User Tag List

Pagina 1 di 5 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 42
  1. #1
    the dark knight's return
    Data Registrazione
    06 Jul 2006
    Località
    Gotham City
    Messaggi
    26,969
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    2

    Post Rivoluzione Conservatrice Europea

    http://www.centrostudilaruna.it/spen...xi-secolo.html
    Spengler, profeta del XXI secolo

    4 September 2008 (094) | Autore: Franco Cardini

    Oggi quasi nessuno cita più il saggio di Samuel P. Hun­tington, Lo scontro delle ci­viltà, che oltre una decina di anni fa fece scalpore con la sua teoria del ‘necessario’ scontro fra civiltà, che qualcuno prese per un libro ‘pro­fetico’ quando fummo costretti, l’11 settembre del 2001, ad assiste­re al tragico ed epocale crollo delle Torri gemelle. Non fu notato con sufficiente energia, in quei giorni, che il best seller di Huntington se­guiva, aggiungendogli quel bel po’ di condimento neoconservatore che allora andava di moda, una traccia illustre ma ‘negata’ e per certi versi perfino ‘maledetta’, che evidentemente lo studioso ameri­cano si augurava che noialtri vecchi europei avessimo dimenticato quel tanto che bastava per non accor­gersi del suo semi-plagio concet­tuale.
    Ma il pesante ’saggio a tesi’ di Hun­tington, se poteva somigliare al suo vecchio e venerabile modello per la sua storicamente poco difendibile presentazione delle diverse civiltà destinate a scontrarsi nel mondo contemporaneo, nulla possedeva del fascino barocco e romantico del suo splendido e terribile modello: il Der Untergang des Abendlandes (Il tramonto dell’Occidente) di O­swald Spengler. Mentre Spengler a­veva trattato con disperata lucidità, una novantina d’anni or sono, di quello che gli appariva come il tra­monto della sua civiltà, Huntington non si era nemmeno accorto, nel suo libro per molti versi apologeti­co del suo Occidente, quello matu­rato appunto tra le guerre mondia­li e incentrato sugli Stati Uniti d’A­merica, di star scrivendo l’epitaffio del ’secolo americano’. Spengler aveva composto una solenne mar­cia funebre d’una civiltà che ormai gli appariva morente; Huntington aveva redatto l’elogio trionfale d’una civiltà sul serio al tramonto senza nemmeno supporre di starne componendo l’estre­mo elogio. In effetti, Der Unter­gang des Abendlan­des usciva tra 1918 e 1922, ottenendo un travolgente suc­cesso: l’ormai quarantenne ‘ filo­sofo della morfologia storica’, na­to a Blankenburg in Turingia nel 1880, aveva assistito al naufragio della sua Germania e compreso perfettamente che la Prima guerra mondiale era in realtà la fine non solo dell’imperialismo del ’secon­do Reich’, bensì di tutto un mondo. Si sentiva ormai vecchio, Spengler, per quanto gli restassero ancora al­cuni anni da vivere (sarebbe morto a Monaco nel 1936): ma, al pari del principe di Metternich, avrebbe ben potuto dire: «Muoio con l’Eu­ropa: sono in buona compagnia». Esattamente nello stesso torno di tempo, nel 1919, veniva inaugura­ta nella Columbia University di New York una cattedra di Cultura e ci­viltà occidentale: si sarebbe tratta­to di studiare il nuovo frutto della storia contemporanea, quella cul­tura occidentale della libertà, del progresso, della ricerca della felicità che era nata e si era affermata nel corso dell’Ottocento negli States e che ormai stava prendendo il suo posto nel mondo scalzandone la vecchia cultura dell’autoritarismo e delle tradizioni ormai esaurite: e quella cultura non era un generico ‘Oriente’, bensì proprio l’Europa.
    L’idea novecentesca di Occidente, affermatasi dopo il 1945 come quel­la del ‘Mondo Libero’, nasceva sot­to il segno della dichiarazione di av­venuto decesso della ‘vecchia’ Eu­ropa. Ma proprio la coincidenza dell’u­scita del capolavoro spengleriano e dell’inaugurazione della cattedra newyorkese, che sembravano con­fermarsi a vicenda, ci aiuta oggi a confrontare la miopia di Hunting­ton con la visionaria lungimiranza di Spengler.
    Mentre la ‘civiltà occi­dentale’ per un verso sembra dive­nuta in effetti il basic English, la koinè diàlektos di tutto il mondo ‘catturata’ dai nuovi popoli e dal­le nuove culture che si affacciano all’orizzonte del terzo millennio – Cina, India, Brasile –, se ci volgia­mo alla nostra storia passata si ha l’impressione che la tesi ‘ciclica’ dell’avvicendarsi delle civiltà di cui Spengler si era fatto portatore ispirandosi a Goethe, a Dilthey e a Nietzsche abbia oggi recuperato u­na sua tragica plausibilità.
    Goethianamente affascinato dalla fisiologia delle specie viventi, Spen­gler aveva concepito una ’storia naturalistica universale’ caratterizza­ta dalla sequenza di otto civiltà­ monadi che, come piante, nasce­vano, fiorivano, davano frutti, av­vizzivano e morivano: una gran­diosa visione deterministica, da scienziato dell’Ottocento quale in fondo era, al servizio della quale e­gli poneva un’immensa, sconcer­tante erudizione capace di elabo­rare un tessuto fittissimo di analo­gie tra culture diverse. Si rileggono oggi con disagio ma anche con stu­pore e ammirazione le pagine che Spengler dedica al confronto tra il ‘declino’ della civiltà europea e quello della civiltà ellenistico-ro­mana. Per Spengler le vicende u­mane sono segnate non già da un continuo progresso, bensì da un processo di decadimento. Mundus senescit.
    I due pilastri di questa rilettura del­la storia sono da una parte la teoria greca e nietzscheana dell’’Eterno ritorno’, profondamente opposta al finalismo biblico ed hegeliano, dall’altra la cultura della Decaden­za. Dinanzi alla rovina del vecchio equilibrio mondiale avvenuta con la guerra, che aveva indirizzato al­la distruzione tutte le risorse tecni­che, scientifiche e sociali della Mo­dernità, Spengler diveniva un pro­feta del nuovo mondo come tabu­la rasa, civiltà della forza, delle mas­se e delle macchine. In ciò il suo messaggio conservatore finiva con il confinare con l’energia nihilistica e rivoluzionaria delle nuove avan­guardie, con la ‘Nuova Obiettività’ di Dix e di Grosz che denunziavano la crudeltà e l’ingiustizia del nuovo mondo, con il nihilismo sovversivo di futuristi, surrealisti e dadaisti. Se il capitalismo borghese aveva con­dotto la civiltà europea alla rovina, per impadronirsi della sua eredità non restava che compierne para­dossalmente l’opera rivolgendola contro di esso. In tal modo, il conservatore Spengler diveniva a sua volta un araldo della rivoluzione: e il suo concetto di ‘Rivoluzione con­servatrice‘ finiva con l’andare il ta­le senso. Il che spiega l’equivoco che fece scorgere in lui un profeta del nazionalsocialismo, mentre dal canto loro i nazisti ne diffidarono e finirono col considerarlo un nemi­co: anche a causa del suo ostinato rifiuto a collaborare con loro.
    Al di là dell’equivoco che lo volle i­spiratore ai alcune posizioni hitle­riane, Spengler fu considerato, do­po il ’45, un ‘cattivo maestro’ bol­lato come ‘irrazionalista’ e ‘anti­scientifico’, ch’era tacitamente vie­tato leggere e peggio ancora citare. Oggi, sulle rovine delle beate e otti­mistiche certezze storicistiche e di­nanzi a un domani caratterizzato dall’esaurirsi di quelle ideologie che egli aveva avversato e combattuto, mentre nuove sintesi tra la cosid­detta ‘ civiltà occidentale’ e altre forme di cultura stanno sorgendo all’orizzonte, lo skyline di Shanghai ci appare più nuovo di quello di Manhattan e la capitale della tec­nologia informatica si sposta a Ban­galore in India, una rimeditazione delle vecchie pagine di Spengler s’impone come insospettabilmen­te attuale e fruttuosa.
    Oggi, mentre sorgono nuove sintesi tra la «civiltà occidentale» e altre forme di cultura, s’impone una rimeditazione delle vecchie pagine del «cattivo maestro».

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    the dark knight's return
    Data Registrazione
    06 Jul 2006
    Località
    Gotham City
    Messaggi
    26,969
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    2

    Predefinito

    http://www.centrostudilaruna.it/intr...on-clauss.html
    Introduction à l’œuvre de Ludwig Ferdinand Clauss (1892-1974)

    24 April 2008 (160) | Autore: Robert Steuckers

    Né le 8 février 1892 à Offenburg dans la région du Taunus, l’anthropologue Ludwig Ferdinand Clauss est rapidement devenu l’un des raciologues et des islamologues les plus réputés de l’entre-deux-guerres, cumulant dans son œuvre une approche spirituelle et caractérielle des diverses composantes raciales de la population européenne, d’une part, et une étude approfondie de la psyché bédouine, après de longs séjours au sein des tribus de la Transjordanie. L’originalité de sa méthode d’investigation raciologique a été de renoncer à tous les zoologismes des théories raciales conventionnelles, nées dans la foulée du darwinisme, où l’homme est simplement un animal plus évolué que les autres. Clauss renonce aux comparaisons trop faciles entre l’homme et l’animal et focalise ses recherches sur les expressions du visage et du corps qui sont spécifiquement humaines ainsi que sur l’âme et le caractère.
    Il exploite donc les différents aspects de la phénoménologie pour élaborer une raciologie psychologisante (ou une «psycho-raciologie») qui conduit à comprendre l’autre sans jamais le haïr. Dans une telle optique, admettre la différence, insurmontable et incontournable, de l’Autre, c’est accepter la pluralité des données humaines, la variété des façons d’être-homme, et refuser toute logique d’homologation et de centralisation coercitive.
    Ludwig Ferdinand Clauss était un disciple du grand philosophe et phénoménologue Edmund Husserl. Il a également été influencé par Ewald Banse (1883-1953), un géographe qui avait étudié avant lui les impacts du paysage sur la psychologie, de l’écologie sur le mental. Ses théories cadraient mal avec celles, biologisantes, du national-socialisme. Les adversaires de Clauss considéraient qu’il réhabilitait le dualisme corps/âme, cher aux doctrines religieuses chrétiennes, parce que, contrairement aux darwiniens stricto sensu, il considérait que les dimensions psychiques et spirituelles de l’homme appartenaient à un niveau différent de celui de leurs caractéristiques corporelles, somatiques et biologiques. Clauss, en effet, démontrait que les corps, donc les traits raciaux, étaient le mode et le terrain d’expression d’une réalité spirituelle/psychique. En dernière instance, ce sont donc l’esprit (Geist) et l’âme (Seele) qui donnent forme au corps et sont primordiaux. D’après les théories post-phénoménologiques de Clauss, une race qui nous est étrangère, différente, doit être évaluée, non pas au départ de son extériorité corporelle, de ses traits raciaux somatiques, mais de son intériorité psychique. L’anthropologue doit dès lors vivre dans l’environnement naturel et immédiat de la race qu’il étudie. Raison pour laquelle Clauss, influencé par l’air du temps en Allemagne, commence par étudier l’élément nordique de la population allemande dans son propre biotope, constatant que cette composante ethnique germano-scandinave est une “race tendue vers l’action” concrète, avec un élan froid et un souci des résultats tangibles. Le milieu géographique premier de la race nordique est la Forêt (hercynienne), qui recouvrait l’Europe centrale dans la proto-histoire.
    La Grande Forêt hercynienne a marqué les Européens de souche nordique comme le désert a marqué les Arabes et les Bédouins. La trace littéraire la plus significative qui atteste de cette nostalgie de la Forêt primordiale chez les Germains se trouve dans le premier livre évoquant le récit de l’Evangile en langue germanique, rédigé sous l’ordre de Louis le Pieux. Cet ouvrage, intitulé le Heliand (= Le Sauveur), conte, sur un mode épique très prisé des Germains de l’antiquité tardive et du haut moyen âge, les épisodes de la vie de Jésus, qui y a non pas les traits d’un prophète proche-oriental mais ceux d’un sage itinérant doté de qualités guerrières et d’un charisme lumineux, capable d’entraîner dans son sillage une phalange de disciples solides et vigoureux. Pour traduire les passages relatifs à la retraite de quarante jours que fit Jésus dans le désert, le traducteur du haut moyen âge ne parle pas du désert en utilisant un vocable germanique qui traduirait et désignerait une vaste étendue de sable et de roches, désolée et infertile, sans végétation ni ombre. Il écrit sinweldi, ce qui signifie la «forêt sans fin», touffue et impénétrable, couverte d’une grande variété d’essences, abritant d’innombrables formes de vie. Ainsi, pour méditer, pour se retrouver seul, face à Dieu, face à la virginité inconditionnée des éléments, le Germain retourne, non pas au désert, qu’il ne connaît pas, mais à la grande forêt primordiale. La forêt est protectrice et en sortir équivaut à retourner dans un “espace non protégé” (voir la légende du noble saxon Robin des Bois et la fascination qu’elle continue à exercer sur l’imaginaire des enfants et des adolescents).
    L’idée de forêt protectrice est fondamentalement différente de celle du désert qui donne accès à l’Absolu: elle implique une vision du monde plus plurielle, vénérant une assez grande multiplicité de formes de vie végétale et animale, coordonnée en un tout organique, englobant et protecteur.
    L’homo europeus ou germanicus n’a toutefois pas eu le temps de forger et de codifier une spiritualité complète et absolue de la forêt et, aujourd’hui, lui qui ne connaît pas le désert de l’intérieur, au contraire du Bédouin et de l’Arabe, n’a plus de forêt pour entrer en contact avec l’Inconditionné. Et quand Ernst Jünger parle de “recourir à la forêt”, d’adopter la démarche du Waldgänger, il formule une abstraction, une belle abstraction, mais rien qu’une abstraction puisque la forêt n’est plus, si ce n’est dans de lointains souvenirs ataviques et refoulés. Les descendants des hommes de la forêt ont inventé la technique, la mécanique (L. F. Clauss dit la Mechanei), qui se veut un ersatz de la nature, un palliatif censé résoudre tous les problèmes de la vie, mais qui, finalement, n’est jamais qu’une construction et non pas une germination, dotée d’une mémoire intérieure (d’un code génétique). Leurs ancêtres, les Croisés retranchés dans le krak des Chevaliers, avaient fléchi devant le désert et devant son implacabilité. Preuve que les psychés humaines ne sont pas transposables arbitrairement, qu’un homme de la Forêt ne devient pas un homme du Désert et vice-versa, au gré de ses pérégrinations sur la surface de la Terre.
    A terme, la spiritualité du Bédouin développe un “style prophétique” (Offenbarungsstil), parfaitement adapté au paysage désertique, et à la notion d’absolu qu’il éveille en l’âme, mais qui n’est pas exportable dans d’autres territoires. Le télescopage entre ce prophétisme d’origine arabe, sémitique, bédouine et l’esprit européen, plus sédentaire, provoque un déséquilibre religieux, voire une certaine angoisse existentielle, exprimée dans les diverses formes de christianisme en Europe.
    Clauss a donc appliqué concrètement -et personnellement- sa méthode de psycho-raciologie en allant vivre parmi les Bédouins du désert du Néguev, en se convertissant à l’Islam et en adoptant leur mode de vie. Il a tiré de cette expérience une vision intérieure de l’arabité et une compréhension directe des bases psychologiques de l’Islam, bases qui révèlent l’origine désertique de cette religion universelle.
    Sous le IIIième Reich, Clauss a tenté de faire passer sa méthodologie et sa théorie des caractères dans les instances officielles. En vain. Il a perdu sa position à l’université parce qu’il a refusé de rompre ses relations avec son amie et collaboratrice Margarete Landé, de confession israélite, et l’a cachée jusqu’à la fin de la guerre. Pour cette raison, les autorités israéliennes ont fait planter un arbre en son honneur à Yad Vashem en 1979. L’amitié qui liait Clauss à Margarete Landé ne l’a toutefois pas empêché de servir fidèlement son pays en étant attaché au Département VI C 13 du RSHA (Reichssicherheitshauptamt), en tant que spécialiste que Moyen-Orient.
    Après la chute du IIIième Reich, Clauss rédige plusieurs romans ayant pour thèmes le désert et le monde arabe, remet ses travaux à jour et publie une étude très approfondie sur l’Islam, qu’il est un des rares Allemands à connaître de l’intérieur. La mystique arabe/bédouine du désert débouche sur une adoration de l’Inconditionné, sur une soumission du croyant à cet Inconditionné. Pour le Bédouin, c’est-à-dire l’Arabe le plus authentique, l’idéal de perfection pour l’homme, c’est de se libérer des “conditionnements” qui l’entravent dans son élan vers l’Absolu. L’homme parfait est celui qui se montre capable de dépasser ses passions, ses émotions, ses intérêts. L’élément fondamental du divin, dans cette optique, est l’ istignâ, l’absence totale de besoins. Car Dieu, qui est l’Inconditionné, n’a pas de besoins, il ne doit rien à personne. Seule la créature est redevable: elle est responsable de façonner sa vie, reçue de Dieu, de façon à ce qu’elle plaise à Dieu. Ce travail de façonnage constant se dirige contre les incompétences, le laisser-aller, la négligence, auxquels l’homme succombe trop souvent, perdant l’humilité et la conscience de son indigence ontologique. C’est contre ceux qui veulent persister dans cette erreur et cette prétention que l’Islam appelle à la Jihad. Le croyant veut se soumettre à l’ordre immuable et généreux que Dieu a créé pour l’homme et doit lutter contre les fabrications des “associateurs”, qui composent des arguments qui vont dans le sens de leurs intérêts, de leurs passions mal dominées. La domination des “associateurs” conduit au chaos et au déclin. Réflexions importantes à l’heure où les diasporas musulmanes sont sollicitées de l’intérieur et de l’extérieur par toutes sortes de manipulateurs idéologiques et médiatiques et finissent pas excuser ici chez les leurs ce qu’ils ne leur pardonneraient pas là-bas chez elles. Clauss a été fasciné par cette exigence éthique, incompatible avec les modes de fonctionnement de la politicaille européenne conventionnelle. C’est sans doute ce qu’on ne lui a pas pardonné.

