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    Talking Indietro tutta? O della voglia di tornare nel Prc... C'eravamo tanto amati...

    Appello a tutti i comunisti

    Care compagne e cari compagni,
    il documento allegato è un appello promosso da alcuni compagni che, in epoche diverse, hanno militato nel PRC, per uscirne a seguito delle "svolte" governiste e opportuniste susseguitesi negli anni. Dopo l'esito imprevisto del VII Congresso, si ritiene che si siano prodotte le condizioni per riaprire anche in quella direzione una dialettica indirizzata al processo costituente di una forza politica comunista, alternativa al bipolarismo borghese e antidemocratico in cui sia il PD che il PDL intendono ingabbiare il dibattito e la rappresentanza politica. I promotori dell'appello si impegnano ad organizzare quanto prima un'assemblea a Roma.

    In questi anni molti di noi hanno seguito il percorso della fuoriuscita dal PRC, a causa, soprattutto, dello snaturamento che questo partito ha subito ad opera di un gruppo dirigente che è andato via via assumendo posizioni sempre più lontane dalle ragioni e dagli obiettivi dei comunisti. Un gruppo dirigente, inoltre, che, forte anche di una maggioranza interna piuttosto consistente, applicava modalità di gestione del partito verticistiche e sostanzialmente antidemocratiche.
    Il segno marcatamente “governista” e la progressiva affermazione di tematiche fondamentalmente interclassiste e subordinate alle esigenze del capitale nelle linee programmatiche che questo stesso gruppo dirigente ha imposto in questi anni, ha prodotto una diffusa demotivazione di tanti compagni, che già incontravano difficoltà materiali, anche di carattere personale, nel realizzare la propria militanza.
    Questo insieme di militanti, ai quali ci sentiamo di appartenere, ha comunque cercato di proseguire l’esperienza politica attraverso altre forme, in altri partiti e movimenti comunisti, nelle associazioni, nei sindacati.
    Ci rivolgiamo verso tutti questi rivoli in cui il movimento comunista si è diviso, a tutti coloro che in questi anni hanno ricercato uno sbocco possibile ed un rinnovamento della loro militanza, uno strumento concreto di realizzazione della lotta politica. Lo scopo principale che hanno di fronte tutti questi “spezzoni” e che costituisce anche la ragione principale di questo appello, è l’ Unità dei Comunisti.
    Dopo la sconfitta elettorale dello scorso aprile, si sono aperti innumerevoli processi “costituenti” e di “ricostruzione” del movimento comunista, all’interno e fuori dai partiti, nessuno dei quali, però, almeno ci pare ha la possibilità di concretizzare da solo un progetto realizzabile in tempi non secolari. La fase che si apre dopo il congresso di Rifondazione Comunista ci appare come quella più congrua e dalle basi più solide per riaprire finalmente una prospettiva seria di lavoro.
    Permangono, comprensibilmente, le perplessità, in gran parte dettate dal fatto che il gruppo dirigente che si è imposto è stato comunque partecipe del negativo processo di trasformazione del partito di cui parlavamo poco sopra; permangono i dubbi suggeriti dalla constatazione che molte delle personalità che sono ora alla guida del partito hanno ricoperto ruoli istituzionali importanti e che attualmente ancora molti esponenti fanno parte del sottobosco di potere negli enti locali in virtù delle ormai obsolete alleanze “unioniste”, pre-Partito Democratico.
    Ma occorre basarsi sui contenuti, che in questa fase vanno ritenuti fortemente innovativi, dei documenti programmatici con cui queste componenti si sono imposte alla guida del partito. Ci sembra che esistano le fondamenta per iniziare a ricostruire una strumento politico organizzato per ricominciare ad essere presenti sul territorio, nei posti di lavoro, nelle scuole, in tutte le realtà sociali, con le modalità che ispirarono la nascita del movimento per la rifondazione comunista.
    La centralità della battaglia sul reddito, della lotta contro la precarietà, della lotta per il rispetto dei diritti del lavoro, contro tutte le forme di razzismo e sessismo che si stanno imponendo nei modelli culturali imperanti, del rigetto di qualsiasi alleanza politica con il PD, a seguito della constatazione dell’impossibilità di conciliare le politiche di questa “destra tecnocratica” con un programma comunista, del rifiuto della concertazione e del rilancio della conflittualità come parametro costante della lotta sindacale, sostenute da uno sforzo per ricostruire l’identità comunista del partito, la sua costante presenza e rappresentatività nelle realtà sociali e territoriali, sono finalmente riaffermate con una certa forza e chiarezza nell’ordine del giorno con cui si è concluso il congresso.

    Queste fondamenta, però, debbono essere consolidate, ispessite, allargate.

    Vi sono parecchi ostacoli che si frappongono e che permangono rispetto a questo cambiamento di rotta, ostacoli posti in primo luogo dalle componenti bertinottiane e continuiste, che vorrebbero, sotto un artificioso processo di costituente di “sinistra”, costruire le premesse di una nuova alleanza con il PD; ma un rischio potenzialmente maggiore è dato proprio dalle conseguenze di quello snaturamento che si è applicato in questi anni, che ha costruito una rete di privilegi e compromessi nel potere locale e nel sottogoverno, di cui beneficiano anche quelle componenti che ora si propongono il cambiamento e che potrebbero innescare delle forti resistenze al processo di trasformazione, per impedire il dissolvimento di queste sacche di piccolo potere e dei vantaggi personali che ne conseguono. I proponimenti congressuali, di fronte a questi impedimenti ed intralci, potrebbero restare lettera morta e non avere una traduzione reale, anche in conseguenza della debolezza numerica delle componenti che hanno vinto il congresso.
    Queste valutazioni ci inducono a credere che sia possibile e doveroso fare un tentativo di dialettizzarci con questa fase di possibile trasformazione del partito, sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista politico, per riedificare ciò che si è perso in questi anni, in termini ideali e materiali.
    Questo tentativo, però, ha bisogno dello sforzo e del contributo di tutti coloro che si richiamano all’ideale comunista, del loro lavoro, della loro passione, esercitati nella consapevolezza di essere sostenuti da un minimo di struttura organizzativa, capace di coniugare le potenzialità di lotta con la democraticità del suo funzionamento e la libertà d’azione e di parola di cui sentiamo la mancanza da troppo tempo.
    Il lavoro da fare sarà sicuramente anche quello di contrastare le manovre che saranno attuate per fermare o ritardare il rinnovamento in corso, facendo al contrario in modo che i processi di “chiarificazione” delle diversità di posizione siano sempre più evidenti, che possano anche giungere alle estreme conseguenze, tra chi intende liquidare l’autonomia e l’indipendenza politica dei comunisti e chi quell’autonomia e indipendenza intende, invece, ricostruire e riaffermare. Occasioni per ottenere questo chiarimento saranno sicuramente le decisioni che dovranno essere assunte rispetto alla opportunità di mantenere le alleanze nei governi locali e nei confronti delle prossime scadenze elettorali.
    Proprio rispetto a queste ultime, che si presentano ancora una volta con il possibile ricatto dello “sbarramento”, dovrà evitarsi di riproporre aggregazioni spurie, pateracchi verticistici di recente memoria. Anche qui l’Unità dei Comunisti, aldilà delle attuali appartenenze e collocazioni, deve rappresentare la misura con cui ci si presenta alle scadenze elettorali: liste comuniste unitarie per l’Europa, per la regione, per la provincia, per il comune, liste caratterizzate dalla adesione imprescindibile ed omogenea ai simboli, alla storia, agli ideali di trasformazione sociale, anticapitalisti, antiliberisti che sono propri dei comunisti. Liste aperte ai movimenti di lotta, ai lavoratori ed alle lavoratrici, più che ai sempiterni e immarcescibili “dirigenti”, oltre che – naturalmente – caratterizzate dalla piena autonomia, politica e programmatica, dal PD e da ogni altra forza subalterna al bipolarismo e alla logica dell’alternanza.
    Un altro terreno di lavoro che dovrà essere affrontato è quello sindacale: mentre la CGIL effettua le sue inevitabili scelte, cioè quelle di affiancarsi alla politica della destra tecnocratica, il PRC, se vuole davvero portare a termine coerentemente il cambiamento di rotta (e non limitarsi ad una correzione parziale e puramente cosmetica), deve pronunciarsi in maniera chiara ed inequivocabile rispetto alla necessità di ricollocazione unitaria di tutte le forze sindacali anticoncertative, sia interne (FIOM-Rete 28 aprile) che esterne (sindacalismo di base) ai sindacati confederali, per far sì che si apra finalmente una stagione in cui queste forze possano svilupparsi e costituire un interlocutore valido sia del partito dei comunisti, sia soprattutto, dal punto di vista sociale, dei lavoratori di tutte le categorie, che, non dimentichiamocelo, stanno già sopportando le pesanti conseguenze della recessione economica.
    È necessaria, in questo senso, la costruzione di una forte azione comune tra tutte le forze politiche e sindacali anticoncertative e va evitata qualsiasi dispersione di energia che possa conseguire dalla separatezza, che appare in questo momento segnatamente ipocrita, tra iniziativa politica ed iniziativa sindacale (si pensi alla possibile e deleteria concomitanza, in autunno, tra convocazione dello sciopero generale il 17 ottobre e manifestazione unitaria dei comunisti preventivata per i giorni immediatamente successivi).
    Contestualmente, va rilanciata la mobilitazione del movimento No War, contro le basi N.AT.O. e U.S.A., per la drastica riduzione delle spese militari, per il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra, dall’Afghanistan al Kosovo, dal Libano all’Iraq; una nuova stagione di mobilitazione pacifista, internazionalista ed antimperialista, a fianco dei popoli in lotta per la propria autodeterminazione, a cominciare dal popolo palestinese e dalla sua resistenza contro l’occupazione militare e coloniale sionista.
    __________

    La proposta finale è, quindi quella di aprire sin da ora un confronto serrato, con i presupposti che abbiamo tentato di chiarire, per avvalersi al meglio di questa fase e per dare forza e stabilità al progetto di evoluzione positiva che il Partito della Rifondazione Comunista sta tentando di darsi, per riproporre quanto prima sulla scena politica di questo paese la presenza di una forza comunista ben caratterizzata, autorevole, influente ed incisiva. Un progetto di evoluzione, dunque un processo costituente dal basso, che si alimenti del coinvolgimento, della partecipazione e del protagonismo dei compagni e delle compagne. Un processo costituente misurato sulle necessità dell’oggi e del domani, strettamente intrecciato con la realtà sociale e di classe, tanto lontano dalla riproposizione ideologica di estenuanti rituali di educazione metastorica delle masse, quanto in sintonia con i bisogni di liberazione ed autodeterminazione che innervano i movimenti di questo primo scorcio del XXI secolo.
    Roma, settembre 2008
    Primi firmatari:
    Giuseppe Badulati – Giovanni Ciccone - Ettore Davoli – Paolo Di Vito – Paolo Gentile - Letizia Mancusi – Germano Monti – Lorenzo Praticò – Serafino Quaresima - Maurizio Rossi


    http://www.contropiano.org/Documenti...iComunisti.htm

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Appello a tutti i comunisti


    Care compagne e cari compagni,
    il documento allegato è un appello promosso da alcuni compagni che, in epoche diverse, hanno militato nel PRC, per uscirne a seguito delle "svolte" governiste e opportuniste susseguitesi negli anni. Dopo l'esito imprevisto del VII Congresso, si ritiene che si siano prodotte le condizioni per riaprire anche in quella direzione una dialettica indirizzata al processo costituente di una forza politica comunista, alternativa al bipolarismo borghese e antidemocratico in cui sia il PD che il PDL intendono ingabbiare il dibattito e la rappresentanza politica. I promotori dell'appello si impegnano ad organizzare quanto prima un'assemblea a Roma.

    In questi anni molti di noi hanno seguito il percorso della fuoriuscita dal PRC, a causa, soprattutto, dello snaturamento che questo partito ha subito ad opera di un gruppo dirigente che è andato via via assumendo posizioni sempre più lontane dalle ragioni e dagli obiettivi dei comunisti. Un gruppo dirigente, inoltre, che, forte anche di una maggioranza interna piuttosto consistente, applicava modalità di gestione del partito verticistiche e sostanzialmente antidemocratiche.
    Il segno marcatamente “governista” e la progressiva affermazione di tematiche fondamentalmente interclassiste e subordinate alle esigenze del capitale nelle linee programmatiche che questo stesso gruppo dirigente ha imposto in questi anni, ha prodotto una diffusa demotivazione di tanti compagni, che già incontravano difficoltà materiali, anche di carattere personale, nel realizzare la propria militanza.
    Questo insieme di militanti, ai quali ci sentiamo di appartenere, ha comunque cercato di proseguire l’esperienza politica attraverso altre forme, in altri partiti e movimenti comunisti, nelle associazioni, nei sindacati.
    Ci rivolgiamo verso tutti questi rivoli in cui il movimento comunista si è diviso, a tutti coloro che in questi anni hanno ricercato uno sbocco possibile ed un rinnovamento della loro militanza, uno strumento concreto di realizzazione della lotta politica. Lo scopo principale che hanno di fronte tutti questi “spezzoni” e che costituisce anche la ragione principale di questo appello, è l’ Unità dei Comunisti.
    Dopo la sconfitta elettorale dello scorso aprile, si sono aperti innumerevoli processi “costituenti” e di “ricostruzione” del movimento comunista, all’interno e fuori dai partiti, nessuno dei quali, però, almeno ci pare ha la possibilità di concretizzare da solo un progetto realizzabile in tempi non secolari. La fase che si apre dopo il congresso di Rifondazione Comunista ci appare come quella più congrua e dalle basi più solide per riaprire finalmente una prospettiva seria di lavoro.
    Permangono, comprensibilmente, le perplessità, in gran parte dettate dal fatto che il gruppo dirigente che si è imposto è stato comunque partecipe del negativo processo di trasformazione del partito di cui parlavamo poco sopra; permangono i dubbi suggeriti dalla constatazione che molte delle personalità che sono ora alla guida del partito hanno ricoperto ruoli istituzionali importanti e che attualmente ancora molti esponenti fanno parte del sottobosco di potere negli enti locali in virtù delle ormai obsolete alleanze “unioniste”, pre-Partito Democratico.
    Ma occorre basarsi sui contenuti, che in questa fase vanno ritenuti fortemente innovativi, dei documenti programmatici con cui queste componenti si sono imposte alla guida del partito. Ci sembra che esistano le fondamenta per iniziare a ricostruire una strumento politico organizzato per ricominciare ad essere presenti sul territorio, nei posti di lavoro, nelle scuole, in tutte le realtà sociali, con le modalità che ispirarono la nascita del movimento per la rifondazione comunista.
    La centralità della battaglia sul reddito, della lotta contro la precarietà, della lotta per il rispetto dei diritti del lavoro, contro tutte le forme di razzismo e sessismo che si stanno imponendo nei modelli culturali imperanti, del rigetto di qualsiasi alleanza politica con il PD, a seguito della constatazione dell’impossibilità di conciliare le politiche di questa “destra tecnocratica” con un programma comunista, del rifiuto della concertazione e del rilancio della conflittualità come parametro costante della lotta sindacale, sostenute da uno sforzo per ricostruire l’identità comunista del partito, la sua costante presenza e rappresentatività nelle realtà sociali e territoriali, sono finalmente riaffermate con una certa forza e chiarezza nell’ordine del giorno con cui si è concluso il congresso.

    Queste fondamenta, però, debbono essere consolidate, ispessite, allargate.

    Vi sono parecchi ostacoli che si frappongono e che permangono rispetto a questo cambiamento di rotta, ostacoli posti in primo luogo dalle componenti bertinottiane e continuiste, che vorrebbero, sotto un artificioso processo di costituente di “sinistra”, costruire le premesse di una nuova alleanza con il PD; ma un rischio potenzialmente maggiore è dato proprio dalle conseguenze di quello snaturamento che si è applicato in questi anni, che ha costruito una rete di privilegi e compromessi nel potere locale e nel sottogoverno, di cui beneficiano anche quelle componenti che ora si propongono il cambiamento e che potrebbero innescare delle forti resistenze al processo di trasformazione, per impedire il dissolvimento di queste sacche di piccolo potere e dei vantaggi personali che ne conseguono. I proponimenti congressuali, di fronte a questi impedimenti ed intralci, potrebbero restare lettera morta e non avere una traduzione reale, anche in conseguenza della debolezza numerica delle componenti che hanno vinto il congresso.
    Queste valutazioni ci inducono a credere che sia possibile e doveroso fare un tentativo di dialettizzarci con questa fase di possibile trasformazione del partito, sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista politico, per riedificare ciò che si è perso in questi anni, in termini ideali e materiali.
    Questo tentativo, però, ha bisogno dello sforzo e del contributo di tutti coloro che si richiamano all’ideale comunista, del loro lavoro, della loro passione, esercitati nella consapevolezza di essere sostenuti da un minimo di struttura organizzativa, capace di coniugare le potenzialità di lotta con la democraticità del suo funzionamento e la libertà d’azione e di parola di cui sentiamo la mancanza da troppo tempo.
    Il lavoro da fare sarà sicuramente anche quello di contrastare le manovre che saranno attuate per fermare o ritardare il rinnovamento in corso, facendo al contrario in modo che i processi di “chiarificazione” delle diversità di posizione siano sempre più evidenti, che possano anche giungere alle estreme conseguenze, tra chi intende liquidare l’autonomia e l’indipendenza politica dei comunisti e chi quell’autonomia e indipendenza intende, invece, ricostruire e riaffermare. Occasioni per ottenere questo chiarimento saranno sicuramente le decisioni che dovranno essere assunte rispetto alla opportunità di mantenere le alleanze nei governi locali e nei confronti delle prossime scadenze elettorali.
    Proprio rispetto a queste ultime, che si presentano ancora una volta con il possibile ricatto dello “sbarramento”, dovrà evitarsi di riproporre aggregazioni spurie, pateracchi verticistici di recente memoria. Anche qui l’Unità dei Comunisti, aldilà delle attuali appartenenze e collocazioni, deve rappresentare la misura con cui ci si presenta alle scadenze elettorali: liste comuniste unitarie per l’Europa, per la regione, per la provincia, per il comune, liste caratterizzate dalla adesione imprescindibile ed omogenea ai simboli, alla storia, agli ideali di trasformazione sociale, anticapitalisti, antiliberisti che sono propri dei comunisti. Liste aperte ai movimenti di lotta, ai lavoratori ed alle lavoratrici, più che ai sempiterni e immarcescibili “dirigenti”, oltre che – naturalmente – caratterizzate dalla piena autonomia, politica e programmatica, dal PD e da ogni altra forza subalterna al bipolarismo e alla logica dell’alternanza.
    Un altro terreno di lavoro che dovrà essere affrontato è quello sindacale: mentre la CGIL effettua le sue inevitabili scelte, cioè quelle di affiancarsi alla politica della destra tecnocratica, il PRC, se vuole davvero portare a termine coerentemente il cambiamento di rotta (e non limitarsi ad una correzione parziale e puramente cosmetica), deve pronunciarsi in maniera chiara ed inequivocabile rispetto alla necessità di ricollocazione unitaria di tutte le forze sindacali anticoncertative, sia interne (FIOM-Rete 28 aprile) che esterne (sindacalismo di base) ai sindacati confederali, per far sì che si apra finalmente una stagione in cui queste forze possano svilupparsi e costituire un interlocutore valido sia del partito dei comunisti, sia soprattutto, dal punto di vista sociale, dei lavoratori di tutte le categorie, che, non dimentichiamocelo, stanno già sopportando le pesanti conseguenze della recessione economica.
    È necessaria, in questo senso, la costruzione di una forte azione comune tra tutte le forze politiche e sindacali anticoncertative e va evitata qualsiasi dispersione di energia che possa conseguire dalla separatezza, che appare in questo momento segnatamente ipocrita, tra iniziativa politica ed iniziativa sindacale (si pensi alla possibile e deleteria concomitanza, in autunno, tra convocazione dello sciopero generale il 17 ottobre e manifestazione unitaria dei comunisti preventivata per i giorni immediatamente successivi).
    Contestualmente, va rilanciata la mobilitazione del movimento No War, contro le basi N.AT.O. e U.S.A., per la drastica riduzione delle spese militari, per il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra, dall’Afghanistan al Kosovo, dal Libano all’Iraq; una nuova stagione di mobilitazione pacifista, internazionalista ed antimperialista, a fianco dei popoli in lotta per la propria autodeterminazione, a cominciare dal popolo palestinese e dalla sua resistenza contro l’occupazione militare e coloniale sionista.
    __________

    La proposta finale è, quindi quella di aprire sin da ora un confronto serrato, con i presupposti che abbiamo tentato di chiarire, per avvalersi al meglio di questa fase e per dare forza e stabilità al progetto di evoluzione positiva che il Partito della Rifondazione Comunista sta tentando di darsi, per riproporre quanto prima sulla scena politica di questo paese la presenza di una forza comunista ben caratterizzata, autorevole, influente ed incisiva. Un progetto di evoluzione, dunque un processo costituente dal basso, che si alimenti del coinvolgimento, della partecipazione e del protagonismo dei compagni e delle compagne. Un processo costituente misurato sulle necessità dell’oggi e del domani, strettamente intrecciato con la realtà sociale e di classe, tanto lontano dalla riproposizione ideologica di estenuanti rituali di educazione metastorica delle masse, quanto in sintonia con i bisogni di liberazione ed autodeterminazione che innervano i movimenti di questo primo scorcio del XXI secolo.
    Roma, settembre 2008
    Primi firmatari:
    Giuseppe Badulati – Giovanni Ciccone - Ettore Davoli – Paolo Di Vito – Paolo Gentile - Letizia Mancusi – Germano Monti – Lorenzo Praticò – Serafino Quaresima - Maurizio Rossi

    http://www.contropiano.org/Documenti...iComunisti.htm

    Assolutamente apprezzabile l'ottimismo e la buona volontà.
    Per quanto mi riguarda restano fortissime le perplessità sulla possibilità del gruppo dirigente di rifondazione di fungere da sponda per un'azione politica incisiva, coinvolgente popolarmente e davvero in grado di leggere le dinamiche dell'attuale capitalismo.
    In ogni modo un movimento ricompositivo è sempre mille volte più utile della frammentazione eterna tra simili.
    Poi, a mio avviso, la vera battaglia va fatta a partire da presupposti diversi e da una forma comunicativa e coinvolgente diversa.

  3. #3
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    documento non condivisibile in più punti.
    Cito quelli emersi da una prima lettura:

    1) Il rientro in RC si fa alle condizioni di RC. Non è che tutti quelli che hanno sbattuto la porta uscendo da RC poi rientrano dettando legge.

    2) La stagione movimentista è terminata. Lo sanno bene e tornano all'ovile. Inutile parlare di movimentazioni per costruire l'alternativa. Il documento di sintesi del VII Congresso Nazionale di RC c'è già. E' quello il discrimine, prendere o lasciare.

    3) Movimento pacifista? No grazie. Meglio mirare a piccoli obiettivi chiaramente ottenibili e concentrarsi su quelli. Geopoliticamente fare uscire l'Italia da tutti i teatri di guerra (o meglio: di gendarmeria internazionale) è un massimalismo che fa ridere i polli. Meglio poco ma fatto bene, che tanto senza avere in mano niente. Questi dall'ultimo round pacifinto non hanno desunto niente?

    4) Indipendentismo? Autodeterminazione? Freniamo. Ad oggi l'autodeterminazione è un giochetto che può prestarsi alle peggiori destabilizzazioni USA. Ergo non è più un discrimine fondante di ogni ragionamento di politica internazionale. Padania, Kosovo, Tibet...ma quale autodeterminazione!

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    Assolutamente apprezzabile l'ottimismo e la buona volontà.
    Per quanto mi riguarda restano fortissime le perplessità sulla possibilità del gruppo dirigente di rifondazione di fungere da sponda per un'azione politica incisiva, coinvolgente popolarmente e davvero in grado di leggere le dinamiche dell'attuale capitalismo.
    In ogni modo un movimento ricompositivo è sempre mille volte più utile della frammentazione eterna tra simili.
    Poi, a mio avviso, la vera battaglia va fatta a partire da presupposti diversi e da una forma comunicativa e coinvolgente diversa.

    Io credo che a diversi mesi dalle elezioni si debba comunque considerare un dato di fatto che (tra l'altro contrariamente a quanto pensavo nell'immediato periodo post-elettorale) finita l'esperienza di governo di PRC e finita anche la sua rappresentanza in parlamento, tanti ma proprio tanti militanti esterni o anche quelli che dentro PRC erano oramai in palese rottura col partito sono o stanno entrando (o rientrando).
    Io dovunque senta, noto questa tendenza. Credo sia utile cominciare ad analizzarla.

  5. #5
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    La sinistra in Autunno. Cambio di passo o coazione a ripetere?

    Si susseguono in queste settimane sia le aspettative per una ripresa del conflitto sociale e dell’opposizione reale contro i provvedimenti “a tutto campo” del governo Berlusconi sia la sensazione di perdurante impalpabilità che offrono i partiti della sinistra ancora traumatizzati dalla sconfitta elettorale di aprile.

    Vogliamo augurarci che di fronte alle conseguenze di questa contraddizione, i partiti della sinistra - reduci da congressi difficili, in alcuni casi laceranti – evitino di riproporre la coazione a ripetere degli stessi riti, degli stessi passaggi e delle stesse argomentazioni che hanno portato alla sconfitta elettorale e alla crisi politica. Non siamo noi ma è la realtà che indica come la mancanza di autonomia e di indipendenza politica e culturale non possa che trascinare a subire ancora la situazione piuttosto che a esserne protagonisti, ad essere oggetti piuttosto che soggetti della realtà politica nel nostro paese.

    Volendo dare un contributo ad un confronto vero e progettuale tra i comunisti e la sinistra anticapitalista, ci preme sottolineare come questa coazione a ripetere - che poco sembra aver imparato dalle sconfitte di questi anni – rischia ancora una volta di sovrapporsi a qualsiasi progettualità e non riesca a produrre un orizzonte che vada oltre la consueta manifestazione ad ottobre e le prossime elezioni europee.

    Nel PRC e nel PdCI ci si lacera molto sugli equilibri interni alla sinistra ma stenta ad emergere una riflessione ed un bilancio onesto sulla partecipazione alle giunte locali con il PD (ormai in piena competizione con le giunte di destra sul piano securitario e della gestione aziendalista degli enti locali), non c’è un progetto di lotta sull’emergenza democratica nel nostro paese che sta producendo effetti assai più gravi di un pur grave innalzamento dello sbarramento elettorale, non c’è un’idea sul come affrontare le conseguenze di una crisi internazionale serissima e che questa estate ha mandato drammatici segnali sugli scenari di guerra tra le potenze in competizione, non ci sono indicazioni di lavoro e analisi sui settori che possono ingaggiare oggi il conflitto sociale in questa difficile fase storica, non c’è una proposta di mobilitazione generale sul piano delle vertenze (sull’Alitalia o su scuola e pubblico impiego, sulle ferrovie o sui licenziamenti di massa dei precari).

    Di fronte alla pesantissima crisi sociale che attraversa il paese, ad una crisi politica della sinistra talmente devastante da agevolare in moltissimi ambiti sociali l’affermazione di una egemonia reazionaria, i partiti della sinistra cosa indicano ai propri militanti disorientati da una realtà sempre più ostile?
    Come si rapportano ai settori popolari che stentano a ritrovare il passo, a individuare di nuovo una loro rappresentanza politica proprio quando la drammatica situazione internazionale e sociale rivela la concretezza delle loro esigenze e dei loro obiettivi?

    In queste condizioni, la crisi politica e l’autismo della sinistra verso la società non possono che acutizzarsi contribuendo così a facilitare l’egemonia reazionaria sui settori popolari ed a peggiorare la demoralizzazione dei militanti e degli attivisti. E’ del tutto illusorio (e in fondo anche un po’ disonesto) pensare che bandiere rosse e falci e martello in piazza in previsione di una nuova campagna elettorale per le europee, possano invertire la tendenza subìta in questi anni.

    Indicativa, ma non esclusiva, di questa coazione a ripetere è la proposta in circolazione di una manifestazione nazionale l’11 ottobre con l’obiettivo di “ non lasciare lo spazio politico al PD”.
    Non è certo secondario sottolineare come questa proposta di manifestazione nazionale, appena una settimana prima dello sciopero generale e della manifestazione nazionale del sindacalismo di base, entri direttamente in collisione, depotenziandolo, un primo e decisivo appuntamento di lotta sociale e sindacale dell’autunno, costruito dai delegati e dalle organizzazioni sindacali di base negli ultimi mesi.

    Sulle prospettive dei comunisti e della sinistra in un paese come l’Italia, c’è piuttosto urgenza di aprire un confronto vero e non più ipotecato dal politicismo, c’è urgenza di “guardarsi in faccia” per definire una articolata agenda politica e sociale di mobilitazione contro un governo reazionario e antipopolare (ma, purtroppo, niente affatto impopolare), ponendo fine ai riti praticati in questi anni e che hanno portato alla crisi.

    I comunisti e una sinistra anticapitalista consapevoli del proprio ruolo, dei limiti e delle possibilità del proprio radicamento sociale, possono giocare una partita importante nel nostro paese senza continuare a inseguire il PD né coloro che ci ripropongono una devastante coazione a ripetere.

    Se si vuole discutere di proposte concrete di iniziativa e confrontarsi sulla complessa realtà sociale nel nostro paese, la Rete dei Comunisti – così come abbiamo affermato nell’assemblea nazionale di fine maggio – si rende disponibile alla discussione e all’azione politica comune per un cambio di passo in autunno e oltre l’autunno.

    8 settembre 2008
    La Rete dei Comunisti
    www.contropiano.org; cpiano@tiscali.it
    CLICCA QUI PER LEGGERE IL DOCUMENTO DIRETTAMENTE SUL SITO

  6. #6
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    L’autunno della sinistra. Errare è umano, ma perseverare è diabolico!
    L’editoriale di Radio Città Aperta di lunedì 8 settembre
    L’autunno è ancora lontano e ad arroventare il clima ci stanno pensando le alte temperature più che le annunciate e mai convocate mobilitazioni della sinistra ex arcobaleno. Ma in compenso su giornali e siti internet ad impazzare è la polemica proprio sull’autunno caldo: la data della discordia sembra essere quella dell’11 ottobre. Nel mese di ottobre infatti alcune forze politiche della ex sinistra radicale vorrebbero giocare la carta dell’adunata identitaria e folcloristica, per contendere il campo a quella annunciata ormai 4 mesi fa dal Partito Democratico che si terrà il 25 di ottobre. Se le correnti vendoliane del Prc sconfitte sul filo di lana nel congresso estivo del partito che fu di Bertinotti sembrano aver scelto di aderire direttamente al grande happening ‘democratico’ del 25, non è ancora chiaro chi ci sarà all’appuntamento dell’11. Convocato parecchie settimane fa da Marco Ferrando in nome dell’unità delle sinistra di opposizione contro le nefandezze del Governo Berlusconi, fino a pochi giorni fa sembrava scontata la partecipazione sia della maggioranza ferreriana del PRC che del Partito di Diliberto. Un’adesione pesante che avrebbe trasformato l’appuntamento in una grande festa colorata di rosso per mettere finalmente la testa fuori dal bunker e rinfrancare militanti e simpatizzanti dopo la batosta elettorale dello scorso 14 aprile. Diciamo sembrava perché qualche giorno fa una nota dello stesso Ferrero ci teneva a precisare che il suo partito non aveva convocato nessun appuntamento di piazza alla quale poi far aderire altre forze della sinistra. A gettarsi nella mischia ci ha pensato nel frattempo quell’Antonio Di Pietro che già prima dell’estate aveva organizzato il No Cav Day a Piazza Navona quando le ex sinistre arcobaleno ancora si stavano leccando le ferite rintanati nelle loro sedi a preparare i congressi.
    A questo punto non è chiaro se la manifestazione ci sarà o no, chi la promuoverà e chi vi parteciperà. Soprattutto non è chiaro quali saranno i suoi contenuti. Fatto sta che da questa vicenda emerge una curiosa quando inopportuna coazione a ripetere da parte di una sinistra che stenta a comprendere le cause e le conseguenze del terremoto del 13 e 14 aprile scorso. A settori sociali e politici che continuano a chiedere risposte chiare e coerenti ai loro bisogni le direzioni dei partiti sembrano rispondere riproponendo la trita ritualità della manifestazione autunnale. Nessuna progettualità politica, nessuna mobilitazione concreta e incisiva, nessuna proposta di alleanza nella società che permetta di risalire la china dopo la caduta nel baratro. Solo una sfilata, e chi s’è visto s’è visto. Poco importa che il 17 ottobre, neanche una settimana dopo, tutto il sindacalismo di base abbia indetto una importante giornata di sciopero generale ben prima che dal cilindro di qualche partito uscisse il coniglietto della scampagnata autunnale.
    E’ la realtà dei fatti ad indicare come la mancanza di autonomia e di indipendenza politica e culturale da parte dei partiti della sinistra non possa che condannarli a subire ancora la situazione piuttosto che a esserne protagonisti, ad essere oggetti piuttosto che soggetti della dinamica politica del nostro paese.
    Di fronte alla pesantissima crisi sociale che attraversa il paese, ad una crisi politica della sinistra talmente devastante da agevolare in molti contesti sociali l’affermazione di un’egemonia reazionaria e apertamente fascista, i partiti della sinistra cosa propongono ai propri militanti disorientati e avviliti?
    Le bandiere rosse, ci è sembrato di capire, non bastano più. Il 20 ottobre dell’anno scorso furono in centinaia di migliaia a scendere in piazza a Roma in nome dell’orgoglio ‘comunista’. Ma poi tornarono a casa, mentre i loro dirigenti e i loro rappresentanti in parlamento votavano leggi tra le più antipopolari della storia recente dell’Italia. Errare è umano, ma perseverare è diabolico!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    Io credo che a diversi mesi dalle elezioni si debba comunque considerare un dato di fatto che (tra l'altro contrariamente a quanto pensavo nell'immediato periodo post-elettorale) finita l'esperienza di governo di PRC e finita anche la sua rappresentanza in parlamento, tanti ma proprio tanti militanti esterni o anche quelli che dentro PRC erano oramai in palese rottura col partito sono o stanno entrando (o rientrando).
    Io dovunque senta, noto questa tendenza. Credo sia utile cominciare ad analizzarla.
    sicuramente questa tendenza esiste e, ripeto, è sicuramente meglio un coacervo di simili uniti, piuttosto che un accozzaglia di movimenti, partitelli, partiti sminuzzati in diecimila realtà.
    L'aria che cambia va analizzata, ma il mio scetticismo di fondo resta. Poi io sono abituato a ragionare su due piani diversi. Nel breve periodo posso tranquillamente appoggiare rifondazione nelle lotte quotidiane. Nel lungo periodo, tuttavia e soprattutto (elemento decisivo) nella capacità di coinvolgimento popolare, non posso pensare che la formula "rifondazione comunista" sia uno strumento valido per riportare aria fresca e spirito anticapitalistico genuino verso le persone comuni.
    Purtroppo la sinistra in tutte le sue forme è tarate irrimediabilmente dalla difficoltà di coinvolgere le persone comuni, quella che un tempo i comunisti avrebbero chiamato la classe, che non è classe in senso economicistico, ma è popolazione, gente che lavora, persone capaci di avvertire i problemi.
    Per me rifondazione è del tutto interna alla sinistra con intenzioni di nicchia e, con tutta la buona e spesso ottima volontà che i militanti ci mettono, temo sia destinata a restare in un paradigma per lo più disprezzato dalle personi comuni. Il punto è che rimanendo tra opportunismo politico e settarismo ideologico si rischia di finire risucchiati dal giochino parlamentare e dalla conquista del proprio elettorato di sempre (5-6-7-% che sia) senza scavare i bisogni materiali e spirituali della comunità cui si appartiene.
    Non è solo un problema quantitativo di breve termine, ma è un problema di capacità di coinvolgimento e comunicazione sui problemi reali nel lungo termine.

    Felice di sbagliarmi.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    sicuramente questa tendenza esiste e, ripeto, è sicuramente meglio un coacervo di simili uniti, piuttosto che un accozzaglia di movimenti, partitelli, partiti sminuzzati in diecimila realtà.
    L'aria che cambia va analizzata, ma il mio scetticismo di fondo resta. Poi io sono abituato a ragionare su due piani diversi. Nel breve periodo posso tranquillamente appoggiare rifondazione nelle lotte quotidiane. Nel lungo periodo, tuttavia e soprattutto (elemento decisivo) nella capacità di coinvolgimento popolare, non posso pensare che la formula "rifondazione comunista" sia uno strumento valido per riportare aria fresca e spirito anticapitalistico genuino verso le persone comuni.
    Purtroppo la sinistra in tutte le sue forme è tarate irrimediabilmente dalla difficoltà di coinvolgere le persone comuni, quella che un tempo i comunisti avrebbero chiamato la classe, che non è classe in senso economicistico, ma è popolazione, gente che lavora, persone capaci di avvertire i problemi.
    Per me rifondazione è del tutto interna alla sinistra con intenzioni di nicchia e, con tutta la buona e spesso ottima volontà che i militanti ci mettono, temo sia destinata a restare in un paradigma per lo più disprezzato dalle personi comuni. Il punto è che rimanendo tra opportunismo politico e settarismo ideologico si rischia di finire risucchiati dal giochino parlamentare e dalla conquista del proprio elettorato di sempre (5-6-7-% che sia) senza scavare i bisogni materiali e spirituali della comunità cui si appartiene.
    Non è solo un problema quantitativo di breve termine, ma è un problema di capacità di coinvolgimento e comunicazione sui problemi reali nel lungo termine.

    Felice di sbagliarmi.

    Ma guarda, non lo ho specificato nell'intervento precedente, ma quando parlo di analisi io ne parlo in termini di analisi neutra, ovvero senza partire da considerazioni qualitative in merito. Un metodo scientifico di analisi insomma, paradossalmente potremmo dire non strettamente politico. Poi dopo si faranno le nostre considerazioni politiche. E ti assicuro che il tuo scetticismo non è lontano dal mio.

  9. #9
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    File di persone in diversi punti della città, non riuscivo a capire, sconti finiti, niente scioperi, grazie per la rivelazione, file di comunisti che andavano ad iscriversi al PRC, che sollievo.

    Come dice il buon Preve(leggere il prossimo articolo sul congresso del prc su Comunismo e Comunità N. 2) "ha vinto il migliore dei due, ma non facciamoci illusioni"

    ARDITI NON GENDARMI

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
    OMNIA SUNT COMMUNIA

    File di persone in diversi punti della città, non riuscivo a capire, sconti finiti, niente scioperi, grazie per la rivelazione, file di comunisti che andavano ad iscriversi al PRC, che sollievo.

    Come dice il buon Preve(leggere il prossimo articolo sul congresso del prc su Comunismo e Comunità N. 2) "ha vinto il migliore dei due, ma non facciamoci illusioni"

    ARDITI NON GENDARMI

    Sottoscrivo.
    Cerchiamo di capire quel che sta realmente accadendo fuori da retoriche e autoillusioni. Mi chiedo che cosa è cambiato, per esempio, nelle amministrazioni dove il prc è componente di maggioranza. Da quelle poche, e parziali, informazioni che ho relativamente ad alcune aree mi sembra che non sia cambiato molto. Bisogna uscire dagli ideologismi che portano a confondere la realtà con la rapprentazione della stessa che nasce dalla propria identità. L'autoreferenzialità è dura a morire. E' fondamentale che si faccia un duro lavoro di riconsiderazione del ruolo della soggettività nei processi di trasformazione. Che quel che accade in rifondazione si valuti positivamente può anche essere ma ciò che è importante è che si mettano in dicussione i paradigmi della sinistra (radicale o no, non importa) che hanno fondato l'agire sociale finora. Stiamo a vedere. Ma non confondiamo l'idea che si ha di se stessi con la realtà.

 

 

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