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  1. #1
    the dark knight's return
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    Predefinito Florian- Contro il proprio tempo- Prefazione di Dark Knight

    Il fenomeno Florian ha investito POL non molto tempo fa; da un giorno all'altro il nostro sito si è trovato a fare i conti con quello che forse è il forumista più preparato di sempre. Entrò in punta di piedi su Conservatori e Conservatorismo per poi allargarsi fino ad arrivare a Tradizione e Identità. Questo saggio è la raccolta di tutti i suoi articoli su Politica Online, articoli scritti con il cuore e che spesso sono stati sottovalutati dal pubblico o perchè troppo difficili e prolissi oppure perchè potevano oscurare altri galli nel pollaio.
    Questa raccolta la ebbi in mente molto prima dell'adesione di Florian a La Destra Nazionale in quanto avere un pensatore di tale livello presente nel nostro forum vale molto di più che il giochino Camera e certe ricchezze vanno coltivate e tenute a conto. Molti di voi magari non apprezzeranno il suo pensiero ma è un pensiero che accomuna tutta LDN e il forum Tradizione e Identità in una cosa: l'onestà delle idee.
    Florian è onesto e non ha paura di far vedere che può cambiare idea. Florian è un conservatore nel vero senso del termine e non idolatra il GOP o i Tories in quanto tali...lo vedremo schierarsi contro Bush in una maniera impeccabile, dicendo che prima era un suo fan ma che poi lo ha deluso.
    Fate tesoro di questi articoli.

    Dark Knight

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  2. #2
    the dark knight's return
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    Indice


    Prefazione, di Dark Knight
    01. La Destra e l’Italia
    02. Lettera ad un camerata
    03. La Sinistra
    04. McCain e il futuro dei Repubblicani USA
    05. Se gli uomini fossero onesti non ci sarebbe bisogno dello Stato
    06. Sono stato un fan di George W.
    07. Strauss
    08. Evola
    09. Perchè sono conservatore
    10. Come si diventa conservatori
    11. Conservatorismo, antropologia, cristianesimo
    12. Uomo nero non avrai il mio scalpo
    13. Il giovane conservatore
    14. Destra radicale
    15. Dieci ragioni per odiare Obama
    16. No Obama!
    17. De Profundis
    18. Ode per Barack Obama
    19. E’ americana, è conservatrice... è Country!
    20. La chiesa fa politica, ma lontano dai "teocon"
    21. I nuovi Tories
    22. Il "dagli alla destra" funziona anche a destra.
    23. Cattolicesimo e pena di morte
    24. Conservatorismo e cattolicesimo
    25. Con Tremonti
    26. Può esistere un liberalismo senza etica?
    27. Stiamo facendo una politica di sinistra
    28. Una destra per sgarbo
    29. Conservatorismo antico e moderno
    30. I Conservatori: apocalittici o integrati?
    31. Contro Martino
    32. Reazione!
    33. Gemeinshaft e Gesellschaft
    34. Neocons
    35. Perchè l'America
    36. Kirk, Blondet, Alleanza Cattolica
    37. Appunti paleoconservatori
    38. Invettiva reazionaria
    39. Il Gattopardo
    40. Edmund Burke e il Paleoconservatorismo americano
    41. I Repubblicani seminano... i Democratici raccolgono!
    42. Propositional Nation?
    43. Il nero vince
    44. Casa
    45. Napoli
    46. A Choice Not an Echo
    47. Un mondo migliore
    48. Fare chiarezza
    49. Scandalo America
    50. Lettera ad una ragazza americana
    51. Cosa resterà di quegli anni ottanta?

  3. #3
    the dark knight's return
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    FLORIAN




    Contro il proprio
    tempo


    APPUNTI INATTUALI

    aprile / settembre 2008








    PoliticaOnline

  4. #4
    the dark knight's return
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    La Destra e l’Italia



    Si apprestano le elezioni e il popolo conservatore non ha un partito per cui votare. Se fossi americano voterei per i Repubblicani; da inglese opterei per i tories; ma in Italia?
    Il divorzio dell’Italia con la destra è purtroppo di lunga data. Nel nostro Paese, infatti, dopo l’esperienza della destra storica e del nazionalismo, la destra si è confusa con il fascismo ed è stata giustiziata con esso a Piazzale Loreto. Nel dopoguerra sono nati, è vero, partiti di destra come il Partito Monarchico e il Partito dell’Uomo Qualunque, ma hanno avuto vita breve, finendo con l’essere assorbiti dal Movimento Sociale Italiano, che ha incarnato una destra sui generis.

    Il sottoscritto non nasce in una famiglia missina e arriva a votare per la destra, superata l’adolescenza, con Alleanza Nazionale. Questo è un partito a connotazione "sociale", velatamente antiamericano, ma che rappresenta nonostante tutto ideali e interessi conservatori.
    Il primo giornale di destra che comprai fu L’Italia settimanale, un coraggioso settimanale diretto da Marcello Veneziani. Successivamente mi lego al nuovo Borghese, riportato in edicola dal Vimercati. Tra le firme del Borghese c’è Alberto Pasolini Zanelli e attraverso i suoi reportages inizio a conoscere ed apprezzare la destra americana. Approfondisco questa realtà grazie al bimestrale politico, Percorsi, di Gennaro Malgieri, dove scrive un giovane studioso del conservatorismo tradizionalista quale Marco Respinti.
    Seguo la lenta evoluzione di AN fino a quando alle europee del ’99 Gianfranco Fini decise di lanciare con Mariotto Segni l’audace progetto dell’elefante. L’idea di una destra italiana ricalcata sul profilo dei Repubblicani USA mi affascina, tuttavia il tentativo abortisce subito dopo il brutto risultato della lista alle Amministrative. Quando Fini è costretto dalla sua dirigenza ad abbandonare il progetto rimango fortemente deluso e disgustato dalle pulsioni neofasciste della base decido quindi di passare a Forza Italia.