    Ludwig Ferdinand Clauss meurt le 13 janvier 1974 à Huppert dans le Taunus. Considéré par les Musulmans comme un des leurs, par les Européens enracinés comme l’homme qui a le mieux explicité les caractères des ethnies de base de l’Europe, par les Juifs comme un Juste à qui on rend un hommage sobre et touchant en Israël, a récemment été vilipendé par des journalistes qui se piquent d’anti-fascisme à Paris, dont René Schérer, qui utilise le pseudonyme de «René Monzat». Pour ce Schérer-Monzat, Clauss, raciologue, aurait été tout bonnement un fanatique nazi, puisque les préoccupations d’ordre raciologique ne seraient que le fait des seuls tenants de cette idéologie, vaincue en 1945. Schérer-Monzat s’avère l’une de ces pitoyables victimes du manichéisme et de l’inculture contemporains, où la reductio ad Hitlerum devient une manie lassante. Au contraire, Clauss, bien davantage que tous les petits écrivaillons qui se piquent d’anti-fascisme, est le penseur du respect de l’Autre, respect qui ne peut se concrétiser qu’en replaçant cet Autre dans son contexte primordial, qu’en allant à l’Autre en fusionnant avec son milieu originel. Edicter des fusions, brasser dans le désordre, vouloir expérimenter des mélanges impossibles, n’est pas une preuve de respect de l’altérité des cultures qui nous sont étrangères.

    * * *

    Bibliographie:
    Die nordische Seele. Artung. Prägung. Ausdruck, 1923; Fremde Schönheit. Eine Betrachtung seelischer Stilgesetze, 1928; Rasse und Seele. Eine Einführung in die Gegenwart, 1926; Rasse und Seele. Eine Einführung in den Sinn der leiblichen Gestalt, 1937; Als Beduine unter Beduine, 1931; Die nordische Seele, 1932; Die nordische Seele. Eine Einführung in die Rassenseelenkunde, 1940 (édition complétée de la précédente); Rassenseelenforschung im täglichen Leben, 1934; Vorschule der Rassenkunde auf der Grundlage praktischer Menschenbeobachtung, 1934 (en collaboration avec Arthur Hoffmann); Rasse und Charakter, Erster Teil: Das lebendige Antlitz, 1936 (la deuxième partie n’est pas parue); Rasse ist Gestalt, 1937; Semiten der Wüste unter sich. Miterlebnisse eines Rassenforschers, 1937; Rassenseele und Einzelmensch, 1938; König und Kerl, 1948 (œuvre dramatique); Thuruja, 1950 (roman); Verhüllte Häupter, 1955 (roman); Die Wüste frei machen, 1956 (roman); Flucht in die Wüste, 1960-63 (version pour la jeunesse de Verhüllte Häupter); Die Seele des Andern. Wege zum Verstehen im Abend- und Morgenland, 1958; Die Weltstunde des Islams, 1963.

    Sur Ludwig Ferdinand Clauss:
    Julius Evola, Il mito del sangue, Ar, Padoue, 1978 (trad.franç., Le mythe du sang, Editions de l’Homme Libre, Paris, 1999); Julius Evola, «F. L. Clauss: Rasse und Charakter», recension dans Bibliografia fascista, Anno 1936-XI (repris dans Julius Evola, Esplorazioni e disamine. Gli scritti di “Bibliografia fascista”, Volume I, 1934-IX - 1939-XIV, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 1994); Léon Poliakov/Joseph Wulf, Das Dritte Reich und seine Denker. Dokumente und Berichte, Fourier, Wiesbaden, 1989 (2ième éd.) (Poliakov et Wulf reproduisent un document émanant du Dr. Walter Gross et datant du 28 mars 1941, où il est question de mettre Clauss à l’écart et de passer ses œuvres sous silence parce qu’il n’adhère pas au matérialisme biologique, parce qu’il est «vaniteux» et qu’il a une maîtresse juive); Robert Steuckers, «L’Islam dans les travaux de Ludwig Ferdinand Clauss», in Vouloir, n°89/92, juillet 1992

  3. #3
    the dark knight's return
    Data Registrazione
    06 Jul 2006
    Località
    Gotham City
    Messaggi
    26,969
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    2

    Predefinito

    http://www.centrostudilaruna.it/volt...ervatrice.html

    Il volto ambiguo della Rivoluzione Conservatrice tedesca

    1 January 2000 (22:25) | Autore: Luca Leonello Rimbotti

    La Rivoluzione Conservatrice - fenomeno essenzialmente tedesco, ma non solo - era un bacino di idee, un laboratorio, in cui vennero ad infusione tutti quegli ideali che da una parte rifiutavano il progressismo illuministico dell’Occidente, mentre dall’altra propugnavano il dinamismo di una rivoluzione in grande stile: ma nel senso di un re-volvere, di un ritornare alla tradizione nazionale, all’ordine dei valori naturali, all’eroismo, alla comunità di popolo, all’idea che la vita è tragica ma anche magnifica lotta.
    Tra il 1918 e il 1932, questi ideali ebbero decine di sostenitori di alto spessore intellettuale, lungo un ventaglio di variazioni ideologiche molto ampio: dalla piccola minoranza di quanti vedevano nel bolscevismo l’alba di una nuova concezione comunitaria, alla grande maggioranza di coloro che invece si battevano per l’estrema affermazione del destino europeo nell’era della tecnica di massa, mantenendo intatte, anzi rilanciandole in modo rivoluzionario, le qualità tradizionali legate alle origini del popolo: identità, storia, stirpe, terra-patria, cultura. Tra questi ultimi, di gran lunga i più importanti, figuravano personaggi del calibro di Jünger, Schmitt, Moeller van den Bruck, Heidegger, Spengler, Thomas Mann, Sombart, Benn, Scheler, Klages, e molti altri. In quella caotica Sodoma che era la Repubblica di Weimar - dove la crisi del Reich fu letta come la crisi dell’intero Occidente liberale - tutti questi ingegni avevano un denominatore comune: impegnare la lotta per opporsi al disfacimento della civiltà europea, restaurando l’ordine tradizionale su basi moderne, attraverso la rivoluzione. Malauguratamente, nessuno di loro fu mai un politico. E pochi ebbero anche solo cultura politica. Quest’assenza di sensiblerie fu il motivo per cui, al momento giusto, spesso la storia non venne riconosciuta. E, tra i più famosi, solo alcuni capirono che il destino non sempre può avere il volto da noi immaginato nel silenzio dei nostri studi, ma che alle volte appare all’improvviso, parlando il linguaggio semplice e brutale degli eventi.Scrivevano di una Germania da restaurare nella sua potenza, favoleggiavano di un tipo d’uomo eroico e coraggioso, metallico, che avrebbe dominato il nichilismo dell’epoca moderna; descrivevano la civilizzazione occidentale come il più grande dei mali, il progresso come un dèmone, il capitalismo come una lebbra di usurai, l’egualitarismo e il comunismo come incubi primitivi … e riandavano alle radici del germanesimo, alle fonti dell’identità. Armato di Nietzsche e di antichi miti dionisiaci, c’era persino chi riaccendeva i fuochi di quelle notti primordiali in cui era nato l’uomo europeo… Eppure, quando tutto questo prese vita sotto le loro finestre, quando i miti e le invocazioni assunsero la forma di uomini, di un partito, di una volontà politica, di una voce, quando “l’uomo d’acciaio” descritto nei libri bussava alla loro porta nelle forme stilizzate della politica, molti sguardi si distolsero, molte orecchie cominciarono a non sentirci più… La vecchia sindrome del sognatore, che non vuol essere disturbato neppure dal proprio sogno che si anima… La Rivoluzione Conservatrice tedesca espresse spesso la tragica cecità di molti suoi epigoni dinanzi al prender forma di non poche delle loro costruzioni teoriche.
    Non vollero riconoscere il suono di una campana, i cui rintocchi uscivano in gran parte dai loro stessi libri. Allora, improvvisamente, tutto diventò troppo “demagogico”, troppo “plebeo”. L’intellettuale volle lasciare la militanza, la lotta vera, a quanti accettarono di sporcarsi le mani con i fatti. Alcune derive del Nazionalsocialismo si possono anche storicamente ascrivere alla renitenza di intellettuali e ideologhi, che non parteciparono alla “lotta per i valori” e che, dopo aver lungamente predicato, nel momento dell’azione si appartarono in un piccolo mondo fatto di romanzi e divagazioni. Mentalità da club: “esilio interno” o piuttosto diserzione davanti ai propri stessi ideali? Eppure, un certo spazio critico dovette esistere, poi, anche tra le maglie del regime totalitario, se gli storici riportano di serrate lotte ideologiche intestine durante il Terzo Reich, di polemiche, di divergenze di vedute: Rosenberg non la pensava certo come Klages; Heidegger e Krieck erano avversari politici attestati su sponde lontane… Prendiamo Jünger. Ancora nel 1932, aveva parlato del Dominio, della Gerarchia delle Forme, della Sapienza degli Avi, del Guerriero, del Realismo Eroico, della Forza Primigenia, del Soldato Politico, della “Massa che vede riaffermata la propria esistenza dal Singolo dotato di Grandezza”… Ricordiamo di passata che Jünger negli anni venti collaborò, oltre che con le più note testate del nazionalismo radicale, anche col Völkischer Beobachter, il quotidiano nazionalsocialista e che nel 1923 inviò a Hitler una copia del suo libro Tempeste d’acciaio, con tanto di dedica… Alla luce dei fatti, è forse giunto il momento di considerare quelle proclamazioni solo come buoni esercizi letterari? Nell’infuriare della lotta vera per il Dominio che si ingaggiò di lì a poco, durante gli anni decisivi della Seconda guerra mondiale, noi troviamo Jünger non già nella trincea dove era stato da giovane, ma ai tavoli dei caffè parigini. Qui lo vediamo intento ad irridere Hitler nel segreto del proprio diario, sulle cui paginette si dilettava a chiamarlo col nomignolo di Knièbolo: un po’ poco. Tutto questo fu “fronda” esoterica o immiserimento del talento ideologico? Storico esempio di altèra dissidenza aristocratica o patetico esaurimento di un antico coraggio di militanza?
    E uno Spengler? Anch’egli, dopo aver vaticinato il riarmo del germanesimo e della civiltà bianca, non appena questi postulati ebbero il contorno di un partito politico, che pareva proprio prenderli sul serio, oppose uno sdegnoso distacco. E Gottfried Benn? Dopo aver cantato i destini dell’”uomo superiore che tragicamente combatte”, dopo aver celebrato la “buona razza” dell’uomo tedesco che ha “il sentimento della terra nativa”, come vide che tutto questo diventava uno Stato, una legge, una politica, lasciò cadere la penna…
    Ma la Rivoluzione Conservatrice, per la verità, non fu solo questo. Fu anche il socialismo di Moeller, l’antieconomicismo di Sombart, l’idea nazionale e popolare di Heidegger, il filosofo-contadino vicino alle SA. In effetti, la gran parte degli affiliati ai diversi schieramenti rivoluzionario-conservatori confluì nella NSDAP, contribuendo non poco a solidificarne il pensiero politico e, in alcuni casi, diventandone uomini di punta: da Baeumler a Krieck. Secondo Ernst Nolte - il maggiore storico tedesco - la Rivoluzione Conservatrice ebbe l’occasione di essere più una rivoluzione che non una conservazione, soltanto perché si incrociò con la via politica nazionalsocialista: un partito di massa, una moderna propaganda, un capo carismatico in grado di puntare al potere. Tutte cose che ai teorici mancavano. “Non fu il nazionalsocialismo - si è chiesto Nolte -, in quanto negazione della Rivoluzione francese e di quella bolscevico-comunista, una contro-Rivoluzione tanto rivoluzionaria, quanto la Rivoluzione conservatrice non potrà mai essere?”.
    Dopo tutto, come ha affermato il più esperto studioso di questi argomenti, Armin Mohler, “il nazionalsocialismo resta pur sempre un tentativo di realizzazione politica delle premesse culturali presenti nella Rivoluzione conservatrice”. Il tentativo postumo di sganciare la RC dalla NSDAP è obiettivamente antistorico: provate a sommare i temi ideologici dei vari movimenti nazional-popolari dell’epoca weimariana, ed avrete l’ideologia nazionalsocialista.
    * * *
    Tratto da Linea del 25 luglio 2004.

