venire queste proprietà, se esse non erano «in qualche modo inerenti all’estensione stessa», e come avrebbero potuto esserlo «se la natura di quest’ultima fosse stata sprovvista di elementi qualitativi17.
Il materialismo, alla lunga, lascerà tuttavia filtrare nella mole compatta del proprio edificio gli spifferi della superstizione. Anzi, li attirerà. Quando la botola che consente di interrogare il cielo viene chiusa e sigillata, non per questo le potenze del mondo inferiore rinunciano a scavare cunicoli e, dal basso, a invadere lentamente la roccaforte creduta inespugnabile.
La natura spirituale dell’uomo, per quanto conculcata, reagisce. Il dramma, in questo caso, è che la reazione si sviluppa a partire da una visione distorta e dimidiata del reale: quella materialistica, appunto. Invano si sproloquia, da alcuni anni, di un ritorno della religione, di una rinascita della fede in Occidente. Gli stessi capi religiosi sono così imbevuti di pregiudizi materialistici e relativistici da non poter più, non dico insegnare le verità di una tradizione, ma nemmeno crederle per un attimo tali nell’intimo della propria coscienza. Per limitarci al solo cristianesimo, sarà sufficiente dare uno sguardo alle vicende dell’esegesi biblica degli ultimi cent’anni per rendersi conto di ciò che affermo. Il testo sacro, che da millenni giudicava i suoi lettori, è stato svuotato e sterilizzato ed ora giace come un insieme di parole morte che si finge di ossequiare per partito preso, dandosi l’un l’altro qualche pacca d’incoraggiamento sulle spalle.
Guénon aveva colto per tempo i segni di questa metamorfosi del materialismo. Sta di fatto che oggi è più facile trovare un teologo che riponga la massima fiducia nella parapsicologia, nella psicanalisi o negli Ufo, piuttosto di uno che creda nella realtà del peccato originale. E vi sono orde di biblisti che si sentono in dovere di non recare la minima offesa al dettato darwiniano sull’Evoluzione. Adesso dunque l’uomo, non contento di interpretarla profanamente, giudica anche la Sacra Scrittura!
Ma se la realtà dello spirito umano viene condizionata dal divenire, ciò significa implicitamente negarne la caratteristica che più lo contraddistingue: la sua trascendenza. Ciò che per compiersi deve evolversi, manca di assolutezza. Fra l’immanenza dello psichismo animale e la trascendenza dello spirito dell’uomo non sussiste alcuna gradualità: si tratta di eventi incommensurabili. Sarebbe come sperare che da innumerevoli accoppiamenti fra persone particolarmente sensibili venisse alla luce un arcangelo! Ci riflettano, se ne hanno tempo, i credenti che strizzano l’occhio all’evoluzionismo. Né vale nascondersi dietro la foglia di fico del «Dio ha infuso in una scimmia lo spirito, ed ecco un essere dotato di autocoscienza». Questo, infatti, sarebbe comunque un miracolo, per quanto ridicolo e ridondante. Non vi sembra più sobrio, e molto meno cervellotico, il buon Jahvé che impasta un po’ d’argilla e vi soffia dentro la vita?
III
La confusione tra psichico e spirituale è quasi l’emblema della modernità. Incoraggiata da Cartesio, che definiva «spirito» tutto ciò che non sia «res extensa», tale indebita sovrapposizione ha continuato fino ad oggi a produrre conseguenze negative. Ciò è avvenuto anche dopo il trionfo del materialismo sette-ottocentesco, il quale, in parte, è stato addirittura propiziato dall’accomunare sotto l’egida dello spirito sia l’anima che la mente, sia il pensiero che lo spirito stesso.
L’inadeguato concetto di materia, poi, destituendola di ogni portata qualitativa e negando, o meglio, non sospettando nemmeno la sua dimensione sottile (senza la quale non potrebbe sussistere), ha contribuito anch’esso a rafforzare le illusorie conclusioni di cui s’è detto. Le riassumo in due punti: 1) la materia è pura estensione e quantità; 2) lo spirito non esiste, è un riflesso della materia, che il sole della razionalità dissipa come nebbia.
Tuttavia, giunto per così dire al suo apogeo, il materialismo ha incominciato a non soddisfare abbastanza le teste pensanti (inclusi, talvolta, i suoi stessi propugnatori). Si è manifestato, in altre parole, uno scontento – inevitabile – di fronte all’aridità senza scampo del materialismo dogmatico, a prescindere dalla sua infondatezza. Purtroppo, però, i tentativi di rivolgersi alla Tradizione che hanno caratterizzato l’Ottocento, denotano ab origine il solito dualismo materia/spirito in termini restrittivi e miopi, sia riguardo alla prima che al secondo. Come riassaporare del resto la pienezza della contemplazione, avendo davanti a sé lo spettro dell’infinita materia “inerte”?