    Dò il mio voto alla compagine berlusconiana alle vittoriose politiche del 2001, nonostante sia lontano dall’essere un fan di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere non è infatti un politico di destra; al contrario, è un moderato con una moglie socialista che negli USA verrebbe considerato un Rockefeller Republican e non certo un conservatore. Del resto lui ama citare i nomi di Reagan e della Thatcher generalmente alle convention confindustriali, ma poi segue le tipiche politiche dei partiti popolari. I media in suo possesso, tra l’altro, non hanno mai supportato battaglie conservatrici – Mondatori ha persino pubblicato le barzellette su Bush e i best sellers di Michael Moore!
    Nonostante i vari cedimenti ho votato Forza Italia fino alle passate elezioni, ritenendolo pur con tutti i suoi limiti, il partito più a destra (ed è tutto dire) del panorama politico italiano. Oggi però constatato il distacco manifestato dai vertici di FI verso un Giuliano Ferrara o un Marcello Pera che cercavano di imprimere una svolta conservatrice (anche nel linguaggio) alla compagine berlusconiana, mi sono detto che non valeva più la pena insistere in quella direzione.

    Attualmente la scena politica si è arricchita di un nuovo partito guidato da Francesco Storace, che ha salutato Fini per fondare La Destra. Questa "destra" è cosa assai dissimile dal mio ideale partito conservatore, ma con tutti i suoi limiti e le sue storture è pur sempre l’unico partito italiano che accetta oggi di definirsi di destra. L’arrivo della Santanchè e l’identificazione del nuovo soggetto PDL con il PPE democristiano, mi hanno convinto ancor di più nella necessità di questa scelta anche se dovesse precludere la vittoria al centrodestra.
    Queste elezioni che si apprestano mi paiono infatti assurde. Berlusconi sembra abbia deciso di non stravincere forse perchè vuole condividere con la sinistra l’onere del risanamento italiano. Ragion per cui non ha fatto campagna elettorale, mettendo ai margini gli alleati fedeli (Storace) e meno fedeli (Casini).

    La Destra è un partito in continua evoluzione e grazie alla Santanchè ha mostrato un carattere "di destra" che mancava alla politica italiana dai tempi di Almirante. Ecco dunque il mio piccolo dilemma: dover votare per un partito che si dichiara di destra ed ha un carattere di destra, sapendo al tempo stesso però che la sua base di riferimento è distante anni luce dalle destre occidentali. D’altro canto, chi ha deciso di votare per il PDL non teme di scivolare verso un centrismo indifferente ad ogni speranza autenticamente conservatrice?

  5. #5
    the dark knight's return
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    Lettera ad un camerata



    Caro camerata,

    ti scrive un conservatore occidentale che apprezza il libero mercato. Apprezza, non "crede" fideisticamente alle sue presunte facoltà taumaturgiche. Penso che in questa fase storica il liberismo sia il sistema economico che meglio risponde alle esigenze di sviluppo, ma non mi sogno di dire – alla maniera di taluni liberali - che sarebbe andato bene in ogni epoca e per ogni Paese. Non ho problemi ad ammettere che se anni fa sono stato un fiero sostenitore della Lady di Ferro, all’epoca della Germania Guglielmina sarei stato un devoto cultore del Cancelliere di Ferro. Perché anche io come te credo nel primato della politica sull’economia e penso che la libertà non sia un fine in sé ma solo un mezzo per garantire una vita buona.
    Dopo aver votato in passato per i partiti della CDL in questa tornata elettorale ho deciso di appoggiare il cartello Destra-Fiamma e se il "vostro" Iannone riuscirà a farcela un piccolo contributo l’avrò dato anch’io. Non mi aspetto un ringraziamento ma spero possa garantire un onesto scambio di opinioni.

    Io non sono e non sarò mai un antifascista. Non potrei esserlo in rispetto dei miei nonni materni che durante il Ventennio furono fascisti e poi, dopo la guerra, votarono monarchico. Mio nonno era un Maggiore dei carabinieri che dopo l’8 settembre lasciò l’arma e da Roma si trasferì con la sua famiglia al nord. Dopo la guerra rientrò nei carabinieri e divenne Colonnello, ma la sua carriera gli venne ostacolata per non aver seguito Badoglio.
    Non potrei mai essere antifascista perché da conservatore riconosco che il fascismo ha dato all’Italia un posto tra le potenze internazionali garantendole anche qualche gloria militare.
    Ma soprattutto non riesco ad essere antifascista perché so bene, e ci penso spesso, che se avessi avuto qualche anno in più sulle spalle negli anni settanta mi sarei potuto trovare in una sezione del FdG, col rischio di finire sprangato come il povero Ramelli, magari solo perché trovato a leggere per strada un giornale come Il Borghese. Invece il destino ha voluto che nascessi pochi anni dopo quella generazione, e vivessi da adolescente il cosiddetto riflusso e la fuga nel privato. E come disputa conoscessi solo quella fra i russi e gli americani.
    Anche se la mia storia è stata diversa dalla vostra provo un profondo rispetto per voi. Perché, al di là delle ideologie, so bene che la politica la fanno le persone in carne ed ossa e che la battaglia anticomunista, sui giornali e nelle piazze, non l’hanno fatta i liberali di Malagodi, ma i ragazzi di Almirante. E nel mio piccolo mi sento anche in debito con voi. Perché siete gli unici ad aver pagato e che continuate a pagare, nonostante il fatto che se l’Italia non è finita sotto il tallone stalinista lo si deve in parte anche a voi. Nessuno vi ha mai detto grazie. Per quel che conta voglio farlo io.