  4. #4
    the dark knight's return
    Data Registrazione
    06 Jul 2006
    Località
    Gotham City
    Messaggi
    26,969
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    2

    Predefinito

    piano piano posterò tutti gli articoli che ho trovato

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    14,716
    Mentioned
    6 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La Konservative Revolution di Mohler

    Di Giorgio Locchi - Altri Testi - 28/02/2006

    Scarica l'articolo in formato PDF


    La vita culturale e politica tedesca fu caratterizzata, tra il 1918 e il 1933, dall’esistenza di un possente movimento spirituale che si dichiarò deciso «a fare tabula rasa delle rovine del XIX secolo e a stabilire un nuovo ordine di vita». Questo movimento si è manifestato, con maggiore o minore vigore, pressoché ovunque in Europa, ma è stato in Germania che ha marcato più profondamente, ed in tutti i campi, la vita della società. È stato chiamato Konservative Revolution: di "Rivoluzione conservatrice". Di fatto, si tratta di un movimento "metapolitico" molte volte descritto (troppo sovente del resto da avversari, e sulla base di idee preconcette), ma che in definitiva si conosceva assai male, malgrado la sua fondamentale importanza storica.
    Nel 1950 Armin Mohler [alias] si propose di colmare questa lacuna e pubblicò una dissertazione discussa l’anno precedente presso l’Università di Bâle con Karl Jaspers e Herman Schmalenbach. Questa tesi, divenuta poi celebre, è stata quindi riedita sotto forma di vero e proprio manuale, aumentato di un’imponente bibliografia di circa 400 pagine, la quale basta da sola a testimoniare l’importanza e la ricchezza degli autori della Konservative Revolution [versione originale: Die Konservative Revolution in Deutschland 1918-1932. Ein Handbuch; trad. italiana: La rivoluzione conservatrice in Germania 1918-1932. Una guida, LEdE-Akropolis 1990; trad. francese, dalla cui pubblicazione prende le mosse il presente articolo: La révolution conservatrice en Allemagne].
    Il compito che Armin Mohler ha voluto intraprendere è stato dei più ardui. Dal 1918 al 1933, la Rivoluzione Conservatrice non ha mai presentato un aspetto unitario, un solo volto. Tesa alla ricerca della sua propria via, essa si è spinta in mille direzioni apparentemente divergenti, investendo allo stesso modo l’arte come la filosofia, la letteratura come la politica.
    La Rivoluzione Conservatrice forma dunque un universo da sè sola, la cui profondità e ampiezza possono meravigliare coloro che la scoprono per la prima volta. Uomini così diversi come il "primo" Thomas Mann (poi obbligato all’esilio nel 1933), Ernst Jünger (L'Operaio) e suo fratello Friedrich Georg, Oswald Spengler [alias] (l'autore de Il tramonto dell’occidente), Ernst von Salomon (I Proscritti), Alfred Baeumler (divenuto in seguito una sorta di filosofo universitario ufficiale del nazional-socialismo), Stefan George (vedi anche le opere su Gutenberg-DE) e Hugo von Hofmannsthal [alias], il giurista Carì Schmitt [alias], il biologo Jacob von Uexküll, l’antropologo Hans F.K. Günther, l’economista Werner Sombart, l’archeologo Gustav Kossinna, Erwin Guido Kolbenheyer e Hans Grimm [alias], Hans Blüher e Gottfried Benn, Ernst Wiechert, Rainer Maria Rilke, Max Scheler [alias] e Ludwig Klages, per non citarne che alcuni tra i più celebri, sono tutti uomini della Rivoluzione Conservatrice.
    Sono coloro la cui opera suscitò e animò d’impulsi sempre rinnovati una moltitudine di società di pensiero, di "circoli di amici", di organizzazioni segrete e semisegrete a carattere esoterico, di cenacoli letterari, di partiti e "gruppuscoli" politici, di associazioni legate ai Freikorps, all’underground (già!), nelle direzioni più diverse e intorno a propositi e intenzioni i più diversamente articolati.
    La parentela di tutte queste correnti non ne risulta per questo meno evidente, ma la loro comune mentalità non si lascia cogliere che con difficoltà da chi adotti un punto di vista esterno al movimento. D’altra parte, i sentimenti che gli uni e gli altri avevano della loro parentela ideologica non gli impedivano di nutrire tra loro inimicizie e odi furiosi (di quelli che si votano ai "traditori" più ancora che ai nemici). Fu così che Walter Rathenau [alias], le cui opere pure si situano ai margini della Rivoluzione Conservatrice stessa, fu assassinato da terroristi che erano a loro volta "conservatori-rivoluzionari": la questione è ben conosciuta per il racconto fattone da von Salomon in Die Geächteten (I Proscritti).
    Infine, come afferma l’autore della prefazione, la "vicinanza spirituale" al nazionalsocialismo compromette la Rivoluzione Conservatrice e rischia di sfalsare l’analisi gettando un’ombra su ciò che fu in realtà. Pur riconoscendo che si tratta di un compito pressoché impossibile, Mohler ha tentato di aggirare le difficoltà dovute a questa scomoda vicinanza mettendo tra parentesi il fenomeno nazionalsocialista, il cui destino storico ne fece un caso a parte e che la «mancanza di distanza» proibisce ancora oggi d’analizzare. Rimarca tuttavia che i nazionalsocialisti, una volta giunti al potere, si la presero prioritariamente con certi rappresentanti della Konservative Revolution che rifiutarono loro la propria adesione. La "notte dei lunghi coltelli", per non citare che questo, non fu soltanto una resa dei conti tra le correnti del movimento nazionalsocialista, ma anche tra i nazionalsocialisti e taluni "trotzkysti" della KR.
    Da un punto di vista formale, in effetti, scrive Mohler, «i seguaci della Rivoluzione Conservatrice possono essere definiti all'epoca come i trotzkysti del nazionalsocialismo. Così come succede per tutti i grandi movimenti rivoluzionari, comunismo compreso, troviamo, da un lato, un grande partito di massa dalla pesantezza uniforme e, dall’altra, una miriade di piccoli circoli caratterizzati da una vita spirituale intensa, che non esercitano che una debole influenza sulle masse, e che, da un punto di vista della formazione di partiti, riuscivano al massimo a provocare delle scissioni marginali all’interno del grande partito, si dedicavano soprattutto all’organizzazione di sette esplosive e di piccoli gruppi elitari assai poco coerenti. Quando il grande partito fallisce, allora suona l’ora delle eresie trotzkyste». A tal proposito, si potrebbe notare che in realtà la Konservative Revolution è passata allora per un processo inverso, e che fu il ripetuto fallimento delle piccole sette "trotzkyste" ad aprire la via alla presa del potere da parte del nazionalsocialismo.
    Nell’ottica adottata da Armin Mohler, comunque questo non assume che un’importanza secondaria, dato che non si tratta nella sua opera di rappresentare una meccanica rivoluzionaria, ma di abbozzare, così com’è espressamente precisato, una tipologia della RC.
    Dopo aver rimarcato che l’origine prima della Konservative Revolution si situa verso la metà del XIX secolo, Armin Mohler prova dunque a ritrovare e a caratterizzare ciò che chiama Leitbilder, vale a dire le «idee [o, meglio, le immagini] guida» comuni all’insieme degli autori della KR.
    È così indotto a collocare l’«immagine del mondo» (Weltbild) propria alla Rivoluzione Conservatrice nell’opera di Friedrich Nietzsche [alias, alias]; il Nietzsche dello Zarathustra [alias] soprattutto, ma anche quello della Volontà di Potenza e della Genealogia della morale. Tutti i Leitbilder che giunge a mettere in evidenza scaturiscono in effetti dalla visione di Nietzsche. Una di queste "idee guida" è senza alcun dubbio fondamentale. Si tratta della concezione "sferica" della storia, opposta alla concezione lineare comune, tra gli altri, al marxismo e al cristianesimo. Per i seguaci della Rivoluzione Conservatrice , la storia non è un progresso infinito e indefinito. Essa è un eterno ritorno.
    Giustamente, Mohler sottolinea che non è il cerchio che può rappresentare al meglio questo processo di eterno ritorno, ma la sfera (Kugel), che «significa che agli occhi del conservatore-rivoluzionario in ogni momento tutto è contenuto, che presente, passato e avvenire coincidono». Nietzsche viene citato: «Tutto va, tutto ritorna; eternamente ruota la Ruota dell’Essere. Tutto muore, tutto di nuovo fiorisce; eternamente trascorre l’Anno dell’Essere. Tutto crolla, tutto è nuovamente composto; eternamente si ricostruisce la medesima Casa dell’Essere. Tutto si separa, tutto si saluta di nuovo; eternamente resta fedele a se stesso l’Anello dell’Essere. In ogni momento l’Essere comincia; attorno ad ogni Qui si avvolge la Sfera del Là. Il centro è dappertutto. Curvo è il sentiero dell’Eternità» [Cosi parlò Zarathustra, parte terza, "Il convalescente": versione originale del capitolo].
    Un secondo Leitbild, derivante immediatamente dal primo, è quella dell’Interregnum o Zwischenreich: «Noi viviamo in un interregno; il vecchio ordine è crollato, e il nuovo ordine non è ancora divenuto visibile». Ci troviamo alla vigilia di una «svolta della Storia» (Zeitwende). Agli occhi degli uomini della KR, Nietzsche è il profeta di questa "svolta". Meglio, egli marca questa svolta dei Tempi «in cui qualcosa è morto (4) e dove nient’altro ancora è nato». Uno dei rappresentanti più caratteristici della Konservative Revolution, lo scrittore Ernst Jünger afferma, anche lui: «Siamo a una svolta tra due epoche, un cambiamento il cui significato è comparabile a quello del passaggio dall’era della pietra a quella dei metalli» (citato da Wulf Dieter Muller).
    Seguendo l’itinerario che Nietzsche ha tracciato, la Rivoluzione Conservatrice adotta nella sua lotta quotidiana il Leitbild del nichilismo: un nichilismo positivo, dove lo scopo non è il nulla per il nulla (la fine della storia, si dovrebbe dire), ma la riduzione in polvere delle rovine del vecchio ordine, considerata come la condizione sine qua non dell’avvento del nuovo ordine, vale a dire della rigenerazione (Wiedergeburt).
    Questo nichilismo positivo, questo "nichilismo tedesco" o "prussiano" desiderato dalla RC, non è un fine in sé, ma un mezzo: il mezzo per pervenire al «punto magico al di là del quale non giungerà che colui che dispone in se stesso di nuove e invisibili risorse di forza» (Ernst Jünger). Questo "punto magico" forma un’altra Leitbild a se stante, quella del "rivolgimento" (Umschlag), vale a dire dell’istante e del luogo dove la distruzione si muta in creazione, dove la fine si rivela essere un nuovo inizio. È il momento in cui «ciascuno recupera la sua propria origine», il «Grande Meriggio» di Zarathustra [alias], grazie al quale i tempi della storia saranno improvvisamente rigenerati.
    Tutti questi Leitbilder chiariscono la preferenza della KR per le formule che associano termini antagonisti: rivoluzione conservatrice, nichilismo prussiano, socio-aristocrazia, nazional-bolscevismo, ecc. Il fatto è che la vera rivoluzione è, letteralmente, «ri-voluzione, ritorno indietro, riproduzione di un momento che già fu». «Al principio era il verbo», scrive Hans V. Fleig. «Ora,il presente ci conduce a prestare una maggiore attenzione al significato d’origine della parola "rivoluzione". L’Europa, che da centocinquant'anni vive un’epoca di rivoluzioni, durante questo periodo ha esaurito e superato l’eredità di molti secoli. Questa eredità non è altro che la comunità occidentale, tale quale si era ritrovata nello spirito del cristianesimo. Oggi, la croce è corrosa dalle intemperie e, ovunque si posi lo sguardo, la disintegrazione della comunità occidentale si verifica con impressionante rapidità. Vecchi dèi, che si erano creduti da lungo tempo uccisi dalle predicazioni, partono alla ricerca dei loro templi sepolti. La "sovrastruttura" occidentale, questa comunità di popoli germanici, latini e slavi che, in ultima istanza, affonda le proprie radici nell’ecumene della cristianità, si sta sciogliendo come neve al sole. Nel fuoco incandescente di una stella saturnina, che annuncia l’aurora di una nuova Antichità, il pensiero occidentale crolla in polvere…» Friedrich Hielscher, discepolo di Jünger, proclama a sua volta: « L’homo revolvens gioca un ruolo nel grande teatro del mondo; non conoscerà pace fino a che il contenuto dei musei non sarà cambiato. Allora, gli altari sacrificali in pietra si leveranno nuovamente nelle radure, e le croci si ritroveranno nelle vetrine dei musei…».
    L’ideologia comanda qui, in modo immediato, il passaggio all’azione politica. Ma questa resta sostenuta costantemente da una visione metapolitica. Neppure un Ernst Jünger, autore incline al "botanismo letterario", può sottrarsi all’imperativo politico: il suo celebre L’Operaio (Der Arbeiter) si vuole il manifesto di una "nuova politica".
    Armin Mohler, sensibile soprattutto agli aspetti letterari e poetici della Weltanschauung della KR, trascura un po’, da parte sua, i Leitbilder più direttamente legati alle istanze dell’azione politica. Percependo con finezza e chiarezza le dimensioni storico-temporali dell’universo che studia, si preoccupa meno di ritrovarne le dimensioni socio-spaziali.
    Se il marxismo è una teoria che la pratica deve necessariamente prolungare, il Weltbild della Konservative Revolution è, si può dire, una metapolitica che affida alla politica la realizzazione dei suoi fini ultimi relativi all’uomo. È così che il Leitbild "temporale" della rigenerazione ha, ci sembra, agli occhi dei militanti della KR il suo corrispondente nel Leitbild "spaziale" del "popolo (Volk) tedesco": questo è considerato il solo "vero e proprio popolo", perché esso solo ha conservato la "coscienza delle sue origini" e perché esso è, in quanto tale, investito di una missione "redentrice" di cui l’umanità tutta dovrà beneficiare. Questo Leitbild della "missione tedesca", sulla quale Armin Mohler insiste assai poco, costituisce una delle grandi sorgenti storiche della KR, dai celebri Discorsi [versione originale Web] di Fichte [alias] sino a Wagner. Similmente, al Leitbild "temporale" dell’eterno ritorno e della concezione sferica della storia, corrisponde la Leitbild "spaziale" del sovrumanismo aristocratico e di una concezione gerarchica della società, nozioni che, del resto, sono anch’esse in primo piano nel pensiero di Nietzsche; cosi come, inversamente, alla concezione lineare della storia, corrisponde una concezione egualitaria della società.
    In fin dei conti, i "conservatori" della KR vogliono distruggere tutto di ciò che li circonda, perché tutto è già cadavere. Ciò che essi vogliono conservare, lo vediamo oggi chiaramente, non è nient’altro che la storicità dell’uomo, cioè la possibilità di nuovi eterni ritorni, in opposizione alla "fine della storia" progettata, apertamente o meno, dai loro avversari. Essi aprono al ritorno del passato. Ma questo stesso passato non è il passato della memoria; è il passato di un’immaginazione che affonda le sue radici in una Sehnsucht, in uno slancio nostalgico e passionario verso l’avvenire rigenerato che fa seguito al crollo di una civilizzazione.
    Si potrebbe dire delle tendenze delineatesi nel seno della Rivoluzione Conservatrice che esse furono precisamente caratterizzate da un’accentuazione variabile di differenti Leitbilder propri all’insieme del movimento: alcuni, mal percepiti dagli uni, giocarono un ruolo predominante negli altri.
    Di queste tendenze Armin Mohler propone una classificazione in cinque gruppi: i Völkischen, i Jungkonservativen (giovani-, o neo-conservatori), i National-revolutionäre (nazionalrivoluzionari), i Bündischen ("leghisti"), e la Landvolkbewegung (movimento dei contadini). Questi gruppi, a dire la verità, concernono realtà differenti. I primi tre, precisa Mohler, sono dei "movimenti ideologici" che cercano di realizzarsi. Gli altri due corrispondo a delle «esplosioni storiche concrete, da cui in seguito si tentò di trarre un’ideologia». Sono nondimeno i primi che esercitarono la maggiore influenza sul piano politico.
    Tutti e tre mettevano davanti il Leitbild del Volk, ma puntando su esso una luce differente. Per i Völkischen, si tratta soprattutto di opporsi ad un "processo di disgregazione" che minaccia il popolo, e incitarlo ad una più forte coscienza di sé. I Völkischen mettono l’accento sulla "razza", che è ritenuta fondare la specificità del Volk. Ma la loro concezione, anzi la loro definizione della razza è piuttosto variabile. Gli uni la concepiscono da un punto di vista puramente biologico, gli altri vi vedono una sorta di unità esemplare del "corporale" e dello "spirituale". Se per Oswald Spengler [alias] la razza è «ciò-che-è-in-forma» (nella sua propria forma), Jünger parla di "sangue" (Blut), ma di un "sangue" che si apparenta alla "scintilla" dei mistici tedeschi del Medioevo, e più ancora al Graal wagneriano.
    Vi è in effetti una profonda religiosità völkisch, che cerca generalmente di manifestarsi in un rinnovamento religioso anticristiano, sia che si proclami un "cristianesimo germanico" o una "fede tedesca" (Deutschglaube), sia che si provi a resuscitare il culto delle divinità antiche ricollocandole in una prospettiva moderna, così come fece il movimento di Ludendorff e di sua moglie Mathilde. Si constata pure nel movimento völkisch una tendenza all’esoterismo, le cui manifestazioni astruse contribuirono talvolta a screditare il movimento. Di questo essoterismo fu impregnata, tra le altre, la celebre Thule Gesellschaft, alla quale appartenne il poeta e drammaturgo Dietrich Eckart.
    I Jungkonservativen si preoccupano al contrario soprattutto di realizzare la "missione del Volk", che è ai loro occhi l’edificazione di un nuovo Impero (Reich). Le loro guide spirituali, Edgar J. Jung (futura vittima della "notte dei lunghi coltelli"), Arthur Moeller van den Bruck [alias], Heinrich von Gleichen, ecc. vedevano infatti nel Reich l’«organizzazione di tutti i popoli in un insieme sovra-statale, dominato da un principio superiore, sotto la responsabilità suprema di un solo popolo». Non si tratta purtuttavia di nazionalismo. I Jungkonservativen condannavano il nazionalismo, considerando che esso «trasferisce al livello dello Stato nazionale le dottrine egoiste dell’individuo». Nella loro visione, il popolo tedesco non è un popolo come gli altri. È, come proclamato da Fichte [alias], il solo popolo che sia rimasto «cosciente delle proprie origini»; e, di conseguenza, il solo "popolo vero" in seno ai popoli-massa. Ne consegue, diceva Novalis [alias], che «ci sono tedeschi ovunque». Uno dei più tipici autori bündisch, il poeta Walter Flex [alias], autore del celebre Lied delle Oche selvatiche (Wildgänse rauschen durch die Nacht [alias] [versione francese]), scriveva nel 1917, qualche giorno prima di morire al fronte: «Se ho parlato di eternità del popolo tedesco e di missione redentrice del germanesimo, questo non ha nulla a che fare con qualunque egoismo nazionale. Si tratta piuttosto di una convinzione etica, che può ugualmente realizzarsi nella sconfitta o, come ha scritto Ernst Wurche, nella morte eroica di un popolo intero. Nondimeno, ho sempre assegnato un chiaro limite a questa concezione. Io credo che l’evoluzione umana raggiunga la sua forma intima più perfetta nel popolo, e che l’umanesimo universalista implichi una dissoluzione, nel senso che libera e mette a nudo l’egoismo individuale canalizzato sin lì dall’amore per il popolo…».
    Da parte sua Edgar J. Jung dichiara: «I popoli sono uguali, ma solamente in un senso metafisico, allo stesso modo che gli uomini sono uguali davanti a Dio. Chi volesse trasferire sulla terra questa uguaglianza metafisica, peccherebbe contro la natura ed il reale. La potenza demografica, la razza, le attitudini spirituali, l’evoluzione storica, la collocazione geografica, tutto ciò condiziona una gerarchia terrestre tra i popoli, che non si stabilisce né per azzardo né per capriccio».
    Di fatto, i Jungkonservativen, che non si occupavano troppo di filosofia, credevano molto spesso di poter conciliare la metafisica cristiana con una concezione della storia che è essenzialmente anticristiana. Armin Mohler non manca di rimarcare che questa caratteristica permette ai "neo-conservatori" di essere, tra tutte le correnti della RC, i soli nei quali il "sistema" weimariano riconobbe dei legittimi interlocutori (pur rimarcando in questo una una evidente contraddizione logica).
    I nazionalrivoluzionari si formarono quasi tutti nell’esperienza delle Tempeste d’acciaio e del "cameratismo" delle trincee. Per loro, la "nazione" non è altro che il Volk riunito e "messo in movimento" dalla guerra. I nazionalrivoluzionari accettano il progresso tecnico, non perché cedano alla «pericolosa tentazione di ammirarlo», ma perché vogliono «dominarlo, e niente più».
    Si trattava per loro, disse una delle loro guide, Franz Sauwecker, di «finirla col tempo lineare». Vivendo nell’interregnum, pensavano che il tempo del nichilismo positivo fosse giunto. Il loro slancio rivoluzionario e la loro formazione prussiana si congiungevano a sostenere la loro volontà di distruggere l’"ordine borghese"; il loro "nazionalismo dei soldati" faceva tutt’uno col "socialismo dei camerati". Un acuto sentimento tragico della storia e della vita costituisce lo sfondo, cupo e luminoso allo stesso tempo, della loro avventura rivoluzionaria. Le gesta dei Freikorps (Corpi Franchi), il putsch del Bund Wiking guidato dal capitano Ehrhardt, il terrorismo esaltato dei "proscritti" narrato da von Salomon, le attitudini letterarie del "socio-aristocratico" Jünger, il "socialismo prussiano" di Oswald Spengler [alias] il Fronte Nero di Otto Strasser, il sogno (vetero- prussiano) di una alleanza ideologica tra la Rivoluzione Conservatrice e il bolscevismo sfociante in un «Reich (germano-sovietico) da Vlissingen a Vladivostock», tutta questa agitazione possente, ma caotica, si confonde con la tragedia di una Germania ferita e umiliata dalla disfatta, e dona il suo colore più vivo agli inizi della Repubblica di Weimar.
    È invece ben prima della Prima Guerra Mondiale che il movimento del Bund prese il volo, nato, all’alba del secolo, da un vasto movimento giovanile (Jugendbewegung), collegato lui stesso ai Wandervögel (uccelli migratori), improvvisa esplosione, senza colore politico definito, di uno stato d’animo che si era diffuso nella Germania intera.
    Con il Bund, la gioventù dell’interregnum scopre oscuramente che essa ha carica d’avvenire, e che le spetta il compito immenso di produrre il "ribaltamento del tempo storico". La Bündische Jugend manifesta soprattutto un’atteggiamento di fronte alla vita governato da una sorta d’inconscio collettivo.
    «Movimento e mobilità senza altro scopo», scrive Mohler, «senza altro programma, senza altro ideale, che il dinamitare lo stato-di-coscienza della gioventù borghese per l’avvento di una adolescenza nuova, di una segreta energia istintiva». Allo stesso tempo "movimento giovanile" e "società d’uomini", il Bund intende formare una élite, certo destinata, nell’età adulta, a disperdersi nelle più lontane direzioni, ma che finirà per far conoscere ovunque lo stato d’animo e le aspirazioni della Rivoluzione Conservatrice. In tutti i settori politici, a destra, a sinistra come al centro, si videro fiorire organizzazioni giovanili (e anche formazioni paramilitari) che, tutte, trascinavano con sé, sovente inconsciamente e malgrado il colore politico dichiarato, le inquietudini e le preoccupazioni della KR, il che spiega i sorprendenti sviluppi e successi della Gleichschaltung ("adeguamento") politico che sopraggiungerà sotto il Terzo Reich.
    È vero, nondimeno, che la rivendicazione corporativa del Landvolk, costretta dalle circostanze a darsi un colore politico, cade pressoché irresistibilmente nell’orbita della Rivoluzione Conservatrice, dai cui seguaci ottenne il sostegno più sincero e più vigoroso.
    Armin Mohler vede una quinta tendenza della RC nella Landvolkbewegung o "movimento dei contadini". Questo movimento non è in realtà che una moderna "jacquerie" [rivolta di contadini francesi, NdT], un episodio della vita corporativa in seno ad un sistema sociale instabile e lacerato. E' nondimeno esatto che la rivendicazione corporativa del Landvolk, della "gente delle campagne", costretta dalle circostanze a darsi un colore politico, cadde pressoché inevitabilmnete nell’orbita della Konservative Revolution, i cui sostenitori le avevano prodigato il sostegno più sincero e più vigoroso.
    Essa fu successivamente assorbita insensibilmente dal nazionalsocialismo, a causa della spinta dell’evoluzione storica, e dell’azione personale di Walther Darré [alias], teorico del Bauernadel (aristocrazia contadina).
    Le frasi con le quali si conclude il libro hanno una certa risonanza profetica. «Con le cinque tendenze della RC, scrive Mohler, le idee del 1789 si sono trovate confrontate alla negazione assoluta dei loro valori. La lotta ingaggiata allora non è ancora giunta alla fine».
    Armin Mohler pensa in particolare che l’attuale "contestazione" [l'articolo è originariamente comparso a poca distanza dal Maggio 1968 parigino], a dispetto dell’ideologia ch’essa ostenta, trasporti alcuni dei fermenti della Rivoluzione Conservatrice. Se non ne prende coscienza, cosa che rende la sua agitazione vana e talvolta ridicola, «è perché le idee e i mitemi della Konservative Revolution sono quasi sempre esaminati in modo prevenuto a causa della loro fastidiosa vicinanza col nazionalsocialismo». «Si è creata una situazione», conclude Mohler, «che non è nuova: il vero confronto coi problemi resta materia di cerchie a carattere esoterico […] mentre [della contestazione] se ne impadroniscono delle volgari sette le cui interpretazioni grossolane e falsificatrici rischiano, a un momento dato, di raggiungere masse fanatiche».
    traduzione dal francese di Francesco Boco

