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    Predefinito 29 maggio (30 marzo) - Beato Gioacchino da Fiore

    Dal sito SANTI E BEATI:

    Beato Gioacchino da Fiore

    30 marzo

    Celico, Calabria, 1130 c. - Fiore, Calabria, 30 marzo 1202

    Gioacchino da Fiore nacque a Célico (Cosenza) intorno al 1130, da un'umile famiglia d'agricoltori o, secondo altri, da un notaio. Dopo aver visitato la Palestina, si fece frate cistercense e in seguito fu nominato abate. Tra i vari monasteri di cui fu ospite si ricorda l'abbazia di Casamari. In seguito ad una crisi spirituale, abbandonò l'ordine e dopo un periodo di eremitaggio fondò la congregazione florense, che prende titolo dal monastero di san Giovanni in Fiore, sulla Sila, dove ebbe sede, e che nel 1570 confluì nell'ordine dei cistercensi. Gioacchino morì intorno al 1202, secondo alcuni a Pietralta o Petrafitta, secondo altri a Corazzo o S. Martino di Canale o S. Giovanni in Fiore. La sua morte avvenne quando san Francesco, nella malattia della prigionia a Perugia, concepiva i primi germi della conversione tutta basata sul principio di povertà. A Gioacchino è attribuita la predizione degli ordini francescano e domenicano, nonché dei colori dei relativi abiti. Nell'ordine francescano si videro praticamente realizzate le aspettative di Gioacchino; e i francescani rigorosi (veri e propri gioachimiti) si dissero "spirituali" con tipico termine gioachimita dedotto dalla profezia relativa alla Terza Età, da lui detta "dello Spirito Santo", un'Età di rigenerazione della Chiesa e della società, col ritorno alla primigenia povertà e umiltà.
    Gioacchino da Fiore può essere definito monaco, abate, teologo, esegeta, apologeta, pensatore, riformatore, mistico, filosofo, veggente, asceta, profeta. Da un lato scriveva e predicava, dall'altro si macerava in incredibili penitenze. Nel 1215 il Concilio Lateranense IV condannò una sua opinione relativa al teologo Pietro Lombardo, ma salvaguardò la persona di Gioacchino, perché egli aveva ribadito più volte la sua adesione alla dottrina cattolica e aveva chiesto d'essere corretto dai suoi confratelli o dalla Chiesa stessa, ordinando che tutti i suoi scritti venissero sottoposti al vaglio della S. Sede e dichiarando di ritenere validi solo quelli che la Chiesa stessa avrebbe approvato. Fra le sue opere è molto importante il Liber figurarum, in cui egli spiega la dottrina cattolica per mezzo di figure simboliche (due delle quali -- quella del drago a sette teste e quella dei tre cerchi trinitari -- sono presentate in questo sito, accanto alla miniatura di Gioacchino con l'aureola di santo presente nel manoscritto Chigi A.VIII.231 della biblioteca vaticana). Tale Liber è notevole anche dal punto di vista artistico: lo stesso Gioacchino, infatti, fu ritenuto bravo pittore, tanto che sono attribuite a lui l'ideazione e la realizzazione dei mosaici della basilica veneziana di S. Marco. Subito dopo la sua morte, la vox populi lo proclamò santo e i seguaci inviarono alla S. Sede la documentazione dei numerosi miracoli, ora ripubblicati da Antonio Maria Adorisio. Ciò al fine d'avviare il processo di canonizzazione.
    Se da una parte la memoria della santità di Gioacchino fu inquinata da errate interpretazioni della sua dottrina, dovute sia ad avversari sia a seguaci troppo zelanti, nonché dall'attribuzione a lui di false profezie ed opinioni teologiche, dall'altra il papa Onorio III con una bolla del 1220 lo dichiarò perfettamente cattolico e ordinò che questa sentenza fosse divulgata nelle chiese. Il fervido culto popolare di Gioacchino da Fiore si diffuse presto a largo raggio. Dante Alighieri lo collocò fra i beati sapienti con queste parole: "E lucemi da lato / il calabrese abate Gioacchino / di spirito profetico dotato" (Par. XII). Inoltre Gioacchino è presentato col titolo di beato negli Acta Sanctorum compilati e pubblicati dai gesuiti bollandisti nel 1688, nonché in dizionari ed enciclopedie varie. E nel rituale dei monaci florensi esisteva la messa in onore del beato Gioacchino che veniva celebrata il 30 marzo (giorno della sua morte), il 29 maggio e in altre occasioni, come pure esisteva un'antifona dei vespri in cui si esaltava il suo spirito profetico (frase poi tradotta da Dante nella Divina Commedia). Ciò ha fatto sì che -- a quanto scrivono Emidio De Felice e Orietta Sala nei loro dizionari d'onomastica -- si deve al suo carisma la diffusione in Italia del nome personale Gioacchino.
    Le sue spoglie -- di cui recentemente è stata fatta una ricognizione -- si trovano nella cripta dell'abbazia di S. Giovanni in Fiore, comune che ha preso il nome proprio da tale abbazia. Nel 2001 l'arcivescovo di Cosenza-Bisignano mons. Giuseppe Agostino ha riaperto il processo di canonizzazione per portare presto Gioacchino da Fiore alla piena gloria degli altari e -- si ritiene -- anche al titolo di "dottore della Chiesa".

    Scritti di Carmelo Ciccia su Gioacchino da Fiore:
    · Dante e Gioachino da Fiore, in "La sonda", Roma, dic. 1970, poi incluso nel libro: C. Ciccia, Impressioni e commenti, Virgilio, Milano, 1974
    · Attualità di Gioacchino da Fiore, in "Silarus", Battipaglia (SA), genn.-febbr. 1995
    · Dante e le figure di Gioacchino da Fiore, in Atti della "Dante Alighieri" a Treviso, vol. II, Ediven, Venezia-Mestre 1996
    · Dante e Gioacchino da Fiore, Pellegrini Editore, Cosenza, 1997, pagg. 160
    · Gioacchino da Fiore, "Avvenire", Roma, 22.XI.1997
    · Un'opera di giustizia storica da parte della Chiesa ! L'auspicata beatificazione di Gioacchino da Fiore, "Parallelo 38", Reggio Calabria, genn. 1998
    · Dalla parte degli studiosi / Il veltro di Dante e Gioacchino da Fiore, "Parallelo 38", Reggio Calabria, mag. 1998
    · Padre Pio e l'abate Gioacchino, "Il corriere di Roma", 30.I.1999
    · Recensione a Gioacchino da Fiore, invito alla lettura di Gian Luca Potestà, "La voce del CNADSI", Milano, 1.I.2000
    · Pio IX e Gioacchino da Fiore, "Il corriere di Roma", 29.II.2000
    · Utinam Ioachimus de Flore quam primum beatus declaretur, "Latinitas", Città del Vaticano, sett. 2000
    · È ingiusto emarginare Gioacchino da Fiore, "Il gazzettino", Venezia, 29.XI.2000
    · La santità di Gioacchino da Fiore, "Talento", Torino, apr.-giu. 2001, poi incluso nel libro: C. Ciccia, Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante.

    Autore: Carmelo Ciccia


  2. #2
    memoria storica
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    ma non era considerato un eretico?

  3. #3
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    Originally posted by uva bianca
    ma non era considerato un eretico?
    Ti rispondo così:

    LETTERA DEL CARDINALE ANGELO SODANO
    ALL'ARCIVESCOVO GIUSEPPE AGOSTINO
    IN OCCASIONE DELLE CELEBRAZIONI PER L'VIII CENTENARIO
    DELLA MORTE DELL'ABATE GIOACCHINO DA FIORE


    Eccellenza Reverendissima,

    l'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, affidata alle sue cure pastorali, si appresta a celebrare l'VIII centenario della pia morte dell'Abate Gioacchino da Fiore, che illustrò la sua terra di origine e l'intera Chiesa con una singolare testimonianza di fede. Il Santo Padre, informato dell'iniziativa, desidera unirsi spiritualmente al comune rendimento di grazie al Signore per il dono da Lui fatto alla Chiesa nella persona di questo sacerdote umile e pio, ed auspica che le celebrazioni centenarie suscitino nei fedeli di codesta Arcidiocesi e dell'intera Calabria un più consapevole attaccamento alle proprie radici cristiane per un rinnovato slancio di fedeltà a Cristo e di amore ai fratelli.

    Il 30 marzo 1202, presso la grangia di S. Martino di Canale, Gioacchino, abate di Fiore, terminava il corso della propria esistenza terrena. Commentando l'evento, Luca di Casamari, Arcivescovo di Cosenza, scriveva che nel sabato in cui si cantava il Sitientes gli fu concesso, raggiunto il vero sabato, di affrettarsi come un cervo alle sorgenti delle acque (cfr Memorie, p. 192).

    Gioacchino nacque a Celico, in Calabria, intorno al 1135 e, ordinato sacerdote, a circa 35 anni entrò dapprima nel monastero cistercense di Santa Maria della Sambucina nei pressi di Luzzi e poi in quello di Corazzo, divenendone Abate già nel 1177. In tale veste, tra il 1182 ed il 1183 si recò a Casamari e lì rimase per circa un anno e mezzo. Il periodo trascorso in tale monastero gli permise di lavorare alla redazione delle sue opere maggiori. Ritornato a Fiore, dette vita ad una nuova famiglia monastica, le cui Costituzioni risultano oggi perdute.

    A motivo dei suoi incarichi e delle sue molteplici competenze, Gioacchino si trovò ad intrattenere numerosi contatti con la Sede apostolica. Nel maggio del 1184 lo troviamo a Veroli, presso il Papa Lucio III e la Curia. Qualche anno più tardi egli è a Roma presso Clemente III, e il 25 agosto 1196 ottiene dal Papa Celestino III la Lettera bollata Cum in nostra, con la quale viene approvata la famiglia monastica da lui fondata.

    È vero che successivamente il Concilio Lateranense IV dovette correggere certi aspetti della sua dottrina trinitaria e che la sua dottrina del ritmo trinitario della storia creò gravi problemi nella prima fase della storia francescana; tuttavia lo stesso Concilio Lateranense IV difese la sua integrità personale, comprovata dalla sua lettera a Papa Innocenzo III ("Protestatio") e dal Commento all'Apocalisse. Tra i suoi lettori ed estimatori Gioacchino annoverò il Papa Innocenzo III, che più volte ebbe a citarlo nei suoi documenti. L'Abate di Fiore professò sempre fedeltà e obbedienza alla Sede di Pietro, a cui sottopose con umiltà le proprie opere. Nel Commento all'Apocalisse così ne espone il motivo: se san Paolo "portò i suoi scritti agli apostoli che lo precedevano, nel dubbio di correre o di aver corso invano (cfr Gal 2, 2), quanto a maggior ragione io, che sono niente, non voglio essere giudice di me stesso, ma dev'esserlo piuttosto il Sommo Pontefice, che giudica tutti ed egli stesso non è giudicato da nessuno" (fol. 224ra-b). Affermazioni riproposte anche nell'Epistola prologale, che viene ritenuta il suo "testamento".

