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    Predefinito Americanismo. La quarta religione d'Occidente

    Vi spiego perché l’Americanismo è la quarta religione dell’Occidente

    14 Agosto 2007


    David Gelernter è professore di computer science all’Università di Yale, in New Haven, e membro del National Council of the Arts. Tiene inoltre una rubrica sul Weekly Standard, un settimanale considerato vicino ai repubblicani. In ragione dei suoi contributi fondamentali nel campo della “computazione parallela”, che sono serviti a progettare il noto software “Linda”, nel 1993 è stato vittima di un attentato di Theodore Kaczynski, meglio noto con l’appellativo di “Unabomber”, che, pur senza riuscire ad ucciderlo, gli ha procurato danni permanenti all’occhio e alla mano destra (di questo episodio ha parlato nel libro Drawing Life: Surviving the Unabomber, uscito nel 1997%29.

    Galernter è la migliore dimostrazione di come le scienze esatte e le scienze umane possano marciare parallele e supportarsi a vicenda. Oltre che di informatica, è docente di Storia americana e cultura ebraica all’American Enterprice Institute di Washington; proprio in relazione a questo suo altro centro di interessi ha recentemente dato alle stampe un libro intitolato Americanism. The Fourth Great Western Religion (Doubleday)che illustra, con invidiabile padronanza della materia, quanto sia arbitrario e fuorviante non rimarcare il debito che l’America ha nei confronti del cristianesimo evangelico e dell’ebraismo, a tal punto, a suo avviso, da doversi considerare un’entità nata sotto la spinta di una forma originale di Sionismo, quella coltivata dai puritani inglesi che nel Seicento fondarono la colonia del Massachusetts e, nel contempo, andarono a costituire la prima élite politica e intellettuale della futura repubblica americana.

    Professor Gelernter, come è nata l’idea di scrivere questo libro?

    Ritengo che le scuole americane si siano così deteriorate che, in esse, la propaganda abbia ormai preso il posto dell’insegnamento della storia. Viene insegnato ai ragazzi che gli Stati Uniti sono un paese che ha commesso molti errori ed oltraggi, ma del resto non così gravi e rilevanti. Il patriottismo e l’amore per il proprio paese sono idee di cui gli insegnanti si fanno beffe. Le religioni bibliche – Ebraismo e Cristianesimo – sono menzionate con disprezzo, ma più spesso ignorate.
    Ho scritto questo libro perché voglio che i miei due figli sappiano la verità. E spero che lo leggano anche altri ragazzi con i loro genitori. In ordine alle materie umanistiche – in particolare per quanto riguarda la lingua e la letteratura inglesi, la cultura americana e la storia universale – le scuole americane ormai imitano le scuole sovietiche di un tempo (senza naturalmente l’intervento della polizia segreta per terrorizzare i dissidenti). Se pensiamo alla famosa affermazione di Marx secondo cui la storia si ripeterebbe, in prima battuta in forma di tragedia, poi di farsa, oggi le scuole americane sono allo stadio della farsa.

    Se la può consolare, in Italia non abbiamo un’opinione migliore della nostra scuola; anzi, è in crisi profonda anche l’università e il mondo della ricerca in genere, ma lasciamo perdere. Nel suo libro lei scrive che l’America non andrebbe considerata una repubblica secolare, ma qualcosa di analogo ad una potente idea religiosa: ci può spiegare cosa intende?

    Gli americani sono soliti prestare fede al “Credo americano” – oggi ci crede ancora grossomodo la metà della popolazione – con una passione che può essere interpretata solo in termini religiosi. Per “Credo americano” intendo l’idea che “libertà, eguaglianza e democrazia debbano valere per tutta l’umanità”. La maggior parte degli americani non ha familiarità alcuna con la filosofia, chi crede nell’Americanismo lo fa con fervore religioso.
    Del resto, senza fervore religioso i Puritani inglesi del primo Seicento non avrebbero mai affrontato i rischi e le difficoltà di un viaggio verso una terra sconosciuta; senza fervore religioso i coloni americani non avrebbero mai avuto il coraggio di sfidare il potere britannico e dichiarare l’indipendenza.
    Naturalmente questo “fervore” può essere meramente ideologico, piuttosto che religioso. Ma sappiamo che i Padri Fondatori dell’America mutuarono i principi di libertà, eguaglianza e democrazia dalla Bibbia, in modo particolare dell’Antico Testamento; sappiamo che dei predicatori (soprattutto Puritani) furono i leader dell’opinione pubblica nelle colonie americane e negli stati dell’Unione subito dopo l’indipendenza. Nondimeno, sappiamo che, in pieno XX secolo, Woodrow Wilson – che fece entrare l’America nella Prima guerra mondiale, dandole di fatto il rango di potenza mondiale – era un fervente protestante che cercava ispirazione e conforto nella Bibbia; sappiamo che Harry Truman – che raccolse la sfida sovietica in Grecia e Turchia, introducendo l’America nella Guerra fredda – era un fervente protestante che, del pari, aveva la Bibbia come propria guida; sappiamo che Ronald Reagan – che decretò, per l’America, la vittoria della Guerra fredda – era un fervente protestante che si lasciava condurre dalla Bibbia.

    Perché allora comunemente si considerano gli Stati Uniti come un paese agli antipodi di una “repubblica biblica”?

    Gli intellettuali, in America e in Europa, hanno sempre creduto, in contrasto con l’evidenza dei fatti (ma molti intellettuali non hanno alcun interesse per l’evidenza), che la filosofia politica del primo Illuminismo britannico – alludo all’opera di John Locke e di altri – fosse stata decisiva nel forgiare la Repubblica americana e il suo Credo. Viceversa, alcune recenti ricerche – per esempio quelle di Fania Oz-Sulzberger, Jonathan Jacobs ed altri – hanno fatto notare quanto la Bibbia fosse importante per molti di questi filosofi, che la citano spesso.
    Ovviamente gli intellettuali hanno a lungo cercato di minimizzare o ignorare il ruolo della religione nelle moderne società occidentali. Per quanto, come ovvio, “libertà, eguaglianza e democrazia” fossero degli ottimi principi, potenti e fondamentali, diventava necessario per gli intellettuali insistere sul fatto che non avessero nulla a che vedere (o che fossero persino in contrasto) con l’Ebraismo e il Cristianesimo. Nella Rivoluzione francese in effetti era così, ma ci sono ottimi motivi per credere che la Rivoluzione americana – in cui non vi fu il periodo del Terrore, e che creò una democrazia e una costituzione stabili – per molto tempo fosse rimasta immune dall’esserne influenzata. In Europa gli intellettuali sono stati a lungo influenti, in America lo sono diventati solo dopo la Seconda guerra mondiale, e con risultati disastrosi.
    Ma si deve rammentare che molti scrittori europei “post-cristiani” hanno riconosciuto le basi dell’Americanismo; anzi, buona parte del moderno anti-americanismo sembra originare della consapevolezza da parte europea che l’America sia ancora una nazione cristiana, cosa che viene giudicata assurda e infantile. In realtà, invece, ci sono ancora connessioni fra l’attuale atteggiamento europeo e la riforma luterana: si potrebbe forse sostenere che l’Europa non è “post-cristiana”, ma ha avuto accesso a una nuova forma di “Riforma protestante” basata su pacifismo, passività e appeasement.

