05.09.06 Eurasia n.3. Di Stefano Fabei
Una ventina d’anni fa l’autore di quella che rimane forse la più completa, documentata ed obiettiva biografia del Duce, Renzo De Felice, anticipando su «Storia contemporanea» il terzo capitolo di Mussolini l’alleato (1940-1945), evidenziava l’atteggiamento disattento della storiografia nei riguardi della politica estera del regime fascista e, in particolare, di quelle sue proiezioni orientali e mediorientali che avrebbero dovuto costituire il cardine della strategia italiana negli anni della Seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda il subcontinente indiano, il discorso, in Italia, a quanto ci risulta, non è stato da allora ripreso e approfondito che dall’opera di Manfredi Martelli, cui bisogna riconoscere il merito di aver tentato, con il suo L’India e il Fascismo (Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2002), un efficace quadro di sintesi della politica italiana nei confronti dei nazionalisti indiani in lotta per la libertà e l’indipendenza del loro Paese e soprattutto del più famoso di loro, l’indù Subhas Chandra Bose.
Chiunque voglia accostarsi alla storia dell’India contemporanea e cercare di comprenderla non solo attraverso i libri in cui campeggia sempre solo e soltanto la figura di Gandhi, troverà in questo testo un valido strumento di conoscenza di una realtà molto più vasta e articolata utile per comprendere meglio sia il recente passato della lotta per l’indipendenza sia l’attualità di quella grande nazione. Non a caso in India – dove pure i detrattori hanno di volta in volta considerato Bose un dittatore, un fascista o un comunista, senza tuttavia precludergli con ciò una grande popolarità – la figura di questo leader indipendentista è molto conosciuta e i rapporti tra nazionalismo indù e fascismo costituiscono l’oggetto di un’attenta analisi, se non altro per il fatto che i suoi eredi politici, ovvero le organizzazioni e i partiti fondamentalisti indù, oltre a governare il Paese, si sono imposti all’attenzione dell’opinione pubblica indiana ed internazionale con la loro presenza e con la posizione assunta in merito alle relazioni con la comunità musulmana e con il Pakistan. Aggiungeremo a proposito che studiosi ed osservatori sono spesso rimasti colpiti dal patrimonio ideale di queste forze che appare per certi aspetti come l’espressione di idee elaborate nel periodo precedente l’indipendenza, per altri come il tentativo di adattare queste ultime all’attualità.
L’affinità ideologica tra il nazionalismo indù e il fascismo aveva radici profonde, risalenti al secolo XIX, quando, pure in diversa misura, tutti i nazionalisti indiani, indipendentemente dai vari orientamenti, avevano guardato al nostro «Risorgimento» come a un modello di lotta di liberazione dallo straniero: in India gli scritti di Mazzini e le imprese di Garibaldi godettero di una grande popolarità, confermata dalla traduzione delle opere del primo e dalle biografie dedicate ad entrambi i personaggi.Per quanto non molto lontane dai valori delle grandi potenze democratiche europee, le idee che ispiravano il Risorgimento italiano, proprio per la loro portata patriottica, agli occhi dei nazionalisti indiani rappresentavano al contempo un'alternativa ai valori incarnati dai governi di Gran Bretagna e Francia, due nazioni che non avendo mai subito dominazioni straniere non avevano dovuto affrontare il problema della liberazione.Il risorgimento italiano fu interpretato dai nazionalisti indiani come una prima fase della lotta di liberazione, cui sarebbe poi seguita una seconda fase, di costruzione della nazione, identificata successivamente con il fascismo.Se il Risorgimento fu visto con favore, anche attraverso vedute spesso opposte, tanto dai moderati quanto dai rivoluzionari, solo questi ultimi – in particolare i nazionalisti del Bengala, del Maharashtra e alcuni rappresentanti dell'organizzazione rivoluzionaria nota come Gadhar Party – furono poi attirati dal fascismo e dal suo capo. Mussolini, del resto, già il 4 settembre 1921, in un articolo su «Il Popolo d’Italia» si era occupato dell’India e della sua indipendenza, sottolineando come la Gran Bretagna si trovasse, in quella parte del mondo, in una situazione alquanto difficile. Pur non ritenendo imminente il tracollo del predominio inglese, affermava che comunque «… lo sbocco dell’agitazione indiana è segnato ed è fatale. I fermenti sono gettati. La razza si è risvegliata. È in piedi. Il raggiungimento della sua indipendenza non è più una questione di possibilità: è una questione di tempo». Sembra comunque che l’interesse del dittatore italiano per l’India risalisse a molto tempo prima e affondasse le sue radici nel pensiero di Gustave Le Bon, che al grande Paese asiatico e ai caratteri e ai limiti della colonizzazione europea aveva dedicato grande attenzione nelle sue opere.