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    14,716
    Mentioned
    6 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Considerazioni inattuali sulle ultime opere di Spengler

    Di Giorgio Locchi - Altri Testi - 24/01/2006

    Scarica l'articolo in formato PDF


    Il presente testo di Giorgio Locchi, la cui prima apparizione su Nouvelle Ecole nel 1969 è stata occasionata dalla ristampa della traduzione francese di Der Mensch und die Technik di Oswald Spengler, non è mai apparso in italiano. Le considerazioni "inattuali" che l'autore svolge conservano d'altronde un perdurante interesse non solo con riguardo ad una rilettura postmoderna e sovrumanista dell'opera spengleriana, ma altresì in rapporto a questioni di carattere più generale, attinenti l'epoca in cui viviamo e ciò che esemplarmente ci può suggerire il "pensiero delle origini" rispetto alle scelte cui siamo confrontati.


    ***

    Vi sono dei segni rivelatori. Sforzandosi d’imporre ad un pensiero ritenuto d’avanguardia una "lettura autentica" di Marx, Althusser (Pour Marx, Edizioni Maspéro) ci riporta indietro di un secolo, senza nemmeno accorgersene. La religione del progresso si confonde in effetti, nella sua essenza più intima, con la volontà di fermare la Storia su un "momento ultimo". E dal proprio punto di vista Althusser ha ragione: Marx è effettivamente il punto di approdo, o quantomeno preannuncia l’esito, del pensiero egualitarista occidentale fondato dal cristianesimo. Così, nella stessa misura in cui l’umanità contemporanea in maggioranza si dichiara egualitarista, il pensiero "moderno" è condannato a ruminare Marx in eterno, e le nostre società a ripetere, in una sorta di gioco tragicomico, le vicissitudini del diciannovesimo secolo ed in special modo del diciannovesimo secolo tedesco.
    L’Ottocento ci ha tuttavia trasmesso un altro pensiero che si colloga al di là di Marx, al di là del discorso bimillenario dell’egualitarismo. L’opera filosofica di Friedrich Nietzsche [alias, alias], l’opera artistica e matapolitica di Richard Wagner hanno inaugurato questo pensiero nuovo, il solo che possa definirsi autenticamente rivoluzionario, in quanto rappresenta, nell’ambito di una prospettiva ciclica della Storia, il ritorno ad un’origine primigenia completamente dimenticata, dunque perduta e di conseguenza mai data, ma anche, in un'ottica linearistica, il superamento, l’apertura verso un esaltante destino sconosciuto.
    Questo pensiero, per il fatto di essere Urdenken, pensiero originale, si esprime attraverso forme che derivano dal mito e, essendo esso stesso generatore di miti nella sua giovinezza storica, invita ad una vera e propria creazione, ci fa accettare coscientemente la possibilità di una mutazione dell’uomo. Non egualitarista, anti-egualitario, esso è oggi messo al bando oppure, laddove possibile, deliberatamente esposto a falsificazioni ed interpretazioni abusive. Ma è ovvio che la nostra epoca non potrà restare a Marx, alla semplice ripetizione di un istante del passato, e che essa cerca già di riallacciarsi, più o meno coscientemente, con l’"apertura" che si colloca nel prolungamento del pensiero di Nietzsche e Wagner.
    Non stupirà quindi più del dovuto la comparsa, sotto il titolo L'Homme et la téchnique di una traduzione francese di Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie des Lebens di Oswald Spengler (noto in italiano come Ascesa e declino della civiltà delle macchine e come L'uomo e la macchina, ultima edizione Settimo Sigillo 1989), presso un editore (Gallimard, Parigi 1969) e in una collana ("Idées") che sono state, fino ad oggi, veicolo di correnti di pensiero ben diverse.
    In copertina, una nota di presentazione appunta d'altronde l’attenzione del lettore sul fatto che Spengler "tenta di mostrare che i privilegi dei quali si avvalgono i Bianchi finiranno per essere loro sottratti dai popoli del Terzo Mondo, che si serviranno della tecnica come di un’arma contro la civiltà occidentale". Quos deus vult perdere... Pessimista, Spengler afferma in effetti che la civiltà occidentale è fatalmente condannata. Eppure, egli non ci invita a rinunciare, ad accettare passivamente una decadenza considerata inevitabile, ma al contrario a tener duro "secondo l’esempio di quel soldato romano il cui scheletro è stato rinvenuto di fronte ad una porta di Pompei e che, durante l’eruzione del Vesuvio, morì al proprio posto poiché nessuno l'aveva liberato dalla consegna".


