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    Predefinito La Storia è finita. Si torna alla Guerra Fredda?

    Putin, la Georgia e le strategie russe. Il pretesto del nazionalismo

    di Robert Kagan



    I particolari delle decisioni che hanno fatto precipitare la guerra tra Russia e Georgia sono scarsamente rilevanti. Chi ricorda infatti i precisi dettagli della crisi dei Sudeti, che portò all'invasione della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista? Nessuno, è ovvio, proprio perché quella disputa moralmente ambigua svolse un ruolo minore nel contesto di un dramma di proporzioni immani. Allo stesso modo saranno ricordati anche gli avvenimenti di questi giorni. La guerra non è stata scatenata per i calcoli errati del presidente georgiano Mikhail Saakashvili: è una guerra che Mosca tenta di provocare da parecchio tempo.

    L'uomo che ha definito il crollo dell'Unione Sovietica «la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo» ha ristabilito in Russia un governo di stampo zarista e punta a restituire al suo Paese l'antico ruolo egemone sull'Eurasia e il mondo.
    Armato della ricchezza che gli proviene dal petrolio e dal gas naturale, stretto in pugno il monopolio quasi completo dei rifornimenti energetici all'Europa, e con un milione di soldati, più migliaia di testate nucleari e una spesa militare che è terza al mondo per ordine di grandezza, Vladimir Putin sa che è venuto il momento giusto per fare la sua mossa.

    Il triste destino della Georgia è di esistere lungo una nuova faglia geopolitica che corre dalle frontiere occidentali e sudoccidentali della Russia. Dal Baltico al Nord, attraverso l'Europa centrale e i Balcani fino al Caucaso e all'Asia centrale, si va delineando un nuovo conflitto per il potere geopolitico tra una Russia risorgente e revanscista da un lato, e l'Unione Europea e gli Stati Uniti dall'altro. L'aggressione di Putin non è motivata soltanto dalla volontà espressa dalla Georgia di entrare nella Nato né dalla ripicca russa per l'indipendenza del Kosovo.

    E' in primo luogo la risposta alla «rivoluzione dei colori», avvenuta in Ucraina e Georgia nel 2003 e 2004, quando governi filoccidentali hanno rimpiazzato quelli filorussi. La fioritura democratica, tanto esaltata dall'Occidente, è parsa all'autocratico Putin come un accerchiamento geopolitico e ideologico.
    Da allora, Putin si è dimostrato risoluto a voler fermare e, se possibile, rovesciare ogni tendenza filoccidentale sui suoi confini.
    Non solo intende impedire alla Georgia e all'Ucraina di entrare nella Nato, ma si propone di riportarle sotto il controllo russo. A lungo raggio, prevede di ritagliarsi una zona di influenza all'interno della Nato, esigendo uno status di sicurezza inferiore per i paesi lungo i confini strategici della Russia.

    E' questo il motivo primario dietro l'opposizione di Mosca al programma di difesa missilistico americano in Polonia e nella Repubblica Ceca.
    La guerra contro la Georgia fa parte di una strategia grandiosa. Putin se ne infischia delle qualche migliaia di osseti del Sud, quanto dei serbi del Kosovo. Le invocazioni alla solidarietà pan-slava sono semplici pretesti concepiti per alimentare, in patria, il nazionalismo russo da grande potenza e per espandere l'influenza russa all'estero.

    Malauguratamente, queste tattiche funzionano sempre. Mentre i bombardieri russi attaccano i porti e le basi della Georgia, europei e americani, compresi i massimi vertici del governo Bush, accusano l'Occidente di fare troppe pressioni sulla Russia su troppe questioni. Se è vero che in genere i russi si sono sentiti umiliati al termine della Guerra fredda, Putin ha persuaso molti di loro ad addossare a Boris Eltsin e ai democratici russi la colpa di essersi arresi all'Occidente.

    L'atmosfera richiama alla mente quella della Germania dopo la Grande Guerra, quando i tedeschi si lamentavano delle «vergognose condizioni di Versailles» imposte dalle potenze vittoriose a una Germania sconfitta e prostrata e puntavano il dito contro i politici corrotti che avevano pugnalato il paese alla schiena. Oggi, come allora, questi sentimenti sono comprensibili. Oggi, come allora, però, essi vengono manipolati per giustificare l'autocrazia in patria e per convincere le potenze occidentali che un atteggiamento accomodante — o, per ricorrere a un termine un tempo rispettato, di conciliazione — resta sempre la soluzione migliore.

    Ma la realtà è che nella stragrande maggioranza di tali questioni è la Russia, e non l'Occidente e men che meno la piccola Georgia, a esercitare pressioni.
    E' stata la Russia a sfidare il mondo sul Kosovo, una terra sulla quale Mosca non ha alcun interesse visibile tranne la non meglio qualificata solidarietà pan-slava. E' stata la Russia a trasformare un modesto spiegamento di qualche intercettore difensivo in Polonia, che poco o nulla avrebbe potuto contro il formidabile arsenale missilistico russo, in un grave confronto geopolitico.
    Ed è sempre la Russia ad aver precipitato la guerra contro la Georgia incoraggiando i ribelli dell'Ossezia del Sud ad attivarsi contro Tbilisi e avanzare richieste che nessun leader georgiano avrebbe mai potuto accettare.
    Se Saakashvili non fosse caduto nella trappola di Putin questa volta, qualcos'altro avrebbe prima o poi innescato il conflitto. Le diplomazie di Europa e Stati Uniti pensano che Saakashvili abbia commesso un errore nell'inviare truppe nell'Ossezia del Sud la scorsa settimana. Forse. Ma il suo errore davvero madornale è stato quello di essere il presidente di una piccola nazione, per di più democratica e fortemente filoccidentale, sul confine della Russia di Putin.

    Gli storici vedranno nell'8 agosto del 2008 una data di svolta non meno significativa del 9 novembre del 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino. L'attacco russo contro lo stato sovrano della Georgia ha segnato il ritorno ufficiale della storia allo stile ottocentesco dei grandi scontri di potere, con tanto di virulenza nazionalistica, battaglie per le risorse, lotte per sfere di influenza e territori, e persino — anche se questo può urtare le nostre sensibilità da ventunesimo secolo— l'impiego della forza militare per assicurare obiettivi geopolitici.

    Eppure continueremo come se niente fosse sulla strada della globalizzazione, dell'interdipendenza economica, dell'Unione Europea, accentuando gli sforzi per costruire e perfezionare l'ordine internazionale. Ma questi si scontreranno — e saranno a volte spazzati via — dalla dura realtà della vita internazionale, che prosegue il suo cammino dalla notte dei tempi. Il prossimo presidente americano è avvertito.

    © Robert Kagan 2008 The New York Times Syndicate

    Il Corriere della Sera
    (Traduzione di Rita Baldassarre)


    http://www.partitodemocratico.it/gw/...x?ID_DOC=57531

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  2. #2
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    SFIDUCIA NEL FUTURO

    Se l' Europa è contenta di non essere importante

    di ROBERT KAGAN

    Dopo la bocciatura del Trattato di Lisbona da parte dell' Irlanda, nell' Ue regnano l' incertezza e il pessimismo. Nonostante le difficoltà americane, ben pochi cittadini del Vecchio Continente immaginano che toccherà a loro ereditare il mondo. E molti ne sono contenti, perché fare la superpotenza è un compito assai oneroso, oltre che cruento



