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  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Post XIX° Congresso. Oristano, 1979.

    Nel mio proposito di ripescare documenti e pubblicazioni riguardanti il PSd’Az e l’indipendentismo, in particolare degli ultimi 40 anni, relativamente ai Congressi, alle competizioni elettorali, alle elaborazioni tematiche e programmatiche proprie del sardismo, agli organi di stampa del Partito, non sto seguendo un ordine cronologico o in qualche modo “sistematico”.

    Rovistando nelle scartoffie in cui conservo questo materiale, un po’alla rinfusa e talvolta nell’incuria, man mano che riemergono a seconda delle circostanze o casualmente, cerco di riproporli senza alcuna pretesa di completezza, poiché attinti soltanto dalla documentazione in mio possesso.

    Un’operazione di coordinamento dei “topic”, all’interno del forum, potrà comunque essere fatta in un secondo momento, attraverso una ricostruzione temporale o tematica, per agevolare la fruizione dei testi.

    Certo, molti sardisti di antica militanza possiedono un prezioso patrimonio di “carte” che potrebbe e dovrebbe essere portato a conoscenza. Con le attuali tecnologie informatiche sarebbe abbastanza semplice. Ma questo è un altro discorso che prima o poi bisognerà affrontare.

    Nei due volumi di Salvatore Cubeddu “Sardisti” della EDES, la storia del Partito Sardo d’Azione si è fermata al 1968. Si diceva dovesse far seguito un terzo volume con gli “atti”originali.
    Quella data segnerebbe il passaggio tra storia e cronaca del Partito.

    In realtà, il grande fermento politico in termini di rielaborazione ideale e programmatica è avvenuto negli anni ‘70 e soprattutto negli anni ’80, sulla spinta ideale non solo di A.S. Mossa; ma poiché questa documentazione non è stata raccolta attraverso pubblicazioni che possano “ricucirne” gli eventi, sembra essere ignorata. Malgrado la quantità e qualità dell’elaborazione interna al Partito, rintracciabile attraverso la stampa di ciclostilati, periodici e numeri unici.

    Questa volta, ripropongo documenti riguardanti il XIX° Congresso del PSd’Az, svoltosi nel 1979 al Cinema /Teatro Ariston di Oristano.
    Fu il primo Congresso a cui partecipai, seguendolo distrattamente, ma ricordo un divertente aneddoto raccontato da Michele Columbu, in un momento di pausa al bar dell’angolo, circa una sua breve relazione epistolare in qualità di Sindaco di Ollolai negli anni ’60 con il Touring Club Italiano (non so se l’episodio sia mai stato riportato per iscritto).

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito

    Il primo testo, introduttivo, è contenuto nel N. 1-2 Ottobre –Novembre 1978 de Il Solco, peraltro già citato e sul quale ritornerò in altre occasioni. La sua uscita anticipava di due mesi il XIX° Congresso. Nel suo articolo, Carlo Sanna espone il percorso del PSd’Az, richiamando i Congressi del 1974 e del 1976 (il XVII° e XVIII°), lasciando intravedere la svolta rivoluzionaria in senso indipendentista che già scuoteva la base del Partito e riscontrabile nelle mozioni presentate. Del resto, furono gli anni della coscienza nazionalitaria ormai acquisita, sulla spinta del “neosardismo”, sfociata nella confluenza elettorale di “Su Populu Sardu” nella lista Libertade e Socialismu alle “Regionali” del 1979.





  3. #3
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Per quanto leggibile dall’immagine, riporto la trascrizione del testo.

    Organizzazione e Congresso

    di Carlo Sanna


    Riscattare trent'anni di gestione autonomistica




    L'esigenza di dare attuazione al programma organizzativo, messo a punto tra il maggio e il giugno di quest'anno, in occasione di varie riunioni del Comitato Centrale, per assicurare una più rispondente funzionalità di vertice, e la congiunta necessità, non più differibile, di dare contenuto, attraverso l'informazione, all'azione svolta e da svolgere dal Partito, hanno portato lo stesso Comitato a sostituire Michele Columbu dimissionario dalla carica di Segretario politico per dedicare ogni suo impegno nella direzione di Il Solco, organo ufficiale del Partito di cui si era decisa la ripubblicazione - con una Segreteria generale congiunta così composta: Mario Melis, Nando Serra, Emanuele Cau e Carlo Sanna. A quest'ultimo sono state affidate funzioni di coordinatore.
    La Segreteria generale, articolata tenendo conto della divisione territoriale in distretti, consente indubbiamente maggiore funzionalità e attenta partecipazione del vertice alle iniziative già prese e da prendere e garantisce altresì un coordinamento più efficace tra la base e la dirigenza. La Segreteria che resterà in carica sino al Congresso, convocato per i giorni 13 e 14 gennaio 1979 ad Oristano, ha il principale compito di provvedere a tutti gli adempimenti connessi all'organizzazione dello stesso oltre a quelli relativi alla direzione del Partito nello stesso periodo. Il Congresso come è prassi costante, ricostituità gli organismi dirigenti, a norma di Statuto.
    Il Partito Sardo si avvia, pertanto, a celebrare il suo XIX Congresso. Sarà, come è opinione abbastanza generalizzata, il Congresso del rilancio del Partito?
    A costituire valida premessa di successo sarebbe sufficiente la presenza, peraltro sicurissima, della tradizionale base sardista mai doma, convinta e appassionata, ma, di più ad Oristano, sarà presente il volto nuovo del sardismo, rappresentato da centinaia di giovani, iscritti nelle sezioni e nei nuclei di recente costituzione.
    Io credo, pertanto, che il XIX Congresso potrà rappresentare un momento particolarmente importante e significativo nella storia recente e non del nostro Partito: l'entusiasmo, la partecipazione, lo slancio di questi giovani ci inducono a guardare con animo fiducioso alle prossime, importanti scadenze. Presenza attestata all'insegna del sardismo più genuino che trae forza vitale dalle radici stesse della nostra originaria ispirazione federalistica, intesa quale unica via per uscire dalla emarginazione, dall'isolamento di sempre, mai risolto, bensì aggravato da 30 anni di gestione antiautonomistica, salvo rare, brevi eccezioni.
    Nasce la nuova presenza sardista all'insegna della sfiducia nei confronti dei partiti e partitelli nazionali rivelatisi incapaci di gestire, per incapacità di intendere la «sardità», l'Istituto autonomistico, uscito dalle meno recenti e recenti esperienze e dalla recentissima dell'«Intesa», frantumato, disgregato, lacerato, ridotto a rango di periferico organo burocratico, esecutore apatico di direttive nazionali disposte con logica nazionale, e pertanto antisarde.
    Presenza che potrebbe apparire dovuta quasi a germinazione spontanea, nascente dallo sconforto per il precipitare della Sardegna nel baratro della crisi di cui l'emigrazione, la cassa integrazione, disoccupazione giovanile e femminile soprattutto, ne sono i segni più drammatici ed emblematici.

    Il respiro ideologico

    Se questi sono i motivi di una ritrovata coscienza sardista dei Sardi, bisogna anche dire che il Partito aveva da tempo avvertito il malessere crescente e aveva proposto una sua più incisiva presenza, attraverso il rilancio di tesi, mai sopite all'interno e ricollegantesi alle associazioni originarie del sardismo.
    Ciò avvenne nel Congresso tenutosi a Cagliari nel 1974, che rappresentò più che un tentativo di proporre un discorso nuovo, ai sardisti e ai Sardi. Si tentò cioè da parte di alcuni dirigenti di suscitare quel dibattito ideologico atteso da anni, dopo il timido pronunciamento espresso nel Congresso del 1968, indirizzato soprattutto alla modifica di alcuni articoli dello Statuto del Partito, che vennero approvate senza suscitare interesse nei più, per cui rimasero vuote enunciazioni senza frutto, in apparenza. Che, infatti, nel 1974 solamente la mancanza di determinazione di parecchi dirigenti, a causa, forse, della scarsa conoscenza del pensiero della base e sicuramente preoccupati delle elzioni regionali che dovevano tenersi di lì a qualche mese, impedì che il Congresso votasse su un documento di ampio respiro ideologico che avrebbe quasi sicuramente ottenuto la maggioranza dei consensi dei delegati. Si pervenne invece, all'insegna dell'equivoco, a convergere su un documento finale in cui ogni chiarezza ideologica era bandita.
    Ciò che avvenne dopo il Congresso fu la conseguenza, abbastanza scontata, di quel posticcio accordo, precario accomodamento pre-elettorale. Si manifestarono quelle tensioni che le elezioni regionali, per i modestissimi risultati elettorali conseguiti, acuirono, sino a determinare la defezione di un gruppetto che si comportò non diversamente da altri gruppi, in circostanze più o meno analoghe.
    A quel Congresso del 1974 dunque bisogna riferirsi quando si vuol tentare una ricostruzione degli avvenimenti, caratterizzanti l'attuale indirizzo del Partito. Quel Congresso, pur nella insoddisfazione generale, per i motivi già esposti, indicò chiaramente i modi per uscire dagli schemi tradizionali, per riprendere il ruolo più confacente al suo carattere rivoluzionario.

