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    Predefinito Lovecraft o del sublime immondo

    Walter Catalano

    DEL SUBLIME IMMONDO




    Talvolta la cattiva letteratura riserva sorprese ragguardevoli: sorprese che spesso travalicano l’ambito angusto dello stile per aprire vorticose ed inaspettate prospettive di ordine estetico o addirittura metafisico.
    Un tipico esempio di “pessimo” scrittore dal fascino in molteplici sensi irresistibile è quello di Howard Phillips Lovecraft (1890/1937). Il suo nome, ormai incontestabile oggetto di culto fra gli appassionati del fantastico e dell’orrorifico, lo si scopriva, fino a qualche decennio fa, solo razzolando nel pittoresco “ciarpame” delle riviste popolari americane di genere - i cosiddetti pulp, dal nome della carta di infima qualità sulla quale erano stampati – accumulato nel corso del secolo passato. Oggi, a suo modo, questo eccentrico confezionatore di incubi, morto in miseria e quasi sconosciuto, è ormai considerato alla stregua di un classico: la sua prosa spesso eccessiva e fallimentare ha saputo incuriosire Jean Cocteau; spingere Jorge Luis Borges a citarlo come “involontario parodista di Poe” e a dedicargli un racconto (There Are More Things incluso ne Il Libro di sabbia) o indurre Giorgio Manganelli a concedergli un posto nel suo La letteratura come menzogna (il saggio La città blasfema) o un romanziere di grido come Michel Houellebecq a scrivere un intero studio su di lui (H.P. Lovecraft: Contro il mondo, contro la vita).

    In Lovecraft evidentemente i contenuti scavalcano la forma: gli eccessi melodrammatici, l’aggettivazione incontrollata, l’inconsapevole comicità di certe affettazioni, possono essere dimenticati, così come molti stereotipi da gotico pedestre o i nomi barbari ed extraterrestri delle entità aliene che nei suoi testi riescono ancora a terrorizzarci nonostante - come ha osservato con maligna arguzia lo scrittore e critico britannico di fantascienza Brian Aldiss - “ricordino i nomi anagrammati delle marche di cereali che si mangiano a colazione”. [1] Oltrepassati con un eventuale sbadiglio gli stravizi e le ingenuità stilistiche, anche il lettore sofisticato non può evitare di restare irretito nelle trame lovecraftiane: un nucleo di forza, un’autenticità assente negli imitatori lo inchioda alla pagina. Lovecraft, nel bene e nel male, è unico; è un autore. Come scrive nel saggio a lui dedicato Houellebecq: “Dai suoi viaggi nelle terre infide dell’indicibile, Lovecraft non ci porta buone notizie. Ci suggerisce che dietro il sipario della realtà potrebbe nascondersi, e talvolta lasciarsi intravedere, qualcosa. E che questo qualcosa è ripugnante e abietto”. [2]

    Le cattive notizie hanno un gran potere di suggestione: non giungono mai inaspettate. Anche per questo Lovecraft è l’antitesi dell’American Dream : è un perdente, è un fallito. Figlio di padre sifilitico e di madre isterica, nasce e vive per quasi tutta la sua breve esistenza in una sorta di Recanati dell’Unione: Providence nel Rhode Island. I suoi tentativi di fuga sono dei fallimenti: morta la madre nel 1924, si sposa con un’attraente vedova, di molti anni più vecchia di lui, cerca disperatamente lavoro a New York ma la Grande Mela è già rosa da ben altri vermi. Due anni dopo ripara sconfitto a Providence in casa di due vecchie zie: niente più moglie, niente occupazione regolare, niente di niente. HPL ha da sempre puntellato le proprie insicurezze con una patetica forma di suprematismo bianco che lo avvicina in teoria ad una destra fascistoide e razzista (l’unica donna della sua vita è però un’ebrea russa come molti dei suoi migliori amici sono ebrei e omosessuali). In realtà le “repellenti razze inferiori”, i devianti e i diversi, lo attraggono: i suoi racconti sono pieni di inquietanti meticci, di letali sangue misto, di incroci aberranti fra umano e non umano. Ecco il fascino maggiore di questo incoerente “fascista” così pericolosamente incline alla sovversione, di questo contraddittorio ateo ossessionato dalla magia nera: l’inversione sistematica del positivo e del negativo, la percezione di un meraviglioso “rovesciato” in cui la morte è vita, la repulsione diviene seducente e “orge sataniche, demoni che volano sui venti della notte e tombe scoperchiate sostituiscono i tappeti volanti e le anfore col genio”. [3]

    Il suo universo creativo gravita intorno all’intuizione e all’enunciazione di un sublime immondo, di un’orrida estasi in cui la massima vertigine del terrore e della morte produce le convulsioni orgasmiche di un dissolvimento liberatorio, di un’apoteosi infera in cui tutti i termini di riferimento ordinari vengono irrisi e annullati. Come scrive Manganelli: “Nel suo universo, solo il negativo può generare miracoli”. [3bis] Una posizione filosofica per molti aspetti non lontana da quella degli esponenti più radicali delle avanguardie storiche novecentesche: Antonin Artaud [4] e, forse ancora di più, il Georges Bataille de L’esperienza interiore o de La pratica della gioia di fronte alla morte. Anche Lovecraft, come loro, è un materialista assoluto; le sue entità aliene, i suoi dei e demoni, sono del tutto corporei ed immortali non tanto “perché incorruttibili ma perché fatti di una materia così corrotta e degenerata, che ogni degenerazione ulteriore è impossibile”. [5] Non c’è alcuna psicologia, non c’è alcun afflato spiritualista in lui: a suo modo Lovecraft è un realista estremo, un fenomenologo del caos. [6]