    Appena due anni or sono, il filosofo e scrittore inglese Mark Leonard pubblicò un libro dal titolo L' Europa dominerà il XXI secolo. Oggi ci si chiede piuttosto se, e in quale misura, l' Europa sarà capace di ritagliarsi una particina da comprimaria nel nuovo secolo. Non è semplicemente la conseguenza del colpo mortale inflitto dal no irlandese al Trattato di Lisbona, che si prefigge di riorganizzare l' Unione europea. Ho trascorso sei degli ultimi otto anni nella capitale dell' Ue, e ho osservato tra gli europei una progressiva perdita di fiducia, un ripiegarsi su se stessi e un pessimismo sempre più accentuato sul futuro. Malgrado il gran parlare che si fa delle debolezze dell' economia americana, ben pochi europei immaginano che toccherà a loro ereditare il mondo. L' economia tedesca è ripartita bene in questi ultimi tempi, ma si tratta di un' eccezione, e persino i tedeschi temono che sia un fenomeno transitorio. La soddisfazione europea per il dollaro debole e l' euro forte è una piacevole distrazione dai timori, profondamente radicati, che i giganti asiatici stiano per sorpassare l' Europa e tagliarla fuori dall' economia internazionale. Il potente vicino dell' Europa, dal canto suo, suscita nuove preoccupazioni. Non passa giorno che qualche funzionario europeo non invochi una politica energetica comune per far fronte al monopolio predatorio della Russia, e non passa giorno che i russi non intavolino nuovi accordi a favore di un Paese europeo e a scapito di un altro. Oggi gli europei appaiono molto più angosciati per l' immigrazione e la salvaguardia della loro identità culturale rispetto a una decina d' anni fa. In tutte le elezioni in Europa, di questi giorni, si riaffacciano le questioni di immigrazione e assimilazione, e la gente comune dubita che l' Europa sarà in grado di integrare i nuovi arrivati. Persino i laici temono che la cosiddetta Europa «cristiana» venga poco a poco scardinata dall' afflusso inarrestabile di musulmani e cultura islamica - di qui la reazione scandalizzata davanti alla timida proposta dell' arcivescovo di Canterbury di accogliere alcuni principi della Sharia nella legislazione inglese. Ancor più sorprendente, forse, è la sfida continua lanciata all' unità europea. L' Ue resta un' organizzazione miracolosa, e nessuno dovrebbe ostacolarne il progresso. Tuttavia, le grandi potenze europee sono assai gelose delle proprie prerogative in materia di politica estera, specie quando si tratta di mettere a repentaglio la sicurezza dei loro soldati, e questo è comprensibile. Ad aggravare la situazione, è opinione diffusa che all' Europa manchi una forte leadership. Gordon Brown appare assai debole. Angela Merkel è bloccata dalla sua grande coalizione. Se molti, in Italia e in America, approvano Silvio Berlusconi, nel resto d' Europa il premier italiano trova scarsi consensi. Quando, da americano tipico, faccio notare la ventata di novità portata dalla presidenza di Nicolas Sarkozy, fuori dalla Francia per tutta risposta non ottengo altro che silenzio e fronti aggrottate. In Inghilterra e in Germania Sarkozy è visto come un fenomeno mediatico, ma ciò non toglie che si sia impegnato a difendere la Francia, non l' Europa. Gli interessi nazionali, in ogni caso, prevalgono sul bene comune. Il Trattato di Lisbona si proponeva di risolvere alcuni di questi problemi, con la creazione di due leader a rappresentare l' Europa sul palcoscenico mondiale: un presidente e un ministro degli esteri. Per le due posizioni circolavano già alcuni nomi, da Tony Blair allo svedese Carl Bildt, anticipando un' Europa capace di assumere un ruolo più incisivo nel mondo, malgrado i molti dubbi. Per gli euro-entusiasti, la nuova costituzione era la risposta al disagio dell' Europa e il passo necessario verso la leadership globale. Dopo la bocciatura del trattato, regna l' incertezza. Tutto questo rappresenta, ovviamente, una doccia fredda per gli Stati Uniti. In un mondo che vede la nascita di nuove potenze, due delle quali autocrazie, gli Usa puntano tutto sulla forza delle democrazie alleate. Un' Europa unita, indipendente e capace, è negli interessi dell' America, anche se non mancheranno i disaccordi. Preferirei di gran lunga che fosse l' Europa a dominare il XXI secolo, piuttosto che la Russia di Vladimir Putin o la Cina di Hu Jintao. Il pericolo di quest' ultimo colpo inferto alla fiducia europea è che i nostri alleati, tra cui la Gran Bretagna, rischiano di scivolare lentamente nell' insignificanza globale. Ma già corre voce, a Londra, che tanti l' aspettano con piacere. Gideon Rachman, del Financial Times, è convinto che la maggioranza degli europei, se non i loro leader, sceglierebbe di gran lunga l' irrilevanza, e a ragione. Meglio insignificanti che dover imitare gli Stati Uniti, con interventi e coinvolgimenti in tutto il pianeta. Dopo tutto, «fare la superpotenza è un compito assai oneroso, oltre che cruento», scrive Rachman. La debolezza dell' Europa, invece, rappresenta una sorta di «nirvana». Rachman ha senz' altro ragione nell' affermare che molti europei vorrebbero lasciare le cose come stanno. L' Europa ha cominciato ad assumere un ruolo simile a quello del coro nella tragedia greca, limitandosi a giudicare e commentare le azioni dei protagonisti, ma senza incidere minimamente sugli sviluppi della trama. E forse l' Europa - l' Europa priva di leadership, l' Europa oggi priva del nuovo trattato - è così perché questa è la volontà dei suoi cittadini. Se così stanno le cose, il XXI secolo, certamente non dominato dall' Europa, rappresenterà un' epoca assai insidiosa per gli Stati Uniti.

    © Robert Kagan 2008, distribuito da The New York Times Syndicate Traduzione di Rita Baldassarre

    Kagan Robert


    (8 luglio 2008) - Corriere della Sera

    http://archiviostorico.corriere.it/2...80708137.shtml

  3. #3
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    Il pericolo di quest' ultimo colpo inferto alla fiducia europea è che i nostri alleati, tra cui la Gran Bretagna, rischiano di scivolare lentamente nell' insignificanza globale. Ma già corre voce, a Londra, che tanti l' aspettano con piacere. Gideon Rachman, del Financial Times, è convinto che la maggioranza degli europei, se non i loro leader, sceglierebbe di gran lunga l' irrilevanza, e a ragione. Meglio insignificanti che dover imitare gli Stati Uniti, con interventi e coinvolgimenti in tutto il pianeta. Dopo tutto, «fare la superpotenza è un compito assai oneroso, oltre che cruento», scrive Rachman. La debolezza dell' Europa, invece, rappresenta una sorta di «nirvana». Rachman ha senz' altro ragione nell' affermare che molti europei vorrebbero lasciare le cose come stanno. L' Europa ha cominciato ad assumere un ruolo simile a quello del coro nella tragedia greca, limitandosi a giudicare e commentare le azioni dei protagonisti, ma senza incidere minimamente sugli sviluppi della trama. E forse l' Europa - l' Europa priva di leadership, l' Europa oggi priva del nuovo trattato - è così perché questa è la volontà dei suoi cittadini. Se così stanno le cose, il XXI secolo, certamente non dominato dall' Europa, rappresenterà un' epoca assai insidiosa per gli Stati Uniti.

    Robert Kagan

  4. #4
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    LEGA DELLE DEMOCRAZIE

    In forma diversa, liberalismo contro assolutismo, ricominciano i conflitti ideologici e strategici. Come era inevitabile, Il ritorno della storia ha scatenato un acceso dibattito nell’intellighenzia, spingendo Fukuyama a difendersi. Il dibattito non è accademico: il candidato repubblicano alla presidenza John McCain ha abbracciato la nuova dottrina Kagan. Se fosse eletto, la tradurrebbe in pratica. Kagan afferma che il nuovo scontro tra liberalismo e assolutismo è reso più complesso da quello simultaneo tra modernizzazione (l’Occidente) e tradizione (l’Islam) e da quello tra varie potenze (la Cina, l’India, il Giappone) per il dominio regionale asiatico. Per vincere, l’intellettuale neoconservatore suggerisce di creare una «Lega delle democrazie liberali», come la chiama McCain, più efficiente dell’Onu (una proposta discussa ieri sul Corriere da Marta Dassù). Le dittature, ammonisce Kagan, hanno un fascino duraturo: il nazismo venne copiato in America Latina, e i regimi autoritari cinese e russo potrebbero essere copiati altrove. (Corriere)

    http://www.claudiocaprara.it/?TAG=liberali

  5. #5
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    Russia e Cina
    Le superpotenze autocratiche

    di Robert Kagan


    Il mondo è ridiventato normale. Il post Guerra fredda ci aveva lasciato intravedere un nuovo ordine internazionale, la speranza che le nazioni potessero svilupparsi di comune accordo col venir meno dei conflitti ideologici e un maggior interscambio tra le culture. Un miraggio. Il mondo non si è trasformato. Le nazioni restano forti, ambiziose, impegnate e competitive. Come sempre.
    Se gli Usa sono ancora l'unica superpotenza, oggi Russia, Cina, Europa, Giappone, India, Iran e altri Paesi si contendono il predominio regionale come pure riconoscimenti, posizione e influenza. La nostra è un'epoca che non favorisce la convergenza, ma la divergenza, di idee e di ideologie.
    Ed è riaffiorata l'antica concorrenza tra liberalismo e assolutismo: le nazioni del mondo si schierano sempre di più da una parte o dall'altra, oppure lungo la linea di frattura tra modernità e tradizione, come il fondamentalismo islamico in contrapposizione all'Occidente.
    Il conflitto ideologico più duraturo, dall'Illuminismo a oggi, si è incarnato nella lotta tra liberalismo e autocrazia. Sembrava possibile, negli anni Novanta, che la morte del comunismo avrebbe messo fine ai dissidi sulla forma ideale di governo e società, quando Russia e Cina sembravano spostarsi verso il liberalismo politico ed economico. Molti speravano che la fine della Guerra fredda avrebbe spalancato una nuova era.
    Aspettative disattese. La Cina non ha liberalizzato il suo governo autocratico, l'ha blindato. La Russia si è allontanata da un liberalismo imperfetto con una virata decisa verso l'autocrazia. Due delle massime potenze mondiali, con oltre un miliardo e mezzo di abitanti, si sono dotate di governi autocratici, che sembrano capaci di restare al potere anche negli anni a venire, con l'apparente approvazione del loro popolo. Molti sostengono che i leader russi e cinesi non credono in niente e pertanto non rappresentano alcuna ideologia. No. I capi di governo di Russia e Cina fondano il loro potere su un insieme di credenze che li guidano sia in politica interna che estera. Essi credono che l'autocrazia funzioni meglio della democrazia nel loro Paese. Che offra ordine e stabilità e la possibilità di sviluppo economico. Che per le loro vastissime ed eterogenee nazioni sia essenziale un governo forte, capace di impedire caos e disintegrazione. Che la democrazia non rappresenti la soluzione ai loro problemi.
    Solo nell'ultimo cinquantennio il liberalismo si è conquistato una diffusa popolarità nel mondo. Ancora oggi alcuni pensatori americani preferiscono l'«autocrazia liberale» a una «democrazia illiberale». Se due superpotenze mondiali condividono la scelta di un governo autocratico, allora l'autocrazia non è morta in quanto ideologia. La tradizione autocratica ha un lungo e distinto passato, e non si direbbe affatto che non abbia un futuro, come si pensava poco tempo addietro.
    Naturalmente sonomolte le ripercussioni per le istituzioni internazionali e la politica estera americana. Tanto per cominciare, non è più possibile parlare di «comunità internazionale». Il termine suggerisce un accordo su norme internazionali di comportamento, una morale internazionale, persino una coscienza internazionale. Questa idea si radicò negli anni Novanta. Sul finire del decennio era già chiaro che la comunità internazionale non poteva contare su nessuna base di visione comune. Dimostrazione palese fu la guerra del Kosovo, che ha diviso l'Occidente liberale sia dalla Russia che dalla Cina e da molte altre nazioni non europee. Oggi lo si è capito chiaramente da quanto accade nel Sudan e nel Darfur. In futuro, potrebbero addirittura moltiplicarsi gli esempi di quanto sia ormai vuoto il termine «comunità internazionale».
    Per quanto riguarda il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dopo un breve risveglio dal coma della Guerra fredda, è ricaduto nella sua antica condizione di semi-paralisi. Il Consiglio di sicurezza, sulla maggior parte degli argomenti più scottanti, resta nettamente diviso tra le autocrazie e le democrazie. E' questa una frattura che rischia di aggravarsi nei prossimi anni. Ostacolerà, come ha già ostacolato, gli sforzi internazionali per intervenire efficacemente nelle crisi umanitarie come il Darfur. Inoltre impedirà gli sforzi dell'America e dei suoi alleati per imporre pressioni e sanzioni alle nazioni intenzionate a dotarsi di armamenti nucleari o di distruzione di massa, come già accaduto nel caso dell'Iran e della Corea del Nord.
    Le divisioni attuali tra gli Stati Uniti e gli alleati europei, che tanta attenzione hanno attirato negli ultimi anni, saranno scavalcate da spaccature ideologiche più radicali, in particolare dalle crescenti tensioni tra l'alleanza democratica transatlantica e la Russia. La politica estera americana deve sensibilizzarsi, sotto il profilo strategico, a queste distinzioni ideologiche critiche. E' una follia pensare che la Cina si precipiterà a scalzare il brutale regime di Khartum, o mostrarsi sorpresi se la Russia sfodera la sciabola contro i governi democratici pro-occidentali sui suoi confini. Vedremo delinearsi piuttosto una tendenza verso una maggiore solidarietà tra le autocrazie mondiali, come pure tra le democrazie.
    Per tutte queste ragioni, gli Stati Uniti dovrebbero perseguire politiche mirate sia a promuovere la democrazia, sia a rafforzare la cooperazione tra le democrazie. Gli Usa dovrebbero unirsi alle altre democrazie per dar vita a nuove istituzioni internazionali che sappiano riflettere e valorizzare principi e obiettivi comuni, forse una nuova lega di Stati democratici, che si riunisca regolarmente per consultarsi sui temi del giorno.
    Tale istituzione potrebbe avvicinare Paesi asiatici come Giappone, Australia e India alle nazioni europee, tutte democrazie che hanno relativamente poco a che fare l'una con l'altra, al di fuori dei rapporti commerciali e finanziari, e che potrebbero affiancare, non sostituire, le Nazioni Unite, il G8 e altri vertici mondiali.
    Col passar del tempo, questo segnale di impegno a favore delle idee democratiche consentirebbe di concentrare gli sforzi delle nazioni democratiche allo scopo di risolvere quelle istanze che non trovano spazio al tavolo delle Nazioni Unite, come ad esempio dare legittimità ad azioni che i governi liberali ritengono necessarie ma che sono avversate dai Paesi autocratici, proprio come la Nato fu in grado di legittimare il conflitto nel Kosovo malgrado l'opposizione della Russia.