  6. #6
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    La Sinistra




    La sinistra mi è indigesta per svariati motivi, ma ce n'è uno in particolare che me la fa odiare: la supponenza.
    L'uomo di sinistra pretende infatti di essere sempre un passo avanti a te: loro sono i più buoni, i più onesti e i più fighi. Sono sempre "in", mentre chi è di destra ovviamente "out", la pecora nera, l'escluso della compagnia.
    E' questo il lascito dell'antenato giacobino. Un tempo l'avversario si passava sotto la ghigliottina, ora si costringe gentilmente ad una gogna mediatica. Oggi come ieri però, se non la pensi come loro non hai scampo. Non c'è dialogo che tenga, non può esservi per chi si ritiene di principio antropologicamente superiore.
    La sinistra incarna il desiderio smodato della ragione, la Dea Ragione, di dominare e sottomettere ogni cosa le sia estraneo. E' prepotenza, usurpazione, violenza verso ciò che vi è di più autentico nell'uomo: il suo spirito naturale, la sua "anima". La sinistra ritiene di doversi impossessare dell'anima umana, di doverla educare, malleare, solleticare ai propri fini. E' il Mefistofele del Faust. Come Iago in Shakespeare. E' il "Male".

  7. #7
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    McCain e il futuro dei Repubblicani USA



    La Old Right postbellica esercitò un ruolo predominante nel "Movimento Conservatore" americano durante gli anni cinquanta e sessanta, entrando in crisi, paradossalmente, con l'elezione di Ronald Reagan, alla quale tra l’altro aveva particolarmente contribuito. Con Reagan il conservatorismo arrivò sì al potere, ma di questo se ne avvantaggiarono particolarmente componenti estranee alla Old Right, quali la destra religiosa e i neoconservatori, e il tradizionale repubblicanesimo moderato divenuto col tempo anch'esso più conservatore.
    I tradizionalisti legati a Burke e alla vecchia scuola tory di Disraeli e Churchill, si trovarono a fare i conti con un conservatorismo aggiornato che negli USA, come in Albione con la Thatcher, sembrava rifarsi soprattutto a Gladstone e all’eredità whig.
    Orfani del Vecchio Sud, sconfitti dalle guerre culturali con la sinistra liberal, i tradizionalisti non seppero aggiornare la loro agenda politica. Ragion per cui, agli inizi degli anni novanta, in seguito alla caduta del comunismo sovietico, dalla vecchia componente tradizionalista prese corpo una nuova corrente "paleoconservatrice", che abbandonò il nostalgismo vecchio stampo per lanciarsi in nuove guerre culturali che avevano come campo d’azione terreni "scivolosi" quali la sociobiologia, la teoria evolutiva e l’antropologia, in un percorso non dissimile da quello compiuto in Francia dalla Nouvelle Droite.
    In seguito ad alcune affermazioni riguardanti neri ed ebrei giudicate xenofobe e antisemite, Pat Buchanan – il leader di questi frondisti Repubblicani – venne progressivamente ostracizzato dai compagni di partito e per tutti gli anni novanta si fece interprete dei malumori interni alla destra "dura", cercando prima di dar vita ad un fusionismo "paleo" con i right libertarian di Rothbard, quindi nel 2000 candidandosi alla Presidenza tra le fila del Reform Party. Il bassissimo consenso ottenuto evidenziò tuttavia lo iato creatosi con gli anni tra i fautori della Vecchia Guardia e il Repubblicanesimo aggiornato.

    I "neocons" vengono spesso smarcati dalla destra americana più "autentica" e nel migliore dei casi vengono compresi nell'alveo del cosiddetto "fusionismo". Tuttavia negli ultimi tempi i rapporti di forza all’interno dei conservatori sono radicalmente cambiati. Iil "fusionismo", che nasce con la campagna Goldwater ed è stato rispolverato ultimamente dalla National Review con la candidatura di Mitt Romney, ma anche dal velleitario Thompson, sembra mostrare ormai la sua inadeguatezza a rappresentare compiutamente l’odierna destra americana. Viceversa, il successo di John McCain è la dimostrazione di quanto profondo sia stato il mutamento dell’anima conservatrice negli ultimi quindici/venti anni.
    McCain non è un moderato alla Giuliani, ma un conservatore sui generis, molto diverso da quelli che si continuano a definire "tradizionali". Sui temi economici e sociali è assai più cauto e "progressista" dei tradizionalisti e dei libertari, mentre in politica estera è invece considerato un "falco" dei più agguerriti.
    In realtà, se il Movimento Conservatore nel suo complesso ha sempre rivendicato un'identità "jeffersoniana", con McCain i nuovi Repubblicani sembrano situarsi a metà strada fra la tradizione populista di Jackson e quella federalista di Hamilton. Non a caso i riferimenti politici dell’anziano guerriero sono, oltre Reagan, Abramo Lincoln e Theodore Roosevelt, due presidenti "hamiltoniani" che sono assenti nel pantheon tradizionalista-libertario. E ancora più interessante è il fatto che la sua ascesa politica sia stata supportata da commentatori estranei alla National Review, giovani leve tipo David Brooks (NY Times) e Bill Kristol (Weekly Standard). Entrambi portavoce negli ultimi anni di un conservatorismo di tipo nuovo - e di cui Bush Jr. è stato talora interprete - denominato "Big Government Conservatism" o "National Greatness Conservatism".
    E’ soprattutto il tema della grandezza nazionale ad ispirare questo nuovo conservatorismo che cerca disperatamente una via "americana", postideologica e pragmatica, in grado di sanare le ferite sociali provocate da una destra tradizionale ritenuta troppo partigiana e divisiva. Alla ricerca di un consenso fra gli indipendenti e i centristi Democratici, ritenuto essenziale per una coalizione che abbia intenzione di ricompattare l’America, il nuovo Partito Repubblicano sembra deciso se necessario anche a fare a meno delle sue componenti minoritarie, che per anni sono state anche le più tipiche della sua base elettorale.
    A indicare la nuova rotta, tra gli intellettuali di una destra "orfana" dei Friedman e dei Kirk, erano stati i "Tocquevilliani", ovvero un gruppo scelto di neocons e straussiani che sono riusciti a rimodellare su nuove basi il conservatorismo Repubblicano.
    Dopo l’espulsione dei paleocon (che oggi fiancheggiano la destra razzista) potrebbe essere ora il libertarismo di Hayek ad essere espulso da quella che per tutto il Novecento è stata la sua "casa" naturale. I nuovi conservatori non credono affatto all'idea di uno stato "nemico" (Nock), ma anzi, rispolverando Hamilton, sono convinti che solo attraverso uno Stato "forte" gli USA possano guardare con fiducia alle sfide del nuovo secolo.