    Momenti qualificanti

    Il successivo Congresso del 1976, fu preceduto da polemiche interne, motivate dalla posizione assunta dal Comitato Centrale in occasione delle elezioni politiche dello stesso anno. Vennero agitate da una piccola frangia sassarese con appendici nuoresi e oristanesi che organizzò contro il Partito congressi «itineranti» e partecipò, non invitata, provocatoriamente vociante e rumoreggiante, al Congresso, nel chiaro intento di determinarne il fallimento. Fallì il loro tentativo.
    Fu un brutto Congresso, quello del 1976, travagliato anche da incidenti tecnici che crearono irrequietezza negli amici presenti. Pur tuttavia va riconosciuto ad esso il merito di aver fatto segnare, per il lavoro svolto dalla Commissione appositamente costituite e segnatamente di quella che aveva il compito di revisionare lo Statuto, un ulteriore passo in avanti nella definizione del ruolo del Partito.
    Del dopo Congresso 1976 ho già detto, ma vorrei aggiungere che il Partito ha ultimamente ancor più caratterizzato la sua azione politica, partecipando in maniera determinante alla raccolta delle firme per la proposta di legge popolare sul bilinguismo e presentando in Senato il disegno di legge Mario Melis per la istituzione della zona franca nel territorio della Regione Autonoma della Sardegna, proposta che segue quella già presentata alla Camera da Michele Columbu e al Consiglio Regionale da Titino Melis.
    Sono momenti qualificanti che accentuano l'interesse sul prossimo Congresso del Partito che sarà pertanto assise della massima importanza politica, anche per le decisioni che dovranno essere sicuramente prese.
    Ai dirigenti, ai sardisti tutti saper cogliere il momento politico, saper interpretare le tensioni che salgono da un popolo che vuole recuperare con la propria identità, il diritto, finora negatogli, di vivere libero.

  4. #4
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    Predefinito

    A seguire, le tre mozioni presentate:

    Mozione N° 1 - MOZIONE SULCIS
    Mozione N° 2 - "CON ALTRI MEZZI E PER ALTRI SCOPI" (della Federazione di Oristano).
    Mozione N° 3 - MOZIONE SARDISTA (della Sezione di Cagliari “Titino Melis” ed altre).

  5. #5
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Mozione Sulcis.

    MOZIONE N° 1

    MOZIONE SULCIS

    Nella mozione che il Sulcis presentò al XVIII congresso del Partito, sardo d'azione una frase: "La storia in Sardegna si ripete ... ", fu tale da provocare una polemica fra intellettuali sardisti e non. Un attento esame porta a ampliare lo sguardo verso i problemi sociali ed economici che oggi come ieri decidono le sorti dei popoli.
    Si constatò che la storia è sempre stata scritta dai potenti e che l'esaltazione della Roma imperiale serviva a giustificare la prepotenza che pochi uomini esercitavano su tutti gli altri, ai quali veniva tolta la libertà per potersi servire della loro forza muscolare per eseguire i lavori più massacranti: erano gli schiavi. Oggi non esiste popolo che non condanni lo schiavismo, ma esiste la forza-lavoro che serve al capitalismo per produrre il plus valore. Intere popolazioni vengono lasciate in condizioni di sottosviluppo per potersi servire della loro "persona" quando il capitalista necessità di braccia per acquisire ricchezza.
    I sardi non sfuggono a questa legge, la loro terra si estende al centro del Mediterraneo per 24.000 Kmq., è potenzialmente ricca, ha un clima invidiabile, ma essi sono poveri e pochi, nei villaggi ci sono solo i vecchi, le donne (vedove bianche) e i bambini; i giovani sono stati deportati dal capitalismo verso altre terre.
    Noi siamo ottimisti e pensiamo che in un futuro non lontano gli uomini condanneranno il periodo storico in cui esisteva la deportazione dei sardi e non crederanno che in una terra come la Sardegna esistesse la miseria. Ma questo si potrà avverare solo se il sardismo riuscirà a entrare nella coscienza dei sardi e ciò dipenderà dal modo con cui il P.S.d'Az. saprà porsi nei confronti dei
    grossi problemi che assillano la Sardegna. Nel nostro Partito è ormai da anni che si vive solo di ricordi e di saltuari fuochi di artificio. In questi ultimi anni la segreteria non ha mai funzionato e non è stata in grado di dare una linea politica al Partito, ha sfogliato solo la fatidica margherita: intesa si, Intesa no! Si è vissuto al carro degli avvenimenti creati dagli altri e non si è stati in grado di provocarli. E' necessario indossare il saio dell'umiltà, non nei confronti di partiti italiani come il PCI, ma nei confronti dei movimenti sardisti esistenti nell'Isola. La dialettica in tutte le branche della scienza ci ha portato sempre alla ricerca della verità. La dialettica con i movimenti sardisti ci avvicinerà sempre di più alla liberazione dal colonialismo a cui lo strapotere capitalista da tanto tempo sottopone la Sardegna. Gli altri sardisti sono i nostri veri compagni, andiamo al di la dei personalismi e proponiamo una nostra analisi della situazione socio-culturale della nostra isola.
    Il nostro primo punto deve essere l'attuazione dell'AUTONOMIA STATUALE, de ve essere il primo punto di dibattito e di attuazione per i sardi di una rivoluzione culturale finalizzata verso il socialismo, non di Craxi, non di Berlinguer, ma della libertà dei sardi.
    L'analisi della situazione economica non può poi prescindere dal problema energetico, dalla constatazione che l'80 % dell'energia prodotta in Sardegna è assorbita dai cosi detti poli di sviluppo che assorbono denaro pubblico e pompano disoccupati.
    L'agricoltura consuma il 2,5 % di energia, la quale proviene dalla combustione del petrolio e non dal nostro carbone.
    Le nostre miniere di carbone potrebbero occupare duemila unità lavorative e ci porrebbero in condizioni di vera e propria autonomia energetica; ma questo la borghesia capitalista e compradora non lo vogliono, si esaurirebbe soprattutto nel Sulcis la fonte della forza-lavoro. Infatti vediamo l'ENI, che sostituisce degnamente l’Egam, impegnarsi in ricerche giacimentologiche in Australia e trascurare completamente le nostre miniere. La Supercentrale viene anzi smantellata dagli impianti atti a farla funzionare a carbone per destinarli verso centra li del continente.
    L'uranio con la centrale CANDU pende sulla nostra testa e allora anche la schiavitù militare sarà completa. In una tale prospettiva, ove la CEE, ci impone di estirpare anche i vigneti, che ruolo competerà alla stessa zona franca ammesso che ce la concedano? Diventerà, come l'Autonomia e il Piano di rinascita, il fatidico albero scosso dai sardi più poveri, mentre i più ricchi, sardi e non, con le mani libere e con ampi recipienti ne raccoglieranno i frutti.
    Da,questo congresso deve scaturire la volontà di superare questi trent'anni di falsa autonomia, di avvicinamento alle altre forze sardiste con le quali ci battiamo sui problemi culturali e con i quali ci dobbiamo battete per dare una dimensione industriale al mondo agro-pastorale, si deve dire no alle spinte individualistiche, dire no alle zone militari, dire no a nuove Coste Smeralde, e promuovere invece le basi per un turismo di massa. Dobbiamo dire no ad altre cattedrali nel deserto quali le industrie petrolchimiche, ma dobbiamo porci nelle condizioni di bonificare questi deserti con industrie manifatturiere che siano tali da sfruttare le materie prime di cui la Sardegna è ricca. Cosa si può dire infatti del no dell'EFIM per la seconda e terza lavorazione dell'alluminio a Portovesme? E pensare che se solo l'ENEL sostituisse il rame con l'alluminio nei cavi elettrici si risparmierebbe in poco tempo anche il 30 % nelle importazioni del metallo rosso. Ma nessuno se la sente di ledere gli interessi di Luigi Orlando che detiene l'impero dei rame in Italia.
    Una rigorosa analisi su questi punti deve portarci verso l'unità sardista e in questa analisi troverà la sua, giusta collocazione il potenziamento dei servizi sociali. Il primo banco di prova della unità sardista,saranno molto probabilmente le elezioni europee. Nella situazione attuale verso quale Europa inviteremo i sardisti a votare? Il XIX congresso può in tale situazione essere una data storica per l'intero popolo sardo, che spera di essere ancora una volta unito al grido di FORZA PARIS!

  6. #6
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    Predefinito "con Altri Mezzi E Per Altri Scopi".