    Robert Kagan
    © Robert Kagan, 2007 Distribuito da The New York Times Syndicate. Traduzione di Rita Baldassarre



    18 agosto 2007

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/E...sia-cina.shtml

  6. #6
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    Il paradigma del 12 settembre

    di Robert Kagan


    Su Liberal in edicola oggi e domani abbiamo pubblicato (in due puntate) la traduzione di uno splendido saggio scritto da Robert Kagan sugli assetti geopolitici globali presenti e futuri. Kagan, autore (tra l'altro) della micro-bibbia neocon “Of Paradise and Power: America and Europe in the New World Order” e del più recente “The Return of History and the End of Dreams”, è un editorialista fisso del Washington Post e - oltre ad essere membro del Council for Foreign Relations e del Carnegie Endowment for International Peace - è uno dei consiglieri per la politica estera di John McCain. Il suo saggio è molto lungo (probabilmente troppo, per essere pubblicato su un blog). Ma per una volta vogliamo infrangere la “netiquette” e regalarlo integralmente ai nostri lettori.

    Il mondo non appare oggi come la maggior parte di noi aveva previsto dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Si riteneva che la competizione fra grandi potenze avrebbe ceduto il posto ad un’ era di geoeconomia. Si riteneva che la competizione ideologica fra democrazia ed autocrazia sarebbe terminata con la "fine della storia." Erano in pochi a prevedere che il potere senza precedenti degli Stati Uniti avrebbe dovuto affrontare così tante sfide, non soltanto da parte delle potenze emergenti, ma anche di vecchi e cari alleati. Fino a che punto questo destino era già scritto nelle stelle e fino a che punto nella natura stessa degli americani? E che cosa può fare ora l’America a tale riguardo – ammesso che qualcosa possa fare?

    Per quanto possa essere difficile da ricordare, i problemi degli Stati Uniti con il resto del mondo -- o, piuttosto, i problemi del mondo con gli Stati Uniti – iniziarono ben prima che George W. Bush andasse al potere. Il Ministro degli Esteri francese, Hubert Védrine, si lamentava di questa "iperpotenza" già nel 1998. Nel 1999, in queste pagine, Samuel Huntington affermava che gran parte del mondo considerava gli Stati Uniti una "superpotenza canaglia," "invadente, interventista, sfruttatrice, unilateralista, egemonica ed ipocrita."

    Sebbene Huntington ed altri ne attribuissero la colpa al fatto che l’amministrazione Clinton si vantasse costantemente della "potenza americana e della virtù americana," non erano stati i Clintoniani ad inventare il moralismo americano. L’origine del problema andava ricercata nel cambiamento geopolitico che era seguito al crollo dell’Unione sovietica ed ai sottili effetti psicologici che questo cambiamento ebbe sul modo in cui gli Stati Uniti e le altre potenze percepivano se stesse ed i loro reciproci rapporti. Alla fine degli anni novanta del secolo scorso, si parlava già di una crisi delle relazioni transatlantiche e, nonostante i reciproci scambi di accuse, la causa fondamentale era semplice da individuare: gli alleati non avevano più bisogno gli uni degli altri come in passato. La spinta a cooperare durante la Guerra Fredda era per un quarto dovuta ad una sorta di illuminata virtù e per i restanti tre quarti ad una fredda necessità. La dipendenza reciproca, e non certo l’affetto reciproco, erano state il fondamento dell’alleanza. Quando venne meno la minaccia sovietica, le due parti furono libere di andarsene ognuna per conto proprio.

    Ed in un certo qual modo esse lo fecero. L’Europa, liberata dalla minaccia e dalla paura dell’Unione sovietica, si concentrò con tutte le sue forze nella difficile opera di creazione della nuova Europa. Negli anni novanta del secolo scorso, l’Unione europea definì un nuovo corso dell’evoluzione umana, dimostrando che le nazioni possono mettere in comune le loro sovranità e sostituire il potere della politica con il diritto internazionale. Ciò ha contribuito ad alimentare un’era caratterizzata dalla codificazione di norme e dalla creazione di istituzioni internazionali. In molti paesi del mondo, ma in particolar modo in Europa, un nuovo dibattito internazionale in tema di “governo globale” soppiantò i vecchi timori dell’epoca della Guerra Fredda. Le preoccupazioni relative ai cambiamenti climatici portarono all’elaborazione del Protocollo di Kyoto. Una nuova Corte Penale Internazionale era in fase di gestazione. In molto operarono a favore della ratifica internazionale del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari (CNTBT), di un rafforzamento del regime di non-proliferazione nucleare e della redazione di un nuovo trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo. Il primo Ministro britannico Tony Blair parlava di una "dottrina della comunità internazionale" nella quale gli interessi comuni della comunità internazionale avevano la meglio sui singoli interessi delle nazioni.

    Negli Stati Uniti, il dibattito rimase di natura più tradizionale. I funzionari dell’amministrazione Clinton condividevano la prospettiva europea, ma ritenevano altresì che gli Stati Uniti avessero un ruolo speciale da svolgere quali garante della sicurezza internazionale – il leader "indispensabile" della comunità internazionale – secondo modalità tradizionali, orientate al potere e stato-centriche. Di fronte alle crisi su Taiwan o in Iraq ed in Sudan, inviavano portaerei e lanciavano missili, spesso in modo unilaterale. Persino Bill Clinton non avrebbe avallato il Trattato sulle mine anti-uomo o il Tribunale Penale Internazionale senza salvaguardie per garantire il ruolo speciale degli Stati Uniti a livello mondiale. Ammoniva sul fatto che esistessero ancora "predatori" internazionali, terroristi e "nazioni fuorilegge" alla ricerca di "arsenali di armi nucleari, chimiche e biologiche nonché dei missili necessari ad utilizzarle." Neppure i funzionari dell’amministrazione Clinton riuscivano a nascondere la loro insofferenza nei confronti di ciò che consideravano una mancanza di serietà da parte dell’Europa in relazione a questi pericoli, in special modo l’Iraq. Come ebbe a dire l’allora Segretario di Stato Madeleine Albright, "se dobbiamo usare la forza è perché siamo l’America. . . . Vediamo oltre, guardiamo al futuro."

    La fine della Guerra Fredda dette a tutti la possibilità di guardarsi con una prospettiva nuova ed agli Europei, in particolare, non piacque ciò che videro. La società americana appariva loro grossolana e brutale – proprio come era apparsa ai loro predecessori del XIX secolo. Védrine chiedeva all’Europa di opporsi all’egemonia degli Stati Uniti in parte come forma di difesa contro il diffondersi dell’Americanismo. Dichiarò: "Non possiamo accettare . . . un mondo politicamente unipolare" e "questa è la regione per la quale stiamo lottando per un mondo multipolare".