    Paradossalmente quindi lo stesso Russell Kirk, il riverito padre nobile del conservatorismo USA, non sembra più in grado di offrire granchè ad una "right nation" che oggi si sente estranea alla nostalgia tory non meno che alle socialdemocrazie continentali. Diversamente da quanto auspicherebbe la destra europea è il conservatorismo alla Burke - con i suoi continui richiami alla virtù e alla tradizione - a non significare più nulla al conservatore americano che sulle orme di Leo Strauss in onore della democrazia liberale ha già dato da tempo il suo gioioso addio alla Storia.

  8. #8
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    Se gli uomini fossero onesti non ci sarebbe bisogno dello Stato



    "Se gli uomini fossero onesti non ci sarebbe bisogno dello Stato", diceva il Prezzolini. E ancora: "Se non ci fossero assassini, non ci sarebbero neppure poliziotti".
    Queste affermazioni sono illuminanti nella loro malinconica oggettività: vorremmo essere angeli, ma purtroppo per noi siamo solamente uomini. Dice poi il Valery: "Uno Stato forte ci schiaccia, se è debole noi periamo". Quale forma di Stato allora è la più giusta per evitare sia l’anarchia che il dispotismo?

    Ovviamente l'uomo democratico e i sistemi totalitari adorano la macchina statale in quanto azzera le differenze sociali. Lo Stato è infatti una livella: togli qua, aggiungi là, mal comune mezzo gaudio. A destra, invece, la questione dello Stato divide il mondo conservatore e libertario da quello propriamente anarchico. I primi due ritengono che lo Stato debba essere ridotto al minimo, che badi a garantire la legge e l'ordine all'interno e all'esterno della nazione, il terzo invece ne richiede la più completa abolizione.
    Il conservatore in quanto inegualitario accetta l’idea libertaria di uno Stato minimo, tuttavia rifiuta la posizione anarchica di una giustizia affidata ai privati. Per un conservatore le poche funzioni che gli competono - in primis di garantire la sicurezza - lo Stato ha il diritto di esercitarle. E bene.


    Infatti, se per il conservatore lo Stato è un male, è pur sempre un male che si rende necessario per prevenirne uno peggiore, che è l'anarchia. In mancanza di uno Stato, la legge chi la amministrerebbe? E l'ordine pubblico? E chi ci difenderebbe da possibili invasioni straniere? Dunque anche se lo Stato equivale ad una coercizione, si è costretti ad accettare questo quoziente di violenza per ovviare ad un'alternativa ancora più violenta - quella anarchica - che è oltretutto irrealistica. L'uomo, dominato dall'invidia e dalla vanità, ha creato lo Stato democratico proprio per soddisfare il proprio bisogno di eguaglianza e c’è da credere che non se ne disfarrà tanto facilmente.
    Infatti, non è lo Stato in sè che deresponsabilizza l'uomo. E' solo lo Stato assistenziale novecentesco a farlo, essendo stata questa una degenerazione di quella decente forma statale che si potè avere nei paesi anglosassoni durante il secolo XVIII e XIX. Degenerazione conseguente all'appiattimento del genere umano all'ideale democratico.

    Non c'è mai stato alcun politico conservatore che abbia mai pensato in termini positivi circa la natura umana. L'uomo non è "buono per natura" come diceva Rousseau. Questa è una fantasia del peggiore illuminismo; in realtà aveva ragione Hobbes ad essere pessimista sulla razza umana, solo che il suo rimedio - il leviatano - si è dimostrato peggiore del male che intendeva combattere. Se l'uomo non fosse il lupo dell'uomo non esisterebbe alcuna LEGGE, solo scambio... In realtà l'uomo ha una natura egoista che lo porta a prevaricare sul proprio simile. Da qui l'esigenza per la società di darsi delle leggi.