    Farsi carico del declino
    Pensiero mitico, l’opera di Spengler rivela tutta la propria importanza non tanto nelle enunciazioni immediate attraverso le quali egli esprime la forma logica, obbligatoriamente logica, della propria riflessione, ma nella posizione che egli assume dinnanzi alla Storia, nei giudizi di valore che fondano la sua visione. Ciò non significa che la sua profezia sia falsa. L’istante dal quale egli ci parla, al contrario, resta inesorabilmente aperto sul tramonto dell’Occidente. Ma l’attitudine che prospetta, se comporta il sacrificio eroico dell’"occidentale" che è in noi, è anche garanzia di una nuova aurora riguardante ciò che, in noi, è già oltre "l’Occidente egualitario". Spengler stesso non cessa mai di ricordare che la sua riflessione si colloca rigorosamente nell'ottica nietzschana, non fa altro che rispondere alla Fragestellung, alla problematica posta da Nietzsche. In questa sede non bisogna dimenticare il fatto che Spengler, all’interno di questo quadro e posto di fronte a tale problematica, non assume e non vuole far altro che assumere, in conformità al suo temperamento "prussiano", la prospettiva specifica del periodo storico da lui vissuto, vale a dire i primi tre decenni del XX secolo i quali, nella visione millenaria di Nietzsche, costituiscono l’esordio di un nichilismo europeo da cui sgorga la condicio sine qua non della metamorfosi dell’uomo in superuomo. Nietzsche aveva scritto: "Amo colui che vive per conoscere, e vuole conoscere perché il superuomo sia. E che, pertanto, vuole il suo proprio tramonto (Untergang)". Spengler ha scientemente voluto far parte di questi uomini, necessari, che si fanno carico del declino.
    Nell’ambito della produzione spengleriana, Der Mensch und die Technik corrisponde alla fase iniziale del compimento del suo pensiero, la quale è molto mal compresa perché rimasta in gran parte allo stadio di appunti e frammenti pubblicati dopo il 1966, in due volumi, presso l’editore C.H. Beck (Urfragen: "Questioni ancestrali"; Frűzheit der Weltgeschichte: "Albori della storia del mondo"). Ad un primo approccio, la visione che Spengler sviluppa in Der Mensch und die Technik può sorprendere chi dell’autore conosca solo Il tramonto dell’occidente [versione originale, versione Web spagnola] Si tratta di una visione "universale" apparentemente in contraddizione rispetto a quella antiuniversalista del Tramonto dell'occidente, la quale presenta numerose storie particolari, ciascuna delle quali è prodotto specifico di una Hochkultur ("grande cultura") del tutto particolare, espressione di un tipo umano facente, per cosi dire, specie a sé stante. Ma tale contraddizione non è che apparente. Spengler ingloba chiaramente la prima visione nella seconda, e l’incompiutezza di tale ricomprensione non è dovuta che all'incompiutezza della sua opera.


    Due caratterizzazioni
    Nell'opinione del "secondo" Spengler, a partire dalle sue origini l’umanità ha conosciuto quattro grandi mutazioni. La sua storia è dunque caratterizzata da quattro momenti essenziali: a, b, c, d. Ma l’autore non precisa sempre nettamente il suo pensiero, e questi quattro momenti sembrano a volte ridursi a tre soltanto. Così è ad esempio esattamente in Der Mensch und die Technik, opera che (grazie all’edizione delle opere postume presso C.H. Beck) sappiamo oggi non essere altro che il primo abbozzo di un pensiero in via di sviluppo.
    Nelle sue Disposizioni relative alle "Urfragen", Spengler così caratterizzava i quattro momenti fondamentali della Storia: (a) Liberazione dai vincoli dello spazio / comparsa delle razze / formazione del tipo umano / emergere della conoscenza (Bewusstwerdung); (b) Insediamenti di popolazione a bassa densità in complessi locali / a partire da 15000 anni prima di Cristo, baricentri culturali aventi il loro raggio d’azione ben definito; (c) "Culture particolari" (Einzelkulturen; Spengler usa il termine Kultur in opposizione a quello di Zivilisation) diffusesi ovunque nel mondo l’uomo si sia insediato / "Amebe" di struttura organica a partire da 5000 anni avanti Cristo; (d) Hochkulturen ("grandi culture") con "periodi di vita" (Lebenslaufe) pienamente formati intorno al 3000 avanti Cristo / trasformazione delle civiltà, dinamiche, in civilizzazioni, statiche ("i fellah come rovine").
    Questa suddivisione è posteriore a quella di Der Mensch und die Technik, in tre fasi, che è possibile riassumere così: (1) Origine dell’uomo / la mano e l’utensile / Schauen und Ahnen (espressione che si potrebbe tradurre con "capacità di preveggenza, di visione divinatrice"); (2) Linguaggio e impresa, quest’ultima essendo "l’azione collettiva concertata" / Sprechen und Denken, lingua e pensiero; (3) Tempi ultimi: avvento e dissoluzione della civiltà delle macchine.
    E’ difficile collocare le due caratterizzazioni l’una in rapporto all’altra. A prima vista, sembrano sovrapporsi: il momento (1) corrisponde, più o meno esattamente, ai momenti a e b, il momento (2) alla fase c e alle Hochkulturen del periodo d (si veda il Tramonto dell’occidente), il momento 3 non è altro che l’ultima fase (di civilizzazione) della cultura faustiana occidentale. D’altro canto, la corrispondenza non è perfetta, poiché le prospettive sono differenti. Tutto ciò non ha del resto che un’importanza secondaria in rapporto all’essenziale: la finalità risolutamente antiegualitaria dell’opera di Spengler. E’ per questo che è del tutto inutile esprimere un giudizio su certi concetti dovuti al "linguaggio scientifico" dell’epoca in cui tali opere sono state compilate. Il fatto, per esempio, che Spengler metta in relazione l'ominazione con la comparsa del binomio mano-utensile, non ci dice nulla circa la sua concezione dell’uomo. Dobbiamo quindi volgere il nostro sguardo altrove, là dove l’Autore situa esplicitamente la valenza dell’Uomo in rapporto a ciò che umano non è. Ora, Spengler è molto chiaro, e molto nietzscheano, su questo punto. L’uomo, egli afferma, è un "animale da preda", ma un animale sui generis, generis unici, poiché egli è il solo che "si sia affrancato dalle limitazioni della specie". L’uomo può essere considerato come tale quando - a fianco di "un istinto di specie che che continua a perpetuarsi in pieno" - "il pensiero e l’azione riflessa si staccano e rivendicano la loro autonomia rispetto alla specie stessa". Ciascun uomo (in questa sede ci si riferisce all’uomo-creatore) è una specie a sé stante. L’anima dell’uomo delle origini "è più profonda e appassionata di quella di qualunque altro animale"; essa "si trincera in un atteggiamento d’intransigente opposizione al mondo intero, dal quale il suo stesso potere creatore l'ha esclusa". Spengler aggiunge: "E quest’anima va costantemente avanti, in una separazoine sempre più accentuata con tutta la Natura. Le armi delle bestie da preda sono naturali. Ma il pugno armato dell’uomo, con la sue arma artificialmente fabbricata, immaginata e selezionata, non lo è. Qui comincia l'arte in quanto concetto antinomico alla natura... [Qui, anche] comincia la tragedia dell’uomo, poiché, dei due, la Natura è la più forte…la lotta contro la Natura è senza speranza; e ciò nonostante, sarà perseguita fino alla fine".


    L’uomo contro la natura
    Da quanto detto sin ora si evince chiaramente che, per Spengler, la Storia è fondata sulla rivolta dell’uomo contro la Natura, rivolta già interamente insita nel suo affrancamento dalle limitazioni della specie. E' questa affermazione ad essere fondamentale. In compenso, si può, e si deve, considerare insufficiente la spiegazione data da Spengler circa la causa di questo affrancamento ( la comparsa del binomio mano-utensile), atteggiamento tanto più legittimo per il fatto che Spengler fu il primo a dubitare della sua "spiegazione", e a non vedervi, molto spesso, che una causa tra le altre, ovvero la condizione materiale necessaria, ma non sufficiente. dell’ominazione.
    In effetti, come mostrano i suoi scritti postumi, Spengler fu preoccupato fino alla morte dal problema delle origini dell’uomo, questo "primo istante" che egli riusciva a divinare grazie all’intuizione folgorante del suo genio poetico, ma che sempre sfuggiva ai suoi sforzi filosofici. In Der Mensch und die Technik, la descrizione di questo "primo istante" resta vaga. Spengler ci parla dell’anima di questo primo uomo "solitario", affrancato dalle limitazioni della specie, ma senza mai precisare le forme concrete di questo affrancamento; fa stato di un’"opposizione totale" tra l’uomo e la Natura, ma senza mai indicare in rapporto a quale Natura l’uomo delle origini si definisce concretamente per mezzo del proprio agire, quale sia l’oggetto concreto della sua lotta e del suo dominio.
    Ai nostri occhi, si tratta di una limitazione inconsciamente voluta da Spengler stesso, poiché è essa che gli consente di fermare la sua visione tragica della Storia, di "tener duro" in rapporto ad un presente ristretto che egli assume integralmente. Conseguenza inevitabile, gli elementi costitutivi dell’insieme della definizione dell’umano, invece di essere collocati nel momento d’esordio della Storia, si ritrovano lungo tutte le fasi dianzi indicate. Perché è ben vero che la rivolta dell’uomo contro la natura non può che essere catastrofica. Ma se detta rivolta è già insita, per intero, nel momento iniziale della Storia, nel "primo atto storico", allora il destino dell'uomo deve ritrovarsi integralmente anch'esso in ogni momento, quale portato da una volontà storica eternamente riaffermata, eternamente votata nel medesimo gesto all'epopea della creazione e alla catastrofe finale che si iscrive logicamente nella realizzazione del fine. Al contrario, se la catastrofe non è presente sin dal primo istante, essa diviene propria di un momento finale, ed è una parabola che conduce la storia alla tragedia conclusiva: il millennio, la rivoluzione, il giudizio universale.
    Spengler vuole il destino tragico dell’umanità, ma, per immenso orgoglio prometeico, rivendica l’esperienza e la passione di questa tragedia solo per la sua civiltà, per l’uomo faustiano, vale a dire per "i Vichinghi dello spirito". Egli esprime implicitamente questa opinione, forse senza rendersene conto, in un passo in cui le contraddizioni e le omissioni sono dense di significato. "La cultura faustiana, quella dell’Occidente europeo", scrive, "non è probabilmente l’ultima, ma di certo è la più potente, la più veemente e, a causa del conflitto interiore tra la sua intellettualità comprensiva e la mancanza di armonia spirituale, di tutte la più tragica. E’ concepibile che un qualche epigono venga a succederle (una nuova cultura potrebbe vedere la luce nelle pianure tra la Vistola e l’Amur) nel corso del prossimo millennio. Ma è qui, nella nostra propria civiltà, che lo scontro tra la Natura e l’uomo (il cui destino storico lo ha condotto ad ergersi contro di essa) si compirà una volta per tutte". La contraddizione è molto netta. Se il destino storico dell’uomo si compie nella sua rivolta contro la Natura, e se questa rivolta deve compiersi nella nostra civiltà faustiana, allora con è con essa che si compirà anche la Storia tutta. Che sarà dunque questo "epigono", questa mitica "cultura tra la Vistola e l’Amur" se non il ritorno dell’uomo in seno alla Natura, il suo ripiombare entro i vincoli della specie, vale a dire la sua ri-animalizazzione? Una "storia dopo la storia" non è più storia.
    Torniamo al secondo momento descritto in Der Mensch und die Technik, per sottolinearne gli elementi appartenenti di diritto, contra Spengler, alla definizione originale dell’uomo. Il primo è il "linguaggio", che sopravviene con quella che noi definiamo ora comunemente "rivoluzione neolitica". Per Spengler, il solitario del primo istante, se poteva avvalersi di suoni e gesti, non possedeva ancora un linguaggio in senso proprio (né grammatica, né sintassi). Il linguaggio non fa la propria comparsa, in effetti, che nel momento in cui è stato oggettivamente imposto dall’"azione collettiva concertata" (l’impresa), le cui prime manifestazioni sono l’agricoltura e l’allevamento. Anche qui, non discuteremo di questa affermazione "congiunturale", quanto piuttosto appunteremo la nostra attenzione sul modo in cui Spengler vede questo elemento costitutivo.


    Il problema dell’alienazione
    Spengler fa una distinzione fondamentale, nell’impresa, tra "creazione-pianificazione" ed "esecuzione", tra i creatori nati, che sono i soli autentici successori dei solitari del momento precedente, e gli esecutori, tra condottieri e sottoposti. Citando il Faust di Goethe egli indica persino che ai suoi occhi i sottoposti altro non sono che l'utensile nella mano pensante dei creatori:
    "Quando al mio carro / la Fortuna aggioga sei destrieri /
    Non sono forse mie le loro membra? E non sono forse io a percorrere /
    Come il lampo la pista gloriosa? / Mie sono le ventiquattro membra /
    E mie tutte le forze che ho unito".
    L’uomo addomestica dunque la natura, ma l’uomo-creatore sottomette anche l'uomo-massa, che è parte della Natura. Si ritrova qui la distinzione che fa Nietzsche tra Herrenmenschen e "schiavi", ma con una precisazione essenziale: lo "schiavo" non ha tanto a che fare con l’uomo vero e proprio, con l'umano storico, quanto con la Natura, ad un tempo strumento e oggetto dell’azione dei creatori. Il problema dell’alienazione, che tanto tormenta freudiani e marxisti, trova qui il chiarimento che può permetterne la soluzione: l’alienazione è la necessaria contropartita dell’affermarsi del "creatore", animale da preda affrancato dai limiti della specie, quando egli irreggimenta e sottomette, come fossero strumenti ed utensili, ma anche parti del proprio corpo, i suoi sottoposti, che sono, da parte loro, parte integrante della Natura. Solo può dirsi libero l’uomo che esprime se stesso creando. L’alienazione non concerne quindi l’uomo vero e proprio, colui che diviene tale nella misura in cui crea, ma solo l’uomo che resta nella Natura senza potersene affrancare, e non costituisce da tale momento che una specie tra le altre. Il fatto storico per eccellenza non è l’alienazione, ma il suo esatto contrario, ovvero l’appropriazione di tutta la Natura, compresa quella umana, da parte dell’uomo creatore.
    Considerando che i binomi linguaggio-impresa e condottieri-sottoposti non sono elementi originari, Spengler associa l’avvento della macchina e il declino degli uomini creatori. I creatori, in effetti, non hanno mai visto nella tecnica altro che un semplice mezzo. Essi hanno sempre preferito lo sforzo creativo ai benefici della creazione, la caccia alla preda. Ma la macchina, una volta creata, paralizza l’ispirazione creatrice."Il pensiero faustiano comincia a provare nausea pe rla macchina"; "una stanchezza si propaga, [si generalizza] una sorta di pacifismo nella lotta contro la Natura; il ritrarsi del capo-nato dinnanzi alla macchina è cominciato". Parallelamente, i sottoposti "si ribellano contro il proprio destino, contro la macchina, contro la vita standardizzata, contro tutto e contro niente". Si delinea l’epoca delle masse, "ma la massa non è niente di più che un residuo negativo (specificamente, la negazione del concetto di organizzazione) e non qualcosa di vitale in sé"; "un’armata senza ufficiali non è altro che un’orda d’individui, disordinata ed inutile". Inoltre, vi è stato un "tradimento della tecnica" da parte dei bianchi, che ne hanno fatto dono ai popoli di colore, i quali se ne serviranno come di un’arma contro di loro, prima di lasciarla cadere in rovina.
    Analizzata ancora più nel dettaglio, la previsione spengleriana, applicata alla nostra epoca, si rivela di un’attualità impressionante. Come quella di Nietzsche, che ridicolizza le profezie "scientifiche", costantemente smentite, di un Karl Marx. Tuttavia Spengler non sa, né vuole sapere, da dove venga la sua capacità di anticipare i tempi. E’ questo che lo spinge a scorgere nella macchina la causa del declino dell’Occidente e, di per ciò stesso, di tutta l’umanità storica. Pur tenendo conto dell’epoca in cui questo testo fu redatto, noi non possiamo condividere il suo punto di vista. La civiltà occidentale è condannata non a causa del progresso tecnico, ma perché l’utopia egualitarista che la ispira da duemila anni è entrata in contraddizione con le esigenze delle società moderne. Assuefatto a questa utopia, l’uomo europeo non è più in grado di farsi carico del destino del mondo, di essere il "creatore" di un nuovo avvenire. Ma è sempre in Europa, e solamente in Europa, che una nuova metamorfosi è ancora possibile, che il rifiuto dell’egualitarismo e del ritorno alla specie si è manifestato, e si manifesta tuttora, al di là di ciò che sono stati il Bene ed il Male durante due millenni di "decadenza" spirituale. Il pensiero di Spengler è una manifestazione di questo rifiuto.