    Alla fine degli anni novanta del secolo scorso, i tempi del multipolarismo sembravano maturi. Anche le relazioni degli Stati Uniti con la Cina e la Russia si stavano inasprendo. Per lungo tempo i cinesi si erano lamentati delle ambizioni "superegemoniche degli Stati Uniti" e Beijing legittimamente riteneva Washington ostile nei confronti del crescente potere della Cina. Il nazionalismo anti-americano esplose dopo il bombardamento accidentale dell’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999 da parte di piloti statunitensi durante la guerra in Kosovo, che sia i cinesi che i russi ritenevano illegale. Il Ministro degli esteri russo, Igor Ivanov, definì quella guerra la peggiore aggressione verificatasi in Europa dalla Seconda Guerra mondiale. A questo sentimento russo non contribuiva di certo il fatto che il 1999 fu anche l’anno in cui la Repubblica ceca, l’Ungheria e la Polonia entrarono a far parte della NATO. Stavano finendo i giorni di una Russia quiescente, desiderosa di integrarsi nell’Occidente liberale, alle condizioni dell’Occidente stesso. Nell’agosto del 1999 il Presidente russo Boris Yeltsin nominò primo Ministro Vladimir Putin che, a settembre, invase la Cecenia ed in meno di un anno passò a guidare la Russia con una politica più nazionalistica e meno democratica.

    (parte prima)

  7. #7
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    (Il paradigma del 12 settembre - parte seconda)


    BUSH, IL REALISTA

    George W. Bush salì al potere in questo mondo sempre più diviso. Anche prima di essere eletto, i vignettisti lo ritraevano come un cowboy texano con la rivoltella a sei colpi ed il laccio. Il politico francese Jack Lang lo definì "assassino seriale". Il 7 gennaio 2001 Martin Kettle del Guardian scrisse sul Washington Post che "la crescente insofferenza del mondo" nei confronti degli Stati Uniti risaliva a ben prima di Bush, ma che la sua elezione rappresentò quella del "miglior sergente reclutatore che il nuovo anti-Americanismo avesse mai potuto sperare."
    Ironia della sorte – una delle tante – fu che Bush salì al potere con la speranza di ridurre le pretese degli Stati Uniti a livello mondiale. In politica estera il realismo era di moda. Durante i dibattiti elettorali per le presidenziali, quando veniva chiesto quali principi avrebbero dovuto ispirare e guidare la politica estera degli Stati Uniti, il candidato democratico, Al Gore, affermava che si trattava di una "questione di valori", mentre Bush affermava che si trattava di capire "cosa fosse nel supremo interesse degli Stati Uniti." Gore dichiarava che gli Stati Uniti, il "leader naturale" a livello mondiale, dovevano avere la "consapevolezza di dover svolgere una missione" e fornire agli altri popoli "una sorta di modello che li avrebbe aiutati ad essere più simili a noi". Bush affermava che gli Stati Uniti non sarebbero dovuti "andare in giro per il mondo dando lezioni su come comportarsi necessariamente in ogni situazione" e che questo era "un modo per non farci più considerare, una volta per tutte, i cattivi americani."

    Ma neppure il realismo dell’amministrazione Bush si rivelò in grado di guadagnarsi consensi ed alleati a livello mondiale. I funzionari dell’amministrazione Bush avevano sprezzo per il dibattito internazionale degli anni novanta del secolo scorso. Nei primi nove mesi, l’amministrazione si ritirò dal negoziato di Kyoto, dichiarò la propria opposizione nei confronti della Corte Penale Internazionale e del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari (CNTBT) ed iniziò a ritirarsi dal Trattato sui Missili anti-balistici (ABM). Alcuni di questi trattati erano già morti e sepolti all’epoca di Clinton, ma mentre quest’ultimo aveva cercato di placare la rabbia a livello internazionale tenendo viva la speranza che gli Stati Uniti avrebbero potuto in fondo ratificarli in futuro, Bush vi si opponeva in via di principio. Come negli anni venti del secolo scorso, i Repubblicani temevano quegli accordi che avrebbero potuto ridurre la sovranità americana. Su queste stesse pagine nel 2000, Condoleezza Rice, l’allora consigliere di Bush in materia di politica estera, che si auto-definiva una "seguace della Realpolitik," ebbe a lamentarsi di tutto quel gran parlare di "interessi umanitari" in un dibattito superficiale ed affettato. La politica estera degli Stati Uniti doveva essere radicata nel "solido terreno degli interessi nazionali” e non negli “interessi di un’illusoria comunità internazionale."

    Alla base della nuova impostazione vi era un calcolo realistico: nel nuovo mondo successivo alla fine della Guerra Fredda, gli interessi e gli obblighi degli Stati Uniti si erano ridotti. Si rendeva necessaria una politica estera più circoscritta e basata sugli interessi nazionali. La maggior parte dei funzionari dell’amministrazione concordavano con la critica del politologo Michael Mandelbaum, pubblicata anch’essa su queste pagine nel 1996, secondo la quale l’amministrazione Clinton si era impegnata in una sorta di "opera sociale" internazionale nei Balcani e ad Haiti, dove non erano in gioco interessi nazionali vitali. Rispondendo alla domanda se avrebbe inviato truppe in Rwanda, il candidato Bush affermò che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto "inviare truppe per fermare la pulizia etnica ed il genocidio in paesi al di fuori della portata dei nostri interessi strategici." Una volta saliti al potere, i realisti dell’amministrazione Bush – dal Vice-President Dick Cheney a Condoleeza Rice, dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld al Segretario di Stato Colin Powell – erano tutti concordi nel ritenere che gli interventi umanitari e quelli di creazione, ricostruzione e consolidamento delle nazioni andassero evitati.
    La strategia era quella di trasformare gli Stati Uniti in qualcosa di simile ad un fattore di equilibrio d’oltremare, un salvatore di ultima istanza,o, per dirla con le parole di Richard Haass, uno "sceriffo riluttante." Durante la campagna del 2000, la Rice parlò di una "nuova divisione del lavoro," nella quale le potenze locali avrebbero dovuto mantenere la pace a livello regionale, mentre gli Stati Uniti avrebbero fornito sostegno logistico ed informativo, ma non truppe di terra. Richard Perle invocava una nuova posizione militare nelle quale le forze di terra americane sarebbero state dimezzate. I problemi mondiali sarebbero stati affrontati non con gli eserciti, bensì con i missili di precisione. L’unica minaccia immediata – proveniente dagli stati canaglia muniti di missili a lungo raggio – avrebbe potuto essere affrontata unilateralmente tramite la difesa missilistica. Era il momento di una "pausa strategica," durante la quale gli Stati Uniti avrebbero potuto alleggerire il peso dei loro oneri a livello mondiale e prepararsi ad affrontare le minacce che avrebbero potuto emergere di lì ai prossimi venti o trenta anni. Secondo il parere dei realisti, un mondo nel quale gli interessi nazionali americani non fossero gravemente minacciati era un mondo nel quale il potere e l’influenza degli Stati Uniti avrebbero dovuto ridursi.

    Per dirla in altri termini, gli Stati Uniti non erano più impegnati ad essere leader mondiale, per lo meno non come lo erano stati durante la Guerra Fredda. Nel 1990, a seguito della sconfitta del comunismo e dell’impero sovietico, Jeane Kirkpatrick sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto cessare di accollarsi il peso di quegli "insoliti fardelli" che la leadership comporta e, "con il ritorno alla 'normalità', . . . tornare ad essere un paese normale." Come scrisse John Bolton in un suo saggio del 1997, era giunto il momento "di riconoscere che la nostra maggiore sfida ce la eravamo ormai lasciata alle spalle." Ormai il mondo era in grado di badare a se stesso e lo stesso valeva per gli Stati Uniti.

    Questa fu essenzialmente la politica che Bush adottò nei primi nove mesi del suo mandato ed il resto del mondo comprese rapidamente il messaggio. Secondo un sondaggio effettuato dal Pew Research Center pubblicato nell’agosto del 2001, il 70% degli europei occidentali intervistati (l’85% in Francia) riteneva che l’amministrazione Bush adottasse le sue decisioni "soltanto in base agli interessi americani."

    SIAMO TUTTI AMERICANI, MA . . .

    Era questo il sentimento prevalente all’epoca in cui vi fu l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Naturalmente gli attentati portarono ad una modifica della politica estera dell’amministrazione Bush, ma non si trattò di una vera rivoluzione dottrinale. L’amministrazione non abbandonò la sua impostazione basata sugli interessi nazionali. Il fatto era che la tutela d’interessi definiti in modo ancor più restrittivo – quali la difesa della madrepatria – richiesero all’improvviso una strategia più espansionistica ed aggressiva a livello mondiale. La "pausa strategica" era terminata e gli Stati Uniti si lanciavano di nuovo in un’estesa operazione di coinvolgimento a livello mondiale in quella che divenne nota come "guerra al terrorismo."

    Ciò significava dunque che gli Stati Uniti erano tornati ad impegnarsi in un’attività di leadership mondiale? L’amministrazione Bush ritenne di sì. Tuttavia, nel mondo successivo alla fine della Guerra Fredda ed all’attacco dell’11 settembre , gravi ostacoli si frapponevano sulla via del ritorno al vecchio stile di leadership dell’epoca della Guerra Fredda.