Quella della filosofia romantica è stata principalmente una fuga, seppure in buona fede, e non un’autentica restaurazione, poiché ha sostituito al soggettivismo empirico degli illuministi il soggettivismo assoluto degli idealisti. Fuga pura e semplice quella dei successivi irrazionalismi, dalla Wille zur Macht di Nietzsche all’élan vital di Bergson. E più tardi ancora, prossima a noi, l’ondata “religiosa”, nel secondo Novecento, doveva rivelarsi altrettanto vacua. Si è giunti a pensare che una dottrina metafisica di liberazione come quella dello Yoga non fosse altro che un metodo ginnico per favorire l’equilibrio psicologico e una soddisfacente salute fisica! Così si esprime Guénon sul tragicomico equivoco: «Lo Yoga non è una terapia psichica più di quanto sia una terapia fisica, ed i suoi metodi non sono in alcun modo una cura per malati o per squilibrati, ma vengono destinati esclusivamente a persone che, per poter realizzare quello sviluppo spirituale che è la loro unica ragione d’essere», devono già disporre, fin dalla nascita, del più perfetto equilibrio possibile; «si tratta cioè di condizioni che, com’è facile comprendere, rientrano strettamente nella questione delle qualificazioni iniziatiche»18.
Devo a questo punto precisare che quando parlavo più sopra di materialismo che si prolunga in superstizione, intendevo riferirmi ad una serie abbastanza variegata di fenomeni, dal risorgere del satanismo alla frenetica ricerca di “poteri” (si pensi ad esempio al successo dei romanzi di Castaneda, precursore, sul versante della magia, della nauseante manualistica New Age), come pure ad una pratica dell’astrologia che ne ignora alla radice il significato originario, concependola come banale roulette divinatoria.
Nessun ritorno alle antiche tradizioni religiose, dunque, ma solo un attaccamento patologico alla dimensione psichica, vale a dire al corrispettivo informe della materia come pura quantità. Non a caso, per converso, molti uomini di scienza (profana, s’intende) si sono sussiegosamente occupati dei fenomeni «paranormali», illudendosi che tali manifestazioni del più basso psichismo possano essere vagliate per stabilire «scientificamente» se esista o meno un universo spirituale. Il quale, beninteso, mai e poi mai darà segni della propria esistenza a chi non sia «puro e disposto a salire alle stelle»19.
Lo spirito dell’uomo, analogamente a quello del suo Creatore, è al di là di ogni esperibilità profana, proprio come lo Spirito di Dio è al di là e al di sopra di ogni opposizione e contraddizione, fuori dalla portata della più grande abilità dialettica, intuibile per via illuminativa attraverso la folgorazione che supera i dualismi e le rappresentazioni mentali più ardite. Solo l’essenza può intuire l’Essenza. Solo la farfalla spirituale che è in noi può guardare (e poi volare) verso la sua Scaturigine infinita.
Chi confonde l’anima individuale con lo spirito, convinto che la materia sia qualcosa di esclusivamente quantitificabile e misurabile, si avvia a coltivare solo torbidi inganni, a crogiolarsi in luttuose fantasticherie.
IV
Resta il fatto che di tutte le superstizioni moderne la più perniciosa è forse quella inventata da Sigmund Freud20. Una superstizione – secondo il più classico dei canoni – che promette la salvezza conducendo spesso alla rovina. È davvero curioso come i seguaci della psicanalisi (attualmente pochi e remissivi) abbiano coltivato per decenni il miraggio di esplorare gli strati più profondi dell’essere umano, quando di fatto ne ignoravano l’esistenza. Non è certo nei bassifondi dello psichismo, bensì in senso opposto, vale a dire nella dimensione spirituale, che si trova l’autentica profondità.
Ma la psicanalisi ha preso per buona la riduzione moderna dello spirituale allo psichico21, conformemente al precetto materialistico. Un procedimento analogo e inverso a quello compiuto dai teorici dello spiritismo, i quali hanno elevato grottescamente i rimasugli della psiche al rango delle cose spirituali, fra tavolini che ballano e medium in trance. Sia questa indebita nobilitazione, sia l’altrettanto indebito abbassamento (di cui è responsabile la psicanalisi) sono stati resi possibili dall’ignoranza che incatena e stordisce chiunque aderisca, consapevolmente o meno, ai princìpi del materialismo.
Gli influssi sottili di natura malefica hanno così avuto campo libero nell’operare il contagio su entrambi i fronti, medianico e psicanalitico, ed in quest’ultimo non solo a danno dei pazienti, ma anche dei loro terapeuti. Col rischio, più volte trasformatosi in realtà, che una psiche già debole in partenza si perdesse miseramente nel labirinto delle forze caotiche con tanta imprudenza scatenate. Oppure, nell’ipotesi più favorevole, che ne conservasse per il resto della vita la tenebrosa impronta.