    Il socialismo prussiano
    E’ interessante ricordare in questa sede quale fu l’atteggiamento di Spengler nei confronti del nazionalsocialismo hitleriano. Esso fu francamente ostile, e talora velenoso, anche se questa ostilità si collocava all’interno della dialettica anti-egualitaria (nel suo saggio La Rivoluzione Conservatrice [versione originale], Armin Mohler [alias] pone non a caso Spengler tra "i trotzkisti del nazionalsocialismo"). Negli scritti postumi dell’autore del Tramonto le allusioni alla "stupidità" di certe idee nazionalsocialiste sono frequenti. Egli si fa scherno apertamente della comune nozione di razza, sottolineando, contrariamente a quanto veniva professato dalla NSDAP, "che 'razza' si confonde sempre con 'selezione', 'élite'" e che essa è dunque "il prodotto di una classe", non di un popolo. Queste reticenze erano quelle di un social-aristocratico, sostenitore del "socialismo prussiano", il quale vedeva nel nazionalsocialismo un movimento di massa "democratico" e plebeo. In ciò si mostrava in linea con le posizioni di altri esponenti della Konservative Revolution, per i quali la "rivoluzione anti-egualitaria" non poteva che essere perseguita da un’élite solitaria, risolutamente svincolata dalle masse, e che rimproverarono violentemente ad Hitler di essersi messo al servizio della plebe qusando, all’indomani della tragica esperienza del novembre 1924, egli decise, con il partito, di fare delle masse il proprio strumento.


    Giorgio Locchi
    (*) Traduzione di Paolo Mathlouthi.

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    14,716
    Mentioned
    6 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Padri della rivoluzione conservatrice: Oswald Spengler di Giuseppe Toscano

    Per avere un’idea di quali simpatie ha goduto o gode in Italia Oswald Spengler (1880-1936) basta dare un’occhiata alla bibliografia delle sue opere. Il capolavoro, Il tramonto dell’Occidente, un tomo di oltre 1300 pagine, è stato tradotto negli anni cinquanta per Longanesi da Julius Evola, e recentemente è stato ristampato da Guanda; delle altre opere ricorderemo Scritti e pensieri, tradotto da Marcello Veneziani, Ombre sull’Occidente, brani scelti a cura di Adriano Romualdi, e Anni decisivi nella traduzione di Franco Freda.
    Oswald Spengler non è però un pensatore per nostalgici o per estremisti, anzi è uno dei più citati nell’attuale dibattito sullo “scontro di civiltà” assieme agli altri illustri teorici della Rivoluzione conservatrice: Ernst Junger, Carl Schmitt, e naturalmente Samuel Huntington. Con l’aria che tira è da prevedere un infittirsi di studi e ricerche su Spengler; per adesso possiamo aggiungere alla bibliografia una breve ma densa sintesi del pensiero e delle opere realizzata da Giuseppe Molino, Politica natura storia in Oswald Spengler, Armando Siciliano Editore, pp. 109, € 9.
    Il libro recupera inizialmente le radici filosofiche di Spengler esaminando la sua tesi di laurea su Eraclito. La scelta del filosofo di Efeso è significativa non solo per le connotazioni aristocratiche del suo pensiero ma anche per l’intuizione del carattere dinamico della realtà e per le sue tendenze bellicistiche (“Pòlemos è il padre di tutte le cose”). Insomma fin da studente Spengler evidenziava la sua avversione per il pensiero dialettico, sistematico, “scientifico” a favore di un intuizionismo e un irrazionalismo vitalistici, che peraltro non gli impedivano la ricerca di una legge del divenire, applicabile, come si vedrà, a società e stati.
    Le inevitabili aporie e contraddizioni che ne derivano non vengono occultate da Molino, come quella tra il monadismo o relativismo spengleriano e l’universalità delle scienze e della matematica. Spengler infatti pensava che le civiltà che si sono succedute nella storia dell’umanità (quattro quelle principali; nell’ordine: indiana, araba, greco-romana e occidentale) come le monadi leibniziane non hanno avuto comunicazioni fra loro. Le civiltà si evolvono in termini naturalistici, come organismi viventi: nascono, si sviluppano, decadono, scompaiono. E’ un destino che inevitabilmente toccherà fra non molto alla nostra civiltà occidentale, quella in cui ha predominato lo spirito faustiano, da contrapporre all’anima araba. Questa è incline alla trascendenza, tende al ricongiungimento col divino, non sente l’individualismo, è permeata dall’idea di attesa. Tutto il contrario è lo spirito faustiano, legato all’immanenza, intriso di attivismo volontaristico, impegnato nell’affermazione del proprio Io. Era il sentimento che ai bei tempi animava crociati e cavalieri, ma che poi si è degradato nell’avidità dei mercanti e degli avventurieri, facendo iniziare, a partire dall’illuminismo, l’autunno della nostra civiltà.
    Ma ormai siamo in inverno, ed ecco il trionfo della concezione materialistica del mondo, la perdita della tradizione, la dissoluzione delle nazioni, l’aggregazione in grandi città di masse deformi inorganiche e cosmopolite. A completare questo cupo scenario si va verificando la “rivoluzione mondiale bianca”, con cui il proletariato attraverso la lotta di classe riesce a livellare ogni cosa, a far sì che “tutto diventi ugualmente volgare”. Poi verrà la “rivoluzione mondiale di colore”, cioè delle popolazioni di colore ormai in agguato all’interno delle stesse potenze bianche, di cui sfruttano le divisioni e i conflitti.
    Eppure nonostante tanto fosco orizzonte una speranza per Spengler c’è. Egli che, non dimentichiamolo, scriveva durante gli anni travagliati della repubblica di Weimar, sa che allo “spirito inglese” (mercantilista, affarista, individualista) si può contrapporre lo “spirito prussiano”, spirito di servizio, fortemente caratterizzato dal senso della comunità, e pertanto intrinsecamente socialista.
    Trattandosi di un socialismo tutto tedesco la mente corre subito ad un partito e ad un tale coi baffetti che proprio in quel periodo faceva del nazionalsocialismo la sua bandiera. Ma Molino abbondantemente dimostra come fra Spengler e il nazismo sono più le differenze che i punti di contatto, nonostante un’iniziale simpatia che portò Spengler a dedicare Anni decisivi ad Hitler. La lista delle divergenze, tutte convincenti, elencate da Molino si può condensare in una considerazione complessiva: Spengler era troppo aristocratico, nostalgico di un passato eroico e cavalleresco, snob (come lo definì Thomas Mann) per apprezzare un nazismo becero, violento e chiassoso, con lo sguardo rivolto al futuro millenario del Terzo Reich.
    Si tratta ad ogni modo di un fiancheggiatore inquietante, non solo per il fondo francamente razzista del suo pensiero, ma anche per il tono profetico - profeta di sciagure - che oggi forse più di ieri riflette le preoccupazioni di un Occidente allarmato dalle forze ostili da cui si vede circondato e infiltrato.

  8. #8
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    14,716
    Mentioned
    6 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La "rivoluzione conservatrice" di Adriano Romualdi
    di Gianfranco De Turris

    Il problema che ha sempre preoccupato, per non dire ossessionato, Adriano Romualdi (1940-1973), è stato quello dell'Europa, in quanto ampliamento del concetto da lui ritenuto angusto e superato di "nazione". A quest'ultimo, seppellito dalla seconda guerra mondiale, avrebbe dovuto sostituirsene un altro, più vasto anche se con gli stessi parametri, tanto da definirlo Europa Nazione. Un "mito" da indicare alle nuove generazioni in quella che egli definiva "l'epoca dei grandi spazî", degli scontri di ideologie "internazionalistiche" come possono essere "l'americanismo e il bolscevismo", se vogliamo usare i termini che Evola già indicava nel 1929. Il problema dell'Europa, di una tradizione europea, di un mito europeo, Adriano Romualdi l'ha affrontato secondo tutte le angolazioni possibili, quasi a volere consegnare a una Destra un po' spaesata uno strumento completo per le sue battaglie ideologico-culturali. Peccato che questa lezione non sia stata adeguatamente sfruttata nei venticinque anni che sono passati dalla sua morte, un po' per mancanza concreta di punti di riferimento giacché i suoi scritti sono ancora sparsi su riviste e opuscoli di difficile reperibilità, sia forse anche per mancanza di volontà pratica.

    Le ultime ore dell'Europa (Ciarrapico, 1989) è l'aspetto storico del problema, dal mio punto di vista meno importante rispetto ad altri, nonostante la carica di forte suggestione ed emotività che promana dalle sue pagine. La sua efficacia ritengo sarà maggiore se affiancata agli altri testi scritti da Adriano quasi inconsciamente a suo completamento, secondo le indicazioni accennate nella parte iniziale, Finis Europae, là dove scrive "La seconda guerra mondiale segna la lotta estrema dell'Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia". E poi: "La guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale, ma la grande tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell'Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all'America". Rapidamente potrei indicare alcune importanti intuizioni storiche di Adriano Romualdi in questa sua opera che si ritrovano poi anche in altri saggî, intuizioni oggi fatte proprie da quegli storici tedeschi che - con aggettivo spregiativo - sono stati definiti "revisionisti": la Germania come "potenza del centro", e la sua una politica consequenziale dal 1870 al 1940; la guerra mondiale intesa come "guerra civile europea"; l'esistenza di altri e non meno infami sterminî oltre l'"olocausto". Spunti che Adriano avrebbe sicuramente sviluppato in maniera più organica se ne avesse avuto il tempo.

    Il problema Adriano l'ha poi affrontato da varî punti di vista in tre opuscoli, che riunivano in parte scritti precedenti, tutti pubblicati nei primi mesi del 1973, l'anno della sua morte. Sul problema di una Tradizione Europea comprende tre articoli apparsi sulla rivista Vie della Tradizione. In esso si affronta un argomento ancora oggi importante: quale sia la base di fondo unitaria, che rende gli Europei un organismo dalle identiche radici, e alla quale rifarsi, dalla quale partire, per parlare di Tradizione Europea. La classicità? Il cristianesimo? Il razionalismo? "Il problema di una tradizione europea", egli scrive, "è quello di trovare una forma spirituale capace di contenere tre e più millenni di spiritualità europea". Così Adriano ne ripercorre la vicenda partendo dalla preistoria sino ai nostri giorni e vede una risposta prima nella comune matrice indoeuropea che informa di sè tutti i popoli del Vecchio Continente, quindi nell'atteggiamento rivoluzionario-conservatore di coloro i quali "tentaron di fondere la chiarità delle origini con la nuova chiarità irradiantesi dalla tensione atletica e dal dominio della materia": "Difficilmente", afferma, "potremmo articolare la tematica d'una nuova spiritualità europea prescindendo da quei tentativi di fondere chiarità antica e audacia moderna". Anche in questo intervento troviamo una importante anticipazione, anzi due: la necessità delle differenze culturali con la condanna dell'omologazione planetaria, e l'importanza dell'ecologia, entrambi argomenti polemici della Destra odierna. "La profanazione fin delle ultime aree lasciate a modelli culturali diversi ha inutilmente infettato il nostro modello, impoverendo la ricchezza spirituale del mondo. Una paurosa desolazione dell'intero pianeta ne è la conseguenza, una devastazione che oggi ci minaccia anche nei suoi riflessi ecologici", scriveva Adriano venticinque anni fa e mi vengono in mente immagini che io considero emblematiche e allucinanti insieme: l'indigena polinesiana, nel suo abbigliamento tradizionale, a petto nudo che spinge un carrello pieno di scatolame in non so più che supermercato, e gli indios amazzonici che per far conoscere le loro ragioni devono manifestare come gli studenti occidentali, far cortei, tenere congressi, portare cartelloni e manifesti, usare megafoni e microfoni, tutti però regolarmente addobbati secondo i loro più serî cerimoniali tradizionali.

    La Destra e la crisi del nazionalismo è l'ampliamento del saggio Oltre il nazionalismo apparso su La Destra nel 1972. Qui il problema è affrontato, come si diceva inizialmente, dal punto di vista ideologico: soltanto se si supererà un nazionalismo gretto e si giungerà - se si può dire così - a un nazionalismo internazionalista, quello europeo, il Vecchio Continente potrà reggere la sfida e il confronto dei due colossi che l'hanno sconfitto e che lo schiacciano. Infatti, scrive Adriano, "l'idea di nazione qual è stata elaborata dalla cultura romantica, come sintesi dei valori di un popolo in antitesi ai valori degli altri popoli europei, è insufficiente a contrastare i miti internazionalisti della democrazia e del comunismo di cui si fan scudo gli imperialismi russo e americano: solo un'ideologia del nazionalismo europeo lo potrebbe". Di conseguenza, "occorre avere un'idea da contrapporre alle varie internazionali che svuotano dall'interno la vita delle nazioni", soprattutto in un Paese come il nostro, e, come scrive sempre Adriano, "per mostrare alla gioventù che, oltre al sesso, la droga, il comunismo, c'è una grande idea da portare avanti che si chiama unità e potenza della Nazione Europea". Parole profetiche se si considera che ormai da tempo anche degli intellettuali laici come Ernesto Galli della Loggia hanno riconosciuto in modo esplicito come la cultura progressista non abbia dato alcun "valore" di tipo spirituale alla gioventù. Al punto che un ex sociologo "sessantottino" come Francesco Alberoni alla fine del 1993 pubblicò un libro intitolato Valori, come a dire che non ne esistevano più...