Martelli ripercorre nel suo saggio la storia dei primi contatti tra l’Italia e il nazionalismo indiano risalenti all’inizio degli anni Trenta, tratteggia efficacemente la fisionomia politica dei capi nazionalisti e dei principali leader indipendentisti che allora raggiunsero a vario titolo Roma: Gandhi, Nehru, Bose e il musulmano Iqbal Shedai, rappresentante del Gadar Party in Europa. Scoppiata la Seconda guerra mondiale i rapporti di collaborazione con gli ultimi due s’intensificano e Shedai diventa uno dei principali consulenti del ministero degli Esteri per le questioni arabe ed islamiche. Segretario per un certo periodo del Partito del Congresso ed esponente della sua ala radicale, ex sindaco di Calcutta, Subhas Chandra Bose è sin dai primi anni Trenta, uno dei principali interlocutori del nazionalismo indiano con gli italiani. Alla non violenza di Gandhi e al Satyagraha contrappone la sua Samyavada, una sintesi tra fascismo e comunismo, accomunati entrambi dai loro aspetti antidemocratici, antiliberali ed antiparlamentari. Nazionalista radicale, ritiene che solo una rivoluzione violenta possa condurre il suo Paese alla piena e totale indipendenza dal colonialismo britannico. Critico verso quanti, come Gandhi e Nehru,nella dirigenza del Partito del Congresso propongono di negoziare con la Gran Bretagna, nel 1939 fonda il Forward Bloc con cui tenta di chiamare alla lotta per l’indipendenza non solo la borghesia ma anche le masse diseredate cui offre una specie di socialismo-nazionale che lo porta a schierarsi due anni dopo, al fianco dell’Asse. Dopo essere stato per l’ultima volta ospite di sua Maestà britannica nelle carceri indiane, raggiunge nel 1941 l’Europa alla ricerca di una dichiarazione d’indipendenza che il Tripartito – a causa soprattutto dei pregiudizi tedeschi e delle reciproche diffidenze di Berlino e Tokio in merito a quell’India che entrambe vogliono sia riconosciuta come parte della propria sfera di influenza – non rilascerà mai. Il fatto che le forze dell’Asse ritengano che fino a quando le loro armate non potranno dare un contributo concreto alla lotta di liberazione degli indipendentisti indiani qualsiasi dichiarazione, dato il suo carattere puramente teorico, sia da escludersi, non impedisce a Bose di sviluppare, grazie ai mezzi messi a sua disposizione, quali la Centrale per la Libera India e Radio India Libera, una grande campagna di propaganda antibritannica. Ritenuta conclusa la propria missione in Europa, nel 1943 Bose torna in Oriente per una stretta cooperazione con il Giappone e a Singapore costituisce sotto la sua guida un governo provvisorio dell’India libera che ha come braccio armato l’Indian National Army. I sogni di quest’avanguardia di liberazione che riesce a sottrarre al controllo britannico una parte del territorio nazionale indianohanno tuttavia breve durata anche perché dopo gli iniziali successi la guerra volge sempre più a favore delle forze alleate.Alla resa del Giappone Bose cerca di raggiungere i sovietici, presso i quali conta di poter trovare un nuovo alleato nella lotta per l’indipendenza, ma l’aereo dove si è imbarcato a Saigon è costretto ad un atterraggio di emergenza nel corso del quale muore il 18 agosto 1945.
Il libro di Martelli ripercorre con dovizia di particolari queste vicende relative al pensiero e all’opera di Bose, ma anche di Shedai e di altri leader indipendentisti indiani, offrendo alla fine di ogni capitolo un’appendice documentaria utile al lettore per integrare quanto esposto nel saggio.