    MOZIONE N° 2
    (Presentata dalla Federazione di Oristano)

    "CON ALTRI MEZZI E PER ALTRI SCOPI"


    Il XIX Congresso del Partito sardo d'azione convocato in Oristano nei giorni 13 e 14 Gennaio 1979 (poi rinviato al 3 e 4 febbraio)

    PREMESSO
    che la Sardegna è vittima di uno sfruttamento plurimillenario di cui è attuale espressione il colonialismo esercitato dallo Stato italiano, il quale porta avanti un chiaro progetto di liquidazione dell'identità nazionale del popolo sardo, per fare della nostra isola un enorme campo militare, delimitato da porcopoli e cloache industriali e da qualche oasi turistica in mano agli speculatori

    RICORDATO
    che sin dalla sua fondazione, avvenuta come maturazione della tragica esperienza della guerra del '15-18, in cui i sardi furono mandati al macello per difendere gli interessi dei loro colonizzatori, il Partito sardo d'azione lotta per il diritto all'autogoverno della Nazione Sarda, lotta che si inserisce nel m-ai spento combattimento storico del nostro popolo per la sua libertà e indipendenza

    AFFERMA
    essere la Sardegna una nazione annessa e colonizzata; essere il Partito sardo d'azione un movimento di liberazione nazionale e sociale

    INDICA
    nel conseguimento democratico e popolare dell'indipendenza nazionale l'unica soluzione alla "QUESTIONE SARDA".

    RICONFERMATO
    il principio sardista del FEDERALISMO, nel cui ambito soltanto può trovare applicazione il diritto della Sardegna all'indipendenza,

    CONTRAPPONE
    alla Alleanza e alla Reazione degli Stati imperialisti e delle loro caste dominanti, l'unità rivoluzionaria dei popoli e delle classi oppresse in lotta perla loro liberazione nazionale e sociale,

    SI PRONUNCIA
    per la costituzione di una Europa federale in cui la Sardegna sia indipendente al pari di tutto le altre nazioni.

    CREDE FERMAMENTE
    che il SARDISMO in quanto ideologia di liberazione nazionale e sociale, pur dovendosi realizzare in Sardegna su basi storiche diverse e con forme, modi e adeguamenti suggeriti dalla realtà sarda, non può, come anelito all'abolizione di ogni tipo di sfruttamento (di un uomo su un altro uomo, di una classe su un'altra classe, di un sesso su un altro sesso, di un popolo su un altro popolo), esaurirsi nell'ambito sardo e neppure italiano e europeo, perché ha, per sua natura, respiro universale e necessità di operanti solidarietà internazionali e perciò auspica la piena libertà di tutte le nazioni oppresse come premessa di una nuova e migliore organizzazione politica e sociale nel mondo.

    RITENUTO CHE IL PARTITO SARDO D'AZIONE
    pur sentendosi vicino come programma sociale ai partiti della sinistra italiana, non ne può condividere, e anzi ne critica, il forte spirito centralizzatore e denuncia altresì l'ostilità da loro finora dimostrata al riconoscimento giuridico della nazionalità sarda;

    IMPEGNA IL PARTITO
    a riproporre sul piano statale la formazione di movimenti politici e sindacali, autonomi e federati, per sviluppare il disegno sardista della trasformazione in senso federale dello Stato Moderno e della costruzione di una società in cui il libere sviluppo di ciascuno sia condizione necessaria per il libero sviluppo di tutti.

    IL PARTITO SARDO D'AZIONE FA APPELLO
    a tutte le forze anticolonialiste e progressiste sarde perché, sotto il simbolo dei Quattro Mori si affrontino nell'unità sardista, i futuri impegni di lotta e ritiene irrinunciabile la presentazione di lista propria per il prossimo rinnovo dei Consiglio Regionale Sardo.

    IL CONGRESSO INOLTRE
    considerato che la tutela prioritaria degli interessi del popolo sardo rende più che mai attuale e indispensabile la funzione storica del Partito sardo d'azione,

    INDICA
    nell'alternativa sardista l'unica via politica, economica, e culturale valida per conferire al quadro politico isolano 1a capacità di incidere, travolgendole, nelle barriere centraliste e colonialiste che lo Stato e i partiti italiani oppongono al libero sviluppo del popolo sardo.

    IL CONGRESSO PERTANTO
    dà mandato agli organi direttivi del Partito di promuovere tutte le iniziative politiche e legislative atte a conseguire, sempre nella prospettiva finalistica della federazione europea,
    1) la revisione dello "Statuto speciale" e la trasformazione in senso federale delle strutture dello Stato italiano;
    2) la fine del monopolio radio-televisivo e realizzazione di una politica d'informazione espressione dei reali bisogni di liberazione nazionale del popolo sardo;
    3) la precedenza, nell'attribuzione dei posti di lavoro, da quelli dirigenziali a quelli di ogni ordine e grado, sia nel campo della pubblica che della privata amministrazione, ai sardi e a coloro che risiedono effettivamente in Sardegna da almeno dieci anni;
    4) una industrializzazione conforme alle caratteristiche socio-economiche della realtà sarda e rispondente alle scelte delle popolazioni interessate:
    5) la restituzione alla comunità sarda della disponibilità e gestione di tutte le fonti energetiche, minerarie e del sottosuolo; la ricerca delle fonti alternative di energia;
    6) la competenza primaria in materia di trasporti interni e la costituzione di un Ente pubblico sardo per i trasporti e collegamenti da e per l'Isola;
    7) l'istituzione in Zona franca del territorio della Sardegna;
    8) la riforma radicale del collegamento finanziario e tributario tra lo Stato e la nazione sarda che, articolandosi e sviluppandosi in seconda linea tra la Nazione sarda e le sue province, porti a un nuovo e più equo sistema di giustizia fiscale;
    9) la formazione di un testo unico di legislazione turistica che elimini la colonizzazione e la speculazione dei privati e che permetta invece la promozione e la gestione di un turismo collegato al territorio;
    10) una incisiva riforma agraria tendente alla costituzione di un ampio demanio locale della terra da utilizzarsi per la formazione di moderne aziende agrarie e pastorali ottimali, da assegnare prioritariamente alla gestione collettiva di cooperative di lavoratori agricoli o a contadini e allevatori singoli o associati che rivelino capacità e volontà produttiva;
    11) un'organica politica di tutela, incremento e modernizzazione della pesca, con conseguenti impianti di produzione, conservazione e trasformazione dei prodotti ittici;
    12) l'abolizione della pesca del corallo;
    13) il riconoscimento della lingua sarda come lingua ufficiale, assieme all'italiano, della Sardegna; l'insegnamento del sardo nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché della storia, della cultura e delle tradizioni della Sardegna;
    14) creazione di una Università popolare in lingua sarda;
    15) espulsione di ogni genere d'installazione militare nell'Isola.

    Con questi propositi di lotta per l'ottenimento della vera indipendenza, quella che restituisca la Sardegna a tutti i sardi e ponga la nostra isola al passo con l'umanità che progredisce, in una fraterna federazione di popoli liberi, il XIX Congresso si ricollega idealmente alla tradizione democratica, anticolonialista e antifascista del Sardismo e fa appello a tutti i militanti perché con rinnovata fierezza siano essi stessi i protagonisti in prima fila nella battaglia patriottica per la liberazione nazionale e sociale del popolo sardo.

    FORZA PARIS!

  7. #7
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    Predefinito Mozione Sardista.

    MOZIONE N° 3

    (La Mozione, presentata dalla Sezione di Cagliari e sottoscritta dalle Sezioni di Capoterra, Decimoputzu e Serramanna, nonché dai Nuclei della Trexenta, si ispira alla 'LETTERA DI GIOVANNI BATTISTA MELIS AI SARDISTI' del 12 agosto 1975)


    MOZIONE SARDISTA


    ILXIX Congresso del Partito sardo d'azione, svoltosi in Oristano nei giorni 13 e 14 gennaio 1979,

    CONSTATATA
    l'assoluta, colpevole incapacità costituzionale dei partiti politici di matrice esterna al territorio, alla storia, alla tradizione, alla cultura, alla mentalità stessa dei sardi, di difendere gli interessi della Sardegna e sollevare il popolo sardo dallo stato coloniale cui è stato relegato:

    RIVENDICA
    al P.S.d'Az. la prerogativa di unica formazione politica idonea a tutelare gli interessi presenti e futuri della nostra Isola e di tutti i sardi.

    RIAFFERMA
    solennemente la validità dell'enunciato dello Statuto all'art. l°, che per chiarezza si ripropone:
    "Il Partito sardo d'azione è una libera associazione di coloro i quali vogliano costituire una forza politica allo scopo di realizzare il progresso sociale e economico del Popolo sardo e si propongano di condurre la Sardegna alla AUTONOMIA STATUALE, nell'ambito di un PATTO FEDERATIVO con la Repubblica italiana e nella prospettiva di una CONFEDERAZIONE EUROPEA E MEDITERRANEA delle regioni e delle etnie".

    INTERPRETA
    l'Autonomia come Sovranità della Sardegna, con la disponibilità, libera e indipendente, per il popolo sardo, delle sue proprietà e ricchezze naturali, del suo territorio, dei suoi redditi, dei suoi rapporti commerciali, della sua cultura, delle sue tradizioni, della sua identità.

