Angela Mauro
Il posto è di quelli dimenticati da Dio (forse, per chi ci crede) e dagli uomini (questo sì, non c'è dubbio). Varlungo, periferia di Firenze, piccola area verde lungo l'Arno, "corredata" di mega-traliccio dell'elettricità, piazzata all'ombra dell'acciaio e del cemento armato che compongono il viadotto sul fiume. Qui ci si deve venire apposta, almeno di sera, di giorno l'area è quanto meno sfruttata per lo jogging e le passeggiate con il cane. Si deve avere una motivazione forte per venirci. Sì, c'è una buona pizzeria in zona, ma nient'altro. In questi giorni (dall'11 al 21 settembre) questa recondita zona periferica di Firenze ospita la Festa della Sinistra, 50 volontari del Prc, di Sd, del Pdci che sperano di lasciarsi alle spalle la disastrosa esperienza della Sinistra Arcobaleno, sonoramente bocciata alle urne, e di ricominciare da capo, con l'unità a sinistra.
Ci sono venute apposta domenica sera alcune centinaia di persone. Fiorentine, per lo più, come lasciavano pensare i cartelli. Diretti e impazienti nel linguaggio, che più non si può. «La sinistra c'è. E voi?», la scritta in verticale viene tirata su da un mazzo di palloncini "viola-Fiorentina". «Ci "vole" la sinistra. Nichi "pena poho"». Va tradotto: «Significa datti poca pena, nel senso di fai presto!», urlano dalla platea all'indirizzo del modesto palco, piccolo, in legno, stile comizi anni '50. E sul palco ci sono Nichi Vendola, il leader di Sd Claudio Fava, Luca Robotti del Pdci, per la precisione della mozione sconfitta al congresso dei Comunisti Italiani, quella di Katia Belillo e Umberto Guidoni favorevoli all'unità a sinistra. Serata si potrebbe dire intima che si sforza di guardare oltre: oltre gli esiti congressuali dei propri partiti (vale per Prc e Pdci, ovviamente), oltre la realtà fiorentina, verso l'assemblea nazionale promossa dai vendoliani (Rifondazione per la sinistra) a Roma il 27 settembre e la manifestazione della sinistra l'11 ottobre. Oltre «i confini identitari», viene ripetuto a più voci. E si inizia da un appello per la costituente di sinistra che viene lanciato proprio lì, lungo l'Arno, pronto per le prime firme.
La consapevolezza comune è che si inizia da zero. Quando in 150mila partecipano alla Festa dei popoli Padani a Venezia, quando la destra vince «prima ancora che nella politica, nel senso comune della gente con le veline, Miss Italia, il Grande Fratello e l'isola dei famosi» (Vendola), se «bisogna aspettare che sia un liberale come Scalfari a dare la sveglia al Pd per sperare in un giudizio morale di Veltroni sulla sciagurata operazione Alitalia» (Fava), quando la cornice è questa si comprende che la categoria "sinistra" va completamente reinventata. Affinchè non ci si arrenda ad essere come «vecchi in attesa di ricompensa», dice dal palco il moderatore Marco Assennato (Prc) citando un libro vecchio di quattro anni ("Falso movimento", DeriveApprodi) ma quantomai attuale per la generazione che non ha conosciuto nè Berlinguer nè il referendum sulla scala mobile, ma ha visto il crollo del muro di Berlino.
«La Lega almeno ci parla con l'operaio che ha paura. Gli dà la risposta sbagliata, gli dice che è tutta colpa dell'immigrato, ma lo ascolta. E noi?», si domanda Vendola. «Noi non lo facciamo. Se alla gente piace la destra, è anche colpa nostra», si risponde. «La sinistra ha bisogno di farsi capire, di costruire un racconto sul paese che non sia solo coscienza civile astratta. Come si fa? Ce lo chiediamo dal 14 aprile...», ammette Fava. E allora? Innanzitutto si cerca di sgomberare il campo dalle soluzioni «sbagliate». Anche a costo di risultare politically incorrect. La diatriba interna a Rifondazione, contro la maggioranza che ha vinto il congresso di Chianciano, segna il dibattito di Varlungo. «In basso a sinistra, che soluzione è? Per fare cosa? Scavare per trovare tartufi o catacombe? - tuona Vendola, criticando il segretario del Prc Paolo Ferrero - Il mondo è cambiato, non ha senso chiudersi nella gloria del passato, non mi interessa sventolare bandiere, voglio capire se qui e ora riusciamo a costruire un fronte largo contro Berlusconi. Voglio la vita vera, non le catacombe ideologiche. Una sinistra che puzza di nostalgia è come una sinistra che non profuma di niente, quella di Veltroni. Non mi serve nè una sinistra morbida con Berlusconi, nè una sinistra che quando c'è la tempesta si scava una trincea invece di affrontarla: io voglio andare in mare aperto». Pure Fava non si fa problemi a entrare nel dibattito interno al Prc: «Diliberto e Ferrero sono una fuga dalla politica, la vogliono immobile, vogliono chiudere l'identità in un recinto. E dove sta la trasformazione, la ricerca? Non si può solo aspettare che passi la "mala" giornata...».
Ma, se queste sono le soluzioni «sbagliate», la platea aspetta di sentire quella giusta. «Non c'è una ricetta, c'è un cammino da tracciare», dice Vendola. «Con la Sinistra Arcobaleno abbiamo sbagliato alla grande: non era un errore dal punto di vista dell'intuizione. Era un errore perchè densa di politicismo, patto elettorale tra quattro formazioni che non si sono mai amate o confrontate». La confessione: «In campagna elettorale avevo il terrore di ritrovarmi sul palco un Marco Rizzo e il suo plebeismo che è impedimento a capire, rinuncia alla politica come autoeducazione. Pure Lenin diffidava di chi disprezzava la teoria...». Adesso c'è Robotti sul palco e va meglio: «Unità a sinistra, il Pdci (il suo, ndr.) c'è». Fava: «L'Arcobaleno fu un rogito notarile per costruire il vestito della festa: sotto non c'era niente. Dobbiamo allontanarci da quell'esperienza nella percezione della gente. Ritroviamoci presto con un luogo e uno strumento, qualcosa in più del palco di una festa». Il pubblico apprezza, anche se non è ancora sazio. «Io non ho paura», Vendola cita il noto libro e film. Lo slogan c'è, il resto è da fare.
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