    Negli scritti come nella sua vicenda terrena, Gioacchino appare una persona innamorata di Dio, un apostolo ardente di zelo, un predicatore appassionato. Egli fu soprattutto uomo della Parola. La sua opera esegetica - nonostante i problemi che pone - merita attento studio e può essere fonte di conoscenze utili, anche a motivo del suo spirito ecumenico.

    Dalla continua meditazione della Parola rivelata, Gioacchino trasse l'energia spirituale per additare agli uomini le vie di Dio. Ricorda il suo biografo: "Nel tempo dell'ira, come un altro Geremia, Gioacchino è stato fatto riconciliazione, intercedendo soprattutto per i poveri" (Vita, p. 190). Non ebbe timore di affrontare a viso aperto i potenti della terra, come l'imperatore Enrico VI, che invitò a recedere dal suo comportamento indegno, se non voleva subire l'ira divina (cfr ibid., p. 189). Fermezza mostrò pure nei confronti dell'imperatrice Costanza (cfr Memorie, p. 195).

    Gioacchino, che considerò scopo e passione della sua esistenza l'amore della Parola di Dio, ricorda all'uomo di oggi, inondato di parole e spesso affascinato da pseudo-valori, che "una sola è la cosa di cui c'è bisogno" (Lc 10, 42), e che occorre vivere di "ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4, 4). Egli testimonia, altresì, che la Scrittura va letta con la Chiesa e nella Chiesa, "credendo integralmente ciò in cui essa crede, accettando le sue correzioni riguardo sia alla fede che ai costumi, rifiutando ciò che essa rifiuta e accogliendo ciò che essa accoglie, e credendo fermamente che le porte dell'inferno non possono prevalere contro di essa" (Epistola prologale).

    Egli ebbe in gran conto la preghiera e la contemplazione, vissute nel silenzio e nella quiete, in continua ricerca di Dio, "Padre della luce, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento" (Gc 1, 17). La sua singolare esperienza costituisce per il credente del nostro tempo un potente richiamo a non temere la solitudine, ma a costellare l'esistenza di spazi di raccoglimento e di orazione per ritrovare nell'incontro con Dio la possibilità di un'esistenza più piena e più autentica.

    L'Abate di Fiore visse in grande povertà e considerò unica vera ricchezza il possesso di Dio. Incurante del prestigio che gli veniva dalla sua carica e della stima dei potenti del tempo, mantenne sempre un atteggiamento umile, e fu tenace e gioioso imitatore del Figlio di Dio che, da ricco qual era, si fece povero per noi (cfr 2 Cor 8, 9) sino a non avere dove posare il capo (cfr Mt 8, 20). Il suo continuo riferirsi a Cristo "mite ed umile di cuore" (cfr Mt 11, 29) è ricordato dall'Arcivescovo Luca di Casamari che, riferendo come l'Abate si recasse frequentemente a pulire "con le proprie mani tutta l'infermeria" (Memorie, p. 195), aggiunge: "Mi meravigliavo che un uomo di tanta fama, dalla parola tanto efficace, portasse vesti vecchie e logoratissime, in parte corrose nelle frange" (ibid., p. 191). Questo singolare anelito alla povertà e al nascondimento fa di Gioacchino un potente richiamo a considerare i perenni valori evangelici come la via migliore offerta agli uomini di ogni tempo per costruire un mondo giusto, fraterno e solidale.

    Considerando le testimonianze di virtù autenticamente cristiane offerte dall'Abate di Fiore, il Sommo Pontefice esprime l'auspicio che la ricorrenza dell'VIII centenario della sua morte costituisca per l'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, la quale gli dette i natali e ne conserva le spoglie mortali, come anche per il Popolo di Dio che è in Calabria, una preziosa occasione di riflessione e di spirituale edificazione. Con questi voti, Sua Santità invia una speciale Benedizione Apostolica a Vostra Eccellenza Reverendissima, ai fedeli dell'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano ed a quanti, animati da sincero desiderio di verità, si accosteranno alla figura di quest'insigne figlio della Calabria nel corso delle celebrazioni giubilari.

    Unisco il mio personale augurio di pieno successo delle celebrazioni programmate, mentre mi valgo della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio

    dell'Eccellenza Vostra Reverendissima
    dev.mo
    ANGELO Card. SODANO
    Segretario di Stato

  4. #4
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    In rilievo

    Aug.

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    Gioacchino da Fiore, alla ricerca della fine del tempo

    di Marco Meschini

    C’è chi si diverte a prevedere il tempo, munito di sonde e barometri, satelliti ed elaborazioni grafiche. Ma c’è anche chi dedica la vita a prevedere il Tempo, che poi altro non è, in senso oggettivo, se non la misura della durata. Perché il mondo, il nostro mondo, passa e mai non ristà. Tutto diviene e tutto si modifica. Ma in che modo? E fino a quando? In fondo i problemi che arrovellano menti e anime degli aruspici, dei cartomanti, degli scienziati dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, sono sempre quelli: che ne sarà di noi, domani? E fino a quando saremo?

    Ripensiamo agli aruspici pagani dell’Evo Antico dominato da Roma, che cavavano previsioni sul futuro sventrando polli e capretti, tra schizzi di sangue e quel puzzo indistinto che si spande dalle interiora di un essere aperto in due, tra gli occhi spalancati dei presenti. Che cosa cercavano, se non una previsione sul da farsi? L’aruspicinia fu un’arte nobile di Roma antica, sopravvissuta sin ben addentro al V secolo, a cristianesimo ormai imperante e trionfante, dopo la visione di Costantino e la cristianizzazione dell’Impero. Cristianizzazione che portò con sé un ribaltamento della concezione del tempo: con l’avvento di Cristo il Tempo era ormai compiuto, si trattava solo di «durare» sino al Suo ritorno, alla Parusia finale. Ma per quanto?

    Così non pochi provarono a predire il giorno, o almeno l’anno, del Giudizio Finale, naturalmente frugando tra le pagine del libro per eccellenza della tradizione cristiana. La Bibbia venne in tal modo compulsata alla ricerca di ogni indizio dell’approssimarsi della fine dei tempi e del Tempo. Ci si rifece ai sei giorni, più uno, della Creazione; si sondarono i paralleli possibili fra la storia di Israele, antico popolo eletto, e la Chiesa, nuovo popolo eletto; si confrontarono le durate degli Imperi, rifacendosi a un sogno del profeta Daniele (7,1-8), secondo il quale quattro imperi si sarebbero avvicendati prima della Fine, raffigurati da quattro grandi bestie: un leone con ali di aquila, un orso, un leopardo con quattro teste e ali d’uccello, infine un mostro «terribile e spaventoso», con «denti di ferro» e dieci corna più una. E già san Gerolamo vide i quattro imperi nei regni babilonese, persiano, greco (di Alessandro Magno) e infine romano. Con tutti i problemi però conseguenti al vacillare e poi crollare di quest’ultimo.Ma per quanto ardite fossero, tutte queste interpretazioni impallidirono davanti all’attività di un piccolo monaco calabrese, Gioacchino da Fiore, che profetizzò di fronte a papi e re, litigò con il potente ordine cistercense e ne fondò uno proprio (quello appunto «florense»), lasciando una serie impressionante di opere di interpretazione del Tempo. Tra le sue innovazioni, vi fu l’idea di istituire un rapporto fra la Trinità e la storia. Secondo Gioacchino, la storia andava suddivisa in tre periodi: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, quest’ultimo periodo essendo perfetto e ormai prossimo, rispetto a quella fine di XII secolo in cui Gioacchino viveva. Un’idea fortissima, capace di scatenare in seguito scismi ed eresie, sino alla laicizzazione spinta di un marxismo che vedeva nella lotta di classe e nella vittoria operaia la perfezione stessa della storia.

    Ma Gioacchino è celebre anche per una sua opera speciale, l’enigmatico Libro delle figure. Si tratta di una serie di figure che provano a «illustrare» il pensiero dell’abate calabrese, con un florilegio di alberi e draghi, anelli e triangoli, schemi e glosse che danno l’impressione, a chi le ha tra le mani, di trovarsi davanti a una possibile «chiave» del mistero che avvolge la storia umana. Discusse senza sosta dalla storiografia - e si badi che Gioacchino è ancora oggi uno degli autori medievali più studiati in assoluto a livello internazionale - quelle figure vengono ora sapientemente spiegate da Marco Rainini nel denso volume Disegni dei tempi. Il «Liber figurarum» e la teologia figurativa di Gioacchino da Fiore (Viella, pagg. 350, euro 35).

    Lo studioso propone una nuova interpretazione circa l’uso che venne fatto di quel notevole campionario di immagini: una specie di portfolio non tanto sistematico quanto tematico, sottoposto comunque a una logica di work in progress cui, in effetti, Gioacchino non si sottrasse mai. Perché in effetti, già durante la sua vita, l’abate modificò non poche delle sue stesse previsioni, tutte immancabilmente fallite allo scadere della data annunciata. Destino di un genio che rasentò, quando non sconfinò, nella follia.

    Fonte: Il Giornale, 30.3.2007

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    Joachim of Flora

    Cistercian abbot and mystic; b. at Celico, near Cosenza, Italy, c. 1132; d. at San Giovanni in Fiore, in Calabria, 30 March, 1202.

    His father, Maurus de Celico (whose family name is said to have been Tabellione), a notary holding high office under the Norman kings of Sicily, placed him at an early age in the royal Court. While on a pilgrimage to the Holy Land, Joachim was converted from the world by the sight of some great calamity (perhaps an outbreak of pestilence). He passed the whole of Lent in contemplation on Mount Thabor, where he is said to have received celestial illumination for the work of his life. Returning to Italy, he retired to the Cistercian Abbey of Sambucina, probably in 1159, and for some years devoted himself to lay preaching, without taking the religious habit or receiving any orders. The ecclesiastical authorities raising objections to his mode of life, he took the Cistercian habit in the Abbey of Corazzo, and was ordained priest, apparently in 1168. He now applied himself entirely to Biblical study, with a special view to the interpretation of the hidden meaning of the Scriptures. A few years later, much against his will, he was elected abbot. Finding the duties of his office an intolerable hindrance to what he deemed his higher calling, he appealed, in 1182, to Pope Lucius III, who relieved him of the temporal care of his abbey, and warmly approved of his work, bidding him continue it in whatever monastery he thought best. He spent the following year and a half at the Abbey of Casamari, engaged upon his three great books, and there a young monk, Lucas (afterwards Archbishop of Cosenza), who acted as his secretary, tells us of his amazement at seeing so famous and eloquent a man wearing such rags, and of the wonderful devotion with which he preached and said Mass.