    Emblematico a questo proposito un racconto del 1926, Pickman’s Model: un pittore di Boston, Richard Upton Pickman, discendente di una strega fatta impiccare a Salem da Cotton Mather alla fine del 1600, dipinge, con eccezionale maestria, esclusivamente scene di tregenda in cui mostri, sabba e banchettatori necrofagi infestano i sotterranei di quotidiani e ordinari paesaggi cittadini. La critica lo considera a torto un artista visionario e fantastico: in realtà, si scoprirà, è un antesignano dell’iperrealismo. Usa infatti fotografie come modelli per i suoi quadri. Non gli sfondi però, vengono riprodotti dall’immagine fotografica – come all’inizio pensa il sempre più terrorizzato narratore - ma proprio gli abominevoli soggetti dei suoi ritratti dal vero. Lo studio di Pickman confina infatti con un pozzo che immette in una catacomba dalla quale emergono i suoi modelli, i mostri ripugnanti che l’artista ritrae in piena oggettività. Pickman scomparirà in seguito, misteriosamente rapito dai suoi sgradevoli coinquilini - una variante canagliesca dei ghoul divoratori di cadaveri de Le mille e una notte – e, scopriremo in un racconto successivo (The Dream-Quest of Unknown Kadath), si trasformerà infine in uno di loro: queste orribili creature non sono altro che una degenerazione (o evoluzione?) dell’uomo stesso.

    Lovecraft non poteva saperlo ma stava raccontando una storia vera. In quello stesso 1926 sull’altra riva dell’Atlantico, a Londra, un notevole pittore, Austin Osman Spare (1886/1956), veniva definitivamente emarginato dagli ambienti artistici britannici per le sue ostentazioni sataniche esternate in vari libelli e per la sua arte “degenerata” che ritraeva streghe, sabba e spiriti elementali. Anche Spare, come Pickman, rifiutava l’etichetta di artista visionario - la critica aveva salutato i suoi esordi paragonandolo a Dürer, a Blake e a Beardsley – ma sosteneva di ritrarre semplicemente ciò che era capace di far apparire materialmente. Anche Spare sosteneva di avere come “seconda madre” una strega discendente diretta di quelle di Salem, una certa Mrs. Paterson che il futuro pittore aveva conosciuto quando era solo un bambino di sette anni e lei già una vecchia (capace però di trasformarsi davanti ai suoi occhi in una splendida fanciulla). La misteriosa megera esercitò su di lui un’influenza costante anche dopo la morte ispirando medianicamente al suo pupillo scritti e quadri e lasciandogli una perversa attrazione sessuale per le donne vecchie e deformi (Spare, assai bello da giovane, ebbe per amanti una nana, un ermafrodito e varie signore anziane). Come e più di Lovecraft anche Spare inseguì e professò l’orrida estasi - uno dei suoi libri è intitolato proprio The Book of Ugly Ecstasy – ma a differenza di lui non si limitò al sogno e all’incubo letterario. Praticò effettivamente la magia (per un certo periodo a fianco di Aleister Crowley); inventò l’insolito culto di Zos-Kia basato sulla “nuova sessualità”, l’alfabeto del desiderio ed il risveglio degli “atavismi-risorgenti” [7]; coltivò in pieno Novecento la passione per i grimoires e tentò di scriverne almeno uno (a Lovecraft fu sufficiente immaginarlo: il famigerato Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred). Come Pickman anche Spare finì male, non rapito dai ghoul ma dall’alcool e dagli stupefacenti: emarginato ormai dagli ambienti artistici e intellettuali (quando aveva diretto riviste di cultura fra i suoi collaboratori c’erano stati W.B.Yeats, Havelock Ellis, Robert Graves…), costretto a vivere come un barbone nel sud di Londra dando via i suoi egregi seppur sulfurei lavori per un piatto di minestra o una pinta di Guinness, restò parzialmente paralizzato quando il tugurio dove viveva in compagnia di dozzine di gatti crollò sotto i bombardamenti tedeschi, si riprese in seguito e sopravvisse come una larva fino al 1956.
    Dimenticati in vita, questi due speculari adepti del sublime immondo, sono stati riscoperti entrambi fin dagli anni ’60 e la loro fama ha viaggiato con la cultura psichedelica, il cyberpunk, il neosciamanesimo. La Chaos Magick, un occultismo postmoderno diffuso nell’underground estremista e praticata soprattutto su internet, li ha assisi fianco a fianco nel pantheon dei suoi numi tutelari. [8] Realtà e fantasia non hanno più limiti nel mondo virtuale: ora anche il delirio e la sovversione possono diventare merce, mentre un Occidente più immondo che sublime si avvia a celebrare, forse anche in loro nome, la globalizzazione dell’orrida estasi.



    NOTE

    1. B. ALDISS, Billion Year Spree, London, Weidenfeld&Nicholson 1973, pag. 190.

    2. M. HOUELLEBECQ, Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, Milano, Bompiani 2001, pag. 20.

    3. Introduzione al racconto L’Estraneo, in H.P. LOVECRAFT, Tutti i racconti 1897-1922, a cura di Giuseppe Lippi, Milano, Mondadori 1989, pag. 213.

    3bis. G. MANGANELLI, La città blasfema in La letteratura come menzogna, Milano, Adelphi 1985, pag. 83.

    4. Ad esempio: “Voi siete caso, nulla, merda che si vuole legge e teme soprattutto il disordine, il caso, la merda e il nulla, cioè siete borghesia”. (da Note per una “lettera ai balinesi” in CsO: Il corpo senz’organi, a cura di Marco Dotti, Milano, Mimesis 2003, pag. 61.

    5. Carlo Fruttero e Franco Lucentini in Storia delle storie di Lovecraft, introduzione a H.P. LOVECRAFT, I mostri all’angolo della strada, Milano, Mondadori 1966, pag. 10.

    6. “L’eroe di un racconto fantastico non è mai una persona ma sempre un fenomeno o una condizione” scriverà in una lettera ad una collega scrittrice. In H.P. LOVECRAFT, Lettere dall’Altrove: epistolario 1915-1937, a cura di Giuseppe Lippi, Milano, Mondadori 1993, pag. 311.

    7. Su di lui in italiano esiste un solo testo, A. O. SPARE, Anatema di Zos (discorso agli ipocriti), a cura di Luciano Pirrotta, Roma, Atanòr 1988.

