Dedicato a chi parla del novello asse d'acciao Mosca-Pechino.
http://www.paginedidifesa.it/2008/scimia_080923.html
Il conflitto nel Caucaso e la cautela della Cina
Emanuele Scimìa, 23 settembre 2008
L’Asia non risponde e Mosca mastica amaro. Lo scorso 12 settembre, il board direttivo della Asian Development Bank (Adb) ha approvato un prestito di 40 milioni di dollari a Tblisi a condizioni molto vantaggiose. L’ultimo di una serie di segnali che a Oriente (Pechino in testa) il blitzkrieg russo in Georgia ha suscitato più di qualche timore.
L’istituzione finanziaria di Manila si è affrettata a precisare che la riunione per la concessione del prestito alla Georgia era stata programmata prima dell’esplosione del conflitto nel Caucaso, ma ha allo stesso tempo sottolineato che l’evoluzione della situazione ha impresso una accelerazione all’iter di approvazione. L’Adb sta valutando anche l’opportunità di emettere un ulteriore prestito di emergenza per far fronte alle mancate entrati fiscali georgiane nel mese di agosto.
Dopo la firma del cessate il fuoco con la controparte georgiana, il binomio Putin-Medvedev ha cercato un contrappeso in Asia alle pressioni e critiche occidentali (americane) per la sua politica nel Caucaso. L’apertura di credito concessa alla Georgia da parte dell’Adb frustra in particolare gli sforzi della diarchia russa attualmente al potere per guadagnare il sostegno cinese. La Cina ricopre infatti un ruolo centrale in questo organismo finanziario multilaterale: insieme a Giappone e Usa nomina uno dei suoi 12 direttori.
Un atteggiamento, quello di Pechino, che non dovrebbe sorprendere più di tanto. Di fronte alla crisi russo-georgiana, le autorità cinesi hanno scelto di mantenere sin dall’inizio un profilo basso: troppo ghiotta per Hu Jintao e compagni l’opportunità di incunearsi tra i dissidi russo-occidentali e guadagnarci qualcosa. In primo luogo, Pechino potrebbe tentare di scalzare l’Europa come principale acquirente delle risorse energetiche di Mosca. Poi, al riparo dai riflettori internazionali, potrebbe anche sfruttare la situazione per rafforzare la sua stretta repressiva in Tibet e nel Xinjiang.
In Russia, ovviamente, si aspettavano qualcosa di più: un evidente errore di valutazione. La Cina non ha fatto altro che ricambiare l’atteggiamento distaccato che i russi hanno assunto nel marzo scorso a proposito della crisi nel Tibet, quando l’Occidente – e in particolare gli Stati Uniti – hanno condannato con forza la repressione cinese contro i rivoltosi tibetani.
Un indizio dell’orientamento cinese riguardo alla crisi in Georgia si era già avuto al summit annuale della Shanghai Cooperation Organization (Sco), che si è svolto il 28 agosto scorso a Dushanbe (Tagikistan). Nell’occasione, Dmitry Medvedev si è speso molto per incassare il sostegno degli altri Stati membri (Cina, Tagikistan, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan) all’intervento militare del suo Paese in Ossezia del Sud e Abkhazia, e al successivo riconoscimento diplomatico di queste due province separatiste georgiane. Ai suoi interlocutori, però, il presidente russo è riuscito solo a strappare un timido appoggio ai sei punti del discusso piano di pace mediato dall’Unione europea e un vago riconoscimento del ruolo attivo della Russia nel promuovere pace e cooperazione nella regione del Caucaso.
L’espresso riferimento al rispetto della sovranità e integrità territoriale di ogni Stato secondo i principi della legge internazionale ha segnato la distanza tra gli altri membri della Sco e Mosca. Una neutralità che si spiega con la crescente influenza di Pechino in Asia Centrale e il timore delle ex repubbliche sovietiche della regione – abitate da comunità di origine russa – di subire lo stesso trattamento riservato dalla Russia alla Georgia. Il Cremlino ha infatti giustificato il suo intervento armato contro Tblisi come una operazione umanitaria a difesa di cittadini russi in Ossezia del Sud e Abkhazia.
Pechino non potrebbe comportarsi in maniera diversa nei confronti di Mosca. Le spinte separatiste e autonomiste in Tibet e nel Xinjiang, come il nodo sullo status di Taiwan, sono ancora problemi irrisolti per l’ex Impero di Mezzo. Il governo cinese non può in alcun modo avallare la secessione di due territori che la comunità internazionale considera formalmente parti integranti di uno Stato sovrano: una posizione coerente con quella assunta lo scorso marzo in occasione della dichiarazione di indipendenza del Kosovo.
Per comprendere meglio la cautela cinese è necessario guardare anche all’economia. La crisi russo-georgiana aggiunge un ulteriore elemento di instabilità al già incerto quadro politico-economico globale. La Cina è un Paese economicamente orientato alle esportazioni. Necessita dunque di mercati aperti e di un clima pacifico per garantirsi altri anni di sviluppo a due cifre. Una guerra su scala planetaria – fredda o calda che sia – tra Russia e Occidente costituisce una minaccia alla cornice geopolitica in cui prospera il suo ‘soft-power’: come Mosca, anche Pechino lavora alacremente per chiudere l’epopea dell’unipolarismo americano, ma certo non a detrimento del suo interesse nazionale. A oggi, l’armonioso mondo della Cina significa ancora stabilità dell’attuale sistema internazionale, dal quale ha tratto negli ultimi anni enormi benefici, nonostante sia stato congegnato dall’Occidente alla fine della seconda guerra mondiale.
Il Cremlino sta giocando una partita pericolosa a livello mondiale. Parlando alla stampa il 31 agosto scorso, Medvedev ha elencato i cinque pilastri della nuova dottrina strategica della Russia, tra i quali spicca la difesa degli interessi russi all’estero. Lo stesso motivo che in un futuro non troppo lontano potrebbe spingere Pechino a ‘difendere’ le vite e gli interessi dei propri cittadini emigrati oltre le acque dell’Amur, nel Dal’nij Vostok, l’estremo est della Russia siberiana.




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