    The papal approbation was confirmed by Urban III, in 1185, and again, more conditionally, by Clement III, in 1187, the latter exhorting him to make no delay in completing his work and submitting it to the judgment of the Holy See. Joachim now retired to the hermitage of Pietralata, and finally founded the Abbey of Fiore (or Flora) among the Calabrian mountains, which became the center of a new and stricter branch of the Cistercian Order approved by Celestine III in 1198. In 1200 Joachim publicly submitted all his writings to the examination of Innocent III, but died before any judgment was passed. It was held to be in answer to his prayers that he died on Holy Saturday, "the Saturday on which Sitivit is sung, attaining the true Sabbath, even as the hart panteth after the fountains of waters." The holiness of his life is unquestionable; miracles were said to have been wrought at his tomb, and, though never officially beatified, he is still venerated as a beatus on 29 May.

    Dante voiced the general opinion of his age in declaring Joachim one "endowed with prophetic spirit." But he himself always disclaimed the title of prophet. The interpretation of Scriptural prophecy, with reference to the history and the future of the Church, is the main theme of his three chief works: "Liber Concordiae Novi ac Veteris Testamenti," "Expositio in Apocalipsim," and "Psalterium Decem Cordarum." The mystical basis of his teaching is the doctrine of the "Eternal Gospel," founded on a strained interpretation of the text in the Apocalypse (xiv, 6). There are three states of the world, corresponding to the three Persons of the Blessed Trinity. In the first age the Father ruled, representing power and inspiring fear, to which the Old Testament dispensation corresponds; then the wisdom hidden through the ages was revealed in the Son, and we have the Catholic Church of the New Testament; a third period will come, the Kingdom of the Holy Spirit, a new dispensation of universal love, which will proceed from the Gospel of Christ, but transcend the letter of it, and in which there will be no need for disciplinary institutions. Joachim held that the second period was drawing to a close, and that the third epoch (already in part anticipated by St. Benedict) would actually begin after some great cataclysm which he tentatively calculated would befall in 1260. After this Latins and Greeks would be united in the new spiritual kingdom, freed alike from the fetters of the letter; the Jews would be converted, and the "Eternal Gospel" abide until the end of the world.

    Although certain doctrines of Joachim concerning the Blessed Trinity were condemned by the Lateran Council in 1215, his main teaching does not seem to have excited suspicion until the middle of the century. Many works had meanwhile come into being which were wrongly attributed to Joachim. Among these the "De Oneribus Prophetarum," the "Expositio Sybillae et Merlini," and the commentaries on Jeremias and Isaias are the most famous. The sect of the "Joachists" or "Joachimists" arose among the "spiritual" party among the Franciscans, many of whom saw Antichrist already in the world in the person of Frederick II, nor was their faith shaken by his death in 1250. One of their number, Fra Gherardo of Borgo San Donnino, wrote a treatise entitled "Introductorium in Evangelium Aeternum", of which the contents are now known only from the extracts made by the commission of three cardinals who examined it in 1255. From these it is clear that the Joachists went far beyond what the abbot himself had taught. They held that, about the year 1200, the spirit of life had gone out of the two Testaments and that Joachim's three books themselves constituted this "Eternal Gospel," which was not simply to transcend but to supersede, the Gospel of Christ. The Catholic priesthood and the whole teaching of the New Testament was to be rendered void in a few years.

    This work was solemnly condemned by Alexander IV, in 1256, and the condemnation involved the teaching of Joachim himself. His central doctrine was confuted by St. Thomas in the Summa Theologica (I-II, Q. cvi, a. 4), and its Franciscan exponents were sternly repressed by St. Bonaventure. Another blow was given to the movement when the fatal year 1260 came, and nothing happened. "After Frederick II died who was Emperor," writes Fra Salimbene of Parma, "and the year 1260 passed, I entirely laid aside this doctrine, and I am disposed henceforth to believe nothing save what I see." It was revived in a modified form by the later leader of the spiritual Franciscans, Pier Giovanni Olivi (d. 1297), and his follower, Ubertino da Casale, who left the order in 1317. We hear a last echo of these theories in the letters of Blessed Giovanni dalle Celle and the prophecies of Telesphorus of Cosenza during the Great Schism, but they were no longer taken seriously.

    Bibliography

    Divini vatis Abbatis Joachim Liber Concordiae novi ac veteris Testatmenti (Venice, 1519); Expositio magni prophetae Abbatis Joachim in Apocalipsim: Eiusdem Psalterium Decem Cordarum opus prope divinum (Venice, 1527); REUTER, Geschichte der religiösen Aufklärung im Mittelalter, II (Berlin, 1877); TOCCO, L'Eresia nel Medio Evo (Florence, 1884); DENIFLE, Das Evangelium aeternum und die Commission zu Anagni in Archiv fur Litteratur- und Kirchen-Geschichte, I (Berlin, 1885): HOLDER-EGGER, Cronica Fratris Salimbene de Adam Ordinis Minorum (Hanover, 1905-08); WICKSTEED, The Everlasting Gospel in The Inquirer (London, 1909); FOURNIER, Etudes sur Joachim de Flore et ses doctrines (Paris, 1909). The only contemporary account is the sketch, Virtutum B. Joachimi synopsis, by LUCAS OF COSENZA, his secretary: but the fuller Vita by JACOBUS GRAECUS SYLLANAEUS, written in 1612, is professedly drawn from an ancient manuscript then preserved at Fiore. Both are printed by the Bollandists, Acta SS., May, VII.

    Fonte: The Catholic Encyclopedia, vol. VIII, 1910, New York

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    Gioacchino da Fiore

    « … il calavrese abate Giovacchino
    di spirito profetico dotato» (Dante Alighieri, Paradiso, Canto XII, vv. 140-141)

    Gioacchino da Fiore (Celico, ca. 1130 – Pietrafitta, 30 marzo 1202) è stato un abate, teologo e scrittore italiano, già venerato come beato dalla Chiesa Cattolica.

    Biografia

    Famiglia


    Le condizioni economiche della famiglia di Giocchino erano agiate, il padre Mauro infatti era tabulario o notaio. In passato si era ritenuto che la famiglia avesse origini ebraiche, forse per spiegare l'atteggiamento benevolo di Gioacchino nei confronti dell'Ebraismo. Da studi più recenti sembra tuttavia che questa ipotesi sia infondata.

    Formazione

    Gioacchino nacque a Celico e ricevette le prime nozioni di educazione scolastica nella vicina Cosenza. Ben presto fu mandato dal padre a lavorare, sempre a Cosenza, presso l'ufficio del Giustiziere della Calabria. A causa di contrasti insorti sul posto di lavoro, andò a lavorare presso i Tribunali di Cosenza. In seguito il padre riuscì a fargli ottenere un posto presso la Corte normanna a Palermo, dove lavorò prima a diretto contatto con il capo della zecca, con i Notai Santoro e Pellegrino ed infine presso il Cancelliere di Palermo l'Arcivescovo Stefano di Perche. Entrato in disaccordo anche con Stefano si allontanò definitivamente dalla Corte Reale di Palermo per compiere un viaggio in Terrasanta.

    Conversione

    Forse nel corso di questo viaggio maturò un profondo distacco dal mondo materiale per dedicarsi allo studio delle Sacre Scritture. Al ritorno in patria Gioacchino si ritirò dapprima in una grotta nei pressi di un monastero italo-greco posto sulle falde del monte Etna, poi tornò con un suo compagno a Guarassano, nei pressi di Cosenza. Qui fu riconosciuto e costretto ad incontrare il padre, che lo aveva dato per disperso. Al padre confessò di aver smesso di lavorare per il re normanno per servire il Re dei Re (Dio).

    Egli visse circa un anno presso l'Abbazia di Santa Maria della Sambucina, da cui si allontanò per andare a predicare dall'altra parte della valle vivendo nei pressi del guado Gaudianelli del torrente Surdo, vicino Rende.

    Ordinazione

    Poiché al tempo la predicazione di un laico non era ben accetta, Gioacchino compì un viaggio fino a Catanzaro, dove il Vescovo lo ordinò sacerdote. Durante il tragitto da Rende a Catanzaro si fermò nel monastero di Santa Maria di Corazzo, dove incontrò il monaco Greco che lo pose davanti alla parabola dei talenti, rimproverandolo di non mettere a frutto le sue doti. Tornò a predicare nuovamente a Rende, con l'abito di sacerdote. Poco tempo dopo vestì l'abito monastico entrando nel monastero di Santa Maria di Corazzo. Questa abbazia benedettina, guidata dal beato Colombano, aspirava a seguire la regola cistercense.

    Elezione ad Abate

    Secondo le fonti più accreditate, nel 1177 Gioacchino venne eletto abate di Santa Maria di Corazzo, ma rinunciò scappando dapprima nel monastero della Sambucina, poi nel monastero del legno della croce di Acri. Gioacchino non ambiva a diventare abate, ma a studiare la Sacre Scritture. Gli uomini più potenti di quel tempo, riunitisi con lui a Sambicina lo convinsero ad accettare la carica di abate di quel monastero a quel tempo poverissimo.

    Teologo e scrittore

    In qualità di abate compì un viaggio nell'Abbazia di Casamari tra il 1182 e il 1184. Durante questo periodo incontrò il Papa Lucio III che gli concesse la licenza scribendi. Con l'aiuto degli scriba Giovanni, Nicola e Luca iniziò già a Casamari la stesura delle sue opere principali: la Concordia tra il vecchio e il nuovo testamento e l'Esposizione dell'Apocalisse. In quello stesso periodo Gioacchino interpretò innanzi al Papa una profezia ignota, trovata tra le carte del defunto Cardinale Matteo d'Angers. Da cui scaturì l'incoraggiamento del Pontefice Lucio III a scrivere le sue opere.

    Nel 1186-1187 si reca a Verona dove incontra il Papa Urbano III. Al ritorno si ritira a Pietralata, una località sconosciuta, abbandonando definitivamente la guida dell' Abbazia di Corazzo. I suoi monaci non tollerarono il suo girovagare e lo stare sempre a distanza dall'abbazia, pertanto fecero una petizione per risolvere la questione presso la Curia Romana. A seguito di ciò, nel 1188 ottenne l'affiliazione della abbazia di Corazzo alla Abbazia di Fossanova e il Papa lo proscioglie dai doveri abbaziali autorizzandolo a continuare a scrivere le opere.

    Pietralata e Protomonastero di Fiore Vetere

    A Pietralata, da egli ribattezzata Petra Olei, cominciarono a pervenire molti seguaci. Il primo fu Raniero da Ponza, che in seguito fu legato apostolico in Francia e Spagna sotto Papa Innocenzo III. Pietralata divenne presto un luogo incapace di ospitare la moltitudine di gente che accorreva a sentire Gioacchino, pertanto nell'autunno del 1188 Gioacchino salì in Sila alla ricerca di un territorio che si potesse abitare. Dopo tante perlustrazioni si fermò nel luogo oggi denominato Jure vetere Sottano, attualmente nel comune di San Giovanni in Fiore. A sei mesi di distanza dalla perlustrazione abbandonò Pietralata e si trasferì con i suoi discepoli in Sila sul luogo prescelto.