    Gli anarchici al contrario sono portati a pensare, proprio come Rousseau, che alla base della società vi sia la collaborazione "pacifica". Per gli anarchici infatti tutto è molto semplice: si abolisce lo Stato e gli uomini vivranno per sempre felici e contenti. Da questo punto di vista non c'è divergenza con la sinistra critica del potere in quanto tale. Dice: non facciamo la guerra, i problemi si risolveranno altrimenti. Come? Non è dato saperlo, ma quando c'è la fede...
    Tuttavia non si può discutere fra chi ragiona e chi ha fede. Il primo si basa sui dati reali forniti dall'esperienza, il secondo su supposizioni che "crede" siano incontrovertibili e che non sono affatto certe. La via anarchica potrebbe benissimo rivelarsi più angosciante, violenta ed anche più costosa per il singolo cittadino. Ma poichè non è mai esistita nella storia una società anarchica, ognuno potrà dira quel che vuole sicuro di non essere smentito.
    E’ questa una visione oltre che troppo ottimistica anche ingenua. Quando si relaziona, comunica, scambia, l'uomo è perennemente in guerra con il proprio simile. Ed è portato a sopraffare, a ricavare un vantaggio personale. La legge esiste appunto per mettere un freno alla rapacità dell'essere umano.
    Tra l'altro, che l'uomo sia un nemico "di specie" lo conferma il fatto che è l'unico animale portato ad uccidere il proprio simile per il semplice gusto di farlo e per soddisfare la propria vanità. Non è semplicemente un predatore, ma un assassino.
    Ma se l’uomo è intimamente malvagio come si legittima il potere? In realtà, sebbene tutti gli uomini siano potenzialmente malvagi, ciò non toglie che alcuni di essi, i "migliori", possano e debbano amministrare il potere a vantaggio dell'intera comunità. Un filosofo contemporaneo quale Leo Strass si rifà a Platone dicendo che uno Stato amministrato da un'elite di "sapienti" è l’opzione migliore che possiamo augurarci. Le intuizioni di Strauss, sempre molto acute e convincenti, sono adatte ad un'epoca come quella attuale in cui l'uomo occidentale sembra aver perso del tutto lo spirito di comunità, dimenticato cosa sia la coesione sociale.
    Ad ogni modo per constatare la natura corrotta dell'uomo non c'è bisogno di dirsi Straussiani; se si è cattolici - come alcuni di questo forum professano di essere - basta semplicemente essere Agostiniani. Fu Agostino a riaffermare infatti contro l'eretico Pelagio il dogma del peccato originale. Credere in una società anarchica significa convenire, come la sinistra Pelagiana, che sia lo Stato a corrompere l'uomo e non viceversa. Fortuna che la Chiesa Cattolica sia ancora dalla parte di Agostino e contro Pelagio...


  9. #9
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    Sono stato un fan di George W. Bush



    Ho iniziato ad interessarmi della politica americana poco dopo la metà degli anni novanta. Era appena iniziato il 1997 quando comperai in libreria un saggio di Giuseppe Mammarella intitolato "America a destra". Il sottoscritto era alla ricerca di un pensiero conservatore per i nostri tempi e quel libro inculcò in me una speranza: che un’America orientata a destra sarebbe stata un faro di libertà per tutto l’Occidente e che le battaglie culturali d’oltreoceano avrebbero potuto riverberarsi positivamente anche nella vecchia e disincantata Europa.
    Di lì a poco acquistai in edicola in nuovo Borghese, che nel primo numero conteneva un articolo di Alberto Pasolini Zanelli su Barry Goldwater, padre nobile del Conservative Movement. Quell’articolo mi convinse ancor più della giustezza delle mie posizioni e da allora divenni un assiduo lettore del settimanale e in particolar modo dei reportages americani.
    Il 1998 fu l’anno delle elezioni di mid-term, contrassegnate dal clamore seguito al tentativo di impeachment nei confronti di Bill Clinton. I Repubblicani furono sconfitti, ma nonostante ciò in quel contesto negativo iniziò a brillare la stella di un giovane leader texano, che stravinceva nel suo Stato d’origine confermandosi nella carica di Governatore. Era il rampollo di una famosa dinastia di politici americani, il figlio primogenito del Presidente che aveva retto le sorti del mondo dopo la caduta del comunismo sovietico e mosso guerra al bellicoso Saddam Hussein in seguito all’invasione irachena del Kuwait. Si chiamava George W. Bush.
    Grazie a quella riconferma Bush divenne subito il candidato scontato dei Repubblicani per le presidenziali del 2000. Attraverso Il Borghese mi "innamorai" poco a poco di quest’uomo che sembrava incarnare una concreta speranza per tutti i conservatori, un politico in grado di riportare ordine e moralità in una nazione che i Clinton avevano messo in ridicolo con gli scandali sessuali e l’appoggio incondizionato al politically correct.
    Secondo Pasolini Zanelli ed Enzo Bettiza Bush Jr. era un moderno politico di centrodestra, lontano dall’estremismo economico di un Newt Gingrich – altra stella del GOP caduta presto in disgrazia. APZ lo poneva a metà strada tra Reagan e suo padre, Bush Sr. Un conservatore illuminato, o "compassionevole", come reciterà la sua campagna elettorale da candidato in pectore del GOP.
    Le foto di repertorio pubblicate sui settimanali dell’epoca presentavano all’attenzione un giovane uomo, aitante e anche di bell’aspetto, con moglie e due figlie gemelle al seguito. Era il quadro di un’America tradizionale e rassicurante. Il giovane Bush aveva poi un’arma in più rispetto ai suoi avversari: aveva il sorriso, era un politico che tornava a sorridere agli americani, incarnando quella speranza di cambiamento che era propria di Reagan.
    Per quanto possa apparire falso oggi, nel 1998 Bush Jr. prometteva al mondo proprio un’America "gentile", interessata più alle vicende domestiche che alla conquista del mondo. Per molti competitors Repubblicani il suo era un discorso troppo morbido e centrista, che disattendeva le speranze rivoluzionarie accese dall’alfiere del conservatorismo autentico che continuava ad essere Gingrich.
    Sulla stampa americana Bush iniziò a ricevere attacchi non solo da destra (Forbes, Buchanan), ma anche dal centro. Il più pericoloso fra i contendenti alla nomination Repubblicana fu un senatore semisconosciuto avanti negli anni, John McCain, che si rese protagonista di una campagna durissima dai toni fortemente jacksoniani. McCain era stato un eroe di guerra, mentre George W. Bush secondo i più maliziosi era riuscito a scamparla dal fronte. Alla fine la base Repubblicana incoronò il più giovane, ma la sua immagine risentì degli attacchi di McCain e i suoi avversari se ne avvantaggiarono.
    Nel 1999 la campagna elettorale tra Democratici e Repubblicani si segnalò subito come una sfida all’arma bianca fra due opposte visioni del mondo. Bush Jr. inizialmente dato vincente contro Gore, iniziò a perdere colpi e la stampa liberal iniziò a pungerlo da par suo mettendo in risalto la sua inesperienza a livello internazionale, la sua poca cultura e soprattutto la sua innata tendenza alle gaffes. Panorama iniziò a dipingerlo come un bambino viziato, i giornali di sinistra mettevano in lui la dipendenza dal mondo degli affari e dal petrolio. Maria Giovanna Maglie su "Il Mattino" lo definì un candidato "orrendo", mentre Vittorio Zucconi non faceva che ironizzare sulla sua nomination annunciata per "diritto divino" e comprata a suon di dollari.
    Quando si arrivò al 2 novembre, giorno del redde rationem, Bush sembrava ancora in vantaggio sul voto popolare, ma rischiava di perdere nella conquista degli Stati. Che sono quelli, in America, che garantiscono la Presidenza.
    Come molti analisti e commentatori passai anch’io quella notte, lunghissima e rocambolesca davanti alla tv, con Mentana che contava quei numeri che andavano su e giù impazziti. Il grosso degli italiani parteggiava per Gore, mentre tra i liberali a dichiararsi pro-Bush si distinsero Antonio Martino e pochissimi altri.
    Si fece mattina con la Florida ancora in bilico. Bush venne dato vincitore dalla Fox per pochissimi voti, ma i democratici non riconobbero la sconfitta e iniziarono le procedure legali. A quel punto era chiaro che una vittoria legale repubblicana sarebbe stata considerata da avversari e stampa nemica una sconfitta morale. E così fu. Dopo giorni interminabili di conteggi e riconteggi che ridicolizzarono l’America davanti al mondo, alla fine la Corte Suprema assegnò la vittoria a Bush, che divenne per tutti un "Presidente per caso". Da quel momento e per tutti gli otto anni di George W. Bush al potere sono stato spettatore di tutti i momenti che hanno segnato questa Presidenza e insieme il mondo intero.