    8. Così la definisce Gavin Baddeley, nel suo libro Lucifer Rising: Sin, Devil Worship & Rock’n’Roll, London, Plexus 1999, pagg.155-156. “Una nuova scuola occulta con stretti collegamenti con la controcultura post-punk. Come stile di magia rituale antidogmatica, la Chaos Magick mescola gli ultimi sviluppi scientifici della “teoria del caos” e le antiche tradizioni della stregoneria e dello sciamanismo[...] il praticante può invocare qualsiasi tradizione di dei, demoni, angeli o simboli – perfino quelli fittizi della narrativa – perché solo il significato personale, non una presunta esistenza letterale è vitale nel perseguimento degli obbiettivi magici di un individuo”.


    Articolo pubblicato sul n. 3/2005 della rivista Parénklisis, edita dalla Clinamen di Firenze

  2. #2
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    Nel nuovo libro di Gianfranco de Turris, edito da Ibiskos, ho letto un capitolo molto bello interamente dedicato a Lovecraft.

  3. #3
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    "Il drago in bottiglia"? Non l'ho ancora letto. Di de Turris e Fusco ho invece letto il breve saggio "Howard Philipps Lovecraft", domani magari ne riporterò qualche brano.

    Ciao.

  4. #4
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    Segnalo questo link dove sono presenti articoli e dati molto interessanti sul Necronomicon con rimandi ad una pagina dedicata al "Pazzo di Providence":
    http://www.enricobaccarini.com/necronomicon.htm

    Artorius

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Artorius Visualizza Messaggio
    Segnalo questo link dove sono presenti articoli e dati molto interessanti sul Necronomicon con rimandi ad una pagina dedicata al "Pazzo di Providence":
    http://www.enricobaccarini.com/necronomicon.htm
    A proposito del Necronomicon, riporto qui un articolo già postato in un altro thread.





    Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco

    L'EQUIVOCO DI LOVECRAFT SATANICO


    Dopo i delitti di Bel Air del 1969, in cui una banda di balordi gui dati da "Satana" Manson massacrò in una villa presso Hollywood cinque persone fra cui l'attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, negli Stati Uniti ebbe inizio un flusso continuo di azioni analoghe ispirate a presunte dottrine sataniste. La polizia americana, sempre scientifica nei suoi metodi, elaborò allora un questionario per l'interrogatorio dei sospetti, destinato a capire se i giovani indagati avessero avuto a che fare con sette sataniche e simili (Interviewing Techniques far Adolescents). La prima domanda del questionario è: «Hai mai letto il Necronomicon, e ne conosci il contenuto?». La circostanza esposta è la spiegazione più evidente del perché gli Stati Uniti siano il paese occidentale con il maggior numero di delitti irrisolti. Come è potuto succedere che un'opera completamente inventata, frutto unicamente della fantasia di uno scrittore di narrativa fantastica, sia divenuta, pur non esistendo, il presunto nucleo d'istigazione a delitti sanguinosi e culti satanici? Lasciando da parte il fatto che la Famiglia Manson avrebbe avuto invece come punto di riferimento un altro romanzo ed un altro personaggio: Straniero in terra straniera di Robert Heinlein... Per rispondere, bisogna capire come e perché si è creata la leggenda del "libro maledetto", da quali circostanze sia alimentata, a che tipo di cultura faccia riferimento. Anche perché pure in Italia si sono avuti accenni a questo paradossale connubio: satanismo-romanzi gotici, che qualche bello spirito ha accusato di essere l'humus immaginario da cui sarebbero nati reali culti sanguinosi. L'occasione del settantesimo anniversario della morte dello scrittore americano (15 marzo 1937 a 47 anni) può fornire lo spunto per chiarire come stiano esattamente le cose. Da quando Hovard Phillips Lovecraft lo fece conoscere nei suoi racconti, il Necronomicon è divenuto il più famoso fra i libri di magia, anche se nessuno può affermare, in sincerità, di averlo effettivamente letto (quelle che circolano in stampa o su Internet sono tutte contraffazioni, senza alcuna eccezione, nel senso che sono creazioni ex nihilo di un testo che non esistendo può essere "riscritto" da chi vuole), e il suo contenuto effettivo è nebuloso quanto le sue origini e la sua stessa esistenza. In realtà, tutto ha origine nel 1972 quando apparve in Inghilterra e in America il volume The Magical Revival del mago crowleyano Kenneth Grant (Frederick Muller, Londra. Trad. it.: Il risveglio della magia, Ubaldini, Roma 1974). In esso il famoso occultista, facendo seguito a un suo articolo dal titolo Dreaming Beyond Space (apparso in origine nel 1971, è tradotto integralmente in /i]Magia Pratica[/i], vol. 4, a cura di Jorg Sabellicus, Edizioni Mediterranee, Roma 2001) spiegava una sua teoria secondo cui Lovecraft sarebbe stato inconsciamente in contatto con le medesime entità ultraterrene pre-atlantidee che avevano ispirato Aleister Crowley, e che dai sogni derivanti da tale inconsapevole connessione sarebbero nate le trame dei suoi racconti, che in tal modo adombrerebbero una paurosa "verità occulta". Tesi questa accentuata nei suoi successivi libri.


    Rituali di magia nera
    Grant fu il primo a far conoscere un fenomeno sconcertante: ovvero il fatto che - a quanto pare già dagli anni in cui Lovecraft era ancora in vita - gli occultisti di tutto il mondo che praticavano la magia operativa andavano evocando le entità presenti nei Miti di Cthulhu utilizzando opportuni adattamenti dei rituali descritti in grimori come il Lemegeton di Salomone, il Quarto Libro dello pseudo-Agrippa, lo Heptameron di Pietro d'Abano, e così via. E ciò con un successo che era definito «superiore a ogni aspettativa». Nessuno di questi maghi aveva a disposizione un Necronomicon: in effetti, ciascuno si "redigeva" il suo manuale pratico a proprio uso e consumo, come del resto avevano fatto e fanno da secoli gli autori dei grimori citati e di tanti altri testi consimili. Di questo momento particolare della magia operativa pensò di approfittare, nel 1977, Herman Slater, il proprietario di una celebre libreria newyorchese, The Magickal Childe, specializzata in testi d'occultismo, con particolare focalizzazione sui culti satanici. Slater scrisse, o fece scrivere (non si sa bene, e Slater è morto prima di rivelare la verità), un testo bizzarro curato da un personaggio misterioso che si celava sotto lo pseudonimo "Simon".






