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  1. #1
    Radicale transnazionale
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    Predefinito I Radicali e la Giustizia

    XVI legislatura, Riforma della giustizia: la mozione presentata al Senato e alla Camera
    Al Senato prima firmataria è Emma Bonino, alla Camera Rita Bernardini.

    IL DOCUMENTO E' STATO PRESENTATO NELLE SEDUTE DEL 29 LUGLIO 2008

    Il Senato (La Camera),

    premesso che:

    è un dato oggettivo e non più un'opinione di alcuni che lo stato della giustizia in Italia ha raggiunto livelli di inefficienza assolutamente intollerabili, sconosciuti in altri Paesi democratici, per i quali l’Italia versa, da anni ed in modo permanente, in una situazione di illegalità tale da aver generato numerosissime condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo;

    l'enorme numero di processi pendenti, sia nel settore civile che in quello penale, e l'impossibilità che questi siano definiti in tempi ragionevoli hanno ormai determinato una sfiducia generalizzata dei cittadini nel sistema giustizia, tale da rendere sempre più concreto il pericolo, per un verso, che si ricorra a forme di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e, per altro verso, che si incrementi il numero di reati a causa di una sostanziale impunità;

    rispetto a tale situazione la stessa introduzione della cosiddetta legge Pinto (legge n. 89 del 2001), strumentalmente approvata al solo fine di evitare continue condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha ulteriormente sovraccaricato i ruoli delle Corti di Appello e, d’altra parte, per quanto è stato autorevolmente affermato, se tutti gli aventi diritto dovessero agire nei confronti dello Stato sulla base della legge Pinto, lo Stato stesso sarebbe costretto a dichiarare bancarotta;

    in tale situazione occorre predisporre un piano di riforme organiche e strutturali del sistema giustizia; occorrono provvedimenti in grado di garantire un più equilibrato rapporto fra i poteri dello Stato, uscendo da logiche emergenziali o d'occasione che, da un lato, lasciano ai pubblici ministeri la piena discrezionalità sull’uso dei mezzi di indagine e sull’esercizio dell’azione penale e, dall’altro, all’arbitrio dei giudici la scelta dei processi da rinviare;

    a rendere più drammatico il quadro del sistema è anche intervenuto il taglio dei fondi destinati alla giustizia;

    il ministro Alfano, intervenendo al convegno organizzato dall'Unione delle Camere penali italiane il 15 luglio 2008 sul tema delle riforme per la giustizia, ha dichiarato che "occorre intervenire sulla giustizia con una riforma organica, in tempi rapidi e non con una legislazione alluvionale, ma con interventi mirati che non vanno contro qualcuno sui processi e sull'asse istituzionale e costituzionale; per una giustizia al servizio del cittadino";

    analoghe affermazioni sulla necessità di radicali modifiche del sistema della giustizia sono state espresse dal Presidente del Consiglio dei ministri;

    il segretario del più grande partito di opposizione, Walter Veltroni, già in campagna elettorale, dalle colonne de "il Riformista", ha posto in discussione il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale affermando la necessità di “un procedimento che veda la partecipazione di Parlamento, Csm e Procuratori della Repubblica nella fissazione dei criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale”;

    l'amministrazione della giustizia e la difesa della legalità costituiscono oggi una vera e propria "questione sociale nazionale", la cui soluzione non è più rinviabile;

    i ripetuti interventi legislativi finora attuati sul processo penale come su quello civile non hanno portato i risultati che si attendevano e possono perciò considerarsi dei semplici provvedimenti tampone privi di efficacia risolutiva;

    pertanto è giunto il momento di affrontare con decisione il tema della giustizia e di porre mano a riforme che diano reale attuazione del principio di rispetto delle regole;

    dette riforme non devono peraltro procedere nel senso di determinare, nel processo penale, una diminuzione delle garanzie difensive dell’imputato, né dette garanzie, come pure è stato proposto, debbono essere sacrificate sull’altare della ragionevole durata del processo, posto che quest’ultima è essa stessa un diritto dell’imputato;

    dette riforme devono invece procedere nel senso di garantire un'effettiva parità tra accusa e difesa, con un giudice che sia effettivamente terzo tra le due parti, con una reale responsabilizzazione, anche disciplinare, dei magistrati inquirenti e giudicanti, riservando la risposta penale dello Stato a quei soli fatti che, offendendo in concreto beni giuridici non altrimenti presidiabili, rivestono un rilevante disvalore sociale, come tale percepito dalla collettività,

