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“Dieci anni fa non c’erano questa abitudine all’incontro, questo reticolo consolidato di relazioni, questa dimensione plurale”
Checchino Antonini
Malmö - nostro inviato
«Dieci anni fa non c’erano questa abitudine all’incontro, questo reticolo consolidato di relazioni, questa dimensione plurale. Solo nei partiti molto “internazionalizzati” c’era chi conosceva persone e situazioni di altri paesi. Tornare indietro è impossibile». L’evoluzione della crisi in Alitalia ha interrotto bruscamente la partecipazione Paolo Ferrero al Sociale forum europeo in corso in Svezia fino a domani. Ieri mattina, il segretario di Rifondazione comunista ha avuto un breve incontro con la delegazione del Prc nel teatro che ospita lo stand di Transform e della Sinistra europea. L’elemento di novitá - Ferrero ha attraversato quasi tutti gli eventi altermondialisti, da Genova a Firenze, Praga, Parigi, Londra - gli è parso di coglierlo nella presenza massiccia del sindacato e nell’attenzione ai temi del lavoro. «Mi pare che nei dibattiti si ponga di piú il problema del fare, del coordinamento tra reti, una maggiore attenzione alla progettazione. Questa urgenza si rivela nettamente confrontando Europa e Sudamerica, luoghi centrali nella genesi dei fori sociali. Se nell’America Latina quei temi sono entrati dalla porta principale nell’agenda della politica, in Europa la dinamica è stata opposta anche quando al governo c’è il centrosinistra».
Come è potuto accadere?
Esperienze come quella italiana sono fallite per via dei rapporti di forza sfavorevoli con la sinistra moderata, ma anche per la debolezza strutturale del movimento, per alcuni elementi di opportunismo, per il ruolo del sindacato confederale che, in maggioranza, ha assunto una posizione concertativa. Ma è un motivo che sta sopra tutti: le politiche liberiste incorporate, da Maastricht in poi, nelle istituzioni europee - la Bce è peggio della Federal reserve - determinano una sostanziale cappa. La strutturazione concreta del potere raccoglie in Europa il peggio del neoliberismo costituendo un’inerzialitá pazzesca. Per questo sono molto positivi i No francesi e irlandesi al Trattato ma quella cappa resta un elemento strutturale.
Al seminario sulla crisi della sinistra con spagnoli, francesi, catalani, greci, cui hai preso parte, è emerso questo dato?
Ho trovato consapevolezza sulla fase nuova determinata dalla crisi del neoliberismo, meno invece sulla questione del governo finché c’è quella cappa e questi rapporti di forza. O la sinistra mette in discussione quella cappa o, se la questione sociale appare insolubile, il rischio è che si affermino i populismi di destra. Peró c’è anche piú attenzione ai nessi, ai rapporti tra soggetti, non ci sono piú partiti che pensano di rappresentare tutti. Ora c’è bisogno di iniziative articolate ma che abbiano un livello europeo perché, con quel coperchio, sul piano nazionale i margini sono assolutamente ristretti. Questa è la differenza con l’America Latina: lí il Nafta è saltato.
Tornando al caso italiano, credi sia necessario approfondire le cause del fallito rapporto tra movimenti e politica?
Quando siamo stati al governo s’è ridotta la conflittualitá sociale, e si sono ridotte le sedi di confronto. Il 9 giugno del 2007 (il No Bush Day, i partiti scelsero di non marciare con i movimenti e piazza del Popolo fu un flop, ndr) è l’emblema di quel fallimento. L’autocritica é obbligatoria e l’elemento di ripensamento che abbiamo introdotto è la condizione per la ripresa di costruzione dei movimenti.
Nota: da Liberazione del 20/09/08




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