    Quindi libertà, eguaglianza e democrazia non sarebbero un lascito della Grecia antica e della filosofia settecentesca…

    Lo ribadisco: i puritani che fondarono le colonie americane nel XVII secolo non ne sapevano nulla; derivarono l’idea di “libertà” dal libro dell’Esodo; gli americani comparavano ripetutamente se stessi all’antica Israele che aveva sfidato la brutale tirannia del faraone. Abraham Lincoln diede un’eloquente spiegazione dell’interpretazione americana dell’eguaglianza: questa veniva direttamente dall’incipit della Genesi – sostenne – in cui si diceva che l’uomo fosse stato creato ad immagine di Dio; nessuna creatura creata ad immagine di Dio poteva essere oppressa o trattata malamente, tanto meno – disse Lincoln – fatta schiava. La “prima costituzione scritta della democrazia moderna” fu stesa nel 1638 a Hartford, in Connecticut, in risposta ad un sermone sulla democrazia delle origini descritta nel Deuteronomio (e in omaggio pure all’esplicita condanna biblica della monarchia).

    Cos’è quello che lei chiama “Sionismo Americano”?

    Gli Americani dicevano di essere il nuovo popolo eletto da Dio a cui era destinata la terra promessa (troviamo convincimenti analoghi in Inghilterra, specialmente nel XVI e XVII secolo ma anche più tardi). Conseguentemente credevano di essere in debito con Dio per la Sua benedizione, debito che andava molto al di là di quanto meritassero; ritenevano così di avere il dovere di non conservare libertà, eguaglianza e democrazia per loro stessi, ma di favorirne la diffusione nel mondo. Questo convincimento – che l’America abbia un debito verso Dio, e che lo ripaghi diffondendo il Credo americano – è la principale motivazione della Guerra in Iraq. Molti europei hanno detto che libertà, eguaglianza e democrazia sono idee occidentali prive d’interesse al di fuori di America ed Europa; agli americani questa idea suona bigotta e condiscendente: ad essi sembrava chiaro che gli iracheni – come i tedeschi, i giapponesi ed altre nazioni di cui si era detto che non avessero interesse nella democrazia liberale – in realtà volessero libertà, eguaglianza e democrazia con la stessa passione degli Americani (sebbene non nello stesso modo, naturalmente).

    Qual è quindi, a suo avviso, il ruolo del Puritanesimo nella storia delle idee politiche?

    Al Puritanesimo di origine inglese si deve il fatto d’aver focalizzare le idee bibliche sui problemi dello stato moderno. La Bibbia non è solo una storia molto importante, ma anche il libro più rivoluzionario. La storia dell’Esodo – centrata sulla frase “Lascia che il mio popolo parta!” – è essa stessa una delle più importanti (probabilmente la più importante) narrazione nella storia del mondo. L’idea che l’uomo fosse creato ad immagine di Dio, opposta a quella pagana per cui erano gli dei ad essere creati ad immagine dell’uomo, porta al riconoscimento della dignità umana ed eventualmente dell’eguaglianza. La condanna biblica della monarchia era estremamente importante prima del 1776, quando pressoché tutte le nazioni della terra erano monarchie di un qualche tipo. L’insistenza della Bibbia sulla tolleranza – dovete essere gentili con lo “straniero” e “dovete amarlo come voi stessi, perché voi eravate stranieri nella terra d’Egitto” – probabilmente portò alla diffusione della tolleranza nel mondo di lingua inglese. Per la prima volta, i Puritani indussero questo mondo (ed il mondo in generale) ad ascoltare attentamente la Bibbia.
    A suo avviso qual è oggi la missione degli Stati Uniti nel mondo?

    Il primo luogo predicare il Credo americano: dire al mondo che tutte le nazioni hanno il dovere di veder realizzate entro i loro confini libertà, eguaglianza e democrazia; poi, se l’America è costretta ad intraprendere una guerra, deve combattere non solo per i suoi interessi ma pure per i suoi principi.

    Cos’è il Nuovo Patto (Covenant) di cui lei parla nel suo libro?

    Molte volte nella sua storia l’America ha conosciuto un “risveglio religioso”: il paese guarda attorno a sé, si vergogna e fa voto di migliorare. Oggi abbiamo disperatamente bisogno di un simile risveglio. Le nostre scuole pubbliche non danno nulla di spirituale; ai nostri figli viene insegnato che soltanto spettacolari “carriere” (specialmente per le ragazze!) sono obiettivi legittimi. L’America è diventata una parodia di se stessa. L’America è sempre stata descritta come una nazione mercenaria, ossessionata dal denaro, il che è completamente falso; tradizionalmente gli Americani sono stati ben più religiosi, molto più interessati alle cose spirituali di quanto, per esempio, lo fossero la maggior parte degli europei occidentali. Ma oggi le università e gli intellettuali americani sono determinati ad eliminare tutto ciò che è spirituale (a meno che sia pagano, come la venerazione della terra da parte degli ambientalisti) e ad insistere sul fatto che una carriera in cui si guadagnino molti soldi sia l’obiettivo ideale di ogni ragazzo.

    [email protected]

    Americanism. The Fourth Great Western Religion, Random House, New York, 2007

    http://www.loccidentale.it/articolo/...80%99occidente

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    L'Americanismo è roba forte. Ma cos'è esattamente?

    di David Gelernter

    11 Novembre 2007


    David Gelernter è docente di Computer science ma anche Storia americana e cultura ebraica negli Stati Uniti. Nel suo libroAmericanism: The Fourth Great Western Religion , pubblicato nel 2007 negli Usa, spiega perché l’americanismo può essere considerata la quarta grande religione "occidentale”, dopo l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. L'Occidentale pubblicherà in anteprima la traduzione di alcuni brani del libro, di prossima pubblicazione anche in Italia.