Quanto alla somiglianza che si riscontrerebbe fra scandaglio dell’inconscio e fase preliminare del processo iniziatico, essa risulta priva di un serio fondamento. Nei due casi, infatti, i rispettivi scopi sono radicalmente diversi, come pure le condizioni dei protagonisti. Se proprio si desidera trovarvi un’affinità, questa presunta «discesa agli Inferi» non seguita da alcuna riemersione è tutt’al più paragonabile alla caduta nel pantano di cui parlano, col loro linguaggio simbolico e allusivo, alcuni Misteri dell’antichità pagana. Mentre nella «discesa agli Inferi» l’adepto esauriva senza residui certe potenzialità inferiori del proprio essere per poi elevarsi agli stati superiori, con la caduta nel pantano tali potenzialità, realizzatesi nella loro concretezza minacciosa e distruttiva, penetravano in lui, dapprima dominandolo e poi sommergendolo del tutto.

V
Nel ciclo della manifestazione cosmica, la tradizione indiana distingue quattro periodi. Il quarto e ultimo, l’attuale, è denominato Kaliyuga, ovvero Età del Colpo Perdente, un eone in cui gran parte degli uomini si consacra all’agire e al sentire, nemici mortali della contemplazione disinteressata, i quali ritardano o rendono impossibile il pieno realizzarsi del nostro destino spirituale.
Dal fosco imbuto del Kaliyuga pongo dunque termine a queste riflessioni, evocando i tre “dogmi” che hanno devastato l’Occidente nel corso della modernità. Elémire Zolla li elenca e commenta in un’opera di raro acume ed ammirevole dottrina: Che cos’è la Tradizione22. Si tratta di parole d’ordine incuneatesi a fondo, purtroppo, nella mentalità “evoluta”. Poiché in loro assenza il culto della Tecnica evaporerebbe in un batter d’occhi, li ribadisce di giorno in giorno l’incessante pulviscolo della communis opinio, cadavere imbellettato che trova in se stesso il proprio alimento. Nessuna ebbrezza potrebbe aspirare a maggior diffusione di quella procurata dal sibilo della menzogna.
Il primo dogma, scrive Zolla, si chiama Progresso, ed inneggia a tutto ciò che sia storico, transitorio, informe, rispetto all’immutabile, all’armonioso, all’eterno: tutte cose da deprecare o compatire, leggende farneticanti dei tradizionalisti e dei chierici.
Il secondo dogma è l’Uguaglianza. Essa «pone sul trono un re di smisurata e disincarnata tirannide: la formula statistica che serve a stabilire la media. L’uomo medio statistico diventa il Redentore, la cui imitazione è sollecitata e dovrebbe consentire ai singoli di espiare il peccato di possedere una fisionomia; guai a chi osi porre una domanda, provare un sentimento, svolgere uno studio, amare un’idea che a tale Redentore non paia accessibile e consumabile». Ne consegue che «ognuno si sforza di rappresentare una media fra destini incompatibili. Così la donna moderna procura di essere tutt’insieme solerte massaia, erotica amante, cameratesca compagna di lavoro, didattica matrona, provocante giovinetta, volendo uguagliarsi a ogni immaginabile femmina, partecipando a ogni sorte e casta, cioè a nessuna in modo schietto e felice»23.
Allo spappolarsi interiore dell’individuo fa eco l’accanimento antitradizionale, condiviso ormai dai custodi stessi della Tradizione, che cade a pezzi «al suono delle trombe del giudizio ugualitario […]: la Bibbia di re Giacomo, un tempo cuore del cuore d’ogni Inglese, è stata soppiantata da una versione acconcia a fanciulli tardi e presuntuosi», mentre la liturgia romana veniva sacrificata «come un agnello sull’ara dell’Uguaglianza, senza un sospiro di raccapriccio»24.
Il terzo dogma proclama infine l’Attivismo, condannando in maniera solenne e irrevocabile qualsiasi forma di contemplazione.
Con simili punteruoli inchiodati nel cervello, l’uomo moderno si appresta a slanciarsi verso il futuro di gloria che lo attende a braccia aperte. Smanioso, fatuo, prigioniero di un nonnulla, si può star certi che il suo volo sarà identico a quello del fagiano.