    impegna il Governo ad attuare, con il più ampio dibattito parlamentare, una riforma davvero radicale del sistema della giustizia, che preveda:

    a) l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, con la previsione di un procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l'esercizio dell'azione penale nonché di un procedimento che veda la partecipazione dei pubblici ministeri e di altri soggetti istituzionali e che individui un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo;

    b) la separazione delle carriere dei magistrati, con modalità tali da garantire l’assoluta indipendenza del giudice;

    c) la responsabilizzazione del pubblico ministero per l’osservanza delle priorità fissate e, al contempo, la creazione di meccanismi atti ad evitare che chi è politicamente responsabile per l'implementazione delle politiche pubbliche nel settore criminale possa indebitamente condizionare, su singoli casi, l’attività del pubblico ministero deviandolo dal rispetto delle priorità prefissate;

    d) la revisione della composizione e del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, la fissazione dei suoi compiti in via tassativa, nonché l'eventuale creazione di un consiglio per il pubblico ministero e di un organismo che garantisca un efficiente sistema disciplinare per tutti i magistrati;

    e) la reintroduzione di severi vagli della professionalità dei magistrati nel corso dei 40-45 anni della loro permanenza in carriera, vagli di professionalità in grado di evidenziare sia i magistrati più qualificati -per competenza e produttività - a conseguire le promozioni ed il relativo trattamento economico, sia quelli che sono più qualificati per coprire le molteplici funzioni cui giudici e pubblici ministeri possono essere destinati;

    f) la modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, con modalità tali da garantire ai cittadini, ingiustamente danneggiati da provvedimenti del giudice o del pubblico ministero, il risarcimento integrale dei danni direttamente dal magistrato, pur con la previsione di meccanismi volti ad eliminare il pericolo di azioni intimidatorie e strumentali;

    g) la revisione delle modalità di collocamento fuori ruolo dei magistrati e di attribuzione degli incarichi extragiudiziari, salvaguardando le contrapposte esigenze di non disperdere "forza lavoro" né, per contro, preziose professionalità;

    h) l'incompatibilità tra la permanenza nell’ordine giudiziario e l’assunzione di incarichi, elettivi e non, in rappresentanza di formazioni politiche, ciò anche al fine di rendere credibile l’indipendenza di chi esercita funzioni giudiziarie agli occhi del cittadino;

    i) la promozione di una modernizzazione tecnologica degli uffici giudiziari in cui i programmi di innovazione prevedano la fissazione delle tappe dell’innovazione e la verifica in itinere dei risultati conseguiti, verifiche effettuate con la partecipazione di esperti esterni;

    l) l'adeguamento degli organici del personale anche amministrativo, non solo e non tanto per ciò che concerne la consistenza numerica, quanto per ciò che concerne la promozione di qualificazioni professionali atte a facilitare la modernizzazione tecnologia ed organizzativa dell'amministrazione della giustizia, anche ai fini di una sostituzione progressiva dei molti magistrati che ora occupano posizioni direttive a tutti i livelli nel Ministero della giustizia;

    m) la modifica della natura dei termini processuali, con la previsione generalizzata di termini perentori e di sanzioni disciplinari per la loro inosservanza da parte dei magistrati;

    n) la radicale semplificazione delle modalità di notifica degli atti giudiziari;

    o) la definizione di tempi standard dei procedimenti civili e penali e di politiche di case management (gestione dei casi e dei carichi di lavoro) coerenti con le indicazioni fornite dalla Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa;

    p) la modifica delle procedure di nomina dei capi degli uffici e un potenziamento del ruolo gestionale del dirigente amministrativo dell’ufficio;

    q) una forte depenalizzazione ed una razionalizzazione delle fattispecie criminose.
    ____________________

    I FIRMATARI

    SENATO DELLA REPUBBLICA

    · BONINO EMMA

    · DINI LAMBERTO

    · BALBONI ALBERTO

    · CHIAROMONTE FRANCA

    · COMPAGNA LUIGI

    · LEDDI MARIA

    · MUSSO ENRICO

    · PARAVIA ANTONIO

    · PERDUCA MARCO

    · PORETTI DONATELLA

    · RANDAZZO NINO

    · SBARBATI LUCIANA

    · SIRCANA SILVIO EMILIO

    CAMERA DEI DEPUTATI

    · BERNARDINI RITA

    · DELLA VEDOVA BENEDETTO

    · TURCO MAURIZIO

    · BARBIERI EMERENZIO

    · BELTRANDI MARCO

    · CIOCCHETTI LUCIANO

    · FARINA COSCIONI MARIA ANTONIETTA

    · FARINA GIANNI

    · LABOCCETTA AMEDEO

    · LEHNER GIANCARLO

    · MARINI CESARE

    · MAZZONI RICCARDO

    · MECACCI MATTEO

    · PORTA FABIO

    · PEPE MARIO (pdl)

