[...] Il Novecento si era aperto con la prospettiva di realizzare i paradigmi fondamentali della democrazia politica: la rappresentanza, il pluralismo, la partecipazione, il cittadino inteso come soggetto politico, autonomo, razionale, responsabile. Il processo in atto, nelle democrazie, di passaggio dalla libertà “antica” all’interno della comunità politica nella moderna libertà nel privato deresponsabilizza gli individui e rende possibile la
deviazione della democrazia verso il dispotismo della maggioranza, che calpesta i diritti delle minoranze e apre la strada ad avventure autoritarie e a forme nuove di dittatura.
L’influenza pervasiva delle comunicazioni di massa accresce l’esposizione a
tentazioni autoritarie di individui atomizzati e isolati, chiusi nel conformismo
e in un’apatia che li allontana dalla politica. L’immagine prende il posto della realtà, la politica diventa spesso spettacolo. La sfera pubblica si comprime e si disperde come luogo storico della cittadinanza sino a scomparire in un’attualità deprivata di spessore diacronico, senza memoria e senza tensione verso il futuro.
Una democrazia acritica in cui si diffonda un uso distorto e strumentale della sovranità popolare può deviare verso pratiche plebiscitarie. Come hanno insegnato Hannah Arendt e l’esperienza storica degli anni trenta, la democrazia può generare un autoritarismo totalitario, modernamente fondato sui consumi materiali e sul blocco dei meccanismi di formazione della coscienza critica.
Solo il governo delle leggi permette l’eguaglianza giuridica, che non è un vuoto fatto formale; ma è il fondamento per l’accettazione dell’altro, del diverso, e la base per il rispetto delle differenze di ogni genere, per la tutela dei diritti delle minoranze.