    IN UNA SARDEGNA SOVRANA CON L'AUTOGOVERNO:

    AFFERMA
    con forza il principio, sancito dallo Statuto, della libera partecipazione dei lavoratori alla gestione, al controllo e alla proprietà dei mezzi e delle iniziative di produzione, affinché, nel quadro di una economia razionalizzata, si determini l'equa distribuzione del reddito prodotto e si apra la via a una graduale e pacifica evoluzione della società sarda verso un avvenire nel quale i lavoratori, per libera scelta anche associati o detentori del capitale, siano coinvolti nelle attività produttive.

    RIFIUTA
    per il Partito ogni. e qualsiasi sua strumentalizzazione come pedina nel gioco di altre formazioni, = lo rilancia e lo ripropone come autonomo protagonista di una politica tesa allo sviluppo e alla crescita sociale e civile della Sardegna, impegnandolo a presentarsi con liste proprie alle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale Sardo.

    RIVENDICA
    al Partito sardo d'azione, il ruolo di forza politica democratica,indipendente e progressista, capace di solidarizzare e coagulare in una piattaforma comune il più ampio arco di forze sensibili all'esigenza di una presenza marcatamente sardista nel contesto della Società, in una Europa dei popoli e non degli stati.

    INDICA
    nelle lotte democratiche e unitarie di massa e nella partecipazione popolare alle attività pubbliche, gli strumenti per il raggiungimento degli obiettivi proposti, condannando con fermezza qualsiasi forma di violenza e terrorismo, del tutto estraneo alla nostra cultura e al nostro modo di concepire il vivere sociale e civile in libertà e democrazia.

    INVITA
    tutti i sardi a stringersi intorno alla bandiera dei "Quattro Mori" perché, in un'unica solidarietà, le popolazioni sarde si affranchino dai danni causati all'Isola dai partiti italiani in trenta anni di assoggettamento dell'Istituto Autonomistico a condizionamenti e interessi esterni.

    FORZA PARIS!

  8. #8
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    Seguono la Relazione della segreteria tenuta dal Coordinatore Carlo Sanna, e la Mozione conclusiva, tratte da un fascicoletto stampato a cura del Partito, subito dopo quel Congresso.


  9. #9
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    RELAZIONE DELLA SEGRETERIA TENUTA
    DAL COORDINATORE CARLO SANNA


    SARDISTI!