    Se c’è qualcuno che ancora crede nel valore dei programmi elettorali, la metamorfosi di Bush e della sua Amministrazione è la dimostrazione lampante dell’esatto contrario. Tutto lasciava infatti prevedere ad un’America che avrebbe mantenuto il "piede in casa". Bush era attorniato da politici di stampo "realista" come Colin Powell e Condoleezza Rice. Rumsfeld e Cheney provenivano dall’entourage moderato di Gerald Ford. Pochi i conservatori autentici (Ashcroft alla giustizia) e nessuno tra i neoconservatori. Poi, però, è accaduto l’11 settembre, l’attacco talebano alle Torri Gemelle, ed è cambiato tutto. L’America che si prefiggeva d’essere "gentile" ha dovuto mostrare i suoi muscoli e il piccolo Bush dimostrare al mondo di non essere un "Presidente per caso".
    I giorni terribili che presagirono alla guerra in Afghanistan hanno mostrato un Bush incredibilmente invecchiato, più volte in lacrime, lontano anni luce dallo scavezzacollo impenitente che era rimasto fino a qualche anno prima.
    Questa volta invece dei numeri elettorali si sono iniziati a contare i morti sepolti a Ground Zero, e mentre perdurava la conta la gente piangeva e intanto nessuno sapeva quale piega avrebbe preso il nostro futuro. Poi Bush andò fra i pompieri di New York, a dare il suo sostegno in maniche di camicia e megafono in mano, come un qualsiasi attivista avrebbe potuto fare. Fu uno dei momenti più autentici e sinceri della sua intera Presidenza e venne immortalato anche dal Time. L’America aveva riconosciuto il suo Presidente.
    In Italia il quotidiano Il Foglio lanciò una manifestazione di sostegno agli USA colpiti. Ma gran parte del popolo europeo e l’intero mondo arabo guardavano con timore e sconcerto all’evoluzione militarista della crisi. In patria l’Amministrazione Bush era attaccata alla sua destra per non essere abbastanza conservatrice e guerriera. Preso tra falchi e colombe, Bush tergiversò a lungo, poi sentì il dovere di placare l’orgoglio americano ferito e la Storia cambiò.
    Mentre Bin Laden scappava sui monti o chissà dove e l’Afghanistan veniva liberato da una coalizione internazionale a guida americana, negli USA si faceva sempre più pressante la questione del ruolo degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali. L’ONU, la NATO erano ancora adatte a garantire la pace mondiale, o non erano piuttosto una palla al piede alle legittime aspirazioni americane di esercitare il proprio ruolo di "iperpotenza"?
    Sul terreno di questo dibattito, che spaccherà la destra americana e darà impeto alla maggior ondata di antiamericanismo su scala planetaria dai tempi del Vietnam, si consoliderà l’immagine di un Bush "servo" della cabala neocon, un gruppo di intellettuali ebrei estremisti intenzionati ad imporre il tallone militarista americano sul resto del mondo.
    Il Presidente americano divenne di punto in bianco per la stampa di ogni dove un personaggio sciocco e cattivo, inadatto ad esercitare il ruolo di Presidente, simbolo delle peggiori nefandezze che i liberals solitamente additano ai politici Repubblicani. Libri di barzellette diffamatorie, la propaganda falsamente documentaristica di Michael Moore, l’ostilità di Al Jazeera e dei media occidentali contro una nuova guerra contro l’Iraq di Saddam Huddein, che si delineava minacciosa all’orizzonte...
    Dopo aver tentato invano la strada multilateralista, Bush decise alla fine per un’azione di forza contro il regime baathista ritenendolo connesso ai talebani e al terrorismo internazionale. Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ONU presentò documenti che avrebbero dovuto provare la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa. L’ex soldato che si prestò suo malgrado a difendere una scelta che intimamente non condivideva venne impietosamente ridicolizzato da un francese altezzoso autore di poesie, tale de Villepin, in uno scontro verbale che alimenterà nelle rispettive nazioni un’ostilità tale che porterà al boicottaggio dei rispettivi prodotti d’esportazione.
    Come se non bastasse si alzò netta e forte la voce contro la guerra di un sofferente Papa Giovanni Paolo II. Il pacifismo internazionale diventò così la bandiera sotto la quale si raccolsero a frotte i cattolici sociali, i comunisti, i terzomondisti e financo i neofascisti. Dai balconi italiani presero a sventolare le bandiere arcobaleno, mentre si fabbricavano a tutto spiano adesivi, magliette, ombrelli per una propaganda pacifista che ora riscuoteva consensi anche tra i moderati e gli indifferenti. Famiglia Cristiana lanciò un sondaggio dagli esiti scontati che vedeva opposti Bush e il Papa. Ormai nell’immaginario popolare l’Amministrazione Bush era composta da fanatici guerrafondai che miravano ad impossessarsi del petrolio iracheno.
    Nonostante l’opposizione dell’ONU e la manifesta ostilità dei francesi, l’America muoverà guerra a Saddam alla guida di una improvviata coalition of the willing. Bush l’anti-imperatore si era dunque mutato in un moderno Cesare.
    Bombe, morti, bandiere patriottiche. Bagdad viene espugnata senza troppe perdite e Bush si presenta in giubbotto top gun a bordo di una portaerei per dire: "Missione compiuta". Ma purtroppo per lui e per l’America non sarà proprio così. Le prove di armi letali in terra irachena non saranno mai trovate, così come non si riuscirà mai a provare la connessione diretta tra Hussein e Bin Laden. La guerra oltretutto aveva alimentato il pacifismo e l’antiamericanismo. Invece di unire, aveva diviso.
    Nel 2004 le elezioni presidenziali si presentarono come un referendum pro o contro il Presidente in carica. I pronostici andavano allo sfidante Kerry, che in Europa godeva di una popolarità schiacciante nei confronti del Repubblicano. Il quale dal canto suo si era fatto portavoce nella circostanza delle istanze più tipiche della destra religiosa americana: famiglia, valori cristiani, no all’aborto e ai matrimoni gay, restrizioni alla ricerca sulle cellule staminali.
    Nonostante sentissi il peso di una politica americana sempre più impopolare, i Repubblicani erano sempre nel mio cuore ed ero rimasto un bushiano di ferro. Tuttavia, pessimista sul risultato finale, non me la sentii quel giorno di assistere in tv a quello che si prefigurava un trionfo dei Democratici. Mi svegliai a prima mattina giusto in tempo per apprendere in diretta che l’Ohio – nuova regione chiave – era andato a Bush, che aveva superato il suo sfidante con un netto vantaggio nel voto popolare.
    Questa volta il successo Repubblicano era senza appello. L’America aveva virato a destra e i liberals erano stati sconfitti. Ann Coulter aveva prevalso su Michael Moore. Adesso Bush poteva occuparsi delle cause conservatrici, in primis scegliendo i nuovi giudici per la Corte Suprema, da sempre terreno di scontro con la sinistra pro-choice.
    Tuttavia l’idillio dell’America conservatrice cantato da Micklethwaith e Wooldridge agli europei infastiditi dal successo Repubblicano, ebbe vita breve. A distanza di pochi mesi infatti, l’uragano Katrina devastò New Orleans e l’Amministrazione Bush si fece trovare impreparata alimentando i sospetti di un cinico disinteresse nei confronti delle popolazioni di colore colpite. Da allora i repubblicani di Bush non hanno ottenuto altro che sconfitte. Scandali personali, politici dimissionari, polemiche a non finire. Il 2006, annus horribilis per la Presidenza, ha segnato il ritorno dei Democratici a dominare il Congresso e sembrato spegnere ogni speranza per una conferma Repubblicana alla Casa Bianca nel 2008.