    Dopo sei mesi dal trasferimento il re Guglielmo il Buono morì e subentrò sul trono normanno Tancredi, già conte di Lecce. Furono proprio i funzionari di Tancredi a contestare a Gioacchino l'insediamento in Sila, per cui l'abate dovette recarsi a Palermo (primavera 1191) per conciliare con il nuovo re. Dopo un complesso confronto tra i due, Tancredi gli concesse di restare in Sila, sul luogo prescelto, facendogli dono di un vasto tenimento posto nelle adiacenze, aggiungendo 300 pecore e 30 some di grano, per il sostentamento della comunità religiosa. Da qui in avanti cominciò a costruire il protomonastero di Fiore vetere.

    Nel 1194, dopo la morte di Tancredi subentrò nel regno Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, il quale concesse a Gioacchino un vasto tenimento in Sila e privilegi sovrani su tutta la Calabria.

    Congregazione florense

    In questo periodo, dopo il diploma concesso da Enrico VI, Gioacchino fondò i monasteri di Bonoligno e Tassitano, nonché acquisì altri monasteri già italo-greci. Forte del patrimonio terriero ed ecclesiale acquisito, Gioacchino si recò a Roma ricevendo da Papa Celestino III l'approvazione della Congregazione florense e dei suoi Istituti il 25 agosto del 1196. I florensi continuarono a colonizzare il territorio assegnato e, affinché Fiore venisse articolato secondo lo schema della Tav. XII, misero a cultura i territori di Bonoligno e di faraclovio (o Faradomus), facendo aiutare, molto probabilmente da gruppi di laici che condividevano il progetto del novus ordo. Derivarono pertanto le acque del fiume garga fecondando dapprima Bonoligno e poi Faraclovio. Da qui insorsero delle liti con i monaci greci del monastero dei tre fanciulli, ubicato in prossimità di caccuri, che contestarono ai florensi l'occupazione di territori che secondo loro detenevano da tempi immemorabili. I poveri florensi furono bastonati, malmenati e gli edici in costruzione distrutti. Tuttavia l'azione di costruzione dell'insediamento non si fermò, fintanto che l'abate rimase in vita. Gioacchino morì nell'antica chiesa/grancia di San Martino di Giove presso Canale nel comune di Pietrafitta il 30 marzo 1202.

    Tentativi di canonizzazione

    I seguaci di Gioacchino subito dopo la sua morte raccolsero la biografia, le opere e le testimonianze dei miracoli ottenuti per sua interessione per proporne la canonizzazione. Questo primo tentativo probabilmente abortì a seguito delle disposizioni del Concilio Lateranense IV che nel 1215 dichiarò eretiche alcune frasi contro Pietro Lombardo contenute in un libello accreditato ingiustamente a Gioacchino da Fiore.

    Un secondo tentativo tentativo d'avvio della canonizzazione fu compiuto nel 1346 dall'abate Pietro del monastero florense, che si recò ad Avignone per portare al Sommo Pontefice tutta la documentazione relativa alle grazie e dei miracoli ottenuti tramite l'abate Gioacchino, sia durante la sua vita sia dopo la sua morte.

    E' risaputo che i cistercensi proclamarono beato l'abate Gioacchino, elaborandone perfino l'antifona per il 29 maggio. Si ritiene che cio sia avvenuto dopo il 1570, quando i florensi furono fatti confluire nella Congregazione Cistercense Calabro Lucana.

    Il 20 luglio 1684 il vescovo di Cosenza denunciò all' Inquisizione i monaci cistercensi di San Giovanni in Fiore poiché tenevano continuamente accesa una lampada sull'altare vicino all sepolcro dell'abate Gioacchino. Tale denuncia causò una serie di problemi relativi al culto e alle reliquie.

    All'approssimarsi del'VIII centenario della morte dell'Abate Gioacchino, il 25 giugno 2001 l'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano iniziò nuovamente l'iter per la canonizzazione. Ad oggi risulta conclusa la fase diocesana. A San Giovanni in Fiore l'abate è correntemente conosciuto come beato Gioacchino da Fiore.

    Le opere

    Gioacchino, esortato da Papa Lucio III, mise per iscritto la sua originale interpretazione delle Sacre Scritture. Tre le sue opere principali:
    1. Concordia Novi ac Veteris Testamenti
    2. Expositio in Apocalypsim
    3. Psalterium decem chordarum

    A queste si aggiungono ancora:
    1. Apocalypsim Nova
    2. De Articulis Fidei
    3. De prophetia ignota
    4. De Septem Sigillis
    5. Dialogi de Praescientia Dei et de predestinatione electorum
    6. Enchiridion super Apocalypsim,
    7. Epistulae,
    8. Inteligentia super calathis ad abbatem Gaufridum
    9. Testamentum
    10. Universis Christi fidelibus
    11. Exhortatoriu Iudeorum
    12. Genealogia
    13. Liber Figurarum
    14. Poemi
    15. Prefatio in Apocalypsim
    16. Professio fidei
    17. Quaestio de Maria Magdalena
    18. Sermones
    19. Soliloquium
    20. Tractatus super quattuor Evangelia
    21. Tractatus in expositionem et regulae beati Benedicti
    22. Ultimis Tribulationibus.

    Sono inoltre riconosciuti:
    • Testi pseudo gioachimiti: De Visio Gloria Paradisi
    • Testi apocrifi:

    1. Super Hieremia,
    2. Praemissiones e Super Esaiam,
    3. De oneribus prophetarum,
    4. Expositio super Sibillis e Merlino,
    5. Vaticinia de summis Pontificibus
    • Altri manoscritti vari chiamati Opuscoli
    .
    Le tre grandi intuizioni

    Gioacchino da Fiore ebbe tre grandi intuizioni.
    • Ha cercato e provato che esiste una concordia tra l'Antico e il Nuovo Testamento, il primo indissolubilmente legato al periodo del Padre, il secondo indissolubilmente legato al periodo del Figlio. Questo concetto, noto come "binario della teologia della storia", era condiviso da tutti i Padri della Chiesa.
    • Da questo concetto binario, Gioacchino elabora un "modello ternario", connesso strettamente alla santissima Trinità, dimostrandolo alcuni concetti fondamentali attraverso l'analisi teologico-iconografica delle lettere "ALFA" e "OMEGA".
    • Dallo sviluppo di queste due concezioni basilari Gioacchino approdò allo sviluppo dei concetti riferiti alle tre Età della Storia, sostenendo che se c'era stato il tempo in cui ha operato prevalentemente il Padre e il tempo in cui ha operato prevalentemente il Figlio, allora doveva esserci anche un tempo in cui opererà prevalentemente lo Spirito Santo, che procede da Padre e dal Figlio. La scansione del tempo che l'abate di Fiore elabora si basa sulle tre epoche fondamentali:
    • Età del Padre: corrispondente alle narrazioni dell'Antico Testamento, estesa nel tempo che va da Adamo ad Ozia, re di Giuda (784-746);
    • Età del Figlio: rappresentata dal Vangelo e compresa dall'avvento di Gesù, estesa nel tempo che va da Ozia fino al 1260;
    • Età dello Spirito Santo: estesa nel tempo che va dal 1260 fino alla fine del "millennio sabatico", ovvero quel periodo in cui l'umanità attraverso una vita vissuta in un clima di purezza e libertà avrebbe goduto di una maggiore grazia.

  8. Con tale teorema Gioacchino estende il tempo della storia, proponendo la dilazione del tempo della salvezza. Gioacchino elabora pertanto, prima il modello dell'albero dei due avventi, poi i tre alberi, quello sviluppato nell'età del Padre, quello sviluppato nell'età del Figlio e quello che si svilupperà nell'età dello Spirito Santo. L'inesorabilità della storia, secondo Gioacchino, è data da un ossessionante computo delle generazioni, che a volte valgono un'estensione di tempo a volte no. Con questo meccanismo complesso elabora una sorta di "linea del tempo", che va dalla "Genesi" al "Giudizio Universale". I due capi segnano i confini estremi della storia della salvezza che si sviluppa all'interno di questa linea del tempo. Gioacchino si chiede quanto è lunga questa linea del tempo e a quale punto di questa linea egli si trova e da qui sviluppa una serie di calcoli e combinazioni teologiche del tutto originali e per certi versi in superamento della la tesi di Sant'Agostino che si era fermata sostanzialmente al modello binario.

    Monasterium

    All'interno dei suoi ossessionanti calcoli cronosofici e millenaristi Gioacchino da Fiore elabora anche uno schema di vita religiosa per il tempo futuro, quello dello Spirito, riassunto nella tavola XII del Liber Figurarum. Esso descrive una congregazione, denominata Monasterium, che raccoglie persone raccolte in sette oratori[1]:
    • Oratorio della Santa Madre di Dio e della Santa Gerusalemme: in tale oratorio si trova l'abate
    • Oratorio di San Giovanni Evangelista: dedicato alla vita contemplativa
    • Oratorio di San Pietro: dedicato agli anziani o ai deboli di salute, lavori manuali leggeri
    • Oratorio di San Paolo: dedicato allo studio
    • Oratorio di San Stefano: dedicato a chi ha inclinazione per la vita attiva
    • Oratorio di San Giovanni Battista: per sacerdoti e clerici
    • Oratorio del santo patriarca Abramo: per laici coniugati e le loro famiglie

    Al Monasterium potevano quindi partecipare laici coninugati e non, clero secolare e conventuale, monaci spirituali. Tutti vivono sotto la guida di un unico abate che presiede l'istituto religioso, disponendo e regolando, per i gruppi e per ognuno, una sorta di scala d'accesso al Paradiso, da conquistare vivendo nella comunità. L'insediamento religioso è strutturato a modello di nuova Gerusalemme terrena con schema somigliante alla Gerusalemme dei cieli. Il Monasterium gioachimita delinea diversi aspetti comportamentali e sociali che rispettati saranno utili a varcare la porta d'accesso alla vita eterna. Il passaggio da un oratorio ad un altro si conquista glorificando il Padre eterno, ognuno per le proprie possibilità e a seconda del grado spirituale concesso ad ogni singolo individuo da Dio. Il progresso spirituale non è precluso a nessuno, per cui tutti possono aspirare ad accedere al Paradiso.

    Il modello proposto dal Monasterium rappresentò una rivoluzione per due aspetti:
    • esso affranca ampi strati della società sia dalla gerarchizzazione sia della chiesa, sia della società feudale
    • esso coinvolgeva tutti i modelli religiosi integrando nel Monasterium perfino i laici, che al tempo erano ai margini della vita religiosa.

    Questi modello monastico fu quindi osteggiato anche all'interno della chiesa del XIII secolo.