    Questo XIX Congresso viene a cadere in un momento particolarmente triste per la Sardegna. Per brevità e per non sembrare che sappiamo soltanto piangere sui nostri mali, evito qui di recitarvi un lungo elenco di ferite dolorose alle quali da qualche tempo se ne sono aggiunte altre più dolorose e più gravi,
    Ci dicono che ciò si verifica per effetto di una crisi economica inevitabile che investe molti paesi del mondo, e ci viene chiesto di avere pazienza, e di rinunziare, con patriottico spirito di sacrifizio, anche agli impegni già assunti dall'Italia, onde collaborare così al recupero delle forze di cui l'Italia ha bisogno; in altre parole, per contribuire con la nostra austerità al superamento della crisi economica. E ciò sarebbe nell'interesse comune dell'Europa e dell'Italia, e dunque della Sardegna.
    Se c'è ancora qualche imbecille che presta fede a simili discorsi, abbiate misericordia di lui, ma tenetelo d'occhio perché forse è pagato dal nemico per addormentarci e per consolidare i nodi dell'asservimento che offende il popolo sardo.
    Al pallone italiano che sale e che scende i sardi sono agganciati come zavorra, come sacchetti di sabbia che possono essere scaricati, quando occorre, o anche caricati a bordo in un ruolo indispensabile, però sempre come oggetti, come materia vile e priva di volontà.
    Perciò le crisi mondiali, o solo europee o solo italiane, hanno poco a che vedere col crescente malessere della Sardegna; perché la Sardegna è perennemente in crisi, rimane sempre emarginata, viene sempre tenuta fuori e messa a disposizione. Come un fucile o come uno sgabello, la Sardegna è utile in tempo di pace e in tempo di guerra; a volte fu persino ringraziata, persino esaltata con parole come "nobili popolazioni", "intrepidi sardi", "stirpe di eroi". Ma basta!
    Siamo rimasti totalmente estranei al "miracolo italiano" degli anni sessanta. Erano allora trascorsi, più o meno, quindici anni dalla conquista dell'Autonomia, eravamo ancora fiduciosi nella possibilità di un certo sviluppo economico, di un fenomeno lungamente auspicato, preparato, bramato dai sardi, un avvenimento che si dava per certo e che fu chiamato "rinascita", una parola solenne che presto doveva diventare una beffa. Oggi chi ripete questa parola senza ironia rischia di essere coperto di insulti! In quegli stessi anni del "miracolo economico" italiano, infatti, la Sardegna si spopolava, perdeva 300 mila unità lavorative, uomini e donne, per lo più giovani la meglio gioventù, per dirla con una vecchia canzone di guerra i quali, non trovando lavoro nell'Isola, alla spicciolata, a piccoli gruppi di familiari e di compaesani, a frotte sempre più numerose, si imbarcavano, coraggiosi ma tristi - la proverbiale tristezza dei poveri che si allontanano da casa - e affrontavano la ricerca di un lavoro sulla terraferma, come in un duro esilio, sia quando arrivavano in Francia, in Germania, in Belgio, sia quando si fermavano nelle bidonville e nelle coree di Genova, di Torino, di Milano, stranieri dovunque, anche in Italia, per costume, per cultura, per lingua.
    Questo accadeva negli anni delle orgogliose vacche grasse del capitalismo italiano, il quale però si arricchiva e si gonfiava a spese dei lavoratori, che avevano, allora, i più bassi salari d'Europa, mentre i lavoratori sardi in Sardegna, percepivano i più bassi salari d'Italia per effetto delle famigerate gabbie salariali. Anche questo fatto, assieme alla disoccupazione dovuta all'esodo dalle campagne e alle insufficienti iniziative industriali, allora come negli anni successivi, concorreva a stimolare quella massiccia emigrazione del nostro lavoro che negli ultimi anni ha toccato le 700 mila unità, una cifra assurda e mostruosa se riferita al totale della popolazione che la Sardegna si ritrova. Non senza ragione i sardisti hanno parlato di "genocidio bianco", di deportazione in massa, di tratta dei sardi nel secolo ventesimo.
    Dopo un'emorragia tanto imponente, sarebbe logico pensare che "i rimasti", cioè coloro che, sia pure faticosamente, hanno trovato un lavoro in Sardegna, possono guardare l'avvenire senza apprensioni. Ma non è così. anche il loro lavoro è quotidianamente in pericolo, e ogni tanto occorre scendere in piazza per evitare o almeno rinviare il fermo delle fabbriche e la chiusura delle aziende. Migliaia di operai sono in cassa di integrazione ormai da tempo, e non hanno serie speranze di riprendere il lavoro. La paura cresce, diventa disperazione e rabbia che stanno forse per tradursi in manifestazioni di violenza senza precedenti; forse l'esodo dei sardi non è finito, ma dovranno dirigersi verso terre sempre più lontane, giacché l'Europa non basta più: l'Europa ha i suoi problemi!
    Il Partito Sardo d'Azione, nel momento in cui si schiera in difesa dei lavoratori in pericolo, non può dimenticare gli esclusi dal lavoro, i sottoccupati, i precari, le donne, i giovani che premono alla ricerca di una prima occupazione. Ma la lotta deve essere unitaria, non categoriale e non corporativa, se si vogliono conseguire risultati rassicuranti.
    I sardisti denunziano le gravissime responsabilità di coloro che deliberatamente hanno sacrificato gli interessi della Sardegna; così pure denunziano le responsabilità, quasi altrettanto gravi, di coloro che non hanno avuto il coraggio di opporsi, pur rendendosi ,conto del danno. La nostra denunzia, pertanto, non riguarda solo l'insensibile classe politica italiana ma anche la classe politica sarda, sia quella che si ritrova nelle varie Giunte regionali, sempre più deboli e sfiatate nei confronti dei governi romani, e sia quella che ormai tradizionalmente chiamiamo dei "partiti con la I". Ognuno infatti riconosce l'ingiustizia che soffrono i sardi ma nessuno è in grado di determinare scelte politiche riparatrici in seno al Governo italiano, nel Parlamento e presso le Segreterie nazionali dei partiti. Bisogna tuttavia ammettere che anche dalla "disciplinata" classe politica sarda, sempre più spesso prorompe qualche voce impaziente; e qualche giudizio severo e di intonazione sardista sembra preludere, chissà, alla ribellione. Queste voci, riprese ogni tanto da qualche organo di stampa cominciano a risuonare all'interno dei sindacati. Con viva soddisfazione, noi prendiamo atto di queste nuove proteste benché timide e solitarie, nella speranza che diventino ferme e corali. Ma forse sbagliamo e la valutazione più rispondente al vero è quella dei governi italiani.
    Una lunga esperienza assicura i governi italiani che in Sardegna non può succedere nulla. Banditismo a parte, i Sardi sono civili e pazienti fino al sacrificio; morrebbero, e morranno, di sete e di fame, piuttosto che tirare un sasso al potere costituito, un potere in apparenza democratico ma, in sostanza, tirannico. I governi italiani sono tranquilli per quanto riguarda i sardi. La Sardegna può essere occupata da armi e da armati americani. inglesi, tedeschi e del corno della forca per oltre 200 mila chilometri quadrati, come se fosse un'isola deserta, una nuova terra di nessuno appena avvistata da un avventuroso navigatore. E sembra davvero così: nessuno viene preavvisato di questi sbarchi massicci, nessuno si oppone seriamente, né il Consiglio regionale né la Giunta, perché sono provvedimenti superiori, lontani, autoritari e la classe politica sarda non osa rendersi conto che avrebbe il diritto - forse anche agli occhi degli americani - non solo di formulare qualche debole protesta, ma anche di proibire, diciamo proibire, queste mutilazioni dell'Isola. Tutt'al più, quando accade il fattaccio, qualche Presidente della Giunta più coraggioso degli altri avanzerà la raccomandazione che i piloti della Nato, per favore, stiano, più attenti.
    Ma i sardi sono patriottici e democratici e lasciano bombardare le spiagge, si lasciano arrivare i missili sulle aie del Campidano, lasciano mitragliare i pescatori di Capo Frasca, come se tutto questo accadesse in qualche sperduto lembo del Continente antartico.
    La Giunta regionale è democratica, autonomistica e patriottica; la Giunta regionale è sempre fedele e governativa; come i prefetti! Tutti i partiti in Sardegna sono democratici e autonomistici, come essi si definiscono, ma soprattutto sono patriottici. Perciò gli interessi governativi prevalgono sempre e gli interessi dell'Isola vengono difesi solo con qualche dichiarazione di buona volontà.
    Come possiamo dimenticare, per esempio, che un famoso o.d.g. voto del Consiglio regionale, ispirato, proposto, illustrato dai sardisti, ma solennemente approvato all'unanimità dall'Assemblea, fu reso inutile dalla risposta lapidaria, e forse distratta, del Ministro Pieraccini? "Terremo conto" disse allora il socialista Pieraccini, due parole che in linguaggio ministeriale significano: "Non ce ne frega niente! ".
    Quale solidarietà ottennero in quell'occasione dalle loro potenti segreterie nazionali i democristiani sardi, i comunisti sardi, i socialisti sardi eccetera? Non ottennero nessuna solidarietà per la Sardegna, né in quell'occasione né in numerose altre circostanze. La verità è che i partiti patriottici saranno anche autonomistici, ma veramente autonomistici non sono mai stati e non sono, essendo essi stessi privi di autonomia. Perciò la gestione dell'autonomia è stata condotta con quello spirito fiacco e privo di fantasia che caratterizza i governi locali delle colonie; perciò non ha prodotto né rinascita, né benessere: ha bensì prodotto i disastri che sappiamo.
    Ciò nonostante si è pensato bene di celebrare il 30° anniversario dell'Autonomia. E forse era giusto ricordare e celebrare una conquista che, sul piano istituzionale, conserva tutta la sua importanza storica, ma non fu certamente giusto escludere il Partito Sardo d'Azione dal Comitato appositamente costituito per iniziativa regionale. li Partito Sardo alla medesima stregua del MSI, soltanto perché, dopo la scomparsa di Titono Melis, nel Consiglio regionale mancavano rappresentanti sardisti!
    Si sono esaltate due figure di uomini politici scomparsi, uno comunista e uno democristiano, entrambi intelligenti e degni di rispetto, ma tardo - autonomista il primo e tardissimo, molto tardo, quasi di ieri mattina, il secondo, laddove si è parlato ben poco, o nulla, dei grandi sardisti che furono propugnatori dell'Autonomia anche nei tempi in cui si poteva essere trafitti e uccisi da una lancia di bandiera fascista, come accadde a Efisio Melis; o essere bastonati e vedere le proprie case incendiate, come accadde a altri sardisti autonomisti; o essere bastonati, e assistere alla devastazione della redazione del nostro giornale, IL SOLCO, poi essere arrestati, come accadde al sardista Anselmo Contu; o essere mandati in galera sotto l'accusa di complotto contro il re d'Italia, come accadde a G.B. Melis, perché repubblicano, sardista e autonomista, come accadde a Cesare Pintus, che fu condannato a dieci anni di carcere che scontò interamente, e fu sottoposto a terribili sofferenze che gli minarono la salute e infine gli tolsero precocemente la vita; e non parlo dell'autonomista Dino Giacobbe e di quanti, come lui, furono costretti all'esilio e anche in esilio combatterono per la libertà di altri popoli; e tanto meno dovrei ricordare Emilio Lussu, le cui vicende e la resistenza alla dittatura, per il sardismo e per l'autonomia di quest'Isola, sono note anche fuori dalla Sardegna, in Italia e al di là dai confini italiani.
    Non avrei dovuto avventurarmi in una elencazione di uomini e di momenti emergenti della nostra lotta per l'autonomia, perché quest'elenco, che può sembrare lungo, è immensamente incompleto, sia perché molti cori del sardismo sono rimasti oscuri e sia perché ho fretta di venire ai punti essenziali di questa relazione.
    Noi siamo qui, infatti, per fare delle commemorazioni e per vivere di ricordi. Senonché, quando le celebrazioni ufficiali del 30° anniversario dell'Autonomia, o per superficialità imperdonabile o per meschini calcoli di cui è meglio non parlare, con un colpo di spugna tacciono o comunque evitano di mettere nella giusta evidenza le radici tutte sardiste dell'evento politico che intendono ricordare, quando si arriva all'esclusione del nostro Partito dal Comitato che elaborò il programma celebrativo, diciamo francamente che si offende con rozzezza la storia, si deruba e si impoverisce tutto il popolo sardo, e stupidamente, in definitiva, ci si da la zappa ai piedi e si fa opera di autolesionismo.