    II libro perduto
    Secondo la leggenda fatta circolare artatamente, il testo in questione, giunto per vie traverse in mano a Slater, altro non sarebbe che una copia della traduzione greca del Necronomicon. Glielo avrebbero consegnato, secondo due distinte versioni dei fatti, un monaco ortodosso che di mestiere faceva anche la spia, oppure due ex-preti della chiesa slava autocefala che campavano rubando testi antichi dalle biblioteche pubbliche. Comunque sia, Slater avrebbe dato il libro a Simon per curarne la traduzione. Inutile dire che il volume originale è scomparso e nessun serio studioso di cose lovecraftiane (o di tradizioni magiche) ha mai avuto la possibilità di esaminarlo. La "traduzione" prodotta da Simon è un singolare guazzabuglio di rimasticature grimoriche, mostruosità ispirate a Lovecraft, testi inventati, rielaborazioni (errate) di temi mitologici sumeri e diversi altri spunti. Il tutto presentato come un manuale contenente incantesimi diversi, fra cui quelli necessari per evocare entità simili a Yog-Sothoth, Azathoth, Cthulhu. Malgrado certe ingenuità e rozzezze, non può negarsi che l'operazione, dal punto di vista mistificatorio, sia stata ben condotta. A chi non conosca Lovecraft altro che attraverso le sue opere, e sia semplice orecchiante di tradizioni magiche, il testo appare in effetti con tutti i crismi dell'autenticità. E come autentico è stato preso, prima da buona parte dei 666 acquirenti (guarda caso, il "Numero della Bestia") della tiratura originale, poi dai 3.333 della successiva ristampa, infine dalle diverse centinaia di migliaia di lettori che sborsarono i 4,95 dollari della edizione pocket, pubblicata a grande tiratura nel 1980 dalla Avon Books e sbarcata praticamente in tutto il mondo. Da allora, è stato un ribollire di polemiche fra i sostenitori dell'autenticità del volume e gli studiosi di Lovecraft che, dati alla mano, cercavano di dimostrare come il libro non fosse altro che un falso, e neppure tanto abile. Le discussioni al riguardo infuriano ancora: Internet (dove il testo di Simon è reperibile integralmente) ne è pieno. Il bello è che nella disputa sono entrati anche i "maghi" operativi, i quali hanno cominciato a usare il libro per quello che è, cioè un grimorio che insegna come evocare (attenzione, però: soltanto a chi sappia interpretarne il "significato segreto") mostruose entità soprannaturali. Cosa che, a detta di chi se ne intende, riesce tanto bene da superare anche le istruzioni fornite ai tempi loro da re Salomone, papa Onorio, il dottor Faust e tutta la congrega. È impossibile seguire tutta la massa di pubblicistica che, con ogni mezzo a disposizione, compreso (anzi, soprattutto) il web, ha chiosato il Necronomicon simoniano: e ciò non per difetto di volontà, ma per l'insostenibile mole del materiale a disposizione. Un anno dopo la pubblicazione del libro di Simon, apparve un altro volume analogo, The Necronomicon, the Book of Dead Names, pubblicato dall'editore inglese Neville Spearman. Rispetto al precedente, era un'operazione del tutto diversa. Tanto il primo era di fatto repellente, tanto il secondo era intelligente e spiritoso. Le firme che vi comparivano, poi, erano di tutto rispetto. Colin Wilson, l'autore della lunga introduzione, era un noto saggista e narratore. Robert Turner era il capo dell'Ordine della Pietra Cubica, una scuola magica di derivazione crowleyana. George Hay, il curatore del libro, era uno storico della fantascienza e, all'epoca, presidente della H.G. Wells Society. In appendice, poi, c'erano testi di L. Sprague de Camp (anche lui famoso autore e saggista), Christopher Frayling, Angela Carter, oltre che di un certo "dottor Stanislaus Hinterstoisser".