    Diffusione del pensiero gioachimita

    Concilio Lateranense e prime reazioni


    La complessa e innovativa Teologia della Storia generò tensioni, specialmente nella scuola teologica di Parigi, storicamente a lui avversa. Nel 1215, il Concilio Lateranense IV dichiarò eretiche alcune frasi contro Pietro Lombardo di un'opera sulla Trinità falsamente attribuita a Gioacchino. Da questo equivoco se ne generarono altri, fintantoché lo stesso Papa Innocenzo III con bolla del 2 dicembre 1216 informa il vescovo di Lucca di non infamare l'abate Gioacchino, giacché l'Abate è considerato dalla Curia Romana un vero Cattolico (eum virum catholicum reputamus). Con parole dello stesso tenore si espresse Papa Onorio III con la Bolla del 5 dicembre 1220 con cui da mandato all'arcivescovo di Cosenza (Luca Campano) di difendere i Monaci Florensi dalle false accuse rivolte al loro fondatore.

    Neo Gioachimiti e il Gioachimismo

    Nei secoli, il pensiero di Gioacchino da Fiore è stato studiato, divulgato e diffuso. Si possono distinguere due gruuppi di studiosi:
    • i gioachiniani e gioachimiti, che hanno rispettato fedelmente le opere originarie
    • gli pseudo gioachimiti o gioachimisti, che hanno recepito solo in parte le tesi proposte, spesso aggiungendo teoremi teologici estranei al pensiero originario.

    Tra i più grandi sostenitori dell’abate calabrese furono certamente i monaci florensi che ne seguirono la dottrina e l’esempio, ma egli suscitò interesse anche presso alcuni monaci cistercensi tra i quali:
    • Luca Campano: il primo dei seguaci eloquenti, egli fu scriba dell’abate nell’abbazia di Casamari, poi abate della Sambucina e infine Arcivescovo di Cosenza; a lui si ascrive una “vita” di Gioacchino
    • Raniero Da Ponza: monaco vissuto a stretto contatto con Gioacchino, come “socio”, a Pietralata e a Fiore, tra il 1188 e il 1195; egli fu poi nominato da Papa Innocenzo III legato Apostolico in Francia Meridionale e Spagna e in quelle terre diffuse la teologia di Gioacchino da Fiore, spargendo in quelle terre diversi semi che germineranno nel corso del secolo XIII.
    • l’abate Matteo da Fiore de la Tuscia, che fu il suo primo successore e guidò la Congregazione Florense dal 1202 al 1234, finché non fu eletto arcivescovo di Cerenzia. Egli ebbe il merito di far copiare, ricopiare, ovvero duplicare tante volte tutte le opere di Gioacchino per diffonderle nei principali centri religiosi della penisola italiana e in tutta Europa. Se le opere di Gioacchino da Fiore sono giunte fino ai nostri giorni gran merito va all’abate Matteo da Fiore e agli scriba e amanuensi florensi che si adoperarono in questo immane lavoro di copiatura e duplicazione.

    La teologia di Gioacchino grazie a questi tre uomini si diffuse rapidamente, specialmente presso i Francescani spirituali francesi e italiani in vario modo. Tra questi:
    • Il provenzale Ugo de Digne (1200/1210-?)
    • Giovanni da Parma (1208-1289), discepolo di Ugo e
    • Gerardo di Borgo San Donnino ( ?-1276), discepolo a sua volta di Giovanni da Parma, che si fece promotore del fanatico concetto relativo al Vangelo Eterno.

    Tra gli altri, si avvicinarono al pensiero di Gioacchino:
    • Salimbene de Adam da Parma,
    • l’inglese Ruggero Bacone (1214-1292),
    • la suora dell’ordine delle Umiliate Guglielma di Boemia (?-1282),
    • la consorella Manfrida da Pirovano (?- 1300) e
    • il teologo laico di questo gruppo milanese Andrea Saramita ( ?-1300).
    • il francescano francese Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298), che influenzò Giovanni di Rupescissa (Jean de Rochetaillade (1300/1310-1366) e Giovanni di Bassigny.
    • il pesarese Angelo Clareno (1247-1337), riconosciuto fondatore dei Fraticelli della vita povera, e i seguaci di quest’ultimo Michele da Cesena (1270-1342) e Jacopone da Todi (1230-1306).
    • l'eccletico spagnolo Arnaldo de Villanova (1234/1240-1312/1313)
    • Gaufredi Raymond (?-1310)
    • Francesco d’Appignano (1290?- 13??),
    • l’inglese Guglielmo di Ockham (1280-1349),
    • il francese Jean de Jandun (Giovanni di Janduno) (ca.1280-1328),
    • Marsilio da Padova (ca.1270- ca.1342),
    • Ubertino da Casale (1259-1330),
    • Délicieux Bernard (attivo 1291-1318),
    • Michele Berti da Calci (?-1389).
    • Papa Celestino V(1215-1296),
    • Cola di Rienzo (1314-1354),
    • il sassone Federico di Brunswick,
    • lo spagnolo Francesc Eiximenis (ca.1330-1409),
    • Nicola di Buldesdorf (?- 1446),
    • Girolamo Savonarola (1452-1498)

    Certo quest'elenco è solo una piccola parte di un numero molto più folto di uomini colti che sono stati influenzati dalla suava teologia.
    Nonostante molti francescani spirituali subirono condanne e reclusioni nel manifestarsi filo gioachimiti o pseudo tali, l'influenza di Gioacchino nell'ordine dei fraticelli d'Assisi rimase viva, sia nella prima fase sia nei periodi successivi. La prova più eclatante è la presenza di Gioacchino nell'arte medievale:
    • Nell'apparato scultoreo e figurativo del Duomo di Assisi,
    • Nella Divina Commedia Gioacchino e le sue idee vengono citate direttamente o indirettamente diverse volte Paradiso, Canto XII, (vv. 140-141),
    • la struttura urbanistica che i francescani dettero alle prime fondazioni americane, quali Puebla de Los Angeles, Veracruz, Los Angeles, etc.,
    • la struttura compositiva elaborata da Michelangelo Buonarroti nella Cappella Sistina, secondo lo studio di H. W. Pfeiffer S.J.

    Anche nella Chiesa cattolica contemporanea, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, diversi osservatori individuano il fiorire della ecclesia spiritualis di concezione gioachimita.

    Centro Internazionale Studi Gioachimiti

    Il Centro Internazionale Studi Gioachimiti cura l'edizione critica delle opere scritte da Gioacchino da Fiore, conservate in diversi codici manoscritti sparsi in diversi luoghi del mondo. Esso opera attraverso un Comitato Scientifico Internazionale e un Comitato Editoriale Internazionale e promuove ogni cinque anni un Congresso Internazionale di Studi a tema, relativo a Gioacchino dal Fiore e al gioachinismo. A cadenza annuale stampa la rivista Florensia che contiene studi connesse a Gioacchino e al Gioachimismo.

    Celebrazioni dell'VIII centenario della morte

    Nel 2001 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha istituito il Comitato per le celebrazioni dell'VIII centenario della morte dell'Abate Gioacchino da Fiore per promuovere la conoscenza di Gioacchino e del suo pensiero. Il programma fu redatto da Cosimo Damiano Fonseca, Professore di Storia Medioevale all'Università degli Studi di Bari, Accademico dei Lincei e direttore del Comitato scientifico del Centro Internazionale Studi Gioachimiti. Il comitato che ha agito fino a Giugno 2006, ha promosso tre congressi:
    • il primo itinerante da Roma a San Giovanni in Fiore, passando per Casamari, Fossanova, Anagni, Cosenza, Luzzi e Pietrafitta,
    • il secondo a Bari,
    • il terzo a Palermo.

    Il Comitato per le Celebrazioni ha anche promosso l'edizione della raccolta dei Codici Gioachimiti, l'Atlante delle Fondazioni Florensi, un libro sulle vicende dell'Ordine Florense, un'altro relativo ai Vaticini, conservati presso la biblioteca del duomo di Monreale.

    Bibliografia essenziale
    • Ernesto Buonaiuti, Gioacchino da Fiore : i tempi, la vita, il messaggio, Roma, Collezione meridionale, 1931.
    • Luigi Costanzo, Il profeta calabrese, Roma, Direzione della Nuova Antologia, 1925.
    • Herbert Grundmann, Studien uber Joachim von Floris, Leipzig, Berlin, 1927.
    • Gioacchino da Fiore, Introduzione all'Apocalisse, (prefazione di Kurt-Victor Selge, traduzione di Gian Luca Potestà), Viella, 1996.
    • Herbert Grundmann, Gioacchino da Fiore- Vita e opere-, a cura di G. L. Potestà, traduzione di S. Sorrentino, Viella, 1997.
    • Antonio Piromalli, Gioacchino da Fiore e Dante, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1984 (2° ed.)
    • Francesco D'Elia, Gioacchino da Fiore un maestro della civiltà europea- antologia dei testi gioachimiti tradotti e commentati-, Rubbettino Editore, 1991.
    • Gioacchino da Fiore, Commento ad una profezia ignota, (a cura di Matthias Kaup, traduzione di Gian Luca Potestà), Viella, 1999.
    • Gioacchino da Fiore, Trattato sui quattro vangeli, (a cura Gian Luca Potestà), Viella, 1999.
    • Majorie Reeves, Warwick Gould, Gioacchino da Fiore e il mito dell'evangelo eterno nella cultura europea, Viella, 2000.
    • Gioacchino da Fiore, Dialoghi sulla prescenza divina e predestinazione degli eletti, (a cura di Gian Luca Potestà), Viella, 2001.
    • Pasquale Lopetrone, La chiesa abbaziale florense di San Giovanni in Fiore, Librare, 2002.
    • Franco Prosperi, Gioacchino da Fiore e le sculture del Duomo di Assisi, Dimensione Grafica Editrice, 2003.
    • Gian Luca Potestà, Il Tempo dell'apocalisse - Vita di Gioacchino da Fiore, Laterza, 2004.
    • Gioacchino da Fiore, Il Salterio a dieci corde, (a cura di Fabio Troncarelli), Viella, 2004.
    • Fabio Troncarelli, Il ricordo del futuro-Gioacchino da Fiore e il gioachimismo attraverso la storia, Adda Editore, 2006.
    • Pasquale Lopetrone (a cura di), Atlante delle fondazioni Florensi, vol. I°, Rubbettino Editore, 2006.
    • Valeria de Fraja (a cura di), Atlante delle fondazioni Florensi, vol. II°, Rubbettino Editore, 2006.
    • Valeria de Fraja, Oltre Cîteaux. Gioacchino da Fiore e l'ordine florense, Viella, 2006.
    • Gioacchino da Fiore, Sermoni, (a cura di Valeria de Fraja), Viella, 2007.
    • H.W. Pfeiffer S.J., La Sistina Svelata, Libreria Editrice Vaticana, 2007.