    Oggi è impossibile sapere se l’anziano McCain, riuscirà nonostante l’Iraq a vincere la star Democratica che gli si opporrà il prossimo novembre. Per quanto riguarda gli otto anni di Bush Jr., contrassegnati da luci ed ombre, quest’epoca che si chiude è stata ad ogni modo un calvario per chi in Europa, come il sottoscritto, è di fede Repubblicana. Chi è stato un supporter di Bush ha dovuto infatti combattere una lotta impari, senza alcun sostegno morale, deriso e sbeffeggiato come il suo amato Presidente. Chi sognava il ritorno di un’epoca felice come furono gli anni cinquanta sotto la presidenza Eisenhower, durante i quali l’America sembrò parlare al mondo con una voce sola, la società era coesa e i valori e le buone maniere rispettati... ebbene chi si aspettava almeno una tensione in questa direzione ha dovuto ricredersi. I conservatori hanno vinto le elezioni, ma l’America è rimasta un paese fondamentalmente liberal, in cui le cause conservatrici continuano ad essere malviste quando non vengono apertamente osteggiate. Le guerre hanno alimentato scontri duri, un continuo muro contro muro di cui a conti fatti si è avvantaggiata la sinistra.
    I propositi americani di ritrovare disperatamente la propria innocenza perduta sono stati rimandati. Baby Boomers come Clinton e Bush Jr. non ci sono riusciti. Sarà forse l’ultimo esponente della Silent Generation, ossia il vecchio McCain, a riuscire nell’impresa?


    Post Scriptum

    L'intenzione originaria voleva questo scritto essere un excursus molto personale di questi otto anni vissuti con Bush alla Presidenza degli USA. Poi è venuto fuori una via di mezzo tra il diario e la cronaca. Tante cose sono rimaste fuori, alcuni aneddoti interessanti.
    Per esempio mi ricordo di un negozio di giocattoli della mia città che vendeva dei figurini importati chissà dove di Bush, Rumsfeld e Colin Powell e li aveva in vetrina. Nei mesi antecedenti la guerra irachena i pupazzetti erano ancora in bella mostra, ma ai loro piedi avevano messo un bigliettino recante la bandiera pacifista con su scritto una frase tipo "Questo negozio è contro la guerra in Iraq".
    Un altra cosa che mi ricordo e che non sono riuscito ad inserire nel pezzo è la storia di un libro su Bush annunciato su vari siti internet (tra cui Feltrinelli) e mai uscito. Si trattava della biografia scritta da Bill Minutaglio, una delle prime e delle più obiettive che si doveva chiamare: "George W. Bush. La storia di un uomo e di una dinastia alla guida del mondo". L'editore era Pagano, il prezzo previsto in 16 euro. Più volte rimandato, non è mai uscito, diversamente da tanta paccottiglia denigratoria. Chissà come mai...
    Non credo di essere stato particolarmente agiografico. Anzi, penso di non aver fatto sconti al politico. Ma l'affetto verso l'uomo è rimasto. Ha avuto tutti contro, nulla gli è stato mai risparmiato, l'ha salvato la sua pellaccia texana, la scorza dura di chi tira dritto comunque. E' un uomo di fede, sono sicuro che ha agito sempre secondo coscienza e che non si è mai lasciato manovrare da nessuno, come in Europa tutti credono.
    E' un commiato malinconico il mio, perchè questi otto anni forse avrebbero potuto rendere l'America più conservatrice ed invece presentano un Paese ancora in guerra, diviso in fazioni che si odiano a vicenda, una upper class sempre più ostinatamente liberal, i media sempre più Democratici e via di questo passo. Sono stati otto anni intensi e spesso drammatici. Nella mia mente rimarrà per sempre l’immagine di un uomo solo, megafono alla mano, in mezzo alle macerie.


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    Strauss




    I neoconservatori sono i difensori di una democrazia liberale che conservi oltre al libero scambio quei valori propri della religione che la sinistra liberal spesso è portata a negare perchè li ritiene illiberali. Anche i libertarians della destra non possono essere dei buoni difensori di una comunità in quanto non riconoscono nulla al di sopra di se stessi e nulla al di fuori dell'ambito economico. Le ragioni della cultura sono ad essi estranee.
    Tanto il liberal quanto il libertarian rappresentano il borghese soddisfatto di sé, ovvero l'"ultimo uomo" di Nietzsche, recuperato da Francis Fukuyama ne "La fine della Storia". E infatti l'era del libero scambio "globalizzato" è appunto la fine della Storia, intesa come evoluzione del pensiero politico. Ciò potrebbe non essere di per sè un male, in quanto il libero scambio comunque permette all'uomo di evitare la barbarie dei sistemi collettivistici. Però questo mondo "ultimo" ha un tarlo interno che lo divora: il nichilismo, la cui mancanza di valori che rende vana ogni ipotesi di coesistenza civile.
    Al nichilismo si è giunti infatti attraverso l'evoluzione del pensiero liberale: Hobbes-Locke-Bentham-Marx-Nietzsche. E’ stato il liberalismo a portare necessariamente al nichilismo oppure il suo corso è stato deviato?

    Un filosofo che ha affrontato direttamente la questione, Leo Strauss, è fermamente convinto della stretta relazione tra liberalismo filosofico e nichilismo politico, ragion per cui ha abbandonato del tutto il pensiero moderno e recuperato la tradizione del pensiero classico. Gli Stati Uniti sono l'unica speranza per l'uomo contemporaneo in quanto la loro fondazione è un misto di filosofia classica e moderna.
    Strauss divarica la filosofia dalla politica. Il percorso della filosofia mette in discussione le opinioni condivise, dunque finisce per rivolgersi contro la Città e la Legge. Socrate infatti è costretto a bere la cicuta, ma vi si presta conscio delle ragioni della "politica". Ecco l'esoterismo straussiano. La filosofia è radicale ed è perciò soggetta alla persecuzione. Per Strass i buoni filosofi devono dunque restare nell'ambito del "politico" e tramandare in segreto, tra le righe, la verità. Il liberalismo estremo conduce l'uomo al nichilismo: non a caso il portato finale di Hobbes-Locke è la New Left. Per evitare la catastrofe bisogna così tornare alle leggi di natura di Platone e Aristotele. La democrazia liberale americana è un terreno "basso, ma solido". L'uomo comune ha bisogno di miti che sorreggano la sua vita e il buon filosofo deve ritornare nella caverna. Una caverna che per gli americani si chiama... calvinismo.


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