Vittorio Emanuele: "Sparai allo studente"
Le intercettazioni riaprono il caso Hamer
Potrebbe essere rifatto il processo per l'omicidio di Cavallo. Trasmesse alla magistratura francese le intercettazioni in carcere di Vittorio Emanuele sulla morte dello studente tedesco. Ombre inquietanti sulla sentenza di assoluzione dei giudici francesi
di Piero Mannironi
AJACCIO. L'ultima parola sul «caso Hamer» non è stata ancora scritta. Il processo sull'omicidio del giovane tedesco, ferito a morte da una fucilata la notte del 18 agosto del 1978 nell'Isola di Cavallo, in Corsica, potrebbe infatti essere riaperto.
La decisione dovrebbe essere presa nelle prossime settimane dalla magistratura francese che sta esaminando il dossier inviato la scorsa primavera a Parigi dal ministero della Giustizia italiano. Si tratta di alcuni atti dell'inchiesta detta "Savoiagate", condotta dalla procura di Potenza sul principe Vittorio Emanuele e altre dodici persone.
Nel luglio scorso il pm ha richiesto il rinvio a giudizio per gli indagati, accusati di associazione per delinquere finalizzata «a commettere più delitti contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio, in particolare un numero indeterminato di delitti di corruzione e falso». Ebbene, tra le pieghe di questa indagine sono emersi anche fantasmi del passato. Ombre fosche, come l'omicidio del giovane Dirk Hamer, per il quale Vittorio Emanuele era stato assolto nel 1992.
La sera del 21 giugno di due anni fa, il principe è chiuso in una cella del carcere di Potenza, dove l'ha spedito il gip Rocco Pavese su richiesta del pm Henry John Woodcock. Con lui c'è l'imprenditore messinese Rocco Migliardi, anche lui coinvolto nell'inchiesta. E Vittorio Emanuele parla senza sospettare che invisibili "orecchie elettroniche" intercettano ogni parola che dice. Così il principe parla del povero Dirk Hamer, il giovane studente tedesco ferito da un colpo d'arma da fuoco nella notte del 18 agosto 1978 nel paradiso dorato di Cavallo, mentre dormiva a bordo di uno yacht alla fonda. Il ragazzo si spegnerà quattro mesi dopo, alla fine di un calvario segnato da ben tredici, inutili, interventi chirurgici. Per quella storia, Vittorio Emanuele finì in manette, ma ne uscì assolto tredici anni dopo, grazie a una sentenza che creò grande sconcerto.
E su quell'assoluzione l'erede all'inesistente trono d'Italia ci ride su, in cella, quella sera del 21 giugno di due anni fa. «Anche se avevo torto, devo dire che li ho fregati» dice a Migliardi. E ancora: «Eccezionale... Venti testimoni e si sono affacciate tante di quelle personalità pubbliche. Il procuratore aveva chiesto cinque anni e sei mesi. Ma ero sicuro di vincere. Ero più che sicuro». Poi, con un'indifferenza agghiacciante, descrive i momenti più drammatici di quella notte di follia in cui il giovane Hamer venne ferito a morte: «Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era steso, passando attraverso la carlinga. Pallottola trenta zero tre».
Le intercettazioni di quella sera sono state raccolte in un dossier dal pm Henry John Woodcock e trasmesse al ministero della Giustizia che le ha poi inviate a Parigi. Il fascicolo è partito la scorsa primavera ed è ora al vaglio della magistratura francese.
Una brutta grana, il «caso Hamer». Non solo per Vittorio Emanuele, ma anche per la giustizia francese che al termine di quel processo ne uscì a pezzi. Ecco il commento che fece Sabine Paugam, l'avvocatessa della famiglia Hamer: «Il potere e il denaro hanno vinto. Sono affranta nel vedere che questa è la giustizia in uno Stato democratico e socialista». Ma cosa accadde in quel caldo agosto del 1978 e come fu possibile arrivare a un assoluzione? Tutto cominciò con un violento litigio tra Vittorio Emanuele e Niki Pende, medico romano e noto playboy. Il principe lo accusava di aver preso il canotto Zodiac del figlio per salire a bordo del suo yacht, il Coke. E per far valere le sue ragioni, imbracciò una micidiale carabina US 30 per la caccia agli elefanti. Disse ai giudici francesi: «Avevo quell'arma perché temevo che i banditi sardi sequestrassero mio figlio».
Vittorio Emanuele raccontò al giudice istruttore che stava recuperando il suo canotto, quando venne aggredito verbalmente da Pende: «Sparai un colpo in aria per intimorirlo, poi lui mi saltò addosso e cademmo in acqua. In quel momento partì un altro colpo». Dirk Hamer, che dormiva su uno yacht vicino, il Mapagia, sarebbe stato quindi colpito dalla seconda fucilata. Insomma, una disgrazia
Completamente diversa la versione di Niki Pende: «Me lo trovai davanti che gridava: "Italiani di merda, drogati". E fece fuoco due volte ad altezza d'uomo. Mi abbassai e poi gli saltai addosso».
Durante il processo, Vittorio Emanuele invece disse: «Ho sparato i due colpi in aria, non posso essere stato io a colpire Hamer». E i suoi avvocati, con un colpo di teatro, tirarono fuori una pistola Smith&Wesson che i gendarmi avevano trovato, la mattina del 18 agosto, a bordo del Mapagia. Il proprietario, il conte romano Vittorio Guglielmi Lante della Rovere, ammise che l'arma era sua, ma che non veniva usata da tempo. Impossibile però una perizia sulla pistola, perché venne subito restituita a Guglielmi; impossibile anche una perizia sulla fiancata del Mapagia, perché lo yacht non venne sequestrato e Guglielmi lo fece riparare dopo qualche giorno.
Il medico romano Niki Pende commentò la sentenza dicendo che il principe di Savoia aveva «ottime amicizie». Come quella con l'ex presidente francese Valery Giscard d'Estaing «con il quale faceva affari».
(16 settembre 2008)
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