    · RAISI ENZO

    · Stracquadanio giorgio clelio

    · ZAMPARUTTI ELISABETTA


    Il testo integrale delle mozioni radicali sul tema della giustizia:
    http://www.radicali.it/view.php?id=127856

    La riforma della giustizia è una priorità per il Paese:
    E' LA PIU' GRANDE QUESTIONE SOCIALE E ISTITUZIONALE DEL PAESE

    •   Alt 

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  2. #2
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    • Le PROPOSTE DI LEGGE sulla GIUSTIZIA presentate alla Camera nella XVI Legislatura

    Pdl a prima firma Rita Bernardini, deputata Radicali-PD, membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati

    * Modifica dell'articolo 112 della Costituzione. Abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale ( 250 )
    (presentata e annunziata il 29 aprile 2008)
    * Delega al Governo per la separazione delle carriere dei magistrati ( 251 )
    (presentata e annunziata il 29 aprile 2008)
    * Modifiche alla legge 13 aprile 1988, n. 117, in materia di responsabilità civile dei magistrati ( 252 )
    (presentata e annunziata il 29 aprile 2008)
    * Modifiche all'articolo 16 dell'ordinamento giudiziario di cui al regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, concernenti l'abolizione della possibilità di assunzione di incarichi extragiudiziari da parte dei magistrati ( 253 )
    (presentata e annunziata il 29 aprile 2008)
    * Modifiche al codice di procedura civile e al codice di procedura penale in materia di perentorietà dei termini ( 254 )
    (presentata e annunziata il 29 aprile 2008)
    * Modifiche all'articolo 303 del codice di procedura penale, per la riduzione dei termini di durata massima della custodia cautelare, e all'articolo 54 della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di semplificazione delle procedure per la liberazione anticipata ( 255 )
    (presentata e annunziata il 29 aprile 2008)
    * Riforma del sistema di collocamento fuori ruolo dei magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari e disposizioni in materia di incarichi extragiudiziari ( 1224 )
    (presentata il 3 giugno 2008, annunziata il 4 giugno 2008)

  3. #3
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    QUESTA E' LA PROPOSTA DI LEGGE PRESENTATA IN PARLAMENTO DAI RADICALI



    Pag. 1

    PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE d'iniziativa dei deputati BERNARDINI, MAURIZIO TURCO, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, ZAMPARUTTI Modifica dell'articolo 112 della Costituzione. Abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale Presentata il 29 aprile 2008


    Onorevoli Colleghi! - Il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, contenuto nell'articolo 112 della Costituzione, pur astrattamente condivisibile, determina una serie di inevitabili e gravi conseguenze negative, che portarono l'unico altro Paese europeo che lo prevedeva oltre il nostro, la Germania, ad abolirlo a metà degli anni settanta.
    In effetti l'elevatissimo numero di notitiae criminis che giungono quotidianamente alle procure della Repubblica rende impossibile il perseguimento di ogni reato. Dietro la vigenza di questa norma finisce col celarsi quindi di fatto l'assoluta discrezionalità con cui ogni singolo pubblico ministero decide quali reati perseguire, col risultato pratico di avere un'altrettanto assoluta non uniformità nell'applicazione della legge sul territorio italiano e rilevanti difficoltà di perseguimento dei reati che per ambito territoriale superano la competenza della singola circoscrizione giudiziaria.
    La previsione in capo al Ministro della giustizia di un potere di indirizzo in materia di politica penale e l'attribuzione ad ogni procuratore della Repubblica della responsabilità di far rispettare all'interno del proprio ufficio l'indirizzo fissato, oltre a rimediare alle disfunzioni illustrate, avrebbe anche l'effetto di ricondurre al circuito della sovranità popolare-parlamentare la responsabilità politica dell'esercizio di un potere davvero importante per la sicurezza dei cittadini, sottraendola all'arbitrio del singolo pubblico ministero, che sarebbe così probabilmente tenuto anche a perseguire reati, come quelli di microcriminalità, altrimenti normalmente trascurati.
    Pag. 2




    PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE Art. 1. 1. L'articolo 112 della Costituzione è sostituito dal seguente:
    «Art. 112. - Ciascun Procuratore generale presso la Corte d'appello stabilisce di anno in anno, per il proprio distretto di competenza, le priorità nell'esercizio dell'azione penale, in attuazione delle linee guida definite a livello nazionale dal Ministro della giustizia, che le illustra, entro il 30 novembre di ciascun anno, in una relazione annuale al Parlamento.
    Ciascun Procuratore della Repubblica presso il tribunale ordinario e presso il tribunale per i minorenni stabilisce di anno in anno, per il proprio circondario di competenza, le priorità nell'esercizio dell'azione penale nel quadro delle priorità definite ai sensi del primo comma»

  4. #4
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    Giustizia, Bernardini e Rossodivita: l'ANM bacchetta parlamentari PD firmatari mozione radicale venerdì 22 agosto 2008 "L'Associazione Nazionale Magistrati bacchetta il PD e i parlamentari che hanno sottoscritto la mozione radicale sulla giustizia. Il Sindacato Unico dei Magistrati - hanno dichiarato Rita Bernardini, deputata Radicale/PD, membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati e Giuseppe Rossodivita, Segretario del Comitato Radicale per la Giustizia "Piero Calamandrei" - persiste così in una linea politica pro domo sua senza porsi il drammatico problema della giustizia con i suoi milioni di processi arretrati i cui costi ricadono tutti sui cittadini che vedono costantemente negato il diritto ad una giustizia rapida, efficiente, "giusta".
    Noi non abbiamo - come sostiene l'ANM - rapporti problematici con la magistratura, semmai è l'ANM che attraverso la polemica nei nostri confronti dimostra di trovarsi in difficoltà con i cittadini, visto che è sempre di più attestata su posizioni sindacali conservatrici non condivise oggigiorno neppure dalla maggioranza dei magistrati.

    Noi ci auguriamo - ed opereremo per questo - che nessuno voglia far naufragare un dibattito ben istruito e che si svolga nelle sedi istituzionali preposte, in primo luogo in Parlamento: un dibattito capace di trovare soluzioni a problemi che ormai sono diventati cronici per i tanti ostruzionismi e i veti che sono stati posti dai bacchettatori di turno, la cui spregiudicatezza è arrivata persino a negare le decisioni popolari assunte attraverso referendum come quello sulla responsabilità civile dei magistrati.

    Da parte nostra, infine, confidiamo in un confronto sereno anche con il dott. Luca Palamara che ha assicurato la sua presenza al convegno del 29 e 30 settembre organizzato da Radicali Italiani, dall'ELDR e dal Comitato per la Giustizia Piero Calamandrei sul tema dell'obbligatorietà dell'azione penale.

  5. #5
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    È ora di cambiare Csm e Pm


    • da Il Riformista del 2 settembre 2008, pag. 1

    di Emma Bonino

    Caro direttore, il fatto che il tema della giustizia abbia tenuto banco tutta l’estate è l’ennesima prova di come i tempi siano più che maturi per affrontare quelle riforme di fondo che noi radicali chiediamo da tempo. Le principali direttrici sono note: abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, separazione delle carriere, responsabilità civile e professionale dei magistrati, riforma del sistema elettorale del Csm,una nuova disciplina per gli incarichi extragiudiziari; nel settore processuale, sia civile che penale, conferire maggiore speditezza ai procedimenti con misure come la perentorietà dei termini processuali, la semplificazione nelle notifiche degli atti processuali, l’attuazione del processo telematico. Tutti provvedimenti, questi, contenuti nella Mozione promossa dai noi radicali e presentata in entrambi i rami del Parlamento, già sottoscritta da decine di parlamentari sia di maggioranza che di opposizione.

    Da anni noi radicali denunciamo che in Italia la giustizia «non è uguale per tutti». Dal caso Tortora in poi abbiamo condotto battaglie per una «giustizia giusta» soprattutto con i referendum come quello, stravinto, sulla responsabilità civile dei magistrati che il Parlamento ha poi vanificato. Si è invece cercato, nel tempo, di risolvere con l’aspirina alcune disfunzioni per le quali ben altre terapie erano, e sono, necessarie. E ora imperativo passare dagli interventi tampone ad una riforma complessiva dell’intero sistema giustizia se è vero, com’è vero, che viaggiamo nell’ordine di milioni di processi pendenti, facendo della giustizia la più grande «questione sociale» in Italia; com’è doveroso, in un paese che ha il triste primato della durata dei processi e che non riesce ad assicurare tempestivamente una risposta ai cittadini nemmeno per un banale risarcimento del danno, cominciare a sciogliere alcuni nodi. Per questo insistiamo su tre priorità.