    Poi si lamenta la flessione di quel sentimento che costituì la grande spinta alla conquista dell'Autonomia, e magari in mala fede, si esprime meraviglia davanti alla caduta della tensione autonomistica. Ma perché sorprendersi quando per anni, con l'appoggio di qualche falso intellettuale, si è tentato di relegare il sardismo nel folklore, ingiustamente inteso come subcultura?
    Non si pretende originalità a tutti i costi, non si vogliono rivendicare sciocche primogeniture; tuttavia il Sardismo rimane un glorioso fatto storico inserito, con tutte le carte in regola in quel movimento politico, indomabile e moderno, dei popoli oppressi che in tutto il mondo, con lotte particolari ma idealmente vicine e unitarie, respinge ogni sfruttamento fondato sulla violenza delle armi o dell'imbroglio, come respinge ogni forma di colonialismo e rompe un forzato isolamento.
    Perciò il Sardismo è una conquista consapevole e qualificante che innalza il popolo sardo al livello dei popoli che oggi combattono per il progresso e per la libertà, contro le gabbie dei falsi patriottismi, dei secolari pregiudizi imposti dai dominatori, della fedeltà autolesionistica e contraddittoria.
    Altro che folklore, altro che danza rituale di rozze popolazioni cavernicole!
    Semmai, nella sostanza, proprio questo ingiusto giudizio testimonia la sopravvivenza di mentalità cavernicole e corrotte, sotto i travestimenti della più superficiale e presuntuosa cultura moderna.
    Il sardismo è un glorioso fatto storico che si inserisce, con tutte le carte in regola, in quella grande cultura politica universale che a tutti i popoli vuol rivendicare diritti di eguaglianza; perciò il sardismo è una conquista consapevole e qualificante che innalza il popolo sardo al livello di tutti i popoli del mondo che oggi vogliono portarsi al livello detta società umana più evoluta e più progredita. Altro che folklore inteso come danza rituale di rozze popolazioni cavernicole!
    Semmai nella sostanza, è proprio questo ingiusto giudizio che testimonia sopravvivenza di mentalità cavernicole e corrotte, sotto i travestimenti della più superficiale e presuntuosa cultura moderna.
    Pertanto non ci stanchiamo di invitare i distratti e i superficiali a ripensare e a comprendere il valore profondo, civile, morale e politico del sardismo, e a considerare che senza la resistenza del Partito Sardo d'Azione questi valori sarebbero perduti e il popolo sardo, così impoverito, dovrebbe ancora e chissà quando riscoprirli.
    Questo è il grande merito del Partito Sardo: noi abbiamo conservato viva la scintilla del sardismo in situazioni disperanti; e ora questa nostra cultura noi la proponiamo all'attenzione sincera e rigorosa di chi voglia svilupparla e non siamo gelosi della sigla che si chiama Partito Sardo d'Azione che è aspetto importantissimo, ma puramente formale del nostro programma. Siamo però fermi e intransigenti difensori dei valori sostanziali del sardismo.
    Per questo motivo apriamo volentieri tutte le porte a coloro che riescono a cogliere, anche intuitivamente, lo spirito della nostra ideologia e sono disposti a unirsi a noi, per una ricerca nell'intento di una sua definizione sempre più chiara e più efficacemente produttiva sul piano politico. Affinché la Sardegna sopravviva, non soltanto per sé, ma per quanti nel mondo, come i Sardi nella loro terra, aspirano a giustizia sociale, a civiltà, a progresso, a libertà.
    Ma i Sardi tendono a collocarsi ai margini del mondo guardando gli altri paesi e gli altri popoli come a sacri modelli dai quali bisogna attingere la verità. Si direbbe che i Sardi, sotto il peso delle lunghe dominazioni, abbiano smarrito il rispetto di se stessi e soffrano di un paralizzante complesso di inferiorità. Così pensano di riscattarsi imitando fanciullescamente i padroni.
    I nostri bravi scrittori di politica, di sociologia, d'arte e di storia, fra i quali certamente vi sono intelletti onesti e vigorosi, ' a noi talvolta sembra che siano condizionati o addirittura asserviti a metodologie di ricerca e di giudizio che essi hanno subito acriticamente nell'ambito della scuola della cosiddetta "grande cultura".
    A questi nostri bravi scrittori non rimproveriamo certo di innalzarsi alle cime più eccelse del sapere - anzi h lodiamo e ne siamo orgogliosi - rimproveriamo bensì che dall'alto delle loro cime, a volte da modeste collinette, guardino con troppo distacco, indifferenza e persino disprezzo verso le valli nelle quali abita la numerosa gente esclusa da quella cultura e impegnata a risolvere i difficili problemi quotidiani della vita. E' inutile aggiungere che un simile atteggiamento è nemico di ogni autonomia.
    Da questo Congresso invitiamo gli intellettuali sardi, che non siano già nell'area sardista, che ancora non sentano la forza viva del sardismo, a farsi più vicini alla gente, come noi, per esempio, per cercare di comprenderla con simpatia, e a servire con maggiore impegno e umiltà la nobile causa della Sardegna, che è principalmente impostata su una nuova e più coraggiosa cultura cioè su una cultura rivoluzionaria.
    Un simile invito non solo può cadere nel vuoto ma rischia di suscitare qualche sorriso canzonatorio fra coloro che sottovalutano la nostra sgrammaticata serietà. Tuttavia il Partito Sardo d'Azione mantiene l'invito se non altro per testimoniare il suo non incolto apprezzamento dei valori culturali.
    Se per caso c'è del vero, ma c'è solo superficialità e cattiveria, nella accusa che ci è stata rivolta, secondo la quale i sardisti, anzi i neo-sardisti, penderebbero dalle volte buie dei nuraghi, come farfalle notturne, ebbene, domandiamo ai sacerdoti della grande cultura se non abbiano anch'essi qualche responsabilità per averci sospinto, magari involontariamente, verso una tale condizione nel momento in cui ci abbandonavano e rivolgevano il loro interesse a neutrali problemi scientifici appoggiandosi, però, a terrapieni politici assai più sicuri delle incerte e faticose battaglie che noi offrivamo e tuttora offriamo.
    Essere sardisti è veramente molto difficile: la via del sardismo è stata scomoda e aspra e non ci illudiamo che le future lotte per l'Autonomia siano più facili. Siamo stati autonomisti e continuiamo a esserlo, però oggi, dopo l'esperienza degli ultimi trent'anni, miriamo decisamente più in alto e affrontiamo il problema in modo radicale.
    E' vero che una riforma potrebbe restituire un certo vigore all'attuale Statuto regionale - pert2nto siamo favorevoli anche a questo, nei tempi brevi - ma finché dura l'ingerenza diretta e sempre nemica del Governo italiano anche uno Statuto riformato servirebbe poco e non garantirebbe in nessun modo la libertà che ci proponiamo di conseguire.
    Per questo miriamo all'indipendenza della Sardegna e alla costituzione della Repubblica dei Sardi.
    Ci si domanda quale repubblica. E' detto nell'art. 1 del nostro Statuto, si tratta di una repubblica democratica "nell'ambito di un patto federale con la repubblica italiana e nella prospettiva di una confederazione europea e mediterranea delle regioni e delle etnie". Sono parole dello Stato.
    Ci si domanda ancora quali saranno i contenuti sociali della Repubblica dei Sardi: la risposta corretta è che i contenuti se li darà, nell'assemblea costituente, il popolo sardo quando avrà saputo portare a termine una impresa tanto difficile ma giusta e perciò nient'affatto impossibile.
    Quanto a noi del Partito Sardo, ripetiamo ancora una volta che siamo socialisti e ci batteremo per l'attuazione dell'art. 4 del nostro Statuto. Per brevità non ve lo leggo, ma chi non lo conosce lo legga al più presto e ne mediti attentamente la portata. Non ci rifacciamo a esperimenti socialisti già in atto, perché siamo certi che non esistono formule precostituite e buone per tutti i paesi (oggi lo si ammette da ogni parte). Non richiamiamo neppure i grandi teorici del socialismo, né Marx, né Engels, né Lenin, né Gramsci; però non ne ignoriamo l'immenso valore e il contributo alla storia del nostro tempo. Ripensando a Mao e al grande popolo cinese, aggiungiamo che la "rivoluzione culturale" ci affascina in modo particolare. Anche il popolo sardo infatti ha bisogno di una profonda rivoluzione culturale, sia per conquistare la sua vera autonomia, cioè l'indipendenza, e sia per darsi le strutture politico - sociali più moderne e più confacenti alla sua storia, alla sua economia, alla sua insularità.
    Frattanto ci batteremo per l'istituzione della Zona franca. Non mi posso dilungare su questo tema che richiederebbe un dibattito a parte. La proposta di legge, come sapete, è all'esame delle Commissioni in Parlamento. In Sardegna ottiene già un grande successo di opinione che è destinato a diventare sempre più grande e pressante. Se le forze politiche presenti in Sardegna vorranno, se il popolo sardo vorrà, il Parlamento non potrà opporsi. Che Cosa, può rispondere il Parlamento italiano? Che la nostra rinascita non è fallita? E' fallita nonostante gli impegni più solenni assunti dallo Stato. Può forse negare che il divario economico fra Nord e Sud non è cresciuto e che fra Italia e Sardegna non è diventato un abisso che sta per inghiottirci?
    L'istituzione della Sardegna in zona franca è l'unica via possibile, a breve scadenza, per ottenere che i sardi trovino finalmente lavoro e ragioni di vita nella loro terra.
    Sto cercando di volare, ma vi prego di non stancarvi perché questa relazione, io credo, contiene le istanze fondamentali del Partito Sardo, così come voi le avete ispirate o indirettamente o direttamente attraverso le mozioni.
    E veniamo rapidamente ai due appuntamenti elettorali che ci attendono il 10 e il 17 del prossimo giugno.
    Il primo è quello delle elezioni per il Parlamento europeo. Gli elettorali sardi, come sapete, voteranno unitamente agli elettori siciliani. Non mi attardo a illustrare i pericoli di questa forzata unione, di questo nuovo sopruso.
    Mi preme invece denunziare subito un certo tipo di propaganda europeista strisciante che somiglia ad un tentativo di circumvenzione di incapaci. Secondo la propaganda a cui mi riferisco, e di cui avete letto, immagino, alcuni saggi nella stampa, non avrebbe, nessuna importanza la presenza dei sardi nel Parlamento europeo,, mentre sarebbe importante il fatto che, in virtù delle elezioni, entriamo in un clima europeistico. Ma figurati! Con simili storielle per gonzi ci hanno fregato nel 1847, anno della fusione, poi ci hanno portato alle guerre risorgimentali, alle guerre coloniali, alla prima guerra mondiale, al fascismo. Persino un'ala del Partito Sardo d'Azione, nel '23 si lasciò ingannare e credette che la rinascita della Sardegna l'avrebbero fatta i fascisti. Ma noi oggi non siamo disposti a credere che basti sentire nell'aria palpiti europeisti, nomi e parole d'oltralpe, per conquistare alla Sardegna il suo giusto posto nella cultura e nella economia dell'Europa. Non dimentichiamo infatti che in due secoli e mezzo di fervida attenzione alle voci e alle promesse piemontesi e italiane, e nonostante, la nostra leale partecipazione a tutte le pazzie guerresche, i sardi, non sono riusciti ad ottenere parità di diritti con gli altri cittadini d'Italia, come dimostrano le tasse più esose, i trasporti più difficili, l'agricoltura abbandonata, gli investimenti strozzati, un sistema bancario differenziato a nostro danno, la disoccupazione cronica e acuta e l'emigrazione in misura spaventosa.