    Fonte: wikipedia

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    Predefinito

    Il millenarismo gioachimita fonte remota del giudeo - americanismo

    Don Curzio Nitoglia

    29.8.2008



    Introduzione


    Abbiamo già visto
    1) la differenza tra «arabo-fobia» e anti-islamismo teologico.
    2) La natura della cultura europea, che è essenzialmente distinta da quella «occidentale» (o anglo-americanista).
    3) Ora cerchiamo di far luce sulle origini lontane del Puritanesimo americanista, tendenzialmente anti-trinitario ed essenzialmente vetero-testamentario (il Vangelo e Gesù, sono qualcosa di accidentale e posticcio, mentre la vera natura o sostanza del Puritanesimo è il Vecchio Testamento; quindi esso tende a sminuire se non a negare la Santissima Trinità e la Divinità di Cristo).
    Dunque il Puritanesimo è figlio del millenarismo «gioachimita» ed è padre del sionismo.
    Onde, per capire la vera natura del sionismo occorre risalire al Puritanesimo americanista,
    al millenarismo «gioachimita» e in ultima analisi al giudaismo talmudico-rabbinico.

    Precisazione

    Gli studiosi sono unanimi nel costatare che Gioacchino ha proposto un’ecclesiologia della Nuovissima Alleanza, la quale avrebbe rimpiazzato la Nuova come quest’ultima aveva soppiantato la Vecchia.
    San Tommaso d’Aquino ha mirabilmente confutato nella Somma Teologica tale errore.
    Inoltre è pacifico che i primi discepoli dell’Abate da Fiore fossero giudaizzanti.
    Mentre è ancora disputato se anche Gioacchino stesso fosse inclinato a giudaizzare o no.
    Cercherò di presentare succintamente il panorama di tale problema, visto alla luce dell’influsso che ha esercitato sull’anti-trinitarismo degli eretici italiani del Cinquecento, rifugiatisi in Polonia ed emigrati (XVII secolo) dall’Olanda ed Inghilterra in USA.
    Si può dire che l’origine prossima dell’americanismo è il Puritanesimo anglo-olandese, ma la fonte remota è senz’altro il millenarismo dei gioachimiti e forse di Gioacchino stesso.

    α) Gioacchino da Fiore

    Robert Moore ha affermato che attorno al XII secolo l’Europa occidentale venne trasformandosi in una «società persecutoria».
    Se da una parte l’Europa dei secoli centrali del Medioevo fu una società confessionale e quindi discriminatoria nei confronti dei non cattolici, l’alternativa alla Cristianità fu rappresentata dal pensiero millenarista di Gioacchino da Fiore secondo il quale ebrei e cristiani si sarebbero riuniti in una sola società, nella terza èra dello Spirito, nella quale avrebbero avuto una comprensione «spirituale» della Bibbia, mentre nell’Antica e Nuova Alleanza gli ebrei e i cristiani avevano avuto solo una comprensione letterale della Scrittura.
    Se - in tale epoca (XII secolo) - San Bernardo di Chiaravalle (ribadendo la tradizione patristica) affermava che Israele, dopo il deicidio, era il «fico secco e sterile» maledetto da Gesù e condannato ad essere bruciato, poiché privo di opere buone, mentre si sarebbero salvati solo coloro che seguendo Cristo avessero praticato la Legge del Vangelo, di qualunque popolo fossero stati (ebrei o gentili), «Gioacchino, invece, credeva che il popolo di Israele sarebbe stato fecondo (…), la stirpe di Sem si sarebbe fusa con quella di Jafet per formare un unico popolo in grado di produrre in sovrabbondanza frutti spirituali» (1).
    Lo stesso Robert E. Lerner (nato a New York nel 1940, professore di storia medievale all’università di Northwestern, uno dei maggiori conoscitori del pensiero ereticale e millenarista del medioevo) ammette che la visione della teologia della storia sul rapporto giudaismo-cristianesimo di Gioacchino era «irenica» e che contraddice la tesi di Norman Cohn secondo il quale ogni millenarismo medievale fu antigiudaico.
    Infatti, secondo l’Abate da Fiore, ebrei e gentili si sarebbero riuniti nella terza èra spirituale (che sarebbe durata mille anni) e avrebbero celebrato assieme le feste di sant’Abramo e di san David.
    La parola di Dio sarebbe tornata al popolo al quale era stata affidata per primo.
    Poiché grazie all’ispirazione finale dello Spirito Santo, gli ebrei avrebbero acquistato la vera «intelligenza spirituale».
    Il professor Lerner conclude: «Ne conseguiva che in avvenire ci sarebbe stato un nuovo popolo eletto, proprio come i cristiani erano subentrati agli ebrei. Tale popolo sarebbe stato formato dai nuovi ‘uomini spirituali’, contemplativi che erano giunti al ‘terzo cielo’. Secondo Gioacchino il ‘primo cielo era l’Antico Testamento fondato sui Patriarchi. Il ‘secondo cielo’ il Nuovo Testamento fondato sugli Apostoli (…) c’era da attendersi che Gioacchino stabilisse che la progressione avrebbe condotto gli eletti il più lontano possibile dagli ebrei, ma sorprendentemente non fu così (…) essa prevedeva un riavvicinamento agli ebrei» (2).

    Secondo Gioacchino il clero cattolico del Nuovo Testamento, avrebbe perseguitato (per gelosia del loro spirito profetico) i monaci spirituali della terza èra dello Spirito o «Nuovissimo Testamento» e quindi li avrebbe costretti a far ritorno a Sion, come se tornassero dai loro padri.
    «A questo punto Gioacchino solleva un interrogativo cruciale: perché sarebbe stato più conveniente per i contemplativi coabitare con gli ebrei ora, piuttosto che in passato? (…) il ritorno dei perfetti (semiti) alla terra da cui provenivano avrebbe trasformato quella terra stessa, ed operato in favore di una salvezza mutualmente benefica. (…) Sorprendente in questo caso non tanto l’idea della conversione finale degli ebrei… L’aspetto innovativo… va ricercato nell’affermazione secondo cui, alla fine dei tempi, il mondo avrebbe assistito all’unione di gentili ed ebrei, unione da cui entrambi i popoli avrebbero tratto reciproco beneficio» (3).

    Robert Lerner ammette che la ragione di «tale concezione irenica senza precedenti» vada ricercata nell’origine ebraica di Gioacchino; in effetti nel 1948 è stata ritrovata la testimonianza di un contemporaneo di Gioacchino, Goffredo d’Auxerre, che era stato il segretario di San Bernardo di Chiaravalle, il quale nel 1195 attaccava Gioacchino e lo accusava di ‘giudaizzare’ (4), asseriva che il gioachimismo era dottrina «giudaistica» e la imputava «alle supposte origini ebraiche di Gioacchino: questi era nato ebreo ed era stato ‘allevato per molti anni secondo la dottrina giudaica’, un veleno che evidentemente ‘non aveva ancora vomitato del tutto’. Gioacchino e i suoi seguaci si erano adoperati in ogni modo per riuscire a tenere segrete tali origini» (5).
    Tuttavia Robert Lerner non reputa probante tale accusa che risulterebbe essere isolata. Ciononostante deve ammettere che egli «attinse molto probabilmente all’esegesi rabbinica» (6). Occorre precisare che Gioacchino esagerava nell’interpretazione dell’Apocalisse, cercandovi tutti i dettagli (date comprese) della storia dell’umanità sino alla fine del mondo; tuttavia non tutto ciò che scriveva era campato in aria. Un certo fondamento nella realtà lo si trova nell’opera dell’abate fiorense, ma portato a conseguenze che sono incompatibili con la dottrina cattolica e l’interpretazione della Scrittura data unanimemente dai Padri ecclesiastici. Per evitare l’eccesso gioachimita, non occorre cadere nel difetto origenista e di altri che, trattando il problema dell’Apocalisse dell’escatologia e della figura dell’Anticristo, vi vedono solo una rivelazione di ciò che è successo, sino all’Incarnazione e morte di Gesù (che porrebbero, in maniera assolutamente definitiva, fine all’economia della salvezza) (7); capisco che l’eccesso (alla testimone di Geova) sia ributtante, ma un errore non si corregge con un altro errore, ogni difetto è un eccesso.
    Tali questioni non vanno esasperate ma neppure irrise, occorre studiarle pacatamente ed oggettivamente secondo l’interpretazione comune dei Padri e degli esegeti approvati.
    «L’originale concezione goiachimita - scrive Lerner - del ruolo assegnato agli ebrei, al termine della storia terrena, segnava una rottura con la millenaria tradizione cristiana» (8).
    Lerner giustamente nota che in un’Europa intollerante (XII-XIII secolo) nei confronti degli ebrei, l’abate fiorense ha avuto una visione «irenica» (oggi si direbbe ecumenica) dell’imminente unione degli ebrei e dei cristiani.

    Confutazione del Gioachimismo

    San Tommaso d’Aquino, risponde e cònfuta (meglio di ogni altro) gli errori millenaristi di Gioacchino e della sua scuola.
    Nella Somma Teologica dimostra che la Nuova Alleanza durerà sino alla fine del mondo (S.T., I-II, q. 106, a. 4).
    Infatti, la Nuova Alleanza è succeduta alla Vecchia, come il più perfetto al meno perfetto.
    Ora, nello stato della vita umana in questo mondo, nulla può essere più perfetto di Cristo e della Nuova Legge, poiché qualcosa è perfetto in quanto si avvicina al suo fine.
    Ora, Cristo ci introduce - grazie alla sua Incarnazione e morte - in Cielo.
    Quindi, non vi può essere - su questa terra - nulla di più perfetto di Gesù e della sua Chiesa.
    Per quanto riguarda lo Spirito Santo, come perfezionatore dell’opera della Redenzione di Cristo, esso è inviato proprio da Cristo per confessare Cristo stesso, che ha promesso formalmente ai suoi Apostoli: «Lo Spirito Santo che Io vi manderò, procedendo dal Padre, renderà testimonianza di Me».
    Quindi, il Paraclito non è l’iniziatore di una terza èra, ma testimonia e spiega Cristo agli uomini e li rafforza per poterlo imitare.
    Onde, dopo l’Antica e la Nuova Legge, su questa terra non vi sarà una terza Alleanza, ma il terzo stato sarà quello dell’eternità, sempre felice del Cielo o sempre infelice in Inferno.
    Gioacchino erra nel trasportare la realtà ultramondana o eterna su questa terra.
    Il Regno di cui parla l’abate da Fiore, non riguarda questo mondo, ma l’aldilà.
    Infatti, lo Spirito Santo ha spiegato agli Apostoli, (il giorno di Pentecoste, del 33 dopo Cristo), tutta la verità che Cristo aveva predicato e che loro non avevano ancora capito appieno.
    Il Paraclito non deve insegnare una nuovissima Legge o un altro Vangelo più spirituale di quello di Cristo, ma deve solo illuminare e dar forza per ben conoscere e ben vivere la dottrina cristiana, che ha perfezionata quella mosaica (S.T., I-II, q. 106, a. 4).
    Inoltre la Vecchia Legge, non fu solo del Padre, ma anche del Figlio (raffigurato e prefigurato da Mosè); come pure la Nuova Legge non fu solo del Figlio, ma anche dello Spirito promesso e inviato da Cristo ai suoi Apostoli.
    La Legge di Cristo è la Grazia dello Spirito santo, che illumina, vivifica e irrobustisce per potere osservare La Legge divina.
    Come già nell’Antico Testamento, era lo Spirito Santo ad illuminare e corroborare i Patriarchi e i Profeti, i quali pur vivendo sotto la Vecchia Legge, avevano già lo spirito della Nuova e la vivevano eroicamente, mediante la grazia dello Spirito Santo (per attribuzione).

