Confindustria, arriva la "bozza Bombassei": addio al potere d'acquisto, multe a chi sciopera
Fine dei contratti, si va agli accordi aziendali
La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia
Gemma Contin
Fine della concertazione. Quindici anni dopo, la proposta della Confindustria ai sindacati per spostare il peso della contrattazione dal piano nazionale al secondo livello, in stretta connessione con la produttività delle singole aziende, spazza via di fatto l'accordo del 23 luglio 1993 e apre un capitolo del tutto inedito nel sistema delle relazioni industriali.
Lo dice il documento inviato da Emma Marcegaglia ai vertici sindacali: «L'ipotesi di accordo che proponiamo ai Segretari Generali di Cgil, Cisl e Uil è un documento ampio e, crediamo, completo con il quale Confindustria propone ai sindacati di innovare le regole della contrattazione collettiva ai diversi livelli ma anche di definire gli elementi essenziali per realizzare un nuovo sistema di relazioni industriali meno conflittuali e sempre più di tipo partecipativo».
Tre gli obiettivi principali che il sindacato degli imprenditori dichiara: «Avere un sistema di relazioni industriali quale fattore di competitività e non strumento di vincolo all'iniziativa economica; favorire il conseguimento di retribuzioni più elevate in quanto collegate a incrementi di produttività, redditività, efficienza; realizzare un sistema "regolato" di relazioni fra le parti».
Partiamo da qui. Nostra signora di Viale dell'Astronomia e il suo braccio armato Alberto Bombassei, con delega alle relazioni industriali, nonché l'intero think-tank che fa capo al direttore generale Maurizio Beretta, hanno in testa un modello contrattuale fortemente sbilanciato verso le aziende piuttosto che per settore o sui territori.
Ciò rappresenta di fatto un depotenziamento non solo dei contratti di categoria ma anche delle tre confederazioni nazionali (che proprio di quella dimensione sono occupano) moltiplicando-differenziando-riducendo il momento del confronto (figurarsi la possibilità di chiudere accordi) in mille rivoli separati. E siccome il sistema delle imprese italiane è fatto per il 90% di aziende piccole e medie, e di piccolissime e microrealtà produttive, ecco fatto il gioco della polverizzazione contrattuale. Per non parlare di quelle (la maggioranza) che di contrattazione non ne hanno mai voluto sapere cercando tutte le scappatoie, anche legislative, per sfuggire alle maglie degli accordi nazionali.
Non solo. La proposta parla di un tempo di latenza non più di tre ma di sei mesi per la presentazione delle richieste alla scadenza triennale, e di altri sette mesi di "tregua sindacale" in cui le organizzazioni dei lavoratori si impegnano a non attuare alcun conflitto per il rinnovo del contratto. Insomma, su un accordo la cui durata viene già ridotta da quattro a tre anni, per più di un anno dopo la scadenza non ci devono essere scioperi, agitazioni, sospensioni del lavoro, pena severe misure punitive nei confronti dei lavoratori "disobbedienti": «E' fissato un periodo di tregua sindacale di sette mesi - si legge nel testo di Confindustria - durante il quale "non sono ammessi scioperi" per consentire lo svolgimento e la conclusione del negoziato... L'eventuale violazione determina una situazione di inadempimento contrattuale "che legittima la richiesta di immediata revoca o sospensione dell'azione e il pagamento di una penale"».
E non siamo nemmeno arrivati al conquibus della proposta, che può essere sintetizzato in quattro punti.
Primo: le retribuzioni saranno strictly jointed alla produttività dell'azienda. Secondo: tutte le voci aggiuntive come premi di produzione, indicizzazioni ai risultati, straordinari, dovranno essere «in tutto o in parte decontribuite e detassate», con un'aliquota fissa del 10%, in modo che le retribuzioni nette "pesino" di più in busta paga.
Terzo: gli aumenti connessi alla perdita del potere d'acquisto saranno regolati non più in rapporto al tasso di inflazione programmata, ma con correttivi calcolati su una sorta di "inflazione previsionale", rilevata da "un'entità indipendente di sicuro prestigio e credibilità", in base all'inflazione media registrata nei tre anni di durata del contratto.
Quarto: gli aumenti così calcolati saranno applicati soltanto sulle voci fisse tabellari come il minimo salariale e gli scatti di anzianità, e non sulle voci variabili legate agli incentivi «aventi come obiettivo incrementi di produttività, di qualità, di redditività, di efficienza, di efficacia - elencano con acribìa gli gnomi di Viale dell'Astronomia - ed altri elementi rilevanti ai fini del miglioramento della competitività aziendale nonché ai risultati legati all'andamento economico dell'impresa».
Non basta. Le aliquote di adeguamento all'inflazione prevista saranno "depurate" dalle componenti esogene, come la bolletta energetica in relazione alle lievitazioni del greggio, ed endogene, determinate dallo stato di crisi del sistema produttivo o dalla mancata crescita del sistema paese.
Fermiamoci qui. Anche perché è cominciato il balletto delle differenziazioni tra la Cgil, la Cisl e la Uil, con Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti che parlano di documento interessante e Guglielmo Epifani che ha fatto sentire la voce «molto critica e preoccupata» della Cgil.
«Proposta irricevibile» per il leader di Rete 28 Aprile Giorgio Cremaschi: «Il documento va respinto al mittente. La trattativa è già finita. Confindustria ha concentrato tutte le posizioni più oltranziste maturate nel mondo dell'impresa. Si riduce ulteriormente il salario del contratto nazionale, rendendo tecnicamente impossibile il mantenimento del potere d'acquisto. Si afferma il principio di derogabilità in sedi aziendali e territoriali dei diritti e delle condizioni minime stabilite nei contratti. Si limita il diritto di sciopero, si impone il ricorso all'arbitrato. Si stabiliscono regole e sanzioni che riducono in modo drastico le materie negoziali. Si lancia la politica degli affari comuni tra imprese e sindacati con il dilagare degli enti bilaterali».
D'altra parte la vicenda Alitalia è sotto gli occhi di tutti: primo e maggior tassello di destabilizzazione contrattuale. E dopo la compagnia di bandiera verrà giù tutto il resto.


14/09/2008



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