1 In queste pagine non verrà nominata la postmodernità, che è a mio avviso parte integrante della modernità (come il decadentismo è stato parte integrante del romanticismo).

2 Eugenio Montale, Ho salito, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, in: Satura, Milano 1971.

3 Cfr. S. Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles, I, VII.

4 Lo Stato laico è sempre, de facto, uno Stato antireligioso. I credenti che non se ne avvedono sono dunque doppiamente gabbati.

5 Dimenticando che anche i demoni sono solidali: nel compiere il male.

6 Salvo brindare alla disfatta di un Napoleone o di un Hitler: ma allora la “guerra giusta” può esistere, eccome!

7 Lettera ai Romani 13,4.

8 «Voler stabilire una legge che venga in soccorso degli indigenti in modo regolare, permanente e uniforme, senza che per questo il numero degli indigenti si elevi, senza che aumenti la loro pigrizia e al tempo stesso si accrescano i loro bisogni, la loro inerzia e con essa i loro vizi, è come piantare una ghianda e stupirsi che faccia la sua comparsa un gambo, e poi delle foglie, più tardi dei fiori, infine […] una nuova foresta» (Alexis de Tocqueville, Mémoire sur le paupérisme, 1835, in: Il pauperismo, a cura di M. Tesini, Roma 1998). Parole sagge: parole al vento.

9 Studioso dell’esoterismo, dotto e appassionato decifratore di simboli, René Guénon (Blois 1886 – Il Cairo 1951) ha elaborato un pensiero religioso che prendendo le mosse dall’ontologia upanişadica (L’homme et son devenir selon le Vedânta, 1925) sfocerà in quell’ampia e articolata “filosofia della storia” rappresentata da Le règne de la quantité et les signes des temps (1945), in cui si esplicitano a livello dottrinale i temi già affrontati in precedenza ne La crise du monde moderne (1927).