    C'è una sola via per sentire anche in Sardegna sia il clima europeo e sia il clima italiano, ai quali, certo, aspiriamo sinceramente: questa via si chiama Unione o Confederazione europea delle nazioni naturali, o delle etnie, e per quanto ci riguarda più specificamente, l'abbiamo già detto si chiama Repubblica dei Sardi. L'indipendenza è la via che nel prossimo giugno porterà al Parlamento europeo 6 deputati del Lussemburgo con una popolazione di 350.000 abitanti; l'Irlanda del Nord, con la stessa popolazione della Sardegna, avrà 3 deputati, e la Groenlandia, con 50.000 abitanti, ne avrà uno. I sardi no; è probabile che i sardi non possano esprimere nessun deputato, come se non esistessero, e se anche ne mandassero due si tratterebbe -di deputati sardo - italiani, soprattutto italiani. Così dovremmo accontentarci di annusare da lontano, potete immaginare con quale profitto, il clima europeo nel quale si pretende che abbiamo fiducia.
    Tuttavia l'occasione si presenta estremamente propizia perché gli elettori sardi manifestino in modo fermo e chiaro tutta la loro disapprovazione non solo alla ingiusta legge elettorale e all'attentato che si fa all'Autonomia, cosiddetta speciale, della Sardegna, ma anche alla politica di rinvii e di tradimenti, nei confronti dei lavoratori sardi, che il Governo italiano ha fatto negli ultimi tempi in modo più sfrontato che mai, sempre confidando sulle nostre divisioni e sulla nostra debolezza. Questo atteggiamento del Governo, a prescindere dalla concessione di vasti territori dell'Isola alle forze della Nato, a prescindere da tutte le altre inadempienze, l'atteggiamento del Governo assume un tono di arroganza beffarda per bocca del Ministro Ruffini, che durante la sua recente visita in Sardegna, ha saputo dire le seguenti parole: "Non credo che gli insediamenti militari danneggino o procurino qualche noia ai sardi". Se questa non è la tracotanza intollerabile di un odioso colonialista, allora non so; forse il Ministro Ruffini è soltanto stupido, molto stupido. E davvero non è una cosa allegra né confortante appartenere a un paese che esprime ministri di questo livello.
    Il Governo e i suoi Ministri dimostrano soltanto disprezzo per i sardi, sia quando li chiamano "fedeli e nobili popolazioni", sia quando respingono le nostre più ragionevoli aspirazioni a lavorare e a vivere nella nostra isola; il governatore di Roma e i suoi ministri non credono agli ordini-del-giorno-voto del Consiglio Regionale sardo, non credono che anche il popolo più paziente del mondo possa perdere la pazienza. Non credono a nulla. Ecco perché i sardi, prima o poi dovranno dichiarare lo stato di legittima difesa e agire di conseguenza anche con manifestazioni clamorose di disubbidienza civile. Per ora, in occasione delle votazioni europee, proponiamo ai sardi una manifestazione democratica, forse ancora efficace in quanto testimonierebbe una impreveduta maturità degli elettori e sarebbe chiaramente premonitrice di posizioni presente in Sicilia (sia chiaro che nulla abbiamo da rimproverare ai siciliani e che una simile proposta non li danneggia e riguarda solo noi). Una lista unitaria non può che recare il contrassegno dei Quattro Mori, il quale è anche il simbolo della bandiera adottata dalla Regione Autonoma della Sardegna. Per motivi che non mi dilungo a illustrare, sembra che per la presentazione di una lista come quella che proponiamo sia necessario raccogliere 30.000 firme di elettori. Ove la proposta venga accolta dalle altre forze politiche, o anche solo da qualcuna, il problema sarà di facile soluzione. Si presenterebbe più difficile nel caso in cui restassimo soli. Ma siamo ben decisi a tentarne la soluzione anche da soli, certi come siamo che i sardi, nelle attuali circostanze, non ci negheranno 30.000 firme.
    Sempre che l'Assemblea approvi questo punto della relazione e voglia riportarlo nella mozione conclusiva del Congresso, il P.S. d'Az. si dichiara immediatamente disposto a far parte di un comitato, per delegazioni interpartitiche, in cui si proceda alla elaborazione di un comune programma elettorale e alla composizione di una lista. La proposta che sinceramente avanziamo, di là dai suoi possibili risultati sul piano elettorale, per noi è soprattutto una proposta di risveglio e di rilancio della ormai indebolita tensione autonomistica; in ultima analisi è la proposta di una esemplare manifestazione di concordia fra sardi - fatto nuovo nella storia che, senza nulla togliere alle singole forze politiche della lista comune, varrà a esaltare l'autonomia e a ottenere il rispetto di Governi centrali e di Ministri, quali che essi siano al potere in Roma nel prossimo mese di giugno. E' una grande occasione che non va perduta, perché non si presenta tutti i giorni; e ci viene offerta proprio dai nemici dell'autonomia che finalmente avranno commesso un errore nel sottovalutare la capacità che i sardi riscoprono di ribellarsi e di puntare concordemente alla difesa dei propri diritti.
    A una settimana di distanza dalle elezioni europee, il 17 giugno, ci saranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale sardo. Nessuna meraviglia se i partiti politici italiani non tanto guardano alle elezioni del Parlamento europeo quanto, con insolita attenzione, alle elezioni sarde. Ci separano ancora cinque mesi da quell'appuntamento e già è possibile percepire, a vari livelli politici, anche nella Penisola qualche segno di nervosismo apprensivo. Nessuna meraviglia, perché mai come questa volta le nostre elezioni avranno un valore indicativo per tutta l'Italia. Un calo eventuale dei voti democristiani, per esempio, come già si è verificato nel Trentino e nella Venezia Giulia, avrebbe ripercussioni rilevanti, soprattutto di ordine psicologico, in tutto il territorio della Repubblica, e potrebbe segnare l'inizio di grossi cedimenti verso la fine del lungo imperio della D.C. La D.C., infatti, in oltre trent'anni di potere ha steso una vasta rete di interessi privati, sia grandissimi, a livello di organizzazioni economiche e di imprese nazionali o multinazionali, e sia piccolissimi, capillarmente, a livello di artigiani singoli, di contadini singoli, di autisti, di pastori, di albergatori, di posti di lavoro, di scuole autorizzate, di suore, di fraticelli, eccetera eccetera.
    Si può affermare che la D.C., in questa situazione, gestisce a proprio favore anche gli effetti più negativi del suo malgoverno, speculando sul malessere, sul bisogno, sull'insicurezza e sulla paura. Questo grande partito, che non sarebbe serio descrivere Come ! l'incarnazione di tutte le forze del male, poiché innegabilmente vi:! militano anche uomini di schietta onestà e animati dalle migliori intenzioni, questo grande partito, in realtà si è fatto prigioniero dei suoi stessi peccati, e non può vivere senza persistere nelle vie perverse del potere. Immancabilmente perciò, contro la D.C., quale che sia l'evoluzione culturale degli elettori e la loro capacità di resistere oggi in Sardegna ai tranelli elettorali, contro la D.C. gridano giusta vendetta i disastri economici, tangibili e concreti, i fallimenti, le industrie investite da venti malefici, la cassa integrazione, la disoccupazione - non solo giovanile e femminile - l'emigrazione, la violenza e l'insicurezza crescenti. Proprio per queste ragioni la D.C. si avventerà con tutte le sue forze nel nostro territorio nonostante la carenza dei trasporti, e nelle piazze dei più sperduti villaggi vedremo deputati democristiani venuti dal Veneto, dal Piemonte, dalle Puglie, Ministri democristiani parlanti, grosse artiglierie di calibro Fanfani, Donat Cattin, Zaccagnini, Emilio Colombo e forse Giulio Andreotti. Attorno a questi personaggi si muoveranno le salmerie e gli attendenti nostrani con carichi di pensioni arretrate, di contributi, di mutui bancari, promozioni e posticini. E soprattutto con molto denaro e molte promesse. Non crediamo s'intende che gli altri partiti, grandi o piccoli, purché siano in grado di gestire qualche quota di potere e di spendere abbondanti quattrini, non crediamo che stiano per comportarsi diversamente nel confronti del popolo sardo. Noi entriamo nella mischia senza altro strumento che il nostro sconfinato amore perla Sardegna ed il nostro grande coraggio. Al cospetto delle amarezze e delle ingiuste mortificazioni sofferte dai sardi, specialmente negli ultimi anni, davanti a una situazione che appare quasi disperata, al nostro amore si mescolano necessariamente anche sentimenti di sdegno e di orgoglio: forse abbiamo conosciuto anche ore buie e tristi, ma quelli che sardisti siamo rimasti, nella buona e nella cattiva sorte, non intendiamo arrenderci né cedere altro terreno.
    Abbiamo creduto nella lotta democratica: abbiamo creduto e crediamo ancora nella democrazia, combattendo per una causa giusta contro avversari armati di ogni sorta di strumenti: la stampa, il denaro, il potere. Abbiamo lottato lungamente per riscattare il -popolo sardo da una secolare condizione di emarginazione e di ingiusta sudditanza o, meglio, dalla sua condizione di colonia, come diciamo ora più propriamente. Non abbiamo ancora vinto questa immensa lotta, è vero, abbiamo perso certamente molte battaglie, siamo stati traditi e ci siamo ritrovati in pochi, è vero anche questo; ma è pur vero che il Partito Sardo d'Azione, di cui i nostri avversari più accaniti, con cinismo e incoscienza, celebrarono cento volte i funerali, non è morto.
    Del resto ci sono molti e chiarissimi segni della nostra riscossa. se i temi del sardismo ricominciano a circolare e si ritrovano persino sulle labbra dei nostri antichi avversari, ciò vuol dire che il sardismo si è fatto strada e ogni giorno conquista nuovi spazi. Siamo ben certi che i Sardi, nel prendere più chiara coscienza dei propri diritti, riconosceranno che la via da noi più volte indicata è l'unica via possibile del riscatto. In questo crediamo. Questa fede non ci è mancata neppure nei momenti più dolorosi. Per questo abbiamo potuto resistere e siamo sopravvissuti. Ora, sempre poveri e privi delle grandi risorse materiali necessarie nelle lotte politiche moderne, sentiamo rinascere l'impetuosità e l'ardore dei primi combattenti per il sardismo. Le ore buie resteranno solo un ricordo che collocheremo nella storia della nostra pazienza e della nostra attesa. Alle prossime elezioni regionali, il Partito, io credo, dovrà presentarsi col suo contrassegno tradizionale dei Quattro Mori. Smentiamo le voci tendenziose che hanno diffuso notizie diverse. Se questo volevano sapere i vari movimenti sardisti nati in questi ultimi anni, a volte in polemica con noi e tuttavia da noi considerati con rispetto, ecco, ora lo sanno, e non devono più parlarci di cedimenti e di inquinamenti della nostra ideologia. Se tanto basta per aprire la via a una chiara e leale unificazione di ogni sparso fermento sardista, il P.S. d'Az. ne è pienamente soddisfatto così come è pronto a porgere non una ma entrambe le mani ai compagni che finora ci hanno voluto guardare sospettosamente. Certo non è possibile chiederci abiure e pentimenti. Non siamo disposti a rinnegare la nostra storia, perché è stupido giudicarla col senno di poi e in un mutato contesto politico. Così pure bisogna smetterla di domandarci che assumiamo posizioni anticomuniste. E' ridicolo. Non siamo anticomunisti né antisocialisti. Se non risparmiamo frecciate neppure al P.S.I. e al P.C.I. quando parliamo, in senso stretto, di autonomia e di Sardegna, ciò non vuol dire che facciamo di ogni erba un fascio, mettendo insieme socialisti e fascisti, democristiani e comunisti e via dicendo. Ci mancherebbe altro! Anche per quanto riguarda la fallimentare politica regionale abbiamo sufficiente chiarezza politica per distinguere i diversi gradi di responsabilità.
    Per l'unificazione volenterosa del sardismo non vi può essere un'ora più opportuna di questa. Noi auspichiamo con tutto il cuore la formazione di un grande schieramento politico disposto a riprendere la lotta per l'autonomia della -Sardegna e smentisca per sempre il detto proverbiale che i sardi sono costituzionalmente e culturalmente incapaci di unione e che pertanto possono essere menati per il naso e ingannati per secoli.
    Caro Presidente, cari Delegati delle sezioni, cari Sardisti: non tutto è stato detto, né si è voluto né si sarebbe potuto dire in questa relazione; la quale io spero che sia, tuttavia, una stimolante premessa al dibattito.
    Quel che più conta è il fatto che oggi il Partito si ritrova qui, tutto risorgente e risorto, bello più che mai dopo 58 anni dalla sua fondazione, compatto e disposto a tutte le lotte per la liberazione della Sardegna.