    Uno di questi era il comprensibile ripiegamento su se stessi degli americani e dei loro leader a seguito dell’11 settembre. Le prime avvisaglie del fatto che non si sarebbe facilmente ricreata la vecchia solidarietà nei confronti degli Stata Uniti vennero dall’Afghanistan. L’invasione dell’ Afghanistan – a differenza della Guerra in Kosovo e della prima Guerra del Golfo – aveva come primo obiettivo la sicurezza degli Stati Uniti e non la creazione di un "nuovo ordine mondiale." A differenza della guerra del Golfo nel 1991, quando George H. W. Bush cercò in tutti i modi di chiamare a raccolta la comunità internazionale, nella guerra in Afghanistan, la seconda amministrazione Bush, con molte delle sue figure di spicco ancora in posizioni di rilievo, si preoccupò di eliminare le basi di al Qaeda e di rovesciare il regime dei Talebani. Ciò significò agire rapidamente e senza quei problemi di gestione dell’alleanza che avevano assillato il Generale Wesley Clark in Kosovo.

    Questo approccio più restrittivo non sorprende affatto, considerato il panico e la rabbia degli Stati Uniti. Ma non sorprende neppure il fatto che il resto del mondo non considerasse gli Stati Uniti un leader mondiale alla ricerca del bene a livello mondiale, bensì un furioso Leviatano esclusivamente concentrato a distruggere coloro che li avevano attaccati. Il mondo dimostrava meno comprensione e sostegno per questa iniziativa. E questo fu il secondo ostacolo che si frappose sulla via del ritorno al vecchio stile di leadership americana nel mondo: il resto del mondo, ivi compresi i più stretti alleati degli Stati Uniti, era anch’esso ripiegato e concentrato su se stesso.

  8. #8
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    (Il paradigma del 12 settembre - Parte terza)


    Non si trattava di una fuga dalla realtà del dopo 11 settembre. Ciò che era accaduto agli Stati Uniti era accaduto soltanto a loro. In Europa e nella maggior parte degli altri paesi del mondo, la gente reagì con orrore, dolore e comprensione. Ma gli americani attribuirono a queste manifestazioni di solidarietà un significato molto maggiore rispetto al loro effettivo significato. La maggior parte degli americani, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, ritennero che il mondo condividesse non soltanto la loro sofferenza ed il loro dolore, ma anche i loro timori, le loro ansie e paure nei confronti della minaccia terroristica e ritennero altresì che il mondo si sarebbe unito ad essi in una risposta comune. Alcuni osservatori americani ancora si aggrappano a questa illusione. Ma, in realtà, il resto del mondo non condivideva né i timori americani né la loro urgenza nel reagire. Gli europei provarono solidarietà nei confronti della superpotenza americana all’epoca della Guerra Fredda, quando l’Europa stessa era minacciata e gli Stati Uniti garantivano sicurezza. Ma con la fine della Guerra Fredda, ed anche dopo l’11 settembre, gli europei si sentivano relativamente sicuri. Soltanto gli americani erano spaventati.
    Quando lo shock e l’orrore vennero meno, apparve chiaro che l’attentato terroristico dell’11 settembre non aveva modificato il fondamentale atteggiamento del mondo nei confronti degli Stati Uniti. I risentimenti restavano. Un sondaggio del Pew Research Center effettuato nel dicembre 2001 su un campione di leader d’opinione rivelò che se, da un lato, la maggior parte di essi "si doleva della triste esperienza che l’ America aveva dovuto affrontare", dall’altro , un numero altrettanto vasto di essi (il 70% degli intervistati nel mondo ed il 66% nell’Europa occidentale) riteneva che fosse "un bene per gli americani sapere cosa vuol dire essere vulnerabili." Molti leader d’opinione in tutto il mondo, ivi compresa l’Europa, affermarono di ritenere che "le politiche e le azioni americane nel mondo” fossero state una delle "cause principali" degli attacchi terroristici e che, in un certo senso, quelle azioni si erano loro ritorte contro.

    Molti ritenevano altresì che gli Stati Uniti stessero intraprendendo la lotta contro il terrorismo esclusivamente nel loro interesse. Nell’Europa occidentale, il 66% dei leader d’opinione intervistati affermava di ritenere che gli Stati Uniti stessero pensando solo a se stessi. Ciò non sorprendeva affatto considerato il fatto che l’amministrazione Bush stava facendo ben poco per convincere gli alleati del contrario o trasformare la lotta in Afghanistan in una lotta per l’ordine internazionale.

    Tuttavia gli americani non si percepivano affatto come egoisti ed interessati soltanto a se stessi. Un buon 70% dei leader d’opinione americani intervistati affermava di ritenere che gli Stati Uniti stessero agendo anche nell’interesse dei loro alleati. Questa discrasia delle relative percezioni metteva in luce uno dei problemi fondamentali del paradigma della "guerra al terrorismo". Gli americani, ritornati improvvisamente a svolgere un’opera di vasto coinvolgimento a livello mondiale, ritenevano di essere tornati anche a svolgere il ruolo di leader mondiale. La maggior parte dei paesi nel mondo non condividevano questa convinzione.
    Giudicata di per sé, la guerra al terrorismo è stata di gran lunga il maggior successo di Bush. Dopo l’11 settembre nessun serio osservatore avrebbe immaginato che sarebbero trascorsi sette anni senza che si verificasse un ulteriore attacco terroristico sul suolo americano. Solo una nuda e cruda partigianeria ed un giustificabile timore di sfidare troppo la sorte hanno impedito all’amministrazione Bush di attribuirsi il merito di ciò che sette anni fa la maggior parte di noi avrebbe considerato quasi un miracolo. Inoltre, molti dei successi dell’amministrazione Bush sono stati resi possibili da una vasta cooperazione internazionale, in special modo con le potenze europee nei settori dello scambio di informazioni, delle attività di polizia e della sicurezza interna. Indipendentemente da eventuali insuccessi dell’amministrazione Bush, va rilevato che essa è riuscita a proteggere gli americani da un ulteriore attacco in patria. La prossima amministrazione potrà ritenersi fortunata se potrà dire altrettanto – e sarà perdente nel confronto con l’amministrazione Bush nel caso in cui non possa farlo.

    Il problema insito nel paradigma della "guerra al terrorismo" non è il fatto che essa abbia fallito nel suo principale obiettivo di vitale importanza. Il problema è che il paradigma sul quale basare tutta la politica estera degli Stati Uniti era e rimane insufficiente. In un mondo di stati e di popoli egoisti – qual è il mondo attuale – la domanda che ci si pone sempre è: "Cosa ce ne viene in tasca?" L’inadeguatezza del paradigma della "guerra al terrorismo" deriva dal fatto che ben pochi paesi a parte gli Stati Uniti ritengono che il terrorismo sia la sfida principale che essi debbano raccogliere. La battaglia degli Stati Uniti non è stata considerata una battaglia per il "bene pubblico" internazionale della quale il mondo possa essere loro grato. Al contrario, la maggior parte dei paesi ritiene di fare un favore agli Stati Uniti quando invia truppe in Afghanistan (o in Iraq) e spesso hanno l’idea di star sacrificando i loro stessi interessi.
    Ovviamente tutti i paradigmi di politica estera hanno le loro pecche. Anche il paradigma del contenimento in funzione anti-comunista era inadeguato in quanto dal 1947 al 1989 stava accadendo molto di più nel mondo che non la sola lotta fra il comunismo ed il capitalismo democratico. Certo l’anti-comunismo tendeva ad attirare la lealtà degli altri paesi nei confronti degli Stati Uniti ed a persuaderli ad accettare la leadership americana. Ciò era più importante dell’immagine stessa degli Stati Uniti, che non era sempre specchiata, pura ed incorrotta. Se la guerra del Vietnam non provocò nelle alleanze degli Stati Uniti quelle stesse spaccature provocate dalla guerra in Iraq, la ragione non sta non sta nel fatto che l’America di Lyndon Johnson e di Richard Nixon fossero più amate dell’America di Bush. Il motivo è che gli Stati Uniti stavano allora fornendo qualcosa di cui gli altri popoli ritenevano di aver bisogno – in primo luogo protezione dall’Unione sovietica – e che non fece loro prestare attenzione alle azioni americane in Vietnam e ad una cultura americana che, nello spazio di soli sette anni, riuscì a produrre l’assassinio di Martin Luther King Jr. e di Robert Kennedy, le rivolte di Watts, le sparatorie della Kent State ed il Watergate.

    La guerra al terrorismo non ha mai attirato quello stesso tipo di lealtà internazionale. La Cina e la Russia la hanno accolta con favore in quanto distoglieva da esse l’interesse strategico degli Stati Uniti – e poichè entrambe avevano compreso l’utilità di una guerra al terrorismo che per Mosca ha significato una guerra contro i ceceni e per Beijing una guerra contro gli ughuri. Ma per la maggior parte dei tradizionali alleati degli Stati Uniti, essa è stata, nella migliore delle ipotesi, un’indesiderata distrazione dalle questioni alle quali tengono maggiormente.
    In Europa, si è rivelata essere ben più di una semplice distrazione. Gli americani ritengono che gli europei condividano le loro preoccupazioni in materia di Islam radicale. Ma le preoccupazioni europee sono di diversa natura. Per gli americani, il problema sta principalmente "laggiù," in quelle terre lontane da dove i terroristi islamici radicali possono sferrare i loro attacchi e pertanto la soluzione è anche "laggiù." Per gli europei, il radicalismo islamico è innanzitutto una questione nazionale, per capire se ed in che modo i mussulmani possano essere integrati ed assimilati nella società europea del XXI secolo. Agli occhi degli europei, le azioni americane possono soltanto infiammare ulteriormente i problemi dell’Europa. Quando gli Stati Uniti vanno a stuzzicare un nido di vespe, suscitando un vespaio, tutto ciò si ripercuote sull’ Europa, o per lo meno questo è ciò che gli europei temono.