    La prima è l’obbligatorietà dell’azione penale, un tabù che va rimosso nell’Italia del 2008. In realtà un tabù che, nei fatti, è già bell’e caduto da tempo con l’impossibilità materiale delle Procure di procedere per ogni singola notizia di reato. Siamo in presenza di un ingranaggio nel quale entra tutto fino a farlo ingolfare, con successiva selezione arbitraria da parte dei magistrati che non garantisce il cittadino su ciò che viene effettivamente perseguito e su ciò che viene abbandonato alla prescrizione, con buona pace delle vittime dei reati. Più che di «obbligatorietà» dell’azione penale, bisognerebbe parlare di «arbitrarietà» dell’azione penale... Per il 29 e 30 settembre abbiamo organizzato, presso la Camera dei Deputati, un convegno internazionale proprio su questo tema e su quello più ampio di una riforma per l’efficienza e la qualità della giustizia penale. La seconda è un altro tabù, quello della separazione della carriera di giudice da quella di pubblico ministero, una strada che nessuno, a destra come a sinistra, ha avuto il coraggio d’imboccare. Invece, è una riforma fondamentale per ottenere maggiore imparzialità, indipendenza e terzietà nel pieno rispetto dei principi del giusto processo.

    La terza è il ruolo abnorme che il Csm ha assunto negli ultimi lustri. L’organo di auto-controllo è oggi un parlamentino, diviso in correnti partitiche, e ben lontano da un esercizio indipendente ed imparziale delle sue funzioni. Il referendum del 2000 promosso dai radicali sul sistema di elezione del Csm, pur non raggiungendo il quorum, ha avuto il merito di spingere il Parlamento ad introdurre il sistema maggioritario. Ma neanche questo ha intaccato il sistema «partitico» ancora fiorente. Meglio allora un’estrazione a sorte dei giudici togati, iscritti in un elenco con determinati requisiti di anzianità e di disponibilità, un’ipotesi che sembra non trovare indifferente il ministro Alfano.

    Per noi legislatori, e per chiunque senta una responsabilità non di improvvisazione ma di governo delle situazioni, non basta essere «contro»: bisogna proporre una linea di riforme per tutti i cittadini, contrapposta a provvedimenti spesso deplorevoli, come il cosiddetto Lodo Alfano, presentati dal governo a spizzichi e bocconi. Per questo pensiamo anche ad un’ampia depenalizzazione e razionalizzazione delle fattispecie criminose, perseguendo l’obiettivo dell’effettività della pena, per cui una sanzione amministrativa immediata ha un effetto deterrente di gran lunga superiore ad una sanzione penale che si sconterà dopo dieci anni o forse mai. E, in previsione delle disastrose conseguenze sulla situazione carceraria che deriveranno dall’attuazione del pacchetto sicurezza varato dal governo, una profonda revisione dell’ordinamento penitenziario sarà altrettanto prioritario, a partire dal problema del sovraffollamento per arrivare ad una rivisitazione del regime del 41bis.


    http://www.radicali.it/view.php?id=127934

  6. #6
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    http://newrassegna.camera.it/chiosco...tArticle=IGUSY

    Rita Bernardini: intervento in Commissione Giustizia della Camera



    Roma, 9 giugno 2008
    • intervento di Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani e deputata radicale eletta nelle liste del PD, tenuto alla Comm. Giustizia della Camera il 9 giugno 2008