10 René Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, trad. T. Masera e P. Nutrizio, Milano 1982.

11 René Guénon, op. cit.

12 Ibid.

13 Già Thomas Hobbes, cui spetta il triste primato, assegnerà alla filosofia il compito esclusivo di studiare gli enti corporei (l’uomo e lo Stato), escludendo ogni altro oggetto dal suo campo d’indagine.

14 Christian Wolff, ad esempio, pur dichiarandosi leibniziano, conservò solamente la dottrina dell’«armonia prestabilita» (limitata peraltro al rapporto anima-corpo, e interpretata naturalisticamente) e le tesi della Teodicea. Sul fronte opposto, Pierre Bayle, insieme ad altri critici di Leibniz, aveva rilevato tempestivamente la problematicità del libero volere nelle creature razionali alla luce dell’«armonia prestabilita», ma il filosofo tedesco rispose che analoghe difficoltà si presentano ai teologi ogniqualvolta essi affrontino in modo corretto, cioè equilibrato, il rapporto fra prescienza/predeterminazione di Dio e libertà dell’uomo. Quanto ai detrattori veri e propri, sono ben note le frecciate sarcastiche di Voltaire, il cui Candide sbeffeggiava la metafisica leibniziana, dal libertino di Ferney duramente attaccata anche in sede teoretica.

15 René Guénon, op. cit.

16 (Ibid.). Non accade diversamente, prosegue Guénon, «anche in un esempio molto semplice come quello del movimento», nonostante esso venga di solito «considerato come suscettibile per eccellenza d’essere spiegato meccanicamente; una spiegazione del genere – dice Leibniz – non vale se non in quanto si consideri il movimento solo come un mutamento di situazione, per il quale, quando cambia la rispettiva situazione di due corpi, è indifferente dire che il primo si muove in rapporto al secondo, oppure il secondo in rapporto al primo, dato che vi è una reciprocità perfetta. Ma le cose cambiano quando si prende in considerazione la ragione del movimento, poiché trovandosi questa ragione in uno dei due corpi, è quello soltanto che sarà detto muoversi, mentre l’altro svolge nel cambiamento intervenuto una funzione puramente passiva; ma ciò sfugge totalmente alle considerazioni d’ordine meccanico e quantitativo». Ed ecco la limpida sintesi di uno storico delle idee: «l’ultimo risultato delle indagini fisiche di Leibniz è la risoluzione del mondo fisico in un principio che non ha nulla di corporeo. L’interpretazione leibniziana del meccanismo annulla il meccanismo stesso», il cui elemento costitutivo, «riconosciuto nella forza, gli si rivela di natura spirituale. Il dualismo cartesiano di sostanza estesa e di sostanza pensante è negato e l’universo viene totalmente interpretato in termini di sostanza spirituale» (Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, vol. II, Torino 1969).

17 René Guénon, op. cit. Nell’Ottica (1704), l’anticartesiano Isaac Newton definiva lo spazio, sulle orme dei platonici di Cambridge, come «l’infinito e uniforme sensorio» di Dio, in barba al solenne principio «Hypotheses non fingo». Felici incongruenze di un metafisico che ha voluto soffocare troppo a lungo la sua vocazione.

18 Ibid.

19 Dante Alighieri, Purgatorio, XXXIII, 145.

20 Cerco qui di dar conto – come meglio posso – delle pagine memorabili che Guénon dedica a questo argomento (René Guénon, op. cit., cap. XXXIII: I misfatti della psicanalisi).

21 Cui non è sfuggito, pur con tutti i suoi distinguo, nemmeno il “mistico” Jung.

22 Elémire Zolla, Che cos’è la Tradizione, Milano 1971.

23 (Ibid.). «Le fisionomie moderne», continua l’autore, «diventano atone poiché la plastica facciale andrebbe fatta e rifatta tante volte al giorno quanti destini si pretenderebbe d’incarnare. Il motore immobile di questa giostra è un orgoglio minuto, angoscioso, offeso da qualsiasi presenza superiore».

24 Ibid.