    Per dirla in breve, la guerra al terrorismo è stata più fonte di divisione che di unità. Gli Stati Uniti, che negli anni novanta del secolo scorso erano già considerate da molti una potenza egemonica prepotente ed arrogante, a seguito dell’attentato dell’11 settembre sono stati considerati una potenza egemonica prepotente ed arrogante, ripiegata e concentrata su stessa, che non presta attenzione alle conseguenze delle sue azioni.

    Questa è stata la prospettiva dalla quale molti hanno valutato la decisione di attaccare l’Iraq nel 2003. E questa è un’altra ironia della sorte. Il rovesciamento del regime di Saddam Hussein è stata una delle azioni meno egoiste degli Stati Uniti dopo l’11 settembre e più in linea con l’immagine di leader mondiale attivo e responsabile che gli Stati Uniti avevano di se stessi prima di quel terribile evento rispetto alla più ristretta politica estera di Bush, attenta esclusivamente agli interessi americani.

  9. #9
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    (Il paradigma del 12 settembre - Parte quarta)


    L’ invasione fu parzialmente correlata alla guerra al terrorismo. Anche l’amministrazione Clinton si era preoccupata dei legami che Saddam aveva con il terrorismo ed aveva utilizzato questi presunti legami per giustificare la sua azione militare nei confronti dell’Iraq nel 1998. Clinton stesso aveva messo in guardia in merito al fatto che se gli Stati uniti non avessero intrapreso azioni contro Saddam, il mondo sarebbe stato "maggiormente esposto a quel tipo di minaccia che l’Iraq pone oggi – quella di uno stato canaglia con armi di distruzione di massa, pronto ad utilizzarle o a fornirle a terroristi, trafficanti di droga o membri della criminalità organizzata che vanno in giro nei nostri paesi, passando inosservati." Dopo l’11 settembre , un livello notevolmente minore di tolleranza nei confronti delle minacce ci aiuta a spiegare il perché realisti quali Cheney, che in passato avevano ritenuto che Saddam potesse essere arginato e tenuto a bada senza correre rischi cambiarono improvvisamente idea. La stessa logica spinse la Senatrice democratica dello Stato di New York, Hillary Clinton, e molti altri Democratici e Repubblicani in Congresso ad autorizzare l’uso della forza nell’ottobre del 2002, provocando lo sbilanciato voto al Senato di 77 a 23. Fu questo il motivo per il quale una chiara e manifesta opposizione alla guerra fu così rara. L’editorialista del Time, Joe Klein, rispecchiò quel sentimento prevalente in un intervista alla vigilia della guerra: "Prima o poi, questo tipo dovrà essere scovato. . . . Bisogna lanciare ora questo messaggio perché in caso contrario . . . si rafforzerebbe qui qualsiasi potenziale Saddam e qualsiasi potenziale terrorista."
    Tuttavia, i principali presupposti alla base della decisione d’invadere l’Iraq risalgono a ben prima della guerra al terrorismo ed anche del realismo di Bush. Erano coerenti con una visione più ampia degli interessi americani che erano prevalsi negli anni dell’amministrazione Clinton e durante la Guerra Fredda. Negli anni novanta del secolo scorso l’Iraq era considerato non una minaccia diretta per gli Stati Uniti, bensì un problema di ordine mondiale nei confronti del quale gli Stati Uniti avevano una speciale responsabilità. Come affermò l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Sandy Berger, nel 1998, "il futuro dell’Iraq influenzerà il modo in cui il Medio Oriente, ed il mondo arabo in particolare, evolveranno nel prossimo decennio e ben oltre." Ecco perché nel 1998 personalità quali Richard Armitage, Francis Fukuyama e Robert Zoellick poterono firmare una lettera che richiedeva la rimozione forzata di Saddam. Ecco perché, come Bill Keller del New York Times (oggi direttore esecutivo di questo giornale) scrisse all’epoca, i liberal in quello che egli definì "The I-Can't-Believe-I'm-a-Hawk Club" (quelli del non posso credere di far parte del Club dei falchi) sostennero la guerra, ivi compresi "quelli del New York Times e del Washington Post, i direttori e gli editori del New Yorker, del New Republic e di Slate, gli editorialisti di Time e Newsweek," nonché molti ex-funzionari dell’amministrazione Clinton.

    Quei liberali e progressisti favorevoli alla guerra contro l’Iraq lo erano principalmente per gli stessi motivi per i quali erano stati favorevoli alla guerra nei Balcani: la ritenevano necessaria a preservare l’ordine internazionale liberale. Preferivano che gli Stati Uniti ottenessero il sostegno delle Nazioni Unite alla guerra, ma sapevano anche che ciò si era rivelato impossibile nel caso del Kosovo. La loro principale preoccupazione era che l’amministrazione Bush, dopo aver rovesciato il regime di Saddam, non adottasse un approccio strettamente realista nell’affrontarne le conseguenze. Come ebbe a dire il Senatore democratico dello Stato del Delaware, Joe Biden, "Alcuni non sono qui per creare, ricostruire e consolidare una nazione." Un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton, Ronald Asmus, si chiedeva: "è una questione di potere americano o è una questione di democrazia?" Riteneva che se fosse stata una questione di democrazia gli Stati Uniti avrebbero "avuto un sostegno più vasto a livello nazionale e più amici ed alleati a livello internazionale."

    Tuttavia, questo stesso vasto consenso di conservatori, liberali, progressisti e neo-conservatori americani, non si registrò nel resto del mondo. Per gli europei vi era una grande differenza fra il Kosovo e l’ Iraq. Non era un problema di legalità o di imprimatur da parte delle Nazioni Unite. Il problema era la collocazione geografica. Gli europei erano pronti ad entrare in guerra senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite su una questione che li riguardava tutti, vale a dire la loro sicurezza, la loro storia e la loro morale. L’Iraq era tutta un’altra storia. Per i liberal americani quali l’editorialista del New York Times, Thomas Friedman, "il cinismo e l’insicurezza dell’Europa, spacciati per superiorità morale," erano "intollerabili."

    Per lungo tempo, l’Iraq era stata una questione controversa, causa di divisioni. Negli anni novanta del secolo scorso, si era aperto un ampio divario fra il Regno Unito e gli Stati Uniti da un lato, che favorivano la politica di contenimento dell’Iraq tramite sanzioni e pressioni militari e la Cina, la Francia, la Russia e la maggior parte degli altri paesi dall’altro, che erano favorevoli a porre fine alla politica di contenimento. Nel 2000, l’amministrazione Clinton temeva che la politica di contenimento stesse diventando insostenibile, ma aveva già perso la battaglia volta a convincere gli altri che così fosse. La situazione non era di molto cambiata nel 2003. Il livello di tolleranza dimostrata dal resto del mondo nei confronti dell’Iraq di Saddam non si era ridotto a seguito degli attacchi dell’11 settembre, a differenza di quello degli Stati Uniti. Al contrario, era il livello di tolleranza del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti che era diminuito.
    Nel 2003, pochi paesi erano animati dalla consapevolezza dell’urgenza di una guerra al terrorismo, dagli interessi umanitari in Iraq o dal desiderio di vedere gli Stati Uniti alla guida di una crociata internazionale per ripristinare l’ordine con la forza, come era accaduto con la Guerra del Golfo nel 1991. Erano in pochi a credere che gli Stati Uniti, specialmente nell’era di Bush, stessero improvvisamente agendo avendo a cuore l’ordine mondiale. Pertanto molti potevano soltanto spiegare le ragioni di quella guerra come una guerra per il petrolio, per Israele, per l’imperialismo americano o per tutto fuorché ciò che i suoi sostenitori, in tutto l’arco politico statunitense, ritenevano che fosse: una guerra sia nell’interesse degli Stati Uniti che nell’interesse nella parte migliore dell’umanità.

    Chi può dire che cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti avessero scoperto quelle armi, quei materiali e quei programmi che tutti, ivi compresi gli europei ed i detrattori di quella guerra, ritenevano che fossero in Iraq? Anche nel caso in cui non fossero state scoperte armi, come avrebbe reagito il mondo se gli Stati Uniti avessero rapidamente riportato un certo ordine ed una certa stabilità in Iraq? L’allora Segretario di Stato Colin Powell riteneva all’epoca che "una volta vinta la guerra rovesciando il regime di Saddam e una volta che la gente si fosse resa conto del fatto che era intenzione degli Stati Uniti garantire una vita migliore al popolo iracheno," sarebbe stato possibile modificare "piuttosto rapidamente" l’opinione mondiale.
    Ovviamente ciò non è accaduto. Gli Stati Uniti, dopo aver rovesciato il regime di Saddam, hanno immediatamente iniziato a brancolare nel buio, annaspando nel tentativo di riportare ordine e stabilità nell’Iraq del dopo Saddam. Sono molte le ragioni alla base di questo insuccesso, ivi compreso l’effetto combinato di errori di valutazioni e di sfortuna che si possono verificare in ogni guerra, nonché le difficoltà insite nella società irachena così divisa. Ma una parte del problema stava nell’idea che molti alti funzionari dell’amministrazione Bush ancora mantenevano come retaggio degli anni novanta del secolo scorso e della prima fase dell’amministrazione Bush stessa . Gli alti funzionari del Pentagono erano ancora ancorati al concetto della "pausa strategica" ed ostili nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalla forze di terra. Inoltre, come aveva temuto il Senatore Biden, persisteva l’allergia dei realisti Repubblicani nei confronti della ricostruzione del paese. Le conseguenze sia in Afghanistan che in Iraq furono lo spiegamento di un numero troppo ridotto di truppe per poter ottenere il commando effettivo di quei paesi e porre fine alle inevitabili lotte di potere conseguenti alla caduta delle precedenti dittature ed alla troppa scarsa capacità dei civili di intraprendere quella massiccia rigenerazione sociale ed economica necessaria per adempiere al compito ineludibile della ricostruzione nazionale successiva alla guerra. In Iraq questi errori divennero evidenti pochi mesi dopo l’invasione. Ci sono voluti altri 4 anni all’amministrazione Bush per adeguarsi ed aggiustare il tiro.