    Grazie Presidente e grazie Signor Ministro per essere venuto qui in Commissione, così tempestivamente, ad esporre il programma di Governo sulla Giustizia.
    C’è una frase che mi ha colpito in modo particolare nella sua esposizione, frase che le ho sentito ripetere in diretta su Radio Radicale quando è intervenuto al Congresso dell’ANM:
    “Non dimentichiamoci – lei ha detto – che al centro del sistema c’è la persona”.
    Già, ma che Giustizia c’è mai in Italia se le cifre sono quelle che lei stesso ci ha riferito sui processi pendenti nel civile: 4.925.000! e, altrettanti, se non erro, nel penale?
    Noi Radicali eletti nelle liste del PD le chiediamo, Signor Ministro, se il Governo di cui lei fa parte intenda o no procedere con riforme strutturali del sistema della giustizia in Italia, per migliorarlo, per renderlo gestibile, efficace e giusto, oppure se intendete procedere, semplicemente attraverso l’ordinaria amministrazione “del disastro”, adottando norme ‘spot’, norme ‘manifesto’ che non risolvono alcun problema e che semmai pregiudicano l’efficacia e l’efficienza delle risposte ai fenomeni criminosi determinando, sempre di più, l’emergenza di una giustizia di classe, debole con i forti e forte con i deboli.
    Il riferimento diretto, immediato, è evidentemente al cd. pacchetto sicurezza e all’introduzione per un verso e per decreto legge dell’aggravante soggettiva (e perciò incostituzionale) dell’essere clandestini e, per altro verso, all’introduzione nel disegno di legge governativo del reato di immigrazione clandestina.
    Su questo i Radicali, per le possibilità che residuano al Parlamento, dai banchi dell’opposizione, saranno intransigenti, non foss’altro che per esercizio di semplice ragionevolezza.
    Poche, circoscritte ed individuabili sin da ora sarebbero, infatti, le sedi di Procure e di Tribunali che si dovrebbero occupare ogni giorno di istruire centinaia di fascicoli, di procedimenti, di processi, con annessi procedimenti incidentali in materia de libertate, con ciò essendo distolte dall’ordinario lavoro sul territorio e finalizzato a reprimere e punire i comportamenti criminali.
    Non si tratta di sedi qualsiasi, sono quelle sedi, ad esempio la “sua” Agrigento, nel cui territorio certo i problemi non mancano; siete sicuri che ingolfare sedi come quella di Agrigento, o altre poche Procure, sia un servizio reso ai suoi concittadini, intendiamo dire in termini di sicurezza, quella sicurezza che, dite, volete garantire con questi provvedimenti?
    E con quali soldi, quelli che avete tolto al bilancio della giustizia per finanziare l’ICI e così far fronte ad un’altra promessa elettorale?
    Noi riteniamo che non sia questo il modo di procedere, ma che occorra ripensare al sistema nel suo complesso, richiamando il gran numero dei magistrati fuori ruolo allo svolgimento delle funzioni giurisdizionali, giungendo ad un processo penale i cui tempi siano ragionevoli e che al contempo sia ‘giusto’, garantito per l’imputato nel suo divenire, la cui sentenza sia il frutto di un percorso non censurabile in termini di violazioni dei diritti difensivi e che venga condotto realmente in una condizione di parità tra le parti il che, evidentemente, implica qualcosa di più della semplice separazione delle funzioni tra magistrati giudicanti ed inquirenti.
    E allora, per giungere ad un processo che abbia una ragionevole durata – che è essa anzitutto un diritto per l’imputato e solo in tale prospettiva un dovere per lo Stato – non occorre agire attraverso la riduzione di ‘garanzie’ pericolosamente ritenute superflue e meramente formali da una parte della magistratura, tra la quale si fa pericolosamente strada anche l’ipotesi di eliminare il doppio grado di giudizio di merito; le garanzie codificate sono il frutto di esperienze e dibattiti, dottrinari e giurisprudenziali, sedimentati in secoli di processi ‘ingiusti’.
    Ciò che occorre è ripensare, a monte, molto a monte, il ruolo del diritto penale, come momento ultimo in cui l’ordinamento interviene a fronte delle più gravi violazioni delle regole della civile convivenza; allora,‘depenalizzazione’ e ‘riserva di codice’ sul piano sostanziale ed ‘esercizio discrezionale e responsabile dell’azione penale’ sul versante processuale.
    Solamente attraverso questo incedere, su un piano strutturale, si potrà avere un processo penale realmente efficiente ed efficace per combattere i fenomeni più gravi ed i comportamenti dotati di maggiore disvalore sociale, assicurando processi rapidi e ‘responsabili’, con sentenze tempestive ma giuste, perché frutto di un percorso garantito.
    Esercizio di responsabilità chiara da parte del legislatore, attraverso la ‘riserva di codice’ ed esercizio di responsabilità da parte della magistratura; oggi noi sappiamo che l’obbligatorio esercizio dell’azione penale si traduce in una colossale ipocrisia che dà luogo, di fatto e nei fatti, ad un esercizio dell’azione penale arbitrario ed irresponsabile.