    C'è infine Idee per una cultura di Destra, formato da due saggî: il primo scritto in origine nel 1965 e poi ripubblicato aggiornato; il secondo scritto "appositamente", e ancora oggi illuminante, sulla moda della "cultura di Destra" nei primissimi Anni Settanta. C'è da rammaricarsi che le nuove generazioni non lo abbiano conosciuto e meditato a sufficienza per la chiarezza delle idee esposte, dato che solo nel 1986 se ne è avuta una ristampa, anche se da allora, alla luce di quanto poi avvenuto e degli sviluppi presi dalla cultura italiana degli Anni Ottanta, certi drastici giudizî sulle scelte culturali dell'inizio del 1970 sono da rivedere. Il concetto base è che una vera e propria "cultura di Destra" non è esistita per il semplice motivo che essa non ha mai avuto "una visione unitaria dell'uomo, dei fini della storia e della società", disperdendosi in mille rivoli anche antitetici, cosa che viceversa si riscontra nella "cultura di Sinistra": "La vera causa del predominio dell'egemonia ideologica della Sinistra", scrive lucidamente Adriano Romualdi, "risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista". Pur se nell'arco di venticinque anni moltissime delle certezze della Sinistra si sono sgretolate producendo una crisi cui tuttora assistiamo per il tramontare di molti falsi miti, l'analisi resta valida perché l'appropriarsi da parte della Sinistra di motivi, opere e autori genericamente di Destra sta a significare sì il suo fallimento, ma anche che a essa non è andata a contrapporsi ancora una unitarietà di fondo, quella che egli definiva "una vera idea della Destra, una visione del mondo". E questa Weltanschauung comune, Adriano la cercava anche qui a livello non nazionale, ma europeo indicando ancora una volta nella "rivoluzione conservatrice" un punto di riferimento: "Prima sta un certo modo di essere, una certa tensione verso alcune realtà, poi l'eco di questa tensione sotto forma di filosofia, arte, letteratura", diceva. "Il fine è la costruzione di una visione del mondo che si ispiri a valori diversi da quelli dominanti", una concezione che deve essere "organica e non meccanica, qualitativa e non quantitativa". E ancora un'intuizione di attualità: l'ecologia. "Sarebbe assurdo che la Destra abbandonasse alle sinistre il tema dell'ecologia quando tutto il significato ultimo della sua battaglia si identifica proprio con la conservazione delle differenze e delle peculiarità necessarie all'equilibrio spirituale del pianeta, conservazione di cui la protezione dell'ambiente naturale è una parte". Nella conclusione di Sul problema di una Tradizione Europea aveva scritto: "Spezzata la cerchia gotica e cristiana delle antiche città, noi riprendiamo a guardare alla natura come fonte di meditazione religiosa". Questa rapida analisi degli ultimi saggî di Adriano Romualdi rivela così un nucleo intorno al quale ruotano tutte le analisi e considerazioni. Un punto fermo in un periodo in cui, per usare le sue parole, dominavano ancora "incertezza e imprecisione ideologica". Questa chiarezza e questa organicità del suo pensiero fanno capire quanto sia stata grave la sua perdita: egli era infatti l'unico delle nuove generazioni post-belliche ad avere allora, all'inizio degli Anni Settanta, una "visione d'insieme" (definizione questa riferita da Adriano a Evola) e coordinata, e a lui si sarebbe potuto far riferimento, anche perché del suo stesso maestro, Evola appunto, egli non accettava tutto acriticamente, ma quanto si adattava alla Weltanschauung che intendeva proporre. Si veda per esempio la posizione che Adriano aveva nei confronti del "tradizionalismo" di cui indicava i limiti con il suo "volersi collocare fuori da tutto il mondo moderno", verso cui invece oggi "un generico atteggiamento di condanna non può bastare".

    Ci si potrebbe chiedere - del tutto accademicamente - come Adriano avrebbe sviluppato le sue posizioni e il suo pensiero nell'arco dei successivi cinque lustri, di come avrebbe confrontato con una realtà in evoluzione le sue idee, visto che questa realtà, attraverso tutti gli anni Settanta, Ottanta e Novanta si è molto modificata pur avendo dei punti di contatto con quella esistente all'epoca delle sue analisi e delle sue proposte, e quindi - arrivato a quasi 60 anni - che posizioni avrebbe assunto. E' inutile però chiederselo. Restano tutte le sue originali indicazioni e un fatto essenziale: si può dire che oggi, nel 1998, a differenza di ieri, il 1973, è stata recepita e consolidata quella "concezione unitaria" che allora Adriano vedeva a Sinistra e non a Destra, e in nome della quale la Sinistra lavorava "a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita"? A me sembra che la risposta sia purtroppo ancora negativa: ci sono innumerevoli fermenti, probabilmente più di venticinque anni fa, ma non si è ancora arrivati a quel punto che egli auspicava e per il quale ha operato. Ecco il motivo per cui la sua lezione, pur con gli inevitabili limiti dovuti alla mancanza di sviluppo e di aggiornamento, resta sempre valida.

  9. #9
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    14,716
    Mentioned
    6 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Evola e la Konservative Revolution

    1 January 2000 (17:43) | Autore: Giano Accame

    Restringerò il tema ad alcuni aspetti strumentali: i contributi di Evola all’utilizzazione politica delle idee della destra tedesca, e in particolare alla “lotta del sangue contro l’oro”;, nella convinzione che convenga e si possa quindi prendere da un più complesso sistema ciò che volta a volta serve all’azione; ma osserverò anche la spinta che da un interesse trasversale per quella cultura è venuto per lo “sdoganamento” di Evola.

    Il concetto di Konservative Revolution era stato formulato il 10 gennaio 1927 da Hugo von Hofmannstahl, grande scrittore d’origine ebraica (il bisnonno, nobilitato un secolo prima dall’imperatore Francesco I, aveva fatto costruire a Vienna una sinagoga, ma la famiglia era cattolica da un paio di generazioni) [ 1 ], in una conferenza a Monaco di Baviera su La letteratura come spazio spirituale della nazione. La sistemazione organica e bibliografica di questo composito movimento è stata messa a punto nel 1950 da Armin Mohler nel saggio Die konservative Revolution in Deutschland 1918-1932, di cui Julius Evola ha dato notizia in Italia nel 1953 nelle prime pagine de Gli uomini e le rovine.

    Fu un avviso importante per il mondo giovanile di destra, che leggeva Evola e tendeva, più di quanto fosse avvenuto in periodo fascista, a collegarsi culturalmente anche all’estero con le principali famiglie del pensiero tradizionale.

    Come mediatore culturale con gli autori più interessanti della rivoluzione conservatrice tedesca Evola ha esercitato nell’ambiente della giovane destra italiana postbellica un’influenza per qualche verso paragonabile a quella di Paul Sérant con Romanticismo fascista (SugarCo 1960). Il libro di Sérant ci fece scoprire consonanze con la saggistica, ma ancor più con la narrativa del fascismo francese, che prima della sconfitta la spocchia del provincialismo nazionale italiano aveva stupidamente trascurato. C’è voluto Massimo Pini per pubblicare in Italia con la Sugarco negli anni ’60 Gilles di Drieu la Rochelle. Allo stesso modo, durante il regime non si era compreso lo straordinario interesse della saggistica sorta dal disagio della Germania sconfitta e punita a Versailles. Di Ernst Jünger era stato tradotto il romanzo antinazista Sulle scogliere di marmo, ma non i diari della Prima grande guerra da Tempeste d’acciaio sino a Fuoco e sangue, che pure erano più vicini alle passioni dell’epoca, e nemmeno Der Arbeiter, opera fondamentale del 1935 che disegnava un nuovo tipo umano di lavoratore più simile al reduce dalle trincee che al proletario marxista o al liberale borghese.

    D’altra parte, persino i tedeschi (e non molti tra loro) ne riscoprirono la complessità e la ricchezza, su cui il nazionalsocialismo, che della rivoluzione conservatrice era stata la corrente più volgare e forse proprio per questo politicamente vincente, era passato come un rullo compressore, solo nel 1950, quando Friedrich Vorwerk, un piccolo editore di destra, pubblicò a Stoccarda La rivoluzione conservatrice di Mohler, giovane studioso svizzero che si era arruolato volontario nelle SS ed era poi stato segretario particolare di Jünger.

    Nell’estate del 1954, l’anno dopo che Evola ce ne aveva dato notizia, andai a contattare a Stoccarda l’editore Vorwerk e con lui in un convegno a Baden Baden l’ambiente dello Herrenklub sopravvissuto col nome di Laubheimer Kreis alla durissima repressione della congiura aristocratica antihitleriana del 20 giugno 1944 e alla rieducazione democratica (o Karakterwaesche, lavaggio dei caratteri, come l’ha definita Schrenk-Notzing) dopo la sconfitta del 1945. Ebbi allora occasione di ristabilire – con risultati modesti - i rapporti tra Carl Schmitt e Carlo Costamagna, che l’aveva avuto (con Evola) collaboratore alla rivista Lo Stato. Su questi temi ho poi scritto su Il reazionario di Buscaroli, su Lotta politica (settimanale del Msi) e su Tabula rasa, la rivista che per alcuni di noi preparò nel 1956 il distacco dal Msi.

    Sui rapporti tra Evola e la rivoluzione conservatrice tedesca resta basilare lo studio di H. T. Hansen per la rivista Criticon di Caspar Schrenk-Notzing, immediatamente tradotto da Alessandro Grossato per Studi evoliani del 1998, che ha ricostruito gli incontri di Evola con i seguaci di Arthur Moeller van den Bruck (si era suicidato – si disse – per la delusione di veder rozzamente applicato da Hitler il suo sogno del Terzo Reich), con Othmar Spann (la cui opera fondamentale su Il vero Stato è stata tradotta da Ar) e Walter Heinrich, con Gottfried Benn, Carl Schmitt, Oswald Spengler (che si siano incontrati lo sostenne nei suoi Taccuini Yvon de Begnac, ma non esiste riscontro) di cui proprio Evola nel 1957 ha finalmente pubblicato presso Longanesi la traduzione del Tramonto dell’Occidente, mentre è del 1974 l’edizione Volpe del saggio evoliano su L’”Operaio” nel pensiero di Ernst Jünger. Vanno inoltre ricordate le citazioni in Rivolta contro il mondo moderno dal Borghese di Sombart (l’edizione italiana di questo testo del 1913 apparve da Longanesi nel 1950), e dalla magistrale biografia dell’Imperatore Federico II di Ernst Kantorowicz, un nazionalista tedesco arruolatosi nei Freikorps e costretto nel 1938 a emigrare negli Stati Uniti per motivi di discriminazione razziale. [ 2 ] Si deve a Evola anche qualche solitaria citazione dell’ampio saggio di Christoph Steding, Das Reich und die Krankheit der europaeischen Kultur (Amburgo 1938): l’autore è morto in guerra e la sconfitta ha condannato il libro a completo oblio. Furono mediazioni culturali d’eccezionale importanza non solo retrospettiva, per un bilancio storico delle idee, ma anche per costruire il futuro. E in questo campo non va trascurato il ruolo postbellico della piccola editoria di destra, anticipatrice di tante successive “scoperte”.

    Non è nemmeno un caso se la rottura della cintura sanitaria che da sinistra era stata eretta contro l’influenza del “cattivo maestro” doveva venire da due ottimi conoscitori della cultura tedesca di destra, Antonio Gnoli e Franco Volpi, ai quali già si doveva un libretto di conversazioni con Ernst Jünger I prossimi Titani (Adelphi, 1997). Il 30 marzo scorso Gnoli ha aperto le pagine culturali de la Repubblica sull’introduzione di Volpi per la riedizione dei Saggi sull’idealismo magico di Evola (ora nelle edizioni Mediterranee a cura di Gianfranco de Turris), annunciando la rivalutazione di un filosofo cui si riconosce d’essere stato “importante” nell’ambito dell’idealismo; e il giorno dopo anche Panorama dedicava un paio di pagine allo stesso argomento ribadendo lo sdoganamento del “barone nero”.

    Impresa appunto risolta da un profondo cultore come Franco Volpi di diversi autori della “rivoluzione conservatrice” tedesca, dal padre Nietzsche a Heidegger, di cui dirige l’edizione delle opere per Adelphi, a Schmitt, a Romano Guardini, a Gottfried Benn. Franco Volpi aveva già inserito due testi di Evola, Rivolta contro il mondo moderno e Metafisica del sesso, nella versione italiana (la prima edizione era uscita in Germania) del Dizionario delle opere filosofiche (Bruno Mondadori, 2000); e un paio d’anni dopo, intervenendo in una trasmissione su Evola per Rai Educational, aveva dichiarato senza esitare che Evola andrebbe incluso con Croce e Gentile fra i tre maggiori pensatori italiani del Novecento.

    Insomma: il ricupero di Evola anche da sinistra, così come da tempo erano stati ricuperati Nietzsche, Schmitt, Heidegger, Jünger, Spengler è stato favorito dal comune interesse per la rivoluzione conservatrice tedesca.

    Tra i motivi destinati a imporsi per la diffusione degli scritti evoliani potrebbe influire in direzioni sempre più trasversali l’attualità della critica all’economicismo ricavata da autori tedeschi della rivoluzione conservatrice. In Rivolta è già esplicito su questo tema il richiamo, oltre al classico studio di Max Weber sulle origini protestantiche del capitalismo, alle interpretazioni di Sombart: “Fiat productio, pereat homo” – dice giustamente il Sombart, illustrando il processo per cui le distruzioni spirituali, il vuoto stesso che l’uomo divenuto “uomo economico” e grande imprenditore capitalista si è creato intorno a sé lo costringono a far della sua stessa attività – guadagno, affari, rendimento – un fine, ad amarla e volerla in sé stessa pena l’esser colto dalla vertigine dell’abisso, dall’orrore di una vita del tutto priva di senso”.[ 3 ]

    La critica all’economicismo da posizioni di destra rimane appunto il tema – che potremmo definire della “guerra del sangue contro l’oro” - di cui nel Duemila l’attualità si rafforza, mentre si sono indebolite le corde del sentimento nazionale, per non parlare dei miti imperiali di Faccetta nera o del Mare Nostro, tramontati del tutto. A onor del vero anche il tema della guerra del sangue contro l’oro fu utilizzato dalla propaganda fascista in un significato ristretto e demagogico, come scontro tra popoli poveri, giovani e ricchi di braccia contro il “popolo dei cinque pasti”. Versione non più utilizzabile ora che siamo passati dall’altra parte: sempre più vecchi, ma ricchi, invidiati e invasi dai poveri di altri paesi. Il vero significato del conflitto tra lo spirito e la materia sta invece nell’usurpazione ai danni della politica e della stessa economia produttiva da parte dell’economia finanziaria, come già qualcuno vedeva nella prima metà del secolo scorso.