    L’amministrazione Bush ha infine adeguato la sua strategia e pertanto le prospettive di successo in questo paese sono di gran lunga migliori oggi rispetto a quanto apparisse possibile un paio di anni fa. Ma gli Stati Uniti hanno pagato un prezzo altissimo per il fatto di avere esitato e sbagliato per anni. Indipendentemente dal danno che l’invasione stessa possa aver arrecato all’immagine degli Stati Uniti, il danno inferto da 4 anni d’insuccessi – ivi comprese le manifestazioni più sensazionali di questo fallimento, quali lo scandalo della prigione di Abu Ghraib – è ben maggiore. In un mondo che si divide sempre più, l’unica cosa peggiore di una potenza egemonica ripiegata e concentrata solo su se stessa è una potenza egemonica incompetente, ripiegata e concentrata solo su se stessa.

    POTERE ED ILLUSIONE
    La prossima amministrazione ha la possibilità di apprendere dagli errori dell’amministrazione Bush, nonché di fare tesoro dei progressi che l’amministrazione Bush ha fatto nel correggerli. Oggi la posizione degli Stati Uniti nel mondo non è poi così negativa come qualcuno sostiene. Le previsioni in base alle quali altrr potenze si sarebbe unite in uno sforzo volto a controbilanciare l’influenza della superpotenza canaglia si sono rivelate inesatte. Altre potenze stanno emergendo, ma non si stanno affatto unendo in funzione anti-americana. La Cina e la Russia hanno tutto l’interesse e la voglia di ridurre il predominio americano e ricercano più potere relativo per se stesse, ma restano altrettanto diffidenti e sospettose l‘una nei confronti dell’altra di quanto lo siano nei confronti di Washington. Altre potenze in ascesa, quali il Brasile e l’India, non stanno cercando di controbilanciare l’influenza degli Stati Uniti.
    In realtà, nonostante i sondaggi negativi, geopoliticamente la maggior parte delle grandi potenze a livello mondiale si sta sempre più avvicinando agli Stati Uniti. Alcuni anni fa, la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder avevano accarezzato l’idea di rivolgersi alla Russia per controbilanciare il potere americano. Ma oggi Francia, Germania e resto d’Europa tendono verso un’altra direzione. Ciò non è dovuto ad un rinnovato affetto nei confronti degli Stati Uniti. La politica estera maggiormente filo-americana del Presidente francese Nicolas Sarkozy e del Cancelliere tedesco Angela Merkel riflettono la loro convinzione che relazioni più strette con gli Stati Uniti, anche se non esenti da critiche, rafforzino il potere e l’influenza europea. Al contempo, i paesi est-europei sono preoccupati dal risorgere della Russia.
    Gli stati dell’Asia e del Pacifico si sono sempre più avvicinati agli Stati Uniti, per lo più in quanto preoccupati del crescente potere della Cina. Alla metà degli anni novanta del secolo scorso, l’alleanza fra Stati Uniti e Giappone era a rischio di erosione. Ma a partire dal 1997, la relazione strategica fra i due paesi si è rafforzata sempre più. Alcuni dei paesi del Sud-est asiatico hanno anche iniziato a proteggersi dall’ascesa della Cina. (L’Australia può rappresentare l’unica eccezione a questa tendenza prevalente, in quanto il suo nuovo governo si sta spostando verso la Cina ed allontanando dagli Stati Uniti e dalle altre potenze democratiche della regione.) Lo spostamento più evidente si è verificato in India, ex-alleato di Mosca, che oggi intrattiene buone relazioni con gli Stati Uniti quale fattore importante per il conseguimento dei suoi più vasti obiettivi strategici ed economici.

    Persino in Medio Oriente, dove l’anti-americanismo divampa ai massimi livelli e dove le immagini dell’occupazione americana ed il ricordo di Abu Ghraib continuano a bruciare nell’immaginario popolare, l’equilibrio strategico non si è modificato a svantaggio degli Stati Uniti. Egitto, Giordania, Marocco ed Arabia saudita continuano ad operare a stretto contatto con gli Stati Uniti e lo stesso dicasi per i paesi del Golfo Persico preoccupati dall’Iran. L’Iraq è passato dall’ implacabile anti-americanismo dei tempi di Saddam alla dipendenza dagli Stati Uniti e, negli anni a venire, un Iraq stabile sposterebbe decisamente l’equilibrio strategico in direzione filoamericana in quanto l’Iraq ha vaste risorse petrolifere e potrebbe diventare un’ importante potenza in seno alla regione.

    Questa situazione contrasta fortemente con le principali battute d’arresto subite dagli Stati Uniti in Medio Oriente negli anni della Guerra Fredda. Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, un movimento nazionalista pan-arabo si diffuse nella regione e spianò la strada ad un coinvolgimento sovietico senza precedenti, ivi compresa una quasi alleanza fra l’Unione sovietica e l’Egitto di Gamal Abdel Nasser, nonché un’alleanza sovietica con la Siria. Nel 1979, venne meno uno dei pilastri fondamentali della posizione strategica americana nella regione quando il regime iraniano filoamericano dello scià fu rovesciato dalla virulenta rivoluzione anti-americana dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Ciò portò ad un fondamentale spostamento dell’equilibrio strategico nella regione del quale gli Stati Uniti stanno ancora soffrendo. Niente di simile si è ancora verificato a seguito della guerra in Iraq.

    Coloro che oggi proclamano che gli Stati Uniti siano in una fase di declino spesso immaginano un passato nel quale il mondo danzava al ritmo di una solenne e maestosa musica americana. Questa è un’illusione. Cresce la nostalgia per la meravigliosa era dominata dagli Stati Uniti a seguito della Seconda Guerra mondiale. Tuttavia, anche se gli Stati Uniti hanno avuto successo in Europa, hanno subito disastrose battute d’arresto altrove. Ciascuno di questi avvenimenti – quali la "perdita" della Cina a seguito dell’instaurarsi del comunismo, l’invasione nord-coreana della Corea del Sud, la sperimentazione sovietica della bomba ad idrogeno, le agitazioni del nazionalismo postcoloniale in Indocina – è stato una calamità strategica di immensa portata ed è stata compreso all’epoca come tale. Ciascuno di essi ha notevolmente determinato il resto del XX secolo e non di certo per il meglio. E ciascuno di essi si è chiaramente rivelato sfuggire al controllo e persino alla capacità di gestione degli Stati Uniti. Nessun singolo avvenimento dello scorso decennio può essere minimamente paragonato alla portata di uno qualsiasi di questi eventi che hanno segnato una battuta d’arresto per la posizione americana nel mondo.
    Gli strateghi cinesi ritengono probabile che l’attuale configurazione internazionale duri ancora per qualche tempo e probabilmente hanno ragione. Finché gli Stati Uniti resteranno al centro dell’economia internazionale e continueranno ad essere la potenza militare dominante ed il principale apostolo della filosofia politica più popolare nel mondo, finché l’opinione pubblica americana continuerà a sostenere il predominio americano, come ha fatto coerentemente per sessant’anni, e finché i potenziali concorrenti ispirano più timori che comprensione fra i paesi vicini, la struttura del sistema internazionale dovrebbe restare immutata, con una superpotenza e molte grandi potenze.

    Tuttavia, sarebbe altresì illusorio immaginare che si possa facilmente ritornare a quella leadership americana ed a quella cooperazione fra gli alleati degli Stati Uniti che avevano caratterizzato l’epoca della Guerra Fredda. Non vi è più un’unica minaccia simile a quella costituita in passato dall’Unione sovietica, che possa fungere da collante nei confronti degli Stati Uniti e degli altri paesi e li porti ad unirsi in un’alleanza quasi permanente. Oggi il mondo sembra più simile a quello del XIX secolo che non a quello dell’ultima parte del XX secolo. Coloro che ritengono che questo sia positivo dovrebbero ricordare che l’ordine del XIX secolo non finì bene come quello della Guerra Fredda.

    Per evitare un tale destino, gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici dovranno avere una visione più generosa ed illuminata dei loro interessi rispetto a quella che avevano anche ai tempi della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, quale paese con la più forte democrazia, non dovrebbero opporsi, ma piuttosto accogliere con favore, un mondo più coeso caratterizzato da una riduzione della sovranità nazionale. Hanno ben poco da temere e molto da guadagnare in un mondo che aumenti leggi e norme basate sugli ideali liberali e volte a salvaguardarli. Al contempo, le democrazie asiatiche ed europee devono riscoprire che il progresso verso questo più perfetto ordine liberale dipende non soltanto dal diritto e dalla volontà popolare, ma anche da nazioni potenti che possano sostenerlo e tutelarlo.

    In un mondo egoista, questo tipo di saggezza illuminata può andare ben al di là delle capacità di tutti gli stati. Ma se esiste davvero una speranza, essa risiede in una rinnovata comprensione dell’importanza dei valori. Gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici condividono un’aspirazione comune nei confronti di un ordine liberale internazionale, costruito su principi democratici e tenuto ben saldo – seppure in modo imperfetto – da leggi ed accordi fra paesi. Questo ordine sta progressivamente subendo pressioni man mano che le autocrazie delle grandi potenze crescono in forza ed in influenza e man mano che attecchisce la lotta anti-democratica del terrorismo islamico radicale. Se la necessità per le democrazie di sostenersi reciprocamente appare meno ovvia che in passato, si rivela ben maggiore la necessità per queste nazioni, ivi compresi gli Stati Uniti, di "guardare oltre, verso il futuro".