    La circolare ‘Maddalena’, riguardo all’esercizio dell’azione penale da parte della Procura di Torino con riferimento ai reati coperti dall’indulto – di cui rivendichiamo, speriamo ancora con Forza Italia, la piena paternità e per il quale denunciamo il mancato intervento relativo all’amnistia – la circolare Maddalena, dicevo, pur non condivisibile per lo strappo costituzionale, almeno ha avuto il merito di rendere evidente e di far emergere ciò che irresponsabilmente, cioè senza esercizio di responsabilità di alcun tipo, avviene ogni giorno in tutte le Procure Italiane.
    Con così tanti reati voluti dal nostro legislatore e disseminati in un codice oltre che in migliaia di leggi speciali, l’esercizio obbligatorio dell’azione penale non è un dato realisticamente perseguibile, non è un dato che pone i cittadini in posizione di eguaglianza davanti alla legge, ma è divenuto esclusivamente esercizio di un incontrollato ed incontrollabile potere:
    -a danno delle vittime dei reati, allorquando questo potere si traduce in archiviazioni di fatto, in migliaia di prescrizioni determinate dall’inerzia dei magistrati inquirenti, prima che giudicanti, in indagini malfatte per i cd reati di minor impatto sociale – ma che in quanto previsti ed esistenti determinano un’aspettativa di punizione del colpevole soprattutto ad opera della parte lesa;
    -a danno degli indagati, ove è possibile indagare chiunque, spendendo qualsiasi somma di denaro pubblico, con qualsiasi strumento e senza limiti di budget, ove qualsiasi limitazione sarebbe costituzionalmente illegittima poiché si tradurrebbe in un vincolo all’esercizio obbligatorio dell’azione penale.
    Che vi sia una selezione delle notitie criminis da perseguire con maggiore incisività e tempestività da parte dei magistrati inquirenti è un dato di fatto incontestabile, direi peraltro quasi giustificato dalla naturalità delle cose, il problema è che ad oggi questa selezione avviene su un versante connotato da una totale irresponsabilità, politica, professionale, disciplinare, civile.
    Ne è un esempio proprio l’uso che si fa delle intercettazioni telefoniche. A nostro avviso una riforma non sarebbe necessaria, se sol fossero applicate e debitamente sanzionate tutte quelle prassi distorsive del dato normativo già attualmente esistente.
    E però in Italia piuttosto che sanzionare o forse proprio per l’incapacità di sanzionare l’uso scorretto di una norma si preferisce cambiarla.
    L’abuso delle intercettazione è un dato anch’esso incontestabile – sono a tutti noti i dati relativi alle comparazioni con l’uso che delle intercettazioni si fa in altri paesi come ad esempio gli Stati Uniti – e che oltretutto ha determinato via via il formarsi di un Pubblico Ministero oramai incapace, soprattutto per certi reati, di condurre indagini con strumenti altri dalle intercettazioni e capace solamente di spendere milioni di euro e rimanere seduto in attesa dei brogliacci.
    Lei sa Ministro, che il nostro codice di procedura consente che le intercettazioni siano autorizzate, salvo in casi residuali, eccezionali e specifici, solo a fronte di gravi indizi di reato e della indispensabilità per la prosecuzione delle indagini, lei sa ancora, che tra i gravi indizi non hanno alcun tipo di valore le dichiarazioni fornite agli investigatori dagli informatori che non siano stati assunti a sommarie informazioni.
    Giudichi Lei, prendendo solamente tra i casi di cronaca giudiziaria, oppure tra quegli stessi giunti in Parlamento, quante volte le intercettazioni rappresentano un’integrazione di indagini consolidate e dal cui quadro già emergono gravi indizi di reità a carico di alcuno e quante volte, invece, le intercettazioni rappresentano l’intero materiale probatorio a carico di persone nei cui confronti non v’era, all’inizio, alcun grave indizio di reità.
    Prassi distorte ed irresponsabili, dunque, ma la risposta è sbagliata.
    Sbagliata perché, pur ritenendo eventualmente opportuno un intervento sulle disposizioni che non tipizzano i tipi di reati per i quali è possibile procedere ad intercettazioni, fissando solo dei limiti di pena come soglia di accesso, appare sbagliato limitare l’uso del mezzo di ricerca della prova solamente a reati quali quelli di mafia e di terrorismo – per i quali già oggi è prevista una disciplina sostanzialmente diversa – così come è sbagliato accomunare la condotta di chi esegue illegalmente l’intercettazione a quella di chi illegalmente la divulga.
    L’auspicio, Signor Ministro, è che su questi fronti si possa aprire un costruttivo dibattito parlamentare, non condizionato da posizioni ideologiche e finalizzato solamente a far sì che tutti noi, al termine di questa legislatura possiamo dire di aver lavorato per rendere il servizio giustizia migliore di quel che abbiamo trovato.