    Anche nei rilievi polemici rivolti da Evola alla “demonìa dell’economia” ne Gli uomini e le rovine (1953) le citazioni dirette privilegiano Sombart, le cui opere principali hanno preceduto Spengler, nei cui confronti Evola aveva delle punte critiche. Ma accanto agli echi di Sombart è impossibile non ricordare Il tramonto dell’Occidente e in particolare la sua conclusione, dove si parla del “titanico assalto sferrato dal danaro” contro le forze - legate alla terra - della tecnica, dell’industria, oltre a quelle del contadinato: “Solo l’alta finanza è completamente libera, completamente inafferrabile. […] La macchina col suo seguito umano, la macchina, questa vera sovrana del secolo, è in procinto di soggiacere ad una più forte potenza. Ma questa sarà l’ultima delle vittorie che il danaro può riportare: dopo, comincerà l’ultima lotta, la lotta con la quale la civilizzazione conseguirà la sua forma conclusiva: la lotta fra danaro e sangue”. [ 4 ]

    Questa lotta è tuttora in corso o, per essere più precisi, è di là da venire, mentre Spengler - sbagliando - ne profetizzava una prossima fine: “L’avvento del cesarismo spezzerà la dittatura del danaro e della sua arma politica, la democrazia. Dopo un lungo trionfo dell’economia cosmopolita e dei suoi interessi sulla forza politica creatrice, l’aspetto politico della vita dimostrerà di essere, malgrado tutto, il più forte. La spada trionferà sul danaro, la volontà da signore piegherà di nuovo la volontà da predatore”. [ 5 ] Gustosa, anche come anticipazione della polemica di Pound contro l’usurocrazia, la critica di Spengler agli: “errori bizzarri, come quello donde derivò il culto di Bruto, milionario usuraio che, come ideologo di una costituzione oligarchica, uccise l’uomo della democrazia fra gli applausi del Senato patrizio”. [ 6 ]

    L’occasione del cesarismo, che Evola ne Gli uomini e le rovine indica piuttosto - e degrada -come bonapartismo, è stata giocata male e persa in modo tale da renderla irripetibile. Nel frattempo si è consumata un’altra delle profezie di Spengler in Anni decisivi del 1933: la spartizione tra Russia e America del dominio mondiale e l’equivalenza tra materialismo sovietico e materialismo capitalista. Osservazioni che troviamo anticipate più lucidamente da Evola nel saggio Americanismo e bolscevismo del 1929 e riprese nella parte finale di Rivolta contro il mondo moderno. Nel saggio del 1929, interessante anche per la forza con cui vi è affermata “la tradizione mediterranea, ed in ispecie classica e romana” [ 7 ], viene inizialmente citato il Tramonto dell’Occidente e ripreso il motivo spengleriano del sangue e dell’oro nella critica della “civiltà” americana, che (come la Russia sovietica) religione della pratica, ha posto l’interesse del guadagno, della produzione, della realizzazione meccanica, immediata, visibile, quantitativa al di sopra di ogni altro interesse. Essa costruisce un ente titanico, che ha oro per sangue, macchine per membra, tecnica per cervello…>. [ 8 ]

    Grosso modo gli stessi temi polemici contro l’usurpazione dell’economia finanziaria ai danni della politica sono alla base de L’”operaio” nel pensiero di Ernst Jünger, la cui presentazione è datata da Evola nel 1960. Vi si parla di “dittatura del pensiero economico”, anticipando le più recenti polemiche sul “pensiero unico”, iperliberista, con una precisazione importante: “Col negare il mondo economico come quello che determina la vita, cioè come un destino, se ne vuol contestare il rango, non l’esistenza”. Non si tratta di patrocinare un estraniamento dello spirito da ogni lotta economica; potrà anzi esser bene che la lotta economica “assuma una estrema asprezza”. Ma “non dovrà esser l’economia a dettar le leggi del giuoco”, questo deve “esser ordinato ad una più alta legge della lotta”. Il superamento del mondo borghese richiede “la dichiarazione d’indipendenza di un uomo nuovo dal mondo economico”, dichiarazione che “non significherà la rinuncia a tale mondo bensì la sua subordinazione alla pretesa di esercitare un più alto dominio”. [ 9 ] Precisazione importante, ripeto, perché stabilisce una gerarchia di valori, ma non implica sprezzanti esclusioni per chi si occupi di economia e dei suoi meccanismi, come a volte ritengono alcuni evolomani. Per fronteggiarla, oltre che per indirizzarla verso i suoi compiti nazionali e sociali, occorre conoscerla, come raccomandava Ezra Pound.

    Nel frattempo la potenza sovietica è scomparsa e con la solitaria superpotenza degli Stati Uniti d’America il peso non più tanto dell’oro, quanto del denaro elettronico, virtuale e della finanza apolide è aumentato sia a livello planetario, che all’interno di ciascun paese, dove la democrazia come potere popolare e nazionale è sempre più esautorata dai poteri finanziari. Esemplare in questo senso – negativo - è la Repubblica italiana, che a partire dagli anni Novanta ha vissuto una sorta di commissariamento bancario, con governi presieduti da personaggi usciti dai vertici della Banca d’Italia e quasi con più banchieri al loro interno in funzioni di ministri che non colonnelli nei governi sudamericani. Lo stesso è avvenuto con la Presidenza della Repubblica affidata – occorre riconoscerlo: con grande successo - a un ex governatore della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), che proprio la destra ha particolarmente rimpianto; e che con scarsa coscienza dell’autonomia del politico proponeva di sostituire con una rosa di nomi tra cui figuravano l’ex direttore generale della stessa banca centrale (Lamberto Dini) e il presidente (Mario Monti) dell’università di studi economico-commerciali Bocconi. Oggi la presenza in importanti posizioni di potere politico e economico di personaggi tratti dai quadri della banca d’affari americana Goldman Sachs prosegue con il prevalere di poteri finanziari la tendenza all’abdicazione della funzione politica.

    * * *

    Tratto da Orion 261 (2006).

    Note

    [ 1 ] - Cfr. R. Calimani, Destini e avventure dell’intellettuale ebreo, Mondadori, Milano 1996, pp. 165-167.
    [ 2 ] - R. Calimani, cit., pp. 582-583.
    [ 3 ] - J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Nuova edizione Bocca, Milano 1951, p. 432.
    [ 4 ] - Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano 1957 (mi riferisco ovviamente all’edizione con la prefazione di Evola), pp. 1422-1424.
    [ 5 ] - Ibid., p. 1424.
    [ 6 ] - Ibid., p. 37.
    [ 7 ] - J. Evola, Il ciclo si chiude, Quaderni di testi evoliani n. 24, Roma 1991, p. 30.
    [ 8 ] - Ibid. p. 23.
    [ 9 ] - J. Evola, L’”operaio” nel pensiero di Ernst Jünger, Volpe, Roma 1974, pp. 21-22.

  10. #10
    email non funzionante
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    14,716
    Mentioned
    6 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L’Operaio e le scogliere di marmo

    25 April 2008 (22:06) | Autore: Julius Evola
    E’ opinione generale, che tale libro sia uno Schlüsselroman, cioè un romanzo a chiave, nel quale le vicende e gli stessi personaggi hanno un carattere simbolico e si riferiscono a rivolgimenti e forze in atto ai nostri giorni, avendo dunque il valore di mezzi espressivi fantastici per una idea precisa. Il centro di questo nuovo libro, scritto dallo Jünger nel 1939, è il contrasto fra due mondi. L ‘uno è quello della “Marina” e dei pascoli, sovrastati dalle “scogliere di marmo”; è un mondo patriarcale e tradizionale, ove la vita nella natura e lo studio della natura hanno per controparte una superiore saggezza e un simbolo ascetico e sacrale incorporato eminentemente, nel romanzo, dalla figura di Padre Lampro.
    Di contro al mondo raccolto presso le ” scogliere di marmo” sta quello delle paludi e dei boschi, ove signoreggia una paurosa, diabolica figura che lo Jünger chiama l’Oberförster (tradotto con “Forestaro”): è, questo, un mondo ” elementare “, di violenza, di crudeltà; di ignominia, di disprezzo di ogni valore umano.
    Il tono della vicenda fantastico-simbolica descritta con arte magistrale dallo Jünger è da “crepuscolo degli dèi”. Il mondo del Forestaro finisce col sopraffare quello della Marina e delle Scogliere di Marmo.
    La civiltà e i costumi della Marina sono alterati da processi di corruzione oculatamente diretti, l’anarchia vi si infiltra e non trova nessuna remora in uomini d’azione capaci davvero di imporsi, di far fronte al nihilismo ed alla distruzione. Nel momento del massimo pericolo, due uomini cercano di assumere l’iniziativa di una azione liberatrice.
    L’uno, Braquemart, incarna una volontà di potenza e una teoria del superuomo e della superazza alla nietzschiana, teoria che qui si risolve essa stessa in una forma di nihilismo ed è condannata nella sua astratta cerebralità e nella sua mancanza di spontanea grandezza, a fare il giuoco dell’avversario, a cui Braquemart cerca di contrapporsi usando le sue stesse armi.
    Lo Jünger, nel proposito, scrive: “In questo ambito occorreva intervenire ed erano quindi necessari ordinatori e nuovi teologi, cui il male fosse noto nelle sue apparenze e nelle sue radici; e solamente allora avrebbe giovato il taglio delle spade consacrate, a guisa di un fulmine nelle tenebre. Per queste ragioni dovevano i singoli vivere con chiarità e forza d’animo anche maggiore, secondo una disciplina più severa, testimoni di una nuova legittimità. Anche chi voglia vincere una breve corsa si assoggetta ad una adatta disciplina; ma qui erano in giuoco i beni supremi, la vita spirituale, la libertà, la stessa dignità umana. Per certo Braquemart riteneva esser, coteste, vane chiacchiere e progettava di ripagare il vecchio (il “Forestaro”) con ugual moneta, ma aveva perduto il rispetto di se, e da ciò ogni rovina ha fra gli uomini il suo principio”.
    L’altra figura del mondo della Marina è il principe di Sanmyra, simbolo di una nobiltà ormai spossata. I segni della grandezza tradizionalmente innata, la nobiltà d’animo e la prontezza al sacrificio audace ed eroico si accoppiano in lui alla decadenza propria a ciò che vive unicamente come un retaggio del passato, come un’eco, come qualcosa che è meno nostra che non una proprietà dei morti.
    Perciò l’unione delle due figure è come quella di una tradizione crepuscolare congiunta ad una artificiale teoria della potenza, più capace ad accrescere il deserto che non a conferire alla prima una forza nuova. Perciò i due da soli tentano un disperato colpo di mano contro il Forestaro, ma vi perdono la vita e non possono arrestare la catastrofe. Ne può arrestarla lo scendere in campo di Belovar, colui che rappresenta le forze residue della civiltà patriarcale ancora intatta.
    L’opera di disgregazione sotterranea si è ormai portata troppo lontano, i “vermi del fuoco” organizzati dal Forestaro son ormai troppo numerosi e troppo potenti. Le forze scatenate del mondo della foresta e delle paludi non possono essere trattenute. Belovar cade nell’ultima, disperata battaglia, dopo di che ferro, fuoco, morte e distruzione si abbattono su tutto il mondo della Marina e delle Scogliere di Marmo.
    Padre Lampro, che è il custode del Mistero, della tradizione sacra e della contemplazione, scompare fra le fiamme nel crollo del suo tempio. L’ultimo suo atto è di benedire la testa mozza del principe di Sanmyra, sacrificatosi nell’estremo tentativo e quasi trasfigurato, in esso, da una luce superiore. Arde anche l’Eremo della Ruta, rifugio dello studioso e del saggio, simbolo di umanistica disciplina e di quasi goethiana contemplazione della natura.
    Da tutto il mondo della Marina, ormai in fiamme, solo qualcuno riesce a fuggire, con una nave, recando seco, come una reliquia, appunto quella testa mozza, la quale solo molto più tardi, incastonata nella prima pietra, doveva servir di fondamento ad una nuova cattedrale.
    Ma per quel ciclo, per quel mondo legato alle Scogliere di Marmo, il trionfo delle potenze scatenate dal Forestaro è l’ultima parola. E l’unica speranza nella tragedia è che proprio l’esperienza del fuoco distruttore sia, per il singolo, un principio di rinascita, la soglia per passare in un mondo incorruttibile.
    Nel mondo ideale proprio al nuovo libro simbolico dello Jünger si ha dunque quasi un ritorno a valori, che nel precedente non stavano di certo in primo piano. Molti elementi fanno pensare, che si tratti, qui, di una specie di bilancio negativo proprio del mondo “elementare” epperò, in buona misura, anche del mondo dell’operaio”.
    Le forze scatenate che distruggono le città della Marina, dopo aver travolto sia la sopravvivenza generosa, ma pure stremata, della civiltà del Secondo Stato, sia gli artificiali, nihilistici rappresentanti della semplice volontà di potenza e, infine, in Belovar, le poche energie ancora schiette e legate alla terra - queste forze del “Forestaro” danno ben l’impressione del mondo della “mobilitazione totale” , del mondo del Quarto Stato e del “tellurismo” rivoluzionario giunto al limite e rivelante alla fine la sua vera natura.
    Con l’avvento di tali forze nelle terre della “Marina” non è il mondo della borghesia, dell’individualismo o del Terzo Stato che crolla, ma un mondo della qualità, della personalità, dell’ascesi, della tradizione misterica e sacra, della “cultura” in senso superiore.
    E’ lo stesso Jünger, già assertore della guerra totale e quasi estrema istanza a se stessa, che ora riconosce che “il coraggio guerriero non è il valore supremo”; che è inevitabile andare incontro al mondo della “selva” e del Forestaro quando, insieme alla forza, non si possegga un principio superiore, una legittimazione, per così dire, dall’alto, come quella simboleggiata dalla figura dell’asceta travolto lui stesso nel crollo del tempio in fiamme, dopo l’ultima benedizione.
    Tolti i suoi lati apocalittici, il nuovo libro dello Jünger ha dunque un contenuto profondo.
    Una chiaroveggenza lo pervade, superiore di certo a quella del periodo di Der Arbeiter, adeguata alla serietà di questi tempi.
    Il fenomeno dell’irruzione dell’”elementare”, come si è già detto, è reale: e reale è anche il processo di enucleazione di un nuovo tipo, realistico, eroico, impersonale, capace di un controllo e d’un’azione assoluta, proteso verso una assunzione totale della vita. Anche se il mondo di questo nuovo tipo non corrisponde proprio a quello del “Forestaro”, anche se esso ha lasciato dietro di se il periodo delle distruzioni e dell’anarchia e nel suo avvento non si celebrino solo varie forme di quello del Quarto Stato, pure gli orizzonti non si schiariranno, e un temibile destino non sarà prevenuto, fino a che come controparte non si avrà appunto la tradizione spirituale nel senso più alto, un Ordine non nella prima assunzione soltanto attivistico-guerresca dello Jünger, ma appunto con riferimento a valori trascendenti, alle file segrete di qualcosa “che non è di questa terra” e che forse fino ad oggi è stato ancora custodito.
    Il volto dell’epoca che viene dipenderà certamente dalla misura in cui, malgrado tutto, questa possibilità si realizzerà.

    Julius Evola

 

 
Pagina 1 di 5 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Rivoluzione conservatrice
    Di Malaparte nel forum Destra Radicale
    Risposte: 26
    Ultimo Messaggio: 26-09-09, 13:17
  2. Rivoluzione Conservatrice
    Di buran nel forum Conservatorismo
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 17-04-09, 20:00
  3. Risposte: 242
    Ultimo Messaggio: 22-12-08, 13:36
  4. Risposte: 119
    Ultimo Messaggio: 05-12-07, 13:32
  5. La RIVOLUZIONE CONSERVATRICE
    Di Celtic nel forum Conservatorismo
    Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 22-07-06, 18:19

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225