    “Io credo nell’America”. Tante persone hanno ripetuto questa frase per generazioni. Costoro non stanno parlando di una nazione. Stanno manifestando di credere in un’idea, e non semplicemente un’idea qualunque ma un’idea religiosa di enorme, trascinante forza.
    In questo libro argomenterò che l’America non è una repubblica secolarizzata; è una repubblica biblica. L’americanismo non è una religione civile; è una religione biblica. L’americanismo non enuncia meramente gli ideali nazionali sul presupposto della propria autorità; parla in nome della Bibbia e del Dio della Bibbia, come fece Lincoln nel suo discorso inaugurale del secondo mandato (Second Inaugural Address). Il suo scopo è di far progredire l’America “con la consapevolezza di essere nel giusto, poiché Dio ci consente di vedere ciò che è giusto,” come disse Lincoln nello stesso discorso. Che l’America sia una repubblica biblica e l’americanismo una religione biblica sono fatti perfettamente compatibili con l’assoluta libertà religiosa e supportati da una montagna di prove. Allora come mai nessuno vede queste prove? Sono segrete? Niente affatto. Purtroppo noi viviamo in un’epoca secolarizzata. Nessun libro potrà cambiare questo dato di fatto, ma d’altra parte il nostro pregiudizio non può cambiare quella che è la storia. Se noi guardiamo ai fatti senza esitazione vedremo emergere chiaramente l’America repubblica biblica e l’americanismo religione biblica. “America” è uno dei concetti religiosi più belli mai concepiti dall’umanità. E’ sublimemente umano, basato su una formidabile fiducia nella capacità dell’uomo di migliorare la vita. “America” è un ideale che scaturisce dal focalizzare la Bibbia e la fede giudaico-cristiana, come un fascio luminoso, sulla problematica di questa vita (non della prossima) nel mondo moderno, in una nazione moderna. Ne emerge una fiammata di luce concentrata sui concetti di libertà, uguaglianza e democrazia per tutta l’umanità.
    Questi concetti vengono comunemente attribuiti all’antica Grecia e alla filosofia ottocentesca. Io dimostrerò come essi si siano sviluppati dalla Bibbia, dal Giudaismo e dal Cristianesimo. Erano presenti implicitamente (germogli chiusi) nell’America puritana del primo 1600. Durante l’era delle rivoluzioni il clima divenne quello giusto e i germogli si dischiusero. E furono meravigliosi. Ma raggiunsero la maturità solo decenni più tardi, sotto il ministero della più grande figura religiosa dell’epoca moderna: il Presidente degli Stati Uniti.
    L’ideale religioso chiamato “America” è tale in quanto definisce una verità assoluta sul significato della vita umana, una verità a cui noi siamo chiamati a credere per fede. “Noi riteniamo che queste verità siano di per se stesse evidenti,

    http://www.loccidentale.it/articolo/...esattamente%3F

  3. #3
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    Americanismo/2 Alle origini del sentimento religioso

    di David Gelernter

    25 Novembre 2007



    Spiegare la Religione Americana – come si sia sviluppata, cosa afferma e perché – è il mio primo obbiettivo in questo libro. Molti pensatori sostengono che il puritanesimo sia scomparso centinaia di anni fa. Io penso che si sbaglino. Il puritanesimo si è trasformato nella Religione Americana, e oggi sopravvive in questa forma modificata. La nostra ricerca sulla fede americana deve cominciare appunto dal puritanesimo.
    Vi mostrerò come l’Americanismo ha portato avanti gli ideali puritani sulla nuova Israele, la fascinazione puritana per la Bibbia, il fervore puritano – e vi ha aggiunto nuovi ideali che sono emersi da quelli originari.

    Il mio secondo obbiettivo è dimostrare che la Bibbia e il puritanesimo hanno plasmato l’America come il vasaio modella la creta. Alcuni secolaristi non gradiscono affrontare questo fatto e lo ignorano. Altri lo affrontano con rabbia e rispondono con odio; definiscono l’America la nazione puritana, la nazione dei fanatici religiosi.

    Essi hanno ragione, e noi dovremmo riconoscere questo fatto: l’America è stata effettivamente fondata da fanatici religiosi. I puritani che dominarono quei primi insediamenti inglesi, che fecero così tanto per dar forma a questa nazione e ai suoi ideali, erano fieramente, fanaticamente devoti al loro Dio. Essi bruciavano dal desiderio di vivere nel giusto e accanto a Lui. I fanatici religiosi hanno una pessima reputazione al giorno d’oggi. Gli estremisti islamici ammazzano uomini, donne e bambini a casaccio, con schegge e chiodi inseriti nelle loro bombe progettate per causare il massimo dolore e la peggior sofferenza. Essi affermano che stanno facendo il volere di Dio – una bestemmia per qualsiasi credente religioso dovunque viva.

    Ma i puritani che si stabilirono nel nuovo mondo erano dei fanatici di tipo diverso. Essi andarono in America perché avevano deciso di %3Cem>non</EM> combattere in Inghilterra; non volevano fomentare una ribellione o causare spargimenti di sangue. Erano convinti che la monarchia inglese fosse corrotta – e che il loro compito fosse di salvarla, non di distruggerla. E l’avrebbero salvata costruendo un modello di società che l’Inghilterra e il mondo intero avrebbero potuto copiare. Erano uomini e donne con sentimenti ordinariamente umani, e non credevano che questi sentimenti dovessero essere soppressi per volere di Dio. Al contrario, Dio, a loro avviso, condivideva in pieno questi sentimenti.

    I pellegrini che approdarono a Plymouth, Massachusetts, nel 1620 erano “separatisti”, puritani del tipo più fanatico. Erano così fanatici e così intolleranti che nel 1621 essi tennero un banchetto e invitarono i pagani locali a condividerlo. Ci fu una grande celebrazione di ringraziamento, scrisse il pellegrino Edward Winslow, “ molti degli indiani sono venuti tra noi, e tra gli altri il loro re, Massasoyt, con novanta uomini e ci siamo intrattenuti e abbiamo festeggiato con loro per tre giorni.”

    John Winthorp era un eminente colono della prima ora, un altro fanatico religioso la cui anima era una fornace ardente di fede in Dio. A bordo di una nave diretta in New England egli scrisse una famosa predizione :”Dobbiamo avere presente che saremo come una città su una collina, gli occhi di tutte le genti saranno su di noi”.
    Arrivati nel nuovo mondo, Winthrop e i suoi compagni puritani ebbero dei primi mesi durissimi, come la maggior parte dei primi coloni. Ma egli trovò il tempo di scrivere a suo moglie che: “Mi piace talmente essere qui, che non mi pento di essere venuto… non sono mai stato meglio in vita mia, non ho mai dormito meglio, mai sono stato più soddisfatto”. Questi fanatici sapevano qualcosa che gli assassini di oggi non sanno: essi avevano la Bibbia nella loro testa, e la Bibbia dice: “Scegli la vita e vivi - tu e i tuoi bambini” (Deut. 30:19). Winthrop citava proprio questo verso nel suo famoso scritto a bordo della nave. Era felice nel nuovo mondo, eccetto per una cosa: sua moglie e alcuni dei suoi bambini erano ancora in Inghilterra e l’avrebbero raggiunto solo in un secondo momento. “Non desidero nulla”, scriveva alla moglie, “se non te e il resto della mia famiglia”.
    Questi dunque sono i fanatici che fondarono questa nazione e disegnarono e e la prima bozza della Religione Americana. Sono fanatici che dobbiamo conoscere meglio. Non comprenderemo l’America e l’Americanismo se non lo facessimo.
    Cercherò di spiegare l’Americanismo e presentare alcune delle persone che lo concepirono. Ma questo non è né un libro di storia, né una foto di gruppo. E’ un saggio di “filosofia popolare”; si basa sul passato per spiegare il presente. Ha un messaggio per tre tipi di persone.
    Ai moderni secolaristi: la Religione Americana è umanista nel miglior senso del termine. Le sue radici bibliche sono chiare. Allo stesso tempo l’Americanismo è anche una religione che gli atei (e quelli che sono semplicemente indifferenti alla religione tradizionale) possono professare e professano, ardentemente.
    I Cristiani e gli Ebrei non devono vedere nell’Americanismo un sostituto blasfemo delle loro religioni. Chiunque può chiedere a un teologo: “Che cosa dice il cristianesimo su questo problema?”. Se la risposta è soddisfacente, viene incorporata nella religione di chi ha posto la domanda. La Religione Americana è una risposta religiosa tradizionale alla realtà della politica moderna. E’ un‘ estensione della struttura del giudaismo o del cristianesimo.