    http://www.radicali.it/view.php?id=123912

  7. #7
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    I magistrati sbagliano ma non pagano pegno


    • da L'Opinione del 19 settembre 2008, pag. 4

    di Dimitri Buffa

    Che criteri adotta la sezione disciplinare del Csm nel giudicare ed eventualmente sanzionare i ritardi dei magistrati nel deposito delle sentenze o altri provvedimenti o nello svolgimento delle attività di ufficio? Lo studio più completo finora svolto in proposito riguarda un periodo compreso tra il 1995 e il 2002 ed è stato fatto da una ricercatrice dell’Università di Bologna, la docente Daniela Cavallini. Se la si vuole mettere sui dati crudi e brutali il risultato è questo: su 251 incolpati, quelli non condannti sono risultati essere 196 e quelli invece sanzionati 55. Ma è sulle sanzioni che si gioca la differenza tra una giurisprudenza di tipo “domestico” come tutti sanno essere quella del Csm e una di tipo effettivo: ebbene di quello scarso numero di magistrati “condannati” nessuno è stato destituito o rimosso dall’ufficio, solo 7 hanno perso l’anzianità, uno solo è stato dispensato dall’ufficio precedentemente ricoperto, mentre gli altri 47 sono stati semplicemente “ammoniti” (34) o “censurati” (13). Sanzioni, che, a prescindere dalla gravità dei fatti contestati, di fatto non turbano i sonni di chi si vede costretto a subirle. Né cambiano di molto la rispettiva carriera in magistratura. Un’altra cosa che pochi sanno, anzi forse quasi nessuno, è che le sentenze della disciplinare sono impugnabili dai magistrati secondo le norme ormai non più in vigore del codice Rocco davanti alle sezioni civili, e non penali, della Cassazione. Cosa che porta altri vantaggi di casta alla categoria. Una norma transitoria della riforma del codice di procedura penale del 1989 ha infatti lasciato in vigore il codice Rocco solo per i giudici.

    A proposito della confusione di ruoli, nello studio della Cavallini si legge fra l’altro che “...l’accertamento, nel comportamento del magistrato, dei connotati oggettivi e soggettivi di rilevanza disciplinare costituisce un apprezzamento di merito rientrante nell’insindacabile valutazione della sezione disciplinare del Csm.” Neanche le sezioni unite civili della Corte di cassazione, in sede di impugnazione, possono sindacare nel merito la valutazione già compiuta, dovendosi limitare ad un riesame di sola legittimità. Questo in teoria, perché, sempre per i magistrati, la Suprema Corte accetta di entrare anche nel merito in caso di motivazioni “illogiche o contraddittorie”. Cosa che fino a pochi anni fa valeva anche per i comuni mortali, mentre ora non più. Di fatto comunque le già basse percentuali di condanna possono venire vanificate alla fine di un iter burocratico giudiziario non previsto per nessun altro cittadino italiano. Nel merito della giurisprudenza che si è andata così formano, secondo l’orientamento della sezione disciplinare del Csm, scrive la Cavallini, “il semplice ritardo nell’adozione di provvedimenti giudiziari non costituisce di per sé illecito disciplinare”. E questo è dovuto anche al fatto che mentre il codice di procedura penale e quello di procedura civile sanzionano le inadempienze degli avvocati con un regime di “perentorietà” (cioè di decadenza dai diritti), per quel che riguarda i ritardi e le inadempienze dei magistrati il regime diventa “ordinatorio”, con una serie di escamotage che di fatto permettono di sanare quasi tutte le cause di nullità.

    La richiesta di abolire questa disparità è stata per anni un cavallo di battaglia dei Radicali di Pannella che hanno anche proposto un referendum, non capito dalla gente nella sua essenzialità. Infine i criteri di decisione nelle motivazioni della disciplinare utilizzano questo metro: “Il fatto illecito sorge soltanto laddove il ritardo dipenda da negligenza o neghittosità, cioè sia sintomo di inerzia, scarsa operosità, indolenza del magistrato e non trovi giustificazione in situazioni di forza maggiore o altri impedimenti a lui non imputabili”. Non basta, per arrivare a una qualche forma di blanda condanna deve essere anche accertato “...se il ritardo caratterizza quasi la metà (o più della metà) del lavoro svolto dall’incolpato, se non è un episodio isolato ma costituisce la normalità, se è sistematico e crescente nel tempo, se è superiore ad un anno (due anni o tre anni), se riguarda un lasso di tempo considerevole dell’attività del giudice, se attiene a settori ”delicati“ come quello del lavoro o della previdenza...”. Solo quando tutti questi criteri saranno soddisfatti, i giudici della disciplinare accetteranno il fatto che un siffatto comportamento “...denota indubbiamente una certa incuria del magistrato”.
    Bontà loro.

 

 

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