    Il gioco degli inganni
    Nell'introduzione, Wilson spiegava che il testo era basato su di un manoscritto in codice risalente al mago elisabettiano John Dee, il Liber Logaeth, in effetti, esistente e conservato al British Museum (fondo Sloane, mss 3189: ma la dizione esatta, in realtà, è "Loagaeth"). Esaminato al computer, questo si era rivelato nientemeno che l'originale, cifrato, della famosa traduzione in inglese del Necronomicon realizzata da Dee. Non solo: un esame comparato con un "manoscritto arabo" comprato da de Camp in Iraq, e già pubblicato in America in facsimile, aveva rivelato che si trattava della stessa opera! Nei riguardi del libro, era riprodotta una pagina di tale manoscritto.
    Il tutto era condito da una serie di informazioni sulla magia antica e contemporanea, sulle religioni arcaiche, sul ruolo del padre di Lovecraft all'interno della "massoneria egizia" (rivelato dal misterioso "dottor Hinterstoisser"), sui rapporti fra i maghi di osservanza crowleyana e le tradizioni di Atlantide, sulla figura di Lovecraft stesso come "medium inconsapevole", e un'infinità di altre cose simili. Il materiale non era combinato in modo sommario e rudimentale, come nel testo di Simon, ma era letterariamente godibilissimo, preciso nei riferimenti fino allo scrupolo, ricco di inventiva, di allusioni, di collegamenti eruditi, di doppi sensi, di fascinosi accenni a "segreti insondabili", e così via. Insomma, una vera delizia per appassionati lovecraftiani. Quando il libro pervenne a chi scrive queste righe, tramite un'agenzia letteraria, decidemmo immediatamente di farlo pubblicare presso le edizioni di Renato Fanucci, che all'epoca dirigevamo. Nel tradurre il libro, non resistemmo alla tentazione di partecipare anche noi a quel gioco intrigante e intelligente, e lo arricchimmo di un'introduzione firmata da un inesistente "professor Francesco Pincus" dell'altrettanto immateriale "Università Sulcitanea", in cui si discettava della Teoria Generale dell'Inesistenza Reale, postulante il fatto che quando si crede profondamente alla realtà di una certa cosa (per esempio uno pseudobiblium), questa inevitabilmente finisce per materializzarsi davvero... Chiedemmo poi a un nostro bravo autore di narrativa fantastica, Gustavo Gasparini, di raccontare come avesse anche lui scoperto una copia del Necronomicon a Venezia, e i casi derivatigliene, nonché a Giuseppe Lippi, allora stimato saggista lovecraftiano e oggi curatore di Urania (nonché curatore di tutta la narrativa di HPL per gli Oscar Mondadori), di raccontare la storia di una perduta traduzione italiana dell'infame testo a opera di Camillo Delminio, l'esoterista bruniano inventore del "Teatro della Memoria" come supporto per la mnemotecnica. Questo materiale fu pubblicato in un'apposita Appendice Italiana al volume di George Hay, insieme con un portfolio di disegni originali di nostri illustratori. Ovviamente, non credemmo neppure per un attimo che il testo fosse davvero quello che diceva di essere, cioè una decodificazione parziale della traduzione inglese del Necronomicon, trascritta in cifra da John Dee. Ma tutto faceva parte di un gioco letterario iniziato negli anni Venti e Trenta. Per chi avesse voluto capire, denunciavamo lo scherzo in tutta una serie di riferimenti, come il collegamento al libro "arabo" di De Camp, che sapevamo per certo essere fasullo (ce lo aveva detto lui), e varie altre notazioni, come il fatto che si dava per davvero esistente la Miskatonic University, che invece è una pura invenzione di Lovecraft. Comunque, per rendere ancor più palese il carattere pseudoreale dell'operazione, aggiungemmo alle due paginette introduttive alcuni riferimenti bibliografici in apparenza verosimili, ma in realtà assurdi, per esempio parlando di un congresso di "paraletteratura" iniziatosi il 29 febbraio di un anno non bisestile. Non mancavano le citazioni di articoli di Eco e Sanguineti. In questo modo, volevamo render chiara la natura scherzosa del tutto, per non dare l'impressione di voler ingannare deliberatamente i lettori. Ciò anche a costo di ridurre le potenzialità commerciali del libro, che così (pensavamo) avrebbe finito per interessare soltanto, come curiosità, i lovecraftiani di stretta osservanza. In questo, ci accorgemmo presto di esserci sbagliati doppiamente. In primo luogo, tutti (sottolineiamo: tutti) coloro che acquistarono il "nostro" Necronomicon rimasero fermamente convinti di avere fra le mani un autentico frammento del fatale Al Azif. Inoltre, quel libro - pubblicato con molto timore per gli esiti delle vendite - è stato uno dei maggiori successi commerciali della casa editrice, è stato ripresentato in varie vesti anche da altri che hanno tentato (assai malamente) di darne un seguito, si trova citato (seriamente) in una infinità di bibliografie, ed è "autorevolmente" commentato dalle persone più insospettabili. C'è chi ha creduto alla reale esistenza del "professor Pincus", chi è andato (inutilmente) alla ricerca dei riferimenti bibliografici di Eco e Sanguineti e sta ancora cercandoli, e chi ha citato i Proceedings del convegno di paraletteratura in serissime bibliografie. C'è da esserne orgogliosi... Anche questo Necronomicon di Colin Wilson, come quello di Simon, ha suscitato discussioni a non finire, ed è disponibile sul web con glosse e commenti. In tutto il mondo, è usato anch'esso come testo base di magia operativa da diversi adepti dell'occulto. In Italia, in particolare, ha avuto un impatto "magico" fortissimo (forse perché da noi non è mai uscita una traduzione del libro di Simon), ed esistono diverse congreghe di necromanti che ne hanno fatto il centro delle loro attività sul versante tenebroso dell'Essere.




    Il "dono" di Lovecraft
    La chiave per comprendere l'importanza che i circoli esoterici contemporanei attribuiscono alla figura di Lovecraft e soprattutto al suo Necronomicon, scrive Stephen Sennitt (The Reluctant Prophet, nell'antologia The Starry Wisdom, Londra 1994), si trova stranamente nella stessa negazione da parte dello scrittore della titanica "realtà" che emerge dai suoi sogni, e nel suo atteggiamento di ripulsa nei confronti delle tradizioni che in quelle immagini oniriche vengono così chiaramente ed esplicitamente rappresentate. Secondo gli esoteristi, Lovecraft rimase inconsapevolmente terrorizzato dal significato profondo delle sue visioni, e risolse di esorcizzarle trasformando i suoi viaggi d'incubo in "innocue" narrazioni fantastiche, rifiutandosi di attribuire ad esse, razionalmente, alcun significato. Inoltre, respinse ogni legame della sua narrativa con un campo di ricerche - la cosiddetta "sapienza occulta" - che considerava, al meglio, nulla più che un coacervo di superstizioni, e al peggio un esempio di deliberata volontà di ingannare le persone credule (elucubrazioni «appartenenti alla categoria del falso proditorio», secondo una sua espressione). Il suo rigido razionalismo conservatore - spiegano gli esoteristi - era in realtà un meccanismo di difesa che serviva a fargli prendere le distanze dall'inquietante consapevolezza che l'universo potrebbe essere un luogo molto più irrazionale di quanto non volesse ammettere la sua mente conscia. D'altra parte, in molti luoghi delle lettere di Lovecraft filtra l'idea - centrale nella sua narrativa - che alla radice del cosmo vi sia non ordine ma caos, e che ciò che muove le cose non siano le leggi che l'uomo, con la sua povera e debole ragione, riesce a decifrare, ma altre forze più oscure e possenti, inconoscibili ed estranee a qualsiasi sentimento o compassione. Ironicamente, dunque, il "dono" di Lovecraft di sognare la verità riposa su una singolare contraddizione: fu proprio il suo ripudio di tutto il bagaglio dell'Occultismo, la sua deliberata collocazione delle conoscenze estratte dalle sue visioni oniriche entro i confini della narrativa e della finzione letteraria (escludendo ogni legame contaminante con tradizioni espresse dalle scuole esoteriche dei suoi tempi, come la Teosofia, la magia della Golden Dawn e altre simili), a conferire ai suoi "miti" onirici la consistenza e la forza di una vera e propria corrente magica operativa. Se Lovecraft fosse stato, per assurdo, l'adepto di una scuola di occultisti dalle tradizioni ancestrali, non avrebbe raggiunto, nelle sue visioni, un successo di pari dimensione. Di tale fatto gli esoteristi contemporanei sono acutamente consapevoli: l'importanza che essi attribuiscono al sistema magico tratto dalla narrativa di Lovecraft deriva proprio dalla percezione della purezza e dell'autonomia delle sue visioni, dimostrata dall'evidenza con la quale esse si sovrappongono, completandole, a conoscenze tradizionali autentiche, pur essendo state elaborate del tutto indipendentemente da queste. Di fronte a un discorso del genere, Lovecraft avrebbe reagito di certo con lo stesso sarcasmo che manifestava nei confronti di quei giovani corrispondenti che gli chiedevano dove procurarsi copie del Necronomicon, e se per caso Cthulhu esistesse davvero. Ma non è questo il punto. Malgrado tutte le sue barriere mentali, Lovecraft era intimamente consapevole, nel profondo di se stesso, che oltre i confini dell'universo conosciuto esistono forze che agiscono al di fuori del controllo e della comprensione dell'uomo (lo ammette lui stesso). Ed è su queste forze, più che su tutti i castelli eretti dalla razionalità, che si misurano i nostri sentimenti, le nostre angosce, le nostre incertezze e le nostre passioni. La popolarità di Lovecraft e dell'inesistente Necronomicon si è dilatata a dismisura, e continua a crescere, perché questo modo dello scrittore di accostarsi alle radici dei nostri sentimenti dimostra la rilevanza delle sue visioni, e la loro centralità rispetto alla condizione umana. Il che non vuol dire che lo scrittore possa essere ritenuto - anche solo indirettamente - responsabile delle nefandezze che qualche paranoico può aver commesso in Italia e all'estero in nome delle divinità immaginarie che egli descrisse nel suo pseudobiblium che altri, con intenti ludici o macabri, ha riportato alla realtà cartacea.

    Da Hera n° 86 (marzo 2007)

  6. #6
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    A proposito dell'esoterismo in Lovecraft è molto interessante articolo.

    Artorius



    I riferimenti esoterici e le formule magiche de IL CASO DI CHARLES DEXTER WARD di H.P. Lovecraft

    di Valerio Evangelisti


    Si moltiplicano le pubblicazioni di opere di Howard Phillips Lovecraft. Il pretesto è il settantesimo anniversario dalla morte dello scrittore americano. Il motivo reale è la scadenza dei diritti. Ma ben vengano entrambi, se il risultato è il magnifico saggio scritto da Giuseppe Genna sul suo sito. Da parte mia, ho partecipato al revival lovecraftiano scrivendo l'introduzione a Il caso di Charles Dexter Ward, RCS editore, già segnalato su Carmilla. La segue, nel libro, una decifrazione di tutti i riferimenti esoterici presenti nel romanzo, indirettamente polemica verso chi ha attribuito ad HPL fantasiose conoscenze iniziatiche. Propongo ora l'appendice. Il mio omaggio a Lovecraft proseguirà con il trattamento cinematografico del racconto di HPL Orrore a Red Hook, scritto per una casa produttrice spagnola ora scomparsa, e, più tardi, con l'introduzione al Charles Dexter Ward.]
    Come ho già detto nella prefazione, le conoscenze di Lovecraft in tema di esoterismo appaiono molto sommarie. Tuttavia, dato che il romanzo è ricco di richiami a testi dell’occulto, forse non è superfluo precisarne fonti e significato.
    Il caso si apre con una citazione, che tornerà nel racconto, attribuita a un alchimista di nome “Borello”, circa la possibilità di ricavare dai corpi umani essenze capaci di ricostituirli dopo la morte. In realtà, come ha dimostrato un ricercatore, John Dorfman, le citazioni provengono dall’opera Magnalia Christi Americana del predicatore puritano Cotton Mather (1663-1728), e furono riprese in un compendio degli scritti sulla magia di Eliphas Lévi (Alfred Charles Constant, 1810-1875) a firma di Arthur Edward Waite (1857-1943), The Mysteries of Magic, probabilmente finito nelle mani di Lovecraft.
    Ciò ha indotto alcuni a ritenere che “Borello” sia un nome fittizio, e che comunque Lovecraft lo abbia citato a sproposito. Non è così. Pierre Borel (1620-1689) fu medico, scienziato e botanico francese, con frequenti incursioni nell’alchimia. Tra le sue ricerche, figura il tentativo di estrarre dalle piante essenze che ne permettessero la replica. Un esperimento che condusse soprattutto sugli agli (ala Borelli).
    La citazione fattane da Lovecraft è senz’altro derivativa ed equivoca, ma più che pertinente.
    Anche la formula di evocazione negromantica che ricorre nel romanzo, Per Adonai ecc., è tratta dalla raccolta di Waite di testi di Eliphas Lévi, e in particolare da Il dogma dell’alta magia, tradotto in italiano dalle Edizioni Mediterranee di Roma. Somiglia a molte altre formule con le quali, invocando il nome di Dio o degli angeli secondo le dizioni della Kabbalah, si cercava, nei grimoires, di costringere i demoni a manifestarsi.
    Nessuna parola dell’invocazione è particolarmente oscura. Adonai significa “Signore”, Elohim, Jehova, Sabaoth, Gibor indicano Dio, come anche l’acronimo AGLA (Ateh Gibor Le-olam Adonai, “Tu, Signore, eternamente potente”). Almouzin e Metatron sono due angeli. Jeoshua è Gesù, Gad (erroneamente scritto God in Lovecraft) è il nome di un profeta biblico, e anche di una delle dodici tribù di Israele. La “parola profetica” (“verbum pythonicum”), “il mistero della salamandra”, “l’assemblea dei silfi” (quasi di sicuro l’espressione corretta era conventus sylphorum, e non cenventus sylvorum: salamandre, silfi o silfidi e gnomi erano rispettivamente simbolo di fuoco, aria e terra), gli “antri degli gnomi”, i “demoni del cielo” costituiscono altrettanti arricchimenti alla suggestione di un’accozzaglia di nomi che, disposti in maniera differente, figurano in molti manuali medioevali di negromanzia.
    Evam è “Eva” all’accusativo, in quanto retto da Per.
    Il solo “Zariatnatmik”, o “Zariatnatmick”, forse angelo, oscuro lanciatore di saette per conto dell’Onnipotente, appare per quanto ne so in un unico testo (ma non in tutte le edizioni), intitolato Le Grand Grimoire, attribuito a un veneziano di nome J. Karter, oppure Antonio del Rabbino (sic!). Si veda per esempio la ristampa anastatica - di un originale di data imprecisata (ma probabilmente tardo settecentesco) - curata nel 1987 da Brancato Editore.
    Veniamo adesso alla formula enigmatica, Dies Mies Jeschet Boene Doesef Douvema Enitemaus, che, secondo Lovecraft, Pico della Mirandola avrebbe definito "la più pericolosa tra le invocazioni della magia nera”. La fonte di Lovecraft è sempre la stessa: Eliphas Lévi, che attribuisce la formula a Cornelio Agrippa. Nelle opere di quest’ultimo, però, o almeno in quelle più note (De occulta philosophia libri tres, o anche l’apocrifo libro quarto, detto Il libro del comando; tutti pubblicati in Italia dalle Edizioni Mediterranee), il Dies Mies ecc. non si trova. E’ citato, invece, nella traduzione di Samuel Liddel McGregor Mathers (1854-1918, fondatore della società esoterica inglese Golden Dawn, maestro di Aleister Crowley), di un famoso grimorio, La grande chiave di Salomone (diverso dalla clavicula, cioè la “piccola chiave”). L’ortografia è però differente, almeno nell’edizione in mio possesso (The Key of Salomon the King, The Book Tree, 1999, ristampa anastatica di un’edizione del 1914):
    Dies Mies Yes-Chet Bene Done Fet Donnima Metemauz.
    Una variante in Grillot De Givry, Il tesoro delle scienze occulte, SugarCo, 1988 (l’originale, intitolato Le Musée des Sorciers, Mages et Alchimistes, è del 1929):
    Dies, Mies, Jeschet, Doefet, Dowina, Enitemaus.
    La formula è attribuita a Pietro D’Abano (1257-1315), scienziato e alchimista perseguitato dall’Inquisizione domenicana, la quale, post mortem, ne mandò al rogo le ossa. Alcuni capitoli del De occulta philosophia di Agrippa sarebbero tratti di peso da D’Abano, secondo De Givry.
    Va però notato che il Dies Mies, comunque sia scritto, non è un’invocazione negromantica, bensì un metodo per indurre gli autori di un furto a confessare. E’ molto improbabile che Pico della Mirandola ne avesse un tale terrore.
    Sì, ma l’invocazione cosa significa? Difficile dirlo. Pare aprirsi con un appello a Dio, ringraziare per qualcosa di positivo e terminare con la menzione di una signora o padrona, forse araba (il suffisso –auz era una tipica traslitterazione medioevale dall’arabo). Una donna sospettata di furto e poi rivelatasi innocente?
    La mia è una semplice supposizione, molto azzardata. Penso che Lovecraft fosse, sul tema, ignorante quanto me. Conosceva tuttavia il potere che hanno parole ignote sul subconscio di appassionati lettori. Il massimo teorico della magia del Medioevo, Al-Khindi, non sosteneva forse che ogni parola ha risonanze cosmiche, se pronunciata con intenzione?
    Tralascio del tutto l’ultima formula magica de Il caso di Charles Dexter Ward. A parte i simboli della luna crescente e della luna calante, il resto è Lovecraft puro. Alcune frasi, come y’ai ‘ng’ngah, o h’ee, hanno assonanze con termini della religione Yoruba, però è un’ipotesi della quale dubito anch’io. E’ comunque notevole che uno scrittore “secondario” abbia spinto me e molti altri, con risultati variabili, a ragionare sui passaggi più criptici e suggestivi dei suoi testi. Ciò richiede una bella dose di abilità, e di potere seduttivo. A Lovecraft non mancavano né l’una né l’altro.

    http://www.carmillaonline.com/archiv...54.html#002254 - Pubblicato Maggio 29, 2007 04:12 AM

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    Gianfranco de Turris - Sebastiano Fusco

    BIOGRAFIA DI UN RAZIONALISTA SOGNATORE




    L'immagine più nota di Howard Phillips Lovecraft — una fotografia scattata nel 1934, quando aveva 44 anni, a tre dalla morte, ed inclusa nella prima edizione originale rilegata delle sue opere (1939) — lo raffigura ripreso di tre quarti, facendone risaltare il viso affilato, il naso lungo e sottile, le labbra strette su una mascella dal profilo forte ancorché non sporgente, il mento caratteristico. Messosi in posa, lo scrittore non aveva fissato l'obiettivo: perciò, i suoi occhi non sono puntati in avanti, verso chi osserva l'immagine, ma sembrano piuttosto guardare un punto esterno alla foto, come se stessero valutando un oggetto a loro solo discernibile, o stessero seguendo un evento al di fuori della portata visiva d'ogni altro osservatore.
    Quest'ansia costante di puntare lo sguardo oltre il mondo sensibile, d'individuare i connotati di un'altra realtà, è il dato essenziale dal quale si muove la poetica di Lovecraft, che per tutta la vita tentò l'incerta impresa di violare quelle che una volta defini «le intollerabili costrizioni del tempo e dello spazio».

    Razionalista, non aveva la fede cieca del mistico e si rendeva ben conto che l'universo fittizio creato dalla sua immaginazione rappresentava soltanto uno pseudo-rifugio, non raggiungibile né praticabile. D'altro canto, la sua sensibilità, acuita dalla solitudine e dal regime di vita, gli fece comprendere presto che il mondo della fantasia, in quanto creazione spontanea individuale, non poteva non avere un preciso influsso sul suo stesso creatore. Il viaggio immaginario nel suo universo complementare, nel suo reale integrativo, creato per puro piacere estetico, si risolse cosi in un viaggio all'interno dell'uomo: viaggio che, a mano a mano che ci si cala nelle profondità della coscienza, assume le caratteristiche di una catàbasi, di una vera e propria «discesa agli inferi» che — come tale — trasforma chi la subisce. E se la volontà di crearsi un rifugio fittizio mediante uno sforzo dell'immaginazione è un atteggiamento tipico del razionalista che per indole o carattere prova ripulsa di fronte alla realtà quotidiana, la disponibilità a rimodellare la propria esistenza su tali immagini è invece l'impulso del mistico, il quale attua un deliberato cambiamento di valenza tra il reale e il fantastico.

    È dalla saldatura di questi due atteggiamenti che nasce il fascino dell'opera lovecraftiana. Non è un caso che essa attiri oggi in tutto il mondo, al di là dei suoi possibili limiti letterari, in specie i giovani intellettuali, i lettori dotati d'una preparazione culturale non elementare. Nel «solitario di Providence» (come è stato chiamato) essi vedono infatti riprodursi il dissidio essenziale in cui vive la civiltà dell'Occidente contemporaneo: divisa, dopo la «crisi del '68», fra la tendenza al materialismo e la rinascita d'una spiritualità deviata; combattuta tra il consumismo e crescenti complessi di colpa nati da cattiva coscienza; in bilico sullo stretto crinale fra il trascendente e l'immanente, incerta ancora sulla via da prendere per il futuro. […]

    Colin Wilson, nella sua lunga introduzione al volume The Necronomicon (1978), afferma che «l'impulso fondamentale alla base dell'opera di Lovecraft era il desiderio di sottrarsi alla realtà della vita quotidiana... anzi di vendicarsi in qualche modo di tale realtà che lo disgustava tanto».
    Dubbio e inquietudine, disagio esistenziale e precarietà d'ideali favoriscono da sempre l'evasione nel sogno. Il rifugio indicato nemmeno mezzo secolo fa da Lovecraft sembra ormai l'unica valvola di sicurezza per il malessere della nostra cultura: i mass media favoriscono il tessuto dei sogni collettivi, e l'evasione è a buon mercato. Ma il sogno, quando viene turbato da fermenti che si agitano nel profondo, si muta in incubo. Se ne rende facilmente conto chi legge i servizi di cronaca sui quotidiani, i titoli delle riviste e dei libri, chi vede il cinema e la televisione. Allo stesso modo, il viaggio di Lovecraft nell'universo dell'immaginazione e della fantasia, iniziatosi con serene visioni fiabesche, si conclude angosciosamente con la comparsa di mostri risvegliati dagli abissi dell'inconscio. Con questo, di nuovo il cerchio si chiude: e si scopre che la realtà fittizia, tanto faticosamente elaborata per fungere da sicuro asilo alla nostra ansia e alla nostra paura, non è altro che l'immagine sapientemente alterata (e alla fine giustificata) proprio di quell'ansia e di quella paura.

    In questo, Lovecraft si mostra nostro contemporaneo, ed in ciò — crediamo — si trova la ragione dell'odierno successo della sua opera. In lui, nelle allegorie della sua narrativa, nelle vicende reali della sua vita, si riflettono le certezze e le contraddizioni, i sogni e i terrori, le preoccupazioni e le speranze che sono poi le nostre. La sua rivolta contro il mondo (a lui) contemporaneo, è la stessa rivolta di tanti uomini di cultura dei nostri giorni; le sue motivazioni identiche. La sua contemporaneità, l'attualità del suo pensiero sono tali da farne passare qualche volta in secondo piano la fama di narratore.

    Da "Howard Phillips Lovecraft" – Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco
    (collana Il castoro, La Nuova Italia – pag. 7 e seguenti)

  8. #8
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    Onore al primo dei miei Maestri. Riporto di seguito parte del testo di una sua lettera circolare, inviata agli amici Kleiner, Cole e Moe il giorno 8 agosto 1916, citata in parte nel libro "L'orrore della realtà" a cura di de Turris e Fusco, edito dalle Edizioni Mediterranee.

    "Questa nostra razza umana non è che un banale incidente nella storia dell'universo. Negli annali dell'eternità e dell'infinito non ha più importanza del pupazzo di neve di un bambino nella storia dei popoli e delle nazioni di questo pianeta. Di più: l'umanità non potrebbe essere altro che un errore - uno sviluppo anomalo - una malattia della natura - un'escrescenza sul corpo infinito dell'evoluzione, come una verruca su una mano? [...] Come possiamo essere certi che quella forma di movimento atomico e molecolare che noi chiamiamo 'vita' sia la più elevata di tutte? Magari l'entità suprema - quella più razionale e più simile a dio - è un gas invisibile! O magari è una fiammeggiante, incandescente massa fusa di polvere cosmica. Chi può stabilire che l'uomo possiede un'anima, e le rocce no?"

    Resurgens

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    Mountains of madness è uno dei primi suoi romanzi che ho letto ed ebbe subito un ottimo sapore..

  10. #10
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    Colgo l'occasione per segnalare l'uscita del nuovo numero della rivista Studi Lovecraftiani.

    http://studilovecraftiani.blogspot.com/

 

 

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