Torna dunque a rivelarsi il vero senso della politica. La politica internazionale, di cui la politica interna non è che una precondizione e una preparazione, è lotta per la potenza, è contrasto e diplomazia, uno spazio in cui solo la forza, l’astuzia e la saggezza di un capo di Stato fanno davvero la differenza. E il valore di un Primo Ministro si nota, ovviamente, dalla scelta degli uomini che lo dovranno affiancare nella direzione degli affari di Stato: materia delicata e certo non adatta a sprovveduti, dove si richiedono spregiudicatezza e freddezza.
Da tempo si coglievano i sintomi di un cambiamento in atto nella politica mondiale.La potenza statunitense ha iniziato a declinare nei mesi successