Freddie Mac, Fannie Mae e il fallimento del comunismo americano
di Marco Taradash

Ci sono molte ragioni per attaccare Obama, ma non una gaffe che non ha fatto: polemizzando con i giochi sporchi dei suoi avversari diceva che era vero che “Mc Cain non aveva mai parlato della sua fede musulmana ma..” e qui è stato interrotto dall’intervistatore dell’ABC, che non aveva capito il senso della frase; se Obama avesse detto “fede cristiana” la sua frase non avrebbe avuto alcun senso. Ci sono molte ragioni anche per criticare Alemanno, ma non perché dice che il “male assoluto” non è stato il fascismo ma le leggi razziali; a meno che non si voglia ridurre la Shoa a “dettaglio” di una trama che esaurisce di per sé ogni ragione di condanna (finendo così per concordare con Le Pen, che “dettaglio” definì le camere a gas naziste, seppure con intenzioni opposte). E ci sono molte ragioni per criticare il capitalismo, per gongolare sui cosiddetti “fallimenti del mercato”, per compatire il “declino dell’impero amerikano”. Ma non certo la nazionalizzazione di Freddie Mac e di Fannie Mae, i due enormi istituti di gestione dei mutui appena salvati dal fallimento. “Il mercato fin dove è possibile, lo Stato quando è necessario”, è il nuovo mantra degli statalisti di destra e di sinistra, e viene usato a proposito e sproposito. Il salvataggio governativo di Freddie e Fannie e l’immediato rialzo dei titoli di borsa sui mercati mondiali starebbe lì a dimostrarlo. Ma la verità è esattamente l’opposta. Il loro crollo segna, alla fine e finalmente, l’ennesimo fallimento del socialismo reale. Seppure americano.
Fannie e Freddie sono una tarda eredità del New Deal rooseveltiano, una specie di Cassa del Mezzogiorno americana, sopravvissuta all’emergenza e alla ragionevolezza. Sono istituti parapubblici, sebbene con uno statuto di società privata. Sono nati da una scelta politica per favorire la diffusione più ampia possibile della proprietà immobiliare negli Usa, con miliardi di dollari di linee di credito garantite dallo stato, tassi di credito di favore da parte della Fed, esenzione fiscale a livello statale e federale, e soprattutto, una garanzia di fatto assoluta di non fallire. L’effetto di questo sistema è la crisi finanziaria in corso da mesi. Freddie e Fannie sono state gestite irresponsabilmente, hanno diffuso irresponsabilità nell’intero sistema bancario americano, hanno fatto dilagare l’irresponsabilità fra i cittadini americani. Questi due istituti sono stati tenuti in vita artificialmente grazie a un enorme e costosissimo lavorio di lobby, grazie al loro essere una gallina dalle uova d’oro per decine di uomini politici, quasi tutti democratici, in attività o in pensione, e, soprattutto, grazie ai falsi in bilancio. Il Wall Street Journal l’aveva già denunciato il 4 ottobre 2004: “Per anni il gigante dei mutui Fannie Mae ha prodotto una crescita costante di guadagni. E per anni gli analisti si sono meravigliati di come Fannie potesse maneggiare un portafoglio così naturalmente rischioso senza neppure un soffio di volatilità. Ora, grazie al supervisore di Fannie, conosciamo la verità. La compagnia ha truccato i libri contabili. Alla grande”. E in effetti la cifra dell’”errore contabile” era impressionante: 11 miliardi di dollari, contro i 567 milioni del falso in bilancio Enron. Ma se il caso Enron, un falso in bilancio equivalente al 5% di quello di Fannie Mae, aveva provocato un gigantesco sconquasso sia sui media americani e mondiali sia sul sistema di regolazione finanziario americano, la vicenda di Fannie passò quasi inosservata, nonostante che un paio di mesi dopo, il 23 dicembre 2004, anche il New York Times si domandasse, se la compagnia “avrebbe retto alla tempesta”.
Ma, a differenza di Enron, che era un’impresa privata, Fred e Fannie erano imprese (quasi) pubbliche, la cui nascita era stata ispirata da buone intenzioni, e che godevano della fama di agire per il bene pubblico. E il disastro si è compiuto fino in fondo.
A pagarne i costi saranno ovviamente i più poveri, vale a dire i contribuenti americani. I guadagni sono stati privatizzati, le perdite vengono socializzate. Jim Rogers, cofondatore con George Soros del Quantum Fund nel 1970, e oggi uno dei maggiori esperti di investimenti in Cina, ha detto l’altro ieri, 8 settembre, alla CNBC Europe che “l’America è oggi più comunista di quanto non sia la Cina, in Cina puoi almeno avere un libero mercato delle case. Non si salvano i proprietari di case in difficoltà, non si salvano quelli che cercano un mutuo, si salvano le istituzioni finanziarie, le banche, i Wall Streeters. Questo è solo welfare per i ricchi. Questo è socialismo per i ricchi.”
Concordo. Ma quando mai la storia ha conosciuto un socialismo che non fosse per i ricchi?


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