    VIVA LA SARDEGNA, FORZA PARIS!

  10. #10
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    MOZIONE CONCLUSIVA
    DEL XIX CONGRESSO DEL PARTITO SARDO D'AZIONE




    L'ASSEMBLEA

    DEL XIX CONGRESSO DEL PARTITO SARDO D'AZIONE


    approva


    la Relazione politica della Segreteria generale.

    Sentite e largamente apprezzate le Mozioni congressuali dei sardisti di Oristano e di Cagliari; tenuto conto delle analisi politiche e dei vari contributi ideologici e programmatici offerti, nel corso dei dibattito, dai Delegati sardisti di tutta l'isola,

    approva

    la seguente Mozione conclusiva dei Congresso:

    Il Partito Sardo d'Azione conferma solennemente e rilancia la validità dell'art. 1 dello Statuto, in cui è indicato l'obiettivo dell' "autonomia statuale" della Sardegna. Per maggior chiarezza, il P.S. d'Az. dichiara di mirare alla costituzione di una Repubblica dei Sardi, libera, democratica, socialista; precisa che il "patto federativo" con la Repubblica italiana - di cui si fa parola nel medesimo articolo - è inteso come un primo passo verso una grande Federazione europea e mediterranea dei Popoli e delle Etnie e che il detto "patto federativo" non deve considerarsi indispensabile ove lo Stato italiano intendesse rifiutarlo.

    Il Partito Sardo d'Azione pone la Zona Franca, secondo le specificazioni del disegno di legge presentato al Parlamento italiano, come obiettivo urgente ma temporaneo e soltanto come strumento necessario per conseguire quella rinascita economica della Sardegna che non si è mai realizzata nonostante i ripetuti impegni dello Stato italiano; con l'istituzione della Zona Franca si vogliono sollecitare le più sane e più vigorose iniziative imprenditoriali capaci non solo-di offrire lavoro a tutti i sardi residenti e di risolvere in tempi brevi i loro problemi di sopravvivenza, ma anche di consentire a centinaia di migliaia di lavoratori emigrati il bramato ritorno in questa terra amara e amata.

    Il Partito Sardo d'Azione ribadisce la propria caratterizzazione di partito socialista, secondo che si evince dai contenuti dell'art. 4 dello Statuto.

    Il Partito Sardo d'Azione ha piena consapevolezza dei pericolo mortale che minaccia la Sardegna nel presente momento storico; ricorda che l'isola è sottoposta da secoli a uno sfruttamento coloniale, a volte feroce, di cui oggi è espressione attiva lo Stato italiano; denunzia agli italiani e al mondo l'ormai evidente disegno che lo Stato italiano persegue, non solo di liquidare l'identità nazionale dei popolo sardo ma anche di annientare e disperdere le sarde popolazioni mortificandole economicamente con la disoccupazione, la cassa integrazione, l'emigrazione forzata; denunzia ancora, agli italiani generosi e al mondo, ma anzitutto ai sardi illusi o distratti, che il freddo disegno dello Stato italiano e dei suoi alleati militari non si limita all'operazione in atto, per cui la Sardegna è diventata un'area di riposo e di parcheggio e di rifornimento, ma tende bensì a ridurre tutta l'isola a una deserta piattaforma geografica destinata esclusivamente alle armi, agli armati, alla guerra.

    Il Partito Sardo d'Azione delibera di presentarsi alle prossime elezioni coi suo contrassegno tradizionale dei Quattro Mori. Si pronunzia a favore di incontri, chiarimenti e intese elettorali con Circoli, Gruppi, Movimenti politici che nell'area sardista conducono lotte anticolonialiste, nell'ora in cui queste lotte si fanno più urgenti per la salvezza dell'isola, e desidera ardentemente la più fraterna e produttiva convergenza di ogni azione politica sardista, mentre condanna le divisioni e le discordie determinate da individualismi e distinzioni meramente verbali e politicamente insignificanti.

    Il Partito Sardo d'Azione, nella sua povertà, sebbene tante volte aggredito brutalmente e slealmente con la forza di strumenti ai quali non poteva contrapporsi (il denaro, il potere, la stampa), oggi come nel passato, non per fiacchezza di cuore ma per il suo limpido e civilissimo coraggio, rifiuta fermamente il facile ricorso alla violenza e considera debole e ottuso, provocatore o traditore, chiunque - tra le sue fila - si dichiarasse disposto all'impiego delle armi per la difesa di una causa che, in virtù della sua onestà e per il risveglio della coscienza nazionale dei sardi, ormai rompe gli argini e si afferma democraticamente a dispetto di ogni volontà di prevaricazione esterna e interna alla Sardegna.

    Il Partito Sardo d'Azione infine è certo che i cittadini sardi, correggendo l'errore di aver creduto ingenuamente alle ingannevoli promesse finora venute dall'Italia, gli concederanno fiducia e voti democratici per vincere clamorosamente le prossime elezioni.

    Il Partito Sardo d'Azione, forte di una sua ideologia che ha respiro universale in quanto partecipa all'universale ansia di giustizia, di aperture umane, di progresso nella libertà, si propone come guida politica e morale dei sardi nella lotta per la resistenza, per la sopravvivenza, per la liberazione.


    FORZA PARIS!

 

 
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