    Ai cristiani in special modo: voi avete costruito l’America e l’Americanismo. Facendolo avete dato all’umanità uno dei doni più preziosi mai ricevuti. Non permettetevi di finire spiritualmente espropriati nelle vostre stesse case! Questo paese non avrà mai una propria religione ufficiale; non rinuncerà mai alla libertà religiosa. Ma non dovrà nemmeno essergli consentito di abbandonare la sua storia e le sue origini, o di mentire su di esse. Ai cristiani è (giustamente) proibito predicare il cristianesimo nelle scuole pubbliche; ai secolaristi dovrebbe essere proibito allo stesso modo di predicare il secolarismo!

    A tutti i cristiani che si trovano a fronteggiare la potenza dominante della cultura secolarista dei moderni Stati Uniti: siate forti e coraggiosi! Questo stesso messaggio vale per tutte le persone di qualunque (o nessuna) fede che si oppongono al carrierismo sfrenato – il nemico della spiritualità – che attanaglia questo paese. L’America ha bisogno di ricordare l’intensità della sua storia d’amore di un tempo con le cose spirituali. Un tempo quell’amore illuminava il paesaggio americano come un pilastro di fuoco in una notte senza luna – o come il chiaro di luna in una candida serata estiva. Gli autoproclamati “rivoluzionari” della fine degli anni ’60 avevano molte idee stupide, ma almeno erano idealisti. Quando il loro grande progetto di un’America socialista si sgretolò, molti di essi diventarono cinici – ed ecco dove siamo adesso. Ma un giorno ci libereremo di questa tragica eredità, occorreranno molti libri e molti autori, ma ci ricorderemo di chi siamo.

    Agli ebrei americani, la mia comunità: in un certo qual modo noi ebrei siamo una componente fondamentale dell’Americanismo. Gli ebrei hanno vissuto in America dal 1654, ma in un numero troppo esiguo per fare la differenza fino al ventesimo secolo. Ma in un altro senso – che andrò a spiegare - gli ebrei sono il cuore dell’America. Non per caso un leader puritano del diciassettesimo secolo scriveva a proposito dei suoi compagni puritani: “Noi siamo i figli di Abramo e perciò facciamo parte dell’alleanza di Abramo”.
    Benchè la Religione Americana sia un argomento vasto e profondo, la letteratura in proposito scarseggia. Questo già di per sé ci dice qualcosa di interessante. E cioè che gli americani già conoscevano tutto dell’Americanismo e non necessitavano di libri come questo. Lo imparavano a scuola, ne discutevano con i propri genitori e figli, ne leggevano sui giornali, l’ascoltavano nella loro musica, lo vedevano rappresentato sui palchi, nei teatri e sugli schermi dei cinema, lo cantavano, lo suonavano, lo inalavano. Non più. “Primo nella guerra, primo nella pace, primo nei cuori dei suoi compatrioti”, per secoli una nazione grata usava questa frase per riferirsi a George Washington. Non molto tempo fa ho parlato con un diciannovenne al penultimo anno di un ottimo college, uno studente di musica riflessivo e raffinato; non aveva mai sentito questa frase e non aveva idea a chi si riferisse. Molti insegnanti di questo paese rigettano per principio l’Americanismo – pur non avendo idea di che cosa sia.

    Nel 1913, il poeta inglese Rupert Brooke viaggiando dall’Inghilterra verso New York incontrò un “simpatico ragazzo americano” a bordo della nave. “In America ogni uomo è uguale all’altro” disse il giovane a Brooke. “Non capirai mai l’America… vuoi sentirmi recitare la nostra Dichiarazione di Indipendenza?” Sì, disse Brooke. Il giovane cominciò.

    Molti “simpatici ragazzi” sono orgogliosi del proprio paese, o lo erano. Ma non sono molti (o non lo erano) quelli capaci di recitare a memoria i principi sui quali è fondata la loro nazione – per ovvie ragioni. La maggior parte delle nazioni non è basata su principi, ma sui discendenze o etnie condivise. Gli Stati Uniti sono qualcosa di diverso. Gli Stati Uniti hanno una religione perché devono averla. Senza di essa sarebbero una moltitudine di emigrati o poco più. Nel suo discorso inaugurale da presidente, George Washington aggiunse la Bibbia alla cerimonia. Prestò giuramento sulla Bibbia benché la Costituzione non dicesse nulla in proposito. Fu un intuitivo gesto unificatore che accomunò insieme presbiteriani e episcopali, congregazionisti e luterani, quaccheri, battisti e cattolici, persino deisti come Jefferson, che ammirava e citava la Bibbia. Nel suo discorso di inaugurazione per il secondo mandato, Lincoln portò quest’idea di unificazione spirituale ai massimi livelli.

    Una religione deve essere insegnata a ogni nuova generazione o si disperderà. La cultura americana era solita insegnare implicitamente cosa significasse: “Io credo nell’America”. Gli scolari americani erano soliti imparare a memoria la Dichiarazione di Indipendenza e il discorso di Gettysburg. Erano soliti cantare, “Mine eyes have seen the glory of the coming of the Lord…,” il “Battle Hymn of the Republic”, di Julia Ward Howe. Non più.

    E benché la Religione Americana sia una religione profonda e fondamentale, essa ha generato una letteratura teologica e religiosa rimarcabilmente esigua. Non ne ha mai avuto bisogno; la sua dottrina e i suoi canoni sacri erano ben conosciuti.
    Tutto ciò è cambiato.

    Questo libro è un tentativo di turare una falla nell’argine, una falla attraverso la quale gronda un’ignoranza capace di far annegare la società americana. Io cerco di turare questa falla spiegando a chiare lettere che cosa sia la Religione Americana e da dove provenga. Ovviamente un libro da solo non basta; ne servono migliaia e molto altro ancora.
    Vi ho parlato della fede nell’America, dell’amore per l’America – della Religione Americana. Ma dobbiamo occuparci anche dell’odio verso l’America. L’immagine distorta dell’odio può mostrarci la verità se guardiamo con attenzione.
    Diversi nazionalismi sono stati ritenuti minacciosi o odiosi quando minacciavano militarmente o quando tormentavano altre minoranze nazionali. L’America, invece, è stata odiata da nazioni che erano già diventate democrazie sullo stile americano; odiata da nazioni che non avevano nulla da temere dalla potenza americana e lo sapevano. L’America, diceva Winston Churchill durante la seconda guerra mondiale, è quella grande repubblica “la cui potenza non fa paura e la cui preeminenza non genera gelosia.” Perché questo sentimento non è più largamente condiviso? Che cos’è l’antiamericanismo e che cosa determina la sua eccezionale ferocia?

    Guardiamo alle capitali, dove la principale attività delle elite imbellettate è schernire. Ronald Reagan era eccezionale da schernire. George W. Bush è ancora meglio. Reagan ha sempre generato nei “liberal” un senso di disagio e paura, perché piaceva alle gente così tanto da fare spavento – persino alcuni “liberal” non erano del tutto immuni dal suo carisma tossico. Ma in George W. Bush non c’è traccia del tocco magico di Reagan. Bush non è un attore. Egli è semplicemente un arcigno e poco affascinante Presidente degli Stati Uniti. Leggiamo questo resoconto:

    Nel corso di un ricevimento a Washington, composto principalmente da oppositori alla guerra e all’amministrazione, [la politica presidenziale fu] come al solito oggetto di veementi critiche.
    Come al solito. Le cene a Washington esistono perché i presidenti repubblicani possano essere “veementemente criticati”. Ma dopo un certo tempo, continua il resoconto, un isolato dissenziente si alzò e disse, in difesa del Presidente, che: “per quanto questi possa essere un idiota nella testa, è comunque un giusto nel cuore.” E’ raro che qualcuno difenda un presidente repubblicano a un ricevimento a Washington – anche solo al punto di dire che questi sia una persona per bene, benchè un totale cretino.

    I sofisticati antiamericani sono concordi nel ritenere che George W. Bush sia nella migliore delle ipotesi un fantoccio idiota. I più non sarebbero nemmeno così generosi. Ma questo particolare ricevimento di Washington, con il suo solitario difensore del Presidente, ebbe luogo durante l’amministrazione di Abramo Lincoln. Sto citando da un libro del pittore e amico di Lincoln F.B. Carpenter pubblicato nel 1866.

    Il diplomatico e scrittore Henry Adams passò la maggior parte della Guerra Civile in Inghilterra. Adams scriveva che, riguardo a Lincoln e al suo segretario di stato William Seward, “la società inglese sembrava rincretinita. Ogni difesa era inutile, ogni spiegazione vana. Si poteva soltanto aspettare che gli attacchi si spegnessero da soli. I migliori amici erano altrettanto irragionevoli dei nemici riguardo la brutalità del povero Lincoln e la ferocia di Seward, al punto che queste divennero un dogma di fede popolare”.
    Ma Lincoln non era “brutale”. La società inglese si sbagliava. Possiamo concludere con sicurezza che l’Antiamericanismo di oggi non ha nulla a che fare con la figura del presidente Gorge W. Bush, o con la guerra in Iraq, o con la nomina di giudici conservatori, o con qualsiasi altra politica repubblicana. E’ la stessa storia che va avanti da tantissimo tempo, con quasi nessuna variazione in grandi linee, dal 1863 al 2006.
    Eccovi un altro piccolo esempio. Gli Stati Uniti (vi ricorderete) furono gravemente feriti l’11 settembre; essi risposero lanciando operazioni militari per cacciare i talebani dall’Afganistan e Saddam Hussein dall’Iraq. I “liberal” Europei e Americani parlano spesso della loro simpatia verso gli oppressi. Nessuna popolazione in alcun posto può meglio definirsi “oppressa” degli Afgani sotto i Talebani o degli Iracheni sotto Saddam Hussein. I “liberal” avrebbero dovuto gioire nel vedere l’America scaraventare nella discarica della storia simili tirannie lorde di sangue.


    Eppure nell’Aprile del 2003 – dopo che i Talebani erano stati sconfitti e poco dopo l’inizio della guerra in Iraq – ad un raduno all’Ivy League College in favore della politica del presidente Bush (solo quattro professori parlarono, ma la folla era sorprendentemente vasta ed entusiasta) – uno degli oratori fu interrotto da un collega, che disse:“il tuo discorso non è male. Ma il fatto è che sta diventando incredibilmente facile odiare questo paese.”
    Eccolo qui infine l’odio verso l’America, nudo e spudorato, tirato fuori dall’armadio ed orgoglioso! “Sta diventato incredibilmente facile odiare questo paese”. E l’evento che evidentemente ha svelato questa consapevolezza non è il supporto a qualche dittatore da quattro soldi, o un qualche odioso esempio di bigotteria verso i neri o le donne, o il rigetto di un protocollo ambientale, o l’ottuso e incivile rifiuto di acconsentire a che i propri soldati vengano processati dagli acuti e infallibili giudici delle Corti di Giustizia Internazionali. No, l’evento scatenante dell’odio è… l’andare in soccorso delle popolazioni irachene oppresse da Saddam Hussein.

    L’Americanismo deve essere davvero roba forte per provocare un odio di tale eccezionale e cristallina purezza. Allora che cos’è l’Americanismo?
    Vi racconterò come nasce l’Americanismo, descrivendo una serie di decisioni cruciali americane, prese da leader cruciali americani, in momenti cruciali. L’esodo puritano dalla Gran Bretagna verso il nuovo mondo, la rivoluzione americana, la guerra civile, la decisione di partecipare alla prima guerra mondiale, di sfidare l’Unione Sovietica nella guerra fredda, di vincere la guerra fredda, di combattere il terrorismo islamico.

    Gli storici concordano nel ritenere che il puritanesimo stesse morendo nel 1800; di lì a poco sarebbe scomparso del tutto. Eppure la sua influenza ha raggiunto il ventesimo secolo e oltre. Nel 1600 i leader puritani intravidero la città sulla collina (John Winthrop), proclamarono il mandato biblico alla democrazia (Thomas Hooker), e introdussero la libertà di religione nel nuovo mondo (Roger Williams). I predicatori del 1770 che spronarono gli americani a sostenere la Rivoluzione erano per la maggior parte puritani o di ispirazione puritana; una buona parte dei cittadini della nuova nazione erano puritani; molti importanti fondatori e ispiratori (John Adams, James Madison) avevano un retroterra puritano. Certamente molti non lo erano – alcuni erano anglicani come George Washington, o deisti come Thomas Jefferson, o qualcos’altro. Ma dove non c’era l’influenza puritana, l’influenza della Bibbia rimaneva comunque molto forte - come in Washington e in Jefferson. Abramo Lincoln si era formato sulla Bibbia e nel più chiaro e convinto cristianesimo protestante – che a sua volta discendeva dal puritanesimo.
    Nel ventesimo secolo, Woodrow Wilson portò l’America nella prima guerra mondiale e proclamò l’Americanismo come religione mondiale. Il che comportava una missione cavalleresca entro i propri confini e all’estero. Egli leggeva la Bibbia, pregava ogni giorno, e si era formato nella sua fede presbiteriana. Harry Truman, che guidò l’America nella guerra fredda e riaffermò l’attivismo di Wilson, l’Americanismo cavalleresco, era infatuato della Bibbia; durante il periodo di permanenza alla Casa Bianca la lesse sette volte. Ronald Reagan, che aveva proclamato che l’America dovesse finalmente vincere la guerra fredda, era un devoto protestante; e il suo Americanismo era probabilmente ancora più devoto. Reagan ricordò all’America la visione di John Winthrop della città splendente sulla collina. Gorge W. Bush è un americano cavalleresco che crede nella libertà, nell’uguaglianza e nella democrazia, non solo per la Francia o la Danimarca, ma anche per le nazioni arabe dove le popolazioni hanno la pelle scura e usanze strane. Il nostro compito è di aiutare anche loro a ottenere libertà, uguaglianza e democrazia, dice Bush. Molti dei miei colleghi accademici non sono in disaccordo. Semplicemente non gliene frega niente della cosa. Essi sono troppo presi dall’odio nei confronti del Presidente Bush, dei suoi sostenitori e della sua America.
    La traduzione della Bibbia in inglese gettò le basi del puritanesimo e della Gran Bretagna moderna, dell’America e della democrazia liberale. La Bibbia ha posto una scelta fondamentale riguardo la natura della guerra, che continua a influenzare largamente il mondo. Comincerò quindi proprio dalla versione inglese della Bibbia.
    La Religione Americana ha due componenti basilari, un Credo e la dottrina che io definisco “sionismo americano”. Il puritanesimo gettò le basi dell’Americanismo sviluppando il sionismo americano e altri ingredienti essenziali della Religione Americana.
    La generazione della Rivoluzione americana (influenzata pesantemente dalla Bibbia, dal puritanesimo e dal sionismo americano) sviluppò il credo americano, completando così la Religione Americana nei suoi principi. Mi occuperò di questo nel capitolo 4.
    Successivamente Abramo Lincoln e la guerra civile ( influenzati pesantemente dalla Bibbia, dal puritanesimo e dalla generazione dei rivoluzionari) misero in pratica la dottrina dell’americanismo, trasformando per sempre l’attitudine e la realtà americana. Lincoln fece più di chiunque altro per trasformare il puritanesimo in Americanismo.

    Woodrow Wilson fu ispirato dall’Americanismo quando decise di coinvolgere gli Stati Uniti nella prima guerra mondiale – trasformando l’evento in una battaglia per i principi americani, non meramente per gli interessi americani. La prima guerra mondiale ha partorito il mondo in cui viviamo oggi, il mondo a cui appartiene l’Americanismo moderno. Wilson credeva che l’Americanismo fosse una vera e propria religione globale che imponeva responsabilità mondiali al popolo americano. Egli credeva che si dovesse agire in base al sionismo americano, al fine di diffonderne il credo in tutto il mondo – una visione che rimane intensamente controversa ancora oggi.

    http://www.loccidentale.it/articolo/...ento+religioso

  4. #4
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    La quarta religione occidentale

    di Christian Rocca

    9 Agosto 2007 Il Foglio

    L’America non è soltanto una nazione che si estende sul territorio geografico compreso tra il Canada e il Messico. L’America è una religione globale. Questa religione si chiama americanismo. Non è una religione civile, è una religione tipicamente biblica, ispirata alle Scritture ebraiche, diretta discendente del Cristianesimo e, in particolare, del fondamentalismo puritano dei fanatici religiosi che nel 1620 lasciarono l’Europa per costruire un nuovo modello di società per il vecchio continente, quella famosa “città illuminata sopra la collina” a cui tutti avrebbero dovuto guardare con ammirazione e che da John Winthrop a Ronald Reagan è diventata l’immagine più precisa del ruolo che l’America s’è voluto ritagliare nel mondo. L’americanismo, in sintesi, è la quarta grande religione “occidentale”, dopo l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. La tesi è in un nuovissimo libro appena pubblicato negli Stati Uniti da Doubleday (Random House) a firma di David Gelernter, professore di computer science a Yale, membro del National Council of Arts e autorevole collaboratore delle riviste The Weekly Standard e Commentary. Il titolo del saggio è “Americanism – The fourth great western religion”. L’americanismo, secondo Gelernter, è una religione senza Dio, capace quindi di attrarre credenti di diverse fedi ma anche laici e atei. E’ una versione secolare del sionismo, ma non del sionismo dell’antico popolo ebraico, piuttosto quello dei pellegrini puritani che vedevano se stessi come i nuovi figli di Israele e che nel Seicento sbarcarono nel nuovo mondo per creare la nuova Gerusalemme. I loro ideali di libertà, uguaglianza e democrazia, impregnati di spirito religioso, ebbero sui padri fondatori dell’America un’influenza maggiore dell’Illuminismo, sostiene Gelernter nel suo libro. L’americanismo quindi non è patriottismo, perché la gente che crede nell’America vive in tutto il mondo, spesso addirittura in America non c’è mai stata: gli ebrei russi che nel 1910 scappavano dai pogrom, i berlinesi assediati dai sovietici, i sindacalisti polacchi di Solidarnosc, i curdi massacrati da Saddam e così via. L’America, sostiene lo studioso di Yale, è “uno dei più bei concetti religiosi che l’umanità abbia mai conosciuto”. I documenti costitutivi del credo americano – la Costituzione, il Bill of Rights e i grandi discorsi dei più importanti presidenti degli Stati Uniti: Abramo Lincoln, Woodrow Wilson, Harry Truman e Ronald Reagan – rimandano a questa straordinaria e religiosa fiducia dei padri fondatori nella capacità umana di rendere migliore la vita. I richiami alla Bibbia e alla fede sono molteplici, a dimostrazione che ha torto chi sostiene che l’America sia stata fondata come uno Stato secolare con la sfera religiosa nettamente distinta da quella pubblica e quindi relegata all’ambito privato. La tesi di Gelernter è proprio questa: l’America è tutto tranne che un paese secolare, piuttosto è una potentissima idea religiosa, anzi una religione essa stessa il cui straordinario compito è quello affrontare e risolvere i problemi di questo mondo, non dell’aldilà. Gelernter chiama questa peculiare religione “americanismo” o “sionismo americano”, entrambi sinonimi di un credo che incorpora l’idea biblica del popolo eletto (“o quasi eletto”, come diceva Lincoln) e della terra promessa. Questi concetti, si legge nel libro, sono la fonte primaria dell’urgenza americana (non sempre all’altezza dei suoi principi, in verità) per la missione divina, per il destino manifesto e per l’imperativo morale di voler aiutare il resto dell’umanità. Prima dell’americanismo, spiega Gelernter, nessuna religione al mondo aveva trasformato nel suo credo gli ideali politici di libertà, uguaglianza e democrazia tipici della tradizione giuridica e culturale inglese: “Il grande risultato dell’americanismo – si legge nel libro di Gelernter – è quello di proclamare questi tre principi e la loro origine biblica, ma anche di averli proclamati nelle stesse Scritture americane, specialmente nei discorsi presidenziali di Lincoln, e poi di averli resi reali in una nazione vera e funzionante”. L’americanismo va addirittura oltre, perché sostiene che questi tre principi non siano di proprietà esclusiva degli americani, dei cristiani, dei credenti in Dio o dei discendenti dai bianchi europei. Per la religione americana, i principi di libertà, giustizia e democrazia appartengono a tutta l’umanità, sicché gli americani, o comunque gli aderenti al credo americanista, hanno il dovere non solo di predicarli, ma anche di portarli in dono a chi ne è privo. Il credo americano, secondo Gelernter, non una dottrina astratta inventata da filosofi per il gusto del dibattito con altri filosofi, è la distillazione dei principi biblici, così come interpretati dai puritani, i quali si sentivano oppressi da Giorgio III esattamente come l’Israele biblica era stata sotto il giogo del Faraone egiziano. Scritture alla mano, i puritani credevano, quindi, di poter contare sull’aiuto di Dio per affrontare e superare tutti gli straordinari imprevisti della loro impresa, proprio come poté contarci l’antico popolo di Israele. Questa lettura dello spirito, della storia e della tradizione americana proposta da Gelernter spiega l’afflato interventista e messianico degli americani, oggi con George W. Bush, domani chissà con chi, ma in precedenza rintracciabile in tutti i grandi presidenti della sua storia, da Reagan a Kennedy, da Truman a Wilson fino a risalire a George Washington e ai padri costituenti. Il saggio di Gelernter, quindi, è un libro politico, quasi apologetico delle politiche bushiane contro l’estremismo islamico. Eppure liquidarlo come tale è un errore. In realtà è un saggio utilissimo a capire gli americani e questo benedetto o maledetto americanismo, cioè la genesi ideologica, politica e soprattutto religiosa di gran parte delle scelte delle varie amministrazioni di Washington. Il libro serve, dunque, a comprendere il fenomeno che gli avversari occidentali dell’America chiamano “imperialismo”, senza badare al fatto che in realtà si tratta di un imperialismo bizzarro, visto che all’estero non lascia colonie e protettorati, ma costituzioni e parlamenti (e talvolta eserciti per difenderli). La chiave per capire l’America, secondo Gelernter, è conoscere a fondo quei Puritani che, di fatto, la fondarono all’inizio del Seicento. Questi erano fondamentalisti religiosi, fanaticamente devoti al loro Dio cristiano, bramosi di voler vivere in comunione col Signore. Ma i fanatici del nuovo mondo erano fanatici in un modo diverso dai fondamentalisti religiosi di questi tempi: erano andati in America perché avevano scelto di non combattere in Inghilterra. Si erano sobbarcati la fatica di emigrare in una terra sconosciuta perché non volevano fomentare una ribellione popolare né causare un bagno di sangue. Si erano convinti che il modo migliore per cambiare i costumi corrotti e senza Dio dell’Inghilterra dei loro tempi non fosse quello di distruggere il potere costituito, ma di provare a salvarlo grazie all’aiuto di Dio. Lo strumento escogitato fu quello di costruire nel nuovo mondo, cioè in America, un modello di società alternativa che potesse rappresentare un esempio di virtù, di giustizia e di uguaglianza per tutti, a cominciare dalla madrepatria britannica. In mente avevano la Bibbia. Erano, appunto, fanatici, ma secondo Gelernter la loro intolleranza è riuscita nel capolavoro di far nascere la tolleranza. La loro battaglia per la libertà religiosa ha consolidato la libertà in generale e la loro devozione all’idea biblica della comunità ha contribuito alla formazione del moderno stato liberale. Il puritanesimo si è estinto ufficialmente nell’Ottocento, ma la sua eredità è rintracciabile ancora oggi in ogni cittadino americano. Sono la maggioranza, infatti, gli americani che credono che la loro nazione sia benedetta dal Signore, che abbia una missione dettata da Dio e che debba ispirarsi ai più alti ideali giudaico-cristiani. Come i puritani, la gran parte dei credenti americani odierni ha un rapporto forte, semplice e diretto con il Vecchio Testamento, più che con una Chiesa costituita. E, in fondo, la grande guerra culturale e deologica che divide il paese dalla fine degli Sessanti a oggi, secondo Gelernter, è in ampia parte un battaglia sull’eredità culturale dell’America puritana. Oggi dare di puritano a qualcuno equivale a insultarlo, perché la parola suggerisce rigidità, austerità, censura, esattamente tutto quello che i laici amano odiare. Non è un’esagerazione, i puritani erano davvero rigidi, austeri e censori, volevano un cristianesimo strettamente biblico e “purificato”, ma nel nuovo mondo non hanno costruito teocrazie, piuttosto città e Stati (Massachusetts, Rhode Island, Connecticut), università (Harvard) e istituzioni incredibilmente democratiche, aperte e liberali per quei tempi. La filosofia pratica ed estetica dei puritani era la dignità e la religiosità dell’essere e apparire semplici: “La semplicità come visione del mondo è diventata lo stile americano per eccellenza, un’estetica con radici teologiche”, dice Gelernter. Il carattere americano è questo, esattamente quello che in Europa viene interpretato come idealismo ingenuo in tutte le possibili declinazioni: ingenuità religiosa e irrazionale incapacità di affrontare la realtà globale. La definizione “il credo americano” è di Gunnar Myrdal che nel 1944 lo definì come “l’essenziale dignità individuale dell’essere umano”, “l’uguaglianza tra tutti gli uomini” e “l’inalienabile diritto alla libertà, giustizia e pari opportunità”. Gli Stati Uniti sono stati la prima nazione ad essere fondata su questi principi, sebbene la loro piena rivendicazione sia dovuta passare attraverso una sanguinosa guerra civile e varie altre battaglie. Abramo Lincoln è il presidente che ha completato gli sforzi dei padri fondatori, fino a diventare il più grande presidente americano di tutti i tempi. Secondo Gelernter, Lincoln è l’uomo politico che ha completato anche la trasformazione del puritanesimo in americanismo. Non solo. Con i suoi discorsi e le sue azioni, Lincoln non è stato soltanto il principale predicatore e profeta della nuova religione americana, ma essendo stato ucciso è diventato anche il suo più grande martire: “Ha fatto diventare l’americanismo sacro”. Il puritanesimo ha ispirato Lincoln, sebbene lui ne avesse rigettato alcuni aspetti come l’idea della punizione eterna, della predestinazione e avesse finanche espresso dubbi sulla divinità di Gesù e sulla Trinità. Eppure, scrive Gelernter, “Lincoln ha trasformato l’americanismo in una religione matura e completa non costringendo l’America a incarnare i suoi nobili ideali, ma insegnando alla nazione che avrebbe dovuto rappresentarli. Lincoln ha cambiato l’americanismo interpretando gli ideali di libertà uguaglianza e democrazia non come semplici parole scritte sulla pergamena, ma come linee guida operative. I suoi più celebri discorsi, a Gettysburg, Cooper Union e quello dell’inizio del secondo mandato, sono ispirati a Dio e alla fede, ma Lincoln non ha cristianizzato l’America, piuttosto ha americanizzato il cristianesimo, ha messo i sacri principi giudaico-cristiani a disposizione dell’America e della sua nuova religione. Nel suo libro Gelernter congiunge il filo della religione americana dalle origini, passando attraverso l’americanismo biblico e militante dei presidenti democratici Woodrow Wilson e Harry Truman e la missione divina contro l’asse del male di Ronald Reagan. Poi è il turno di George W. Bush e della sua campagna per la diffusione della libertà e della democrazia in medio oriente come arma di prevenzione di massa del fondamentalismo terrorista e omicida. Gelernter è consapevole dei tanti sopracciò nei confronti del presidente texano, così cita un passo di un libro: “A una cena di Washington, con parecchi oppositori della guerra e dell’Amministrazione, la politica del presidente fu come al solito con queste persone oggetto di denuncia veemente”. A un certo punto, continua a citare Gelernter, l’unico dissenziente presente a questo party di Washington ha detto – in difesa del presidente repubblicano – che “per quanto carente possa essere il suo cervello, resta comunque una brava persona”. Chi ha raccontato il diffuso sentimento anti Casa Bianca è un amico del presidente, F. B. Carpenter. Il libro non è di oggi, ma del 1866. E il presidente non è George W. Bush, ma Abramo Lincoln.

    http://www.camilloblog.it/archivio/2...e-occidentale/

  5. #5
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    è bene informarsi meglio su certi argomenti...comunque interessante...

  6. #6
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    Jean François Revel: L'ossessione antiamericana


    ROMA - 23/11/2004

    «Il mistero dell’antiamericanismo non è la disinformazione – l’informazione sugli USA è molto facile da procurare – ma la sua volontà di essere disinformati». Trent’anni dopo Né Cristo né Marx, Jean François Revel non ha cambiato idea: l’antiamericanismo dominante in Europa occidentale poggia su basi razionalmente inconsistenti, perché viziato alle fondamenta da eredità ideologiche ancora vive nonostante il crollo del comunismo.

    L’ ossessione antiamericana, insomma, è più viva che mai, anche dopo l’11 settembre, e soprattutto in Francia, dove trova consensi ed attenzioni, per motivi storici, sia a destra («la perdita dello status, reale o immaginario, di grande potenza causa l’amarezza più acuta») che a sinistra («l’America identificata con il capitalismo, il capitalismo con il male»). Ecco allora che questo libro, pubblicato in Francia due anni fa e ora tradotto per Lindau, resta un libro «consacrato alla disinformazione sugli Stati Uniti» dettata non da «errori sempre possibili», ma da «un bisogno psicologico profondo, insito nei disinformatori e in quelli che credono loro», che negli ultimi anni hanno puntato il dito sulla relazione fra globalizzazione economica e assetti geopolitica per attaccare l’imperialismo dell’unica superpotenza globale. Una tesi, anche questa, che Revel smonta non senza ironia e cinismo, mettendo in luce con riferimenti precisi soprattutto alla stampa e alla saggistica francese l’irrazionalità che si nasconde nell’attuale antiamericanismo e la sua natura di fondo, profondamente illiberale.

    L’ «ossessione antiamericana genera incoerenza – avverte Revel - anche quando gli Stati Uniti sono dalla parte del torto» e diventa alibi di comodo per classi dirigenti europee legate alla difesa dei propri interessi nazionali a scapito di quelli dell’Unione europea e dell’Occidente minacciato dal terrorismo internazionale. Quest’ultimo, «per la sua ampiezza e organizzazione, rappresenta una minaccia inedita e richiede risposte nuove. La cecità volontaria degli europei di fronte a questi radicali mutamenti rende sterile per l’America ogni tentativo di dialogo in merito a queste questioni e la spinge ancora una volta all’unilateralismo. Come si fa a discutere un problema con persone che ne negano l’esistenza?».

    Proprio questo interrogativo delinea i limiti dell’ ossessione antiamericana delineata con brillantezza da Revel: perché la stessa domanda, non senza ragioni corroborate da fatti (riconosciuti dagli stessi americani, dagli scenari pre-guerra della CIA agli errori di analisi del dopo Saddam, solo per rimanere all’Iraq) può essere girata all’interlocutore americano rispetto a molti temi fondamentali della nostra epoca, dalla dottrina dell’intervento preventivo all’approvazione del trattato di Kyoto sull’ambiente.

    Resta, invece, prezioso e incalzante, l’invito-denuncia del professore di filosofia, il liberale accademico di Francia, rivolto ai lettori europei, e non solo francesi: sgombrare il campo da falsi miti, vecchi e nuovi, e chiedersi se davvero l’antiamericanismo non sia il più facile ed economico alibi per eludere responsabilità e non guardare ai propri errori.

    Paolo Cappelli

    _______________________________

    Jean François Revel


    Jean-François Revel, filosofo e giornalista, è stato direttore dell’Express ed è membro dell’Académie Française. In Italia di Revel sono usciti, tra gli altri, Né Cristo né Marx e La conoscenza inutile.

    L'ossessione antiamericana


    «A causa dell'ossessione antiamericana, il male o l'inconveniente che si vorrebbe abbattere e che si sostiene di combattere, cioè l' 'unilateralismo' attribuito agli Stati Uniti, si aggrava o addirittura viene suscitato. In effetti, a forza di criticare gli americani qualunque cosa facciano e in ogni occasione, anche quando hanno ragione, noialtri europei (non siamo gli unici, pur conducendo il gioco) li spingiamo a ignorare le nostre obiezioni, anche quando sono fondate.» (p. 271)
    L'ossessione antiamericana
    Lindau
    Torino 2004
    23 euro

    http://www.prom.it/rainews/rubrica/l...p?id_info=4518


    carlomartello

 

 

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