L’AFFAIRE MERIDIONALE(Appelo a Silvio Berlusconi ed ai Politici meridionali)
Da Sante Pisani (Segretario Politico del PDA) e Damiano Angelotti (Coordinatore Nazionale)
La prima domanda che ci poniamo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte relazioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne?
E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni, altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta?
Il meridione, in questo contesto, e il “meridionalismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’area geografica è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale.
Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre.
I meridionali sono rimasti troppo a lungo in attesa.
Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.
Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani. Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali.
Un discorso a parte meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro agricoltura. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici, avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. La verità è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno. Dobbiamo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, (compreso, ovviamente, il Piemonte) e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto minori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia.
Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50:
§ potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea;
§ potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali;
§ sviluppare il turismo ed associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale;
§ potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia.
Sarebbero bastati più fatti e meno parole
Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un'altro aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei meridionali. E’ che se il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo Stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali.
A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”
Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quello delle promesse. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze.
Non vogliamo essere una voce del coro, una minoranza.
Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento.
Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio.
Noi vorremmo che ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo Stato riconoscesse i loro crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che la pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a nostro avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile, perché vi sono meridionali che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane.
Il PDA sarà vigile, osserverà quali azioni pro – meridione che saranno attivate sia Da Silvio Berlusconi che dai politici del meridione che, anche, con i voti del Partito dell’Alleanza siedono sugli scranni del Parlamento.
Postato il 12.09.2008




Rispondi Citando