    (Fine)


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    Mosca rischia l'isolamento


    Rice accusa l'imperialismo russo, ma non sarà una nuova guerra fredda

    di Stefano Magni

    19 settembre 2008


    “Il futuro della Russia è nelle mani dei russi”: questo è il succo del discorso tenuto ieri dal segretario di Stato Condoleezza Rice di fronte alla platea del German Marshall Fund. “Qualcuno ha tentato di attribuire ad altri la responsabilità del cambiamento di comportamento della Russia. Ma per le azioni russe non si può dare la colpa ai vicini georgiani”. La Rice, a questo proposito, ha negato il sospetto che aleggia da un mese: che siano stati gli Usa a suggerire al presidente georgiano Saakashvili di attaccare i separatisti osseti il 7 agosto, provocando la reazione militare russa. “Ad essere sinceri i leader georgiani” – replica il segretario di Stato – “avrebbero potuto gestire meglio gli eventi del mese scorso in Ossezia del Sud. Noi avevamo messo in allerta i nostri amici georgiani che la Russia stava tendendo loro una trappola e che cascarci avrebbe solo favorito Mosca. Ma i leader russi hanno usato questo come pretesto per lanciare l’invasione di un loro vicino indipendente, un’azione chiaramente premeditata. I leader russi hanno creato tutti i presupposti di questo scenario da mesi. Hanno distribuito passaporti russi ai separatisti georgiani, hanno addestrato e armato le loro milizie e poi hanno giustificato l’invasione della Georgia come un atto di auto-difesa. Il comportamento russo non può nemmeno essere attribuito all’allargamento della Nato. A guerra fredda finita, noi e i nostri alleati abbiamo lavorato per trasformare la Nato da un’alleanza che difendeva un pezzo di un’Europa divisa in uno strumento per far crescere un’Europa unita, pacifica e libera e in un’alleanza per combattere il terrorismo, lo stesso pericolo che minaccia anche la Russia”.
    E’ lo stesso concetto che era stato sottolineato anche dal vicepresidente Dick Cheney, nel corso della sua visita a Roma, quando aveva dichiarato: “I confini occidentali della Russia non sono mai stati così sicuri”. La Nato non può in alcun modo essere considerata come un’alleanza anti-russa. Vederla sotto questa luce è frutto di una distorsione ideologica della classe dirigente russa, quell’élite di ex dirigenti militari sovietici che, usando le parole della Rice: “Sta diventando sempre più autoritaria all’interno e sempre più aggressiva all’estero”.
    Dal momento che la responsabilità è russa, non c’è altra scelta che reagire. E la reazione deve essere condivisa da Usa ed Europa, non solo per principio, per far fronte a una potenza espansionista, ma anche per pratici motivi energetici: “Stati Uniti ed Europa stanno approfondendo la loro cooperazione per conquistare l’indipendenza energetica, lavorando con l’Azerbaijan, la Georgia, la Turchia e i Paesi che si affacciano sulle rive del Caspio. Noi dobbiamo espandere e proteggere fonti energetiche aperte al mercato mondiale da qualsiasi pratica abusiva. Non possiamo riconoscere un set di regole adatto solo alla Russia diverso da quello di tutti gli altri”.
    Nonostante la Russia abbia abbandonato la via della democrazia e abbia imboccato quella di un nuovo autoritarismo, nessuno, all’interno della classe dirigente americana, pensa a una rinascita della guerra fredda. Questo concetto è stato ribadito ieri da Condoleezza Rice, quando afferma che: “I leader russi, oggi, non hanno un’ideologia universalista, non offrono alcuna visione del mondo alternativa a quella della democrazia capitalista e non hanno la capacità di costruire un sistema alternativo di Stati satelliti e istituzioni antagoniste. Tutte i presupposti su cui si fondava il potere sovietico sono finiti”.
    Entrambi i leader russi, sia il presidente Dmitrij Medvedev che il premier Vladimir Putin, stando alle loro ultime dichiarazioni, accettano questo terreno di gioco: nessuno di loro pensa a una rinascita della guerra fredda. “Non ci sono più i presupposti ideologici che avevano alimentato la guerra fredda”, aveva dichiarato Putin da Soci, contemporaneamente alla visita di Medvedev a Varsavia. “Usa e Russia hanno tutti gli elementi per forgiare un dialogo costruttivo e a lungo termine su alcuni temi, malgrado il disaccordo significativo su alcune questioni internazionali” - ha dichiarato ieri Medvedev ricevendo al Cremlino un gruppo di nuovi ambasciatori stranieri – “La storia delle relazioni tra Russia e Stati Uniti ha visto numerosi momenti critici, ma invariabilmente il buon senso e il pragmatismo sono sempre prevalsi. Sarebbe poco previdente mettere da parte questi risultati e tornare ai vecchi stereotipi”.
    Quella tra Russia e Usa, dunque, non è una nuova guerra fredda. Nessuna delle due parti pensa di “seppellire” (nei termini di Chrushev) il nemico, né economicamente, né militarmente. E’ molto più difficile che vi sia un conflitto tra le due potenze o un ritorno all’equilibrio del terrore nucleare. Contrariamente alla guerra fredda, le due parti si riconoscono reciprocamente la legittimità. La rivalità nasce da due differenti visioni delle relazioni internazionali: Medvedev, prima di recarsi a Varsavia, ha rilanciato l’idea di una “sfera di interessi privilegiati” della Russia nell’area ex sovietica. Recandosi a Varsavia, ha ricordato al governo polacco che “la Polonia non minaccia in alcun modo la sicurezza della Russia” – ma – “è lecito notare che una parte del sistema anti-missile americano sta comparendo vicino ai nostri confini”. E in una settimana i russi hanno effettuato due test di missili (il secondo è avvenuto ieri pomeriggio) che potrebbero superare le difese americane. Giusto per ribadire che non tollerano la presenza di uno scudo anti-balistico in quella che dovrebbe essere la “loro” sfera di influenza. Sempre in quest’ottica, Medvedev ha annunciato l’invio di 7600 uomini in Abkhazia e in Ossezia del Sud, il doppio di quelli presenti prima della guerra contro la Georgia. Poi ha formalizzato la sua intenzione firmando, due giorni fa, un trattato di amicizia e cooperazione (anche militare) con le due regioni georgiane separatiste, la cui indipendenza viene riconosciuta solo dalla Russia (e dal Nicaragua). Contemporaneamente alla firma dell’accordo, Medvedev ha anche annunciato il varo di una legge per estendere verso Nord la “sfera di interessi privilegiati”: incorporando una zona artica pari al 18% dell’intero territorio della Federazione. E dando carta bianca alla Gazprom per avviare esplorazioni nei fondali che verrebbero, in questo modo, incorporati alla Russia.
    Tutti questi atti sono unilaterali e confliggono con gli interessi degli altri Stati coinvolti. La firma dell’accordo con le regioni separatiste georgiane e il raddoppio delle truppe in quei territori sono una palese violazione dei sei punti del cessate-il-fuoco concordato con Nicolas Sarkozy, oltre che un’amputazione del territorio sovrano georgiano. Ai tempi del vertice Nato di Bucarest, in aprile, al Cremlino ironizzavano: “Se la Georgia entrerà a far parte della Nato, lo dovrà fare con un territorio molto più piccolo”. Il riconoscimento dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud e poi l’invio di truppe permanenti, dimostra che quella di allora non era solo una provocazione. Anche l’espansione verso il Polo Nord, nelle cui acque “sventola”, già da un anno, una bandiera russa piantata da un sottomarino, è una violazione degli accordi con le altre nazioni che hanno interessi nella zona artica: Norvegia, Danimarca, Canada e Stati Uniti. Il ministro degli Esteri canadese non ha tardato a commentare le pretese russe come: “Imperialismo in stile XV secolo, quando si andava in giro per il mondo a piantare bandiere e proclamare il possesso di territori”. E sempre in quest’ottica va letta la nuova corsa agli armamenti russa, per competere e non per cooperare con le potenze militari occidentali: l’esercitazione (conclusasi ieri) dei vecchi bombardieri strategici Blackjack nei Caraibi, facendo base in Venezuela, è stata eseguita e pubblicizzata per dimostrare di poter aggirare un’eventuale scudo anti-missile in Europa centrale. E poi i test missilistici, per mostrare al mondo di essere in grado di “bucare lo scudo”, ricordano vagamente l’ultima fase della corsa agli armamenti tra Usa e Urss.
    Condoleezza Rice, d’accordo con analisti internazionali come Fareed Zakaria, ritiene che tutte queste flessioni di muscoli siano “povere cose”, frutto di una visione politica di altri tempi, in grado di aumentare i costi per la popolazione russa, ma non di apportare benefici. Ricordando tutti i progressi della globalizzazione, la nascita di grandi aree economiche comuni in Europa e in Asia, la Rice sottolinea che la Russia si sta escludendo dal mondo per la conquista di qualche pezzo di terra, la creazione di “arcaiche” sfere di influenza e per “Guadagnarsi una pacca sulla spalla da Daniel Ortega e Hamas: non certo un trionfo diplomatico”. “Con queste azioni la Russia non è in grado di cambiare il corso degli eventi” - spiega la Rice -. “Se la Russia vuol diventare qualcosa di più di un fornitore di energia, i suoi leader devono riconoscere una dura verità: la Russia dipende dal resto del mondo per il suo successo e non può cambiare questa realtà”. E’ per questo che la reazione degli Stati Uniti al nuovo espansionismo moscovita sarà soprattutto economica. L’adesione russa al Wto è “in discussione” per usare i termini della Rice. Il senatore John McCain ha sempre proposto, sin da tempi non sospetti, che la Russia venga espulsa dal G8. Se dovesse diventare presidente, quasi certamente, metterebbe questa proposta sul tavolo dei colleghi democratici del G7.

    http://www.loccidentale.it/articolo/...+russo.0058150

 

 
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