    Quando Gesù insegna agli Apostoli che «Il Regno dei Cieli è vicino», non si riferisce - spiega San Tommaso - solo alla distruzione di Gerusalemme, come termine definitivo della Vecchia Alleanza e inizio formale della Nuova, ma anche alla fine del mondo (S.T., I-II, q. 6, a. 4, ad 4; III, q. 34, a. 1, ad 1; III, q. 7, a. 4, ad 3-4).
    Infatti, il Vangelo di Cristo è la «Buona Novella» del Regno (ancora imperfetto) della «Chiesa militante» su questa terra; e del Regno (oramai e per sempre perfetto) della «Chiesa trionfante» nei Cieli.
    Inoltre, nel Commento a Matteo sul discorso escatologico di Gesù (XXIV, 36), San Tommaso postilla: «Qualcuno potrebbe credere che questo discorso di Cristo, riguardi solo la fine di Gerusalemme…; però sarebbe un grosso errore riferire tutto quanto è stato detto solo alla distruzione della Città santa e quindi la spiegazione è diversa, … cioè che tutti gli uomini e i fedeli in Cristo sono una sola generazione e che il genere umano e la fede cristiana durerà sino alla fine del mondo» (Expos. In Matth. c. XXIV, 34).
    L’Angelico, si basa su tale testo per confutare l’errore gioachimita, secondo il quale la Nuova Alleanza o la Chiesa di Cristo non durerà sino alla fine di tempi; egli riprende l’insegnamento patristico (specialmente del Crisostomo e di San Gregorio Magno) e lo sviluppa anche nella Somma Teologica (I-II, q. 106, a. 4, sed contra).
    Perciò, il cristianesimo durerà sino alla fine del mondo, non ci sarà bisogno di una «terza Alleanza pneumatica e universale» (Catolikòs), ma la Chiesa di Cristo è il Regno del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (con buona pace di Gioacchino e seguaci), non occorre sognare il rimpiazzamento del cristianesimo, basta solo viverlo sempre più intensamente.

    β) I primi discepoli di Gioacchino

    1) Il francescano Gerardino da Borgo San Donnino nel 1254 scrisse un libro intitolato «Il Vangelo eterno» nel quale «rivela un aspetto sorprendentemente filo-giudaico: ‘Il Signore riserverà loro delle benedizioni… anche se persistono nel giudaismo’. (…) questa proposizione errata, si trovava [secondo Gerardino] nel Liber de Concordia [di Gioacchino] (…), coloro che appartengono ai collegi dei monaci dovranno provvedere… ad allontanarsi dal clero secolare e prepararsi al ritorno dell’antico popolo d’Israele» (9).
    Tuttavia, il Lerner nota che - secondo lui - Gerardino avrebbe forzato il pensiero di Gioacchino in maniera «radicalmente filo-giudaica» ancora più dell’abate fiorense stesso.
    2) Un altro discepolo di Gioacchino, dopo Pietro di Giovanni Olivi (+ 1298) fu Giovanni da Rupescissa, un francescano francese nato attorno al 1310, che profetizzava «la miracolosa conversione del popolo d’Israele, destinato a divenire il nuovo campione di una nuova fede cristiana purificata… Dal popolo d’Israele convertito sarebbe sorto un nuovo imperatore [una sorta di Messia militante] che avrebbe distrutto Roma… per rendere ancora più esplicita l’idea per cui gli ebrei avrebbero rimpiazzato Roma, Giovanni da Rupescissa definì il nuovo sovrano un ‘Augusto della stirpe di Abramo’. Non solo, dunque, gli ebrei avrebbero preso il posto dei romani come titolari dell’impero universale, ma nessun altro popolo li avrebbe scalzati dalla loro posizione sino alla fine dei tempi» (10).
    La Chiesa si sarebbe trasferita da Roma a Gerusalemme.
    3) Un altro discepolo dell’abate Gioacchino è stato Federico di Brunswick, un francescano nato nel 1389 in Sassonia.
    Egli è ancora più esplicito di Rupescissa e afferma che vi sarebbe stato, nella terza èra, un secondo Messia (reparator) che sarebbe stato «sacerdote e assieme re e avrebbe regnato sino alla fine dei tempi, cioè per un millennio. In sostanza, fecero del reparator un secondo Cristo, senza tuttavia asserirne in maniera esplicita la natura divina. (…) Il reparator, avrebbe regnato realmente come un re…, rappresentando effettivamente un messia per gli ebrei (…), tutto il popolo d’Israele si sarebbe convertito. L’impero romano e quello bizantino sarebbero stati riunificati dando vita a un nuovo impero universale da affidare agli ebrei divenuti la nuova nazione dominante (...). L’accento posto sulla conversione del popolo d’Israele e sulla trasformazione del mondo sotto la guida degli ebrei, giungeva ai profeti da Giovanni da Rupescissa, ma essi mostravano un atteggiamento ancor più filo-giudaico, arrivando ad asserire che a compiere tale trasformazione sarebbe stato un ebreo (…), sotto la [sua] guida sarebbe avvenuta quella che, di fatto, rappresentava la riedificazione del terzo tempio, [che] si poneva in aperta contraddizione con la tradizionale credenza cristiana, secondo cui il popolo d’Israele non avrebbe mai… ricostruito Gerusalemme» (11).
    4) Mentre il nostro faceva proseliti in Germania, un altro francescano Francesc Eiximenis (12) (1327-1409), in Catalogna, scriveva trattati millenaristi, egli dedicò la sua esistenza oltre che a scrivere trattati, ad intrecciare relazioni con i grandi di allora (Pietro IV d’Aragona e i suoi familiari), secondo Francesc «gli ebrei si sarebbero convertiti, la sede papale si sarebbe trasferita a Gerusalemme, dove avrebbero regnato un nuovo papa e un nuovo imperatore, entrambi provenienti dal popolo d’Israele» (13).

    Conclusione

    Il problema attuale dell’americanismo, del filo-sionismo e dello «scontro tra civiltà».
    La fobia della cultura del mondo arabo e mediterraneo (anche di quello classico della metafisica greca e dell’etica romana; di quello medievale della cristianità patristico-scolastica e del Papato romano) è assai vasto e complesso.
    Non lo si riesce a capire se non si risale alle fonti della civiltà mediorientale (Assiro-Babilonesi, egiziani…), vicino-orientale (israeliti) e mediterranea (greci, romani e cristianità europea).
    Alla luce di questi principi si scorge quanto sia incompatibile cattolicesimo romano (erede della metafisica greca e dell’etica romana) con americanismo, giudaismo-talmudico e sionismo politico-nazionale.
    Oggi ci ritroviamo sull’orlo di una guerra atomica mondiale tra Iran, Siria, Libano e Iraq da una parte, contro USA e Israele.
    Con la crisi georgiana, pilotata da Israele e USA, non ci si ferma al vicino-medio/oriente, ma il conflitto ci penetra in casa (Polonia e Paesi dell’ex Patto di Varsavia) e fa entrare direttamente in ballo la Russia (con Afghanistan e Pakistan del dopo Musharraff) e probabilmente, anche se indirettamente, la Cina.
    I teoconservatori italiani
    a) sia laicisti (Pera, Ferrara),
    b) sia ex cattolico integrali (Alleanza Cattolica, Lepanto Foundation) cercano di conciliare l’inconciliabile.
    Il fatto che ci provino dei laicisti di formazione liberale popperiano-kantiana (Pera/Antiseri) o addirittura anarco-capitalista (Quagliariello/Piombini) e post-marxista (Ferrara), non deve sorprenderci, data la loro filosofia immanentista, soggettivista e pragmatista.
    Quello che lascia di stucco è il campo ex cattolico integrale, il quale si fonda(va) sul principio di non contraddizione, sul primato della realtà riguardo al pensiero e sull’etica naturale.

    Purtroppo si deve registrare - proprio in questi giorni - che Massimo Introvigne, il quale poteva essere presentato come un elemento «deviato» (dottrinalmente parlando) di Alleanza Cattolica, è stato nominato da Giovanni Cantoni (l’attuale reggente nazionale e fondatore della medesima), vice-reggente nazionale di «Alleanza Cattolica» e suo futuro successore.
    Alleanza Cattolica, quindi, è sostanzialmente l’«Introvigne-pensiero», il quale si allontana impressionantemente dalla retta dottrina cattolica, dalla sana filosofia e dalla concezione della politica come l’hanno costruita Aristotele, San Tommaso e il magistero tradizionale della Chiesa.
    I suoi contatti col mondo massonico, giudaico ed esoterico (ampiamente documentati) hanno sollevato molte perplessità, anche in ambienti ufficiali (vedi GRISS). Si voleva sperare che egli fosse una voce «minoritaria» e «singolare» di Alleanza Cattolica, ma non è così.
    Anche la «Lepanto Fountation» di Roberto De Mattei, accoglie scritti su «Radici Cristiane» di Guglielmo Piombini, anarco-capitalista, proveniente dal Partito Radicale, in funzione anti-islamica ma certamente non ortodossamente cattolica; organizza convegni sul giudeo-cristianesimo (ossia il «cerchio-quadrato») all’Università Europea con Giorgio Israel ed Emanuale Ottolenghi (redattori della rivista della Comunità israelitica romana «Shalom») e il noto attivista omosessualista americano Bruce Bawer (che è stato chiamato e presentato pubblicamente quale relatore nei cartoncini d’invito, anche se non è intervenuto).
    Tutto ciò ci mostra la contraddittorietà (dottrinale e pratica) di un mondo che vorrebbe conciliare americanismo-giudaizzante e cattolicesimo («esteriorizzante»).

    Cosa dire?
    Che «bisogna vivere come si pensa, altrimenti si finisce per pensare come si vive»
    Ora andare contro-corrente è scomodo, però Gesù ci ha insegnato che la strada la quale conduce al Paradiso è stretta ed angusta, mentre quella che porta alla perdizione (se si persevera in essa, Dio non voglia, ma «talis vita, mors ita») è larga e spaziosa.
    Che Dio ci aiuti a perseverare nella strada del Calvario e ci tenga le mani in capo, poiché «qui reputat se stare, timeat ne cadat» (san Paolo).

    Don Curzio Nitoglia
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    1) R. E. Lerner, «La festa di Sant’Abramo. Millenarismo gioachimita ed Ebrei nel Medioevo», Roma, Viella, 2002, pagina 8.
    2) Ivi, pagina 29.
    3) Ivi, pagine 35-36.
    4) Ivi, pagina 36.
    5) Ibidem.
    6) Ivi, pagina 39. Confronta anche: Gioacchino da Fiore, Invito alla lettura, G.L. Potestà (a cura di), Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 1999. Tale tesi è confermata da Yoseph Caro (rabbino di Ferrara) che ha scritto: «Quanto al luogo della dimora del Messia (…) alcuni testi [della letteratura rabbinica e talmudica] lo pensano nascosto e sofferente a Roma, come nella città che determinò la caduta del regno ebraico (Sanhedrìn, 98, a)… Molti luoghi talmudici descrivono i tempi messianici. La prima conseguenza della venuta del Messia consiste nel ritorno degli ebrei, numericamente aumentati, in Palestina e la riedificazione della città di Gerusalemme e del Tempio…, cesserà il peccato, e di conseguenza anche la morte. I figli d’Israele diverranno, perciò, immortali. Ma gli effetti della venuta del Messia non si faranno sentire solo per Israele [bontà loro]: un’epoca di beatitudine si aprirà per tutte le nazioni che, pentite delle loro colpe, saranno perdonate.
    L’idolatria [Cristo = Dio] cesserà, tutte le Genti adoreranno un solo Dio» (Enciclopedia Italiana, voce «Messia» e in particolare «L’idea messianica nell’ebraismo postbiblico», Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1929-1936, volume XXII, pagine 957-958. Come si vede questa stessa dottrina del Talmùd sul Messia (come ci è spiegata dal rabbino Yoseph Caro) la si ritrova fedelmente riportata negli scritti di Gioacchino da Fiore e dei suoi discepoli (come ci sono presentati dal professore israelita Robert Lerner). Quindi asserire che l’origine del millenarismo gioachimita è certamente talmudica, non è frutto di stereotipo e pregiudizio antisemita, ma è la verità storica com’è insegnata dagli stessi rabbini e talmudisti israeliti.
    7) Per quanto riguarda l’Anticristo i Padri della Chiesa, fondandosi sul Deposito della fede rivelata (specialmente in San Paolo 2^ Ep. Tess., II, 3-12; e San Giovanni 1^ Ep., II, 18-22; IV, 3; 2^ Ep. VII; Apocalisse, XI, 7ss.; XIII-XIV), insegnano unanimemente che la fine del mondo deve essere preceduta dal regno dell’Anticristo (II Tess.) che è «l’uomo del peccato», ossia «il mistero d’iniquità operante nel mondo» il quale si manifesterà pienamente quando l’ostacolo o «colui che lo trattiene» (il Papa) verrà parzialmente meno. Egli sarà un uomo, non un personaggio metaforico (errore per difetto) e neppure il diavolo incarnato (errore per eccesso). Sarà ebreo, accolto come il messia giudaico. Vorrà farsi adorare al posto di Dio. Prevarrà per un certo tempo, poiché gli uomini avranno perso «l’amore per la verità» (II Tess.). Dio invierà due testimoni (Enoch ed Elia) per aiutare i fedeli a resistere alla sua persecuzione (Apocalisse XI) che sarà la più sanguinosa della storia, ispirata dall’odio diretto contro Dio. Quasi tutti apostateranno, ma Gesù ucciderà l’Anticristo «col soffio della sua bocca» (San Paolo) e Israele si convertirà al cristianesimo.
    Monsignor Salvatore Garofalo scrive: «L’interpretazione comune tra gli scrittori cristiani vede nell’Anticristo un personaggio distinto da Sàtana, ma da lui sostenuto, che si manifesterà negli ultimi tempi, prima della fine del mondo, per tentare un attacco e un trionfo decisivo su Gesù e la sua Chiesa. (…). Ciò che impedisce lo scatenarsi di questa formidabile potenza è un misterioso ‘ostacolo’ che è nello stesso tempo considerato, in astratto, come una potenza [la Chiesa romana] e, in concreto, come una persona [il Papa]. (…) L’ostacolo impedisce la manifestazione dell’Anticristo, non la sua opera personale. L’Anticristo persona, si rivelerà nell’ultima fase della lotta anticristiana, che imperversa in tutti i secoli, e prepara lentamente l’apparizione del ‘figlio della perdizione’ alla fine dei tempi» («Dizionario di Teologia dommatica», Roma, Studium, 4^ edizione, 1957, pagina 23).
    8) Ivi, pagina 44.
    9) Ivi, pagina 65.
    10) Ivi, pagina 112.
    11) Ivi, pagine 130-131.
    12) F. Eiximenis, «Estetica medievale. Dell’eros, della mensa e della città», Milano, Jaca Book, 1986.
    13) Dizionario di Teologia dommatica, citato, pagina 147. Confronta anche: R. E. Lerner, «Refrigerio dei santi. Gioacchino da Fiore e l’escatologia medievale», Roma, Viella, 1995;
    H. Grundmann, «Gioacchino da Fiore. Vita e opere», Roma, Viella, 1997; H. de Lubac,
    «La posterità spirituale di Gioachino da Fiore», Milano, Jaca Book, 2 volumi, 1983.
    In tale studio l’autore dimostra (specialmente nel 2° volume, «Da Saint-Simon ai giorni nostri») che il gioachimismo ha esercitato (e continua ad esercitare) un profondo influsso sui filosofi moderni e odierni e sui movimenti politici che si sono succeduti dalla fine della cristianità sino al mondo attuale (Cousin, Fourier, Saint-Simon, Lamennais, Mickiewicz, de Maistre, Marx, Hitler, Soloviev, Berdiaev, Bloy, Péguy). Anche la questione del millenarismo giudaico e medievale-fiorense non è sorpassata, ma mantiene tutta la sua attualità, soprattutto oggi, con il dominio dello Stato d’Israele e degli Stati Uniti d’America sul mondo intero e la reazione del mondo arabo che hanno suscitato, la quale ci sta portando in uno stato di caos universale e di guerra perpetua. Non bisogna, infatti, dimenticare che la maggior parte dei neo o teo-conservatori «cristianisti» (non «cristiani») americani (che oggi influenzano la politica di «destra» dell’amministrazione Bush) ha un «passato» politico di «ultra-sinistra» o meglio trozkista, sono in gran parte di origine ebraica e discepoli della Scuola di Francoforte, trasferitasi in America nel 1933 e rimastavi con Teodoro Adorno sino al 1950 e con Herbert Marcuse sino al 1979. Tale scuola politica era caratterizzata dalla sostituzione dell’odio di classe del proletariato (nella rivoluzione comunista), che veniva rimpiazzato dal pansessualismo freudiano, lo scatenamento degli istinti e la perdita della padronanza di sé;
    la maggior parte dei suoi membri erano di origine israelita (G. Lukàcs, E. Fromm, T. Adorno,
    W. Reich, W. Benjamin, H. Marcuse, M. Hokheimer, F. Pollock).
    Il trozkismo è il comunismo più radicale e pericoloso; esso è una setta segreta o esoterica, rispetto al comunismo pubblico o essoterico di Stalin. Il soggettivismo relativista è la natura del trozkismo, secondo il quale la teoria è al servizio della prassi o del movimentismo che deve portare al caos «infinito e perpetuo», servendosi d’ogni mezzo (anche un politicante «conservator-cristianista»).
    Occorre, per il trozkismo, prima distruggere i valori greco-romani e cristiani. Corrompere il mondo dei valori e dei princìpi, pervertire la gioventù scatenando gli istinti e le passioni disordinate come strumento di sovversione (nichilismo filosofico individuale e anarchia sociale), poi si potrà esportare il comunismo libertario-movimentista (alla Bertinotti, contrariamente a quello ingessato militar-burocratico stalinista, alla Cossutta) in tutto il mondo e vi sarà, così, una società perfetta (millenarismo) su questa terra. La rivoluzione studentesca del maggio 1968, è stata la vittoria del trozkismo secondo il quale «un cervello vuoto (dei sedicenti ‘studenti’) è più ricettivo di comunismo che un ventre operaio affamato». Il trozkismo ha fatto la rivoluzione non grazie al proletariato, ma tramite la corruzione della gioventù studentesca, grazie al freudismo di massa e alla sfrenatezza dei costumi. Il sindacalismo rappresenta un altro cavallo di battaglia del trozkismo, esacerbando
    i contrasti (e non risolvendoli): tra imprenditore e lavoratore, maestro e studente, padre e figlio, marito e moglie, prete e fedele. Infiltrando la magistratura; corrompendo la scuola, l’insegnamento, la cultura; neutralizzando le forze dell’ordine. La moda e l’abbigliamento hanno esercitato un influsso notevole sul cambiamento di mentalità degli uomini, la musica pop, la droga detta «leggera», le canzonette realmente leggere che arrivano là ove il libro e neppure il volantino non giungono; il tipo di vita frenetico, instabile, vagabondo hanno rivoluzionato o cambiato la faccia al mondo. I rotocalchi rosa, sotto apparenza di «innocenza» hanno fabbricato una «cultura» di massa psicoanalitica e freudiana. Freud è diventato, così, una forza politica popolare che ha terremotato l’universo. Moda + musica + psicoanalisi di massa hanno cambiato la faccia del mondo e lo hanno reso una bolgia infernale, il regno sociale di satana pronto, oramai, ad accogliere l’anticristo. Non c’è da stupirsi se costoro si sono serviti di una potenza militare apparentemente conservatrice, per portare la rivoluzione permanente nel mondo intero, dal Medio Oriente (1990-2002), all’America stessa (2001) e all’Europa (2003-2005).
    Confronta anche: M. Reeves-W. Gould, «Gioacchino da Fiore e il mito dell’Evangelo eterno nella cultura europea», Roma, Viella, 2000. In tale opera gli autori riprendono e approfondiscono lo studio del de Lubac, specialmente quanto a Blake, Lessing, Schiller, Schelling, Renan, Wilde, Huysmans, Nietzsche, Joyce. Tra i maestri dei teo-conservatori troviamo anche Abraham Joshua Heschel uno degli artefici di «Nostra Aetate», i cui libri sono stati fatti conoscere in Italia da Cristina Campo e dalla case editrici conservatrici Borla e Rusconi negli anni Settanta-Ottanta. Inoltre vi sono anche Jacob Taubes e Leo Strauss (oggi molto in voga in ambiente teo-conservatore italiano). Su Jacob Taubes confronta: E. Stimilli, «Jacob Taubes. Sovranità e tempo messianico», Brescia, Morcelliana, 2004. Su Leo Straruss confronta: Kenneth L. Deutsch- John A. Murley, «Leo Strauss, the Straussians and the American Regime», Roman & Litlefield. D. Tanguay, Leo Strauss, «Une biographie intellectuelle», Parigi, Grasset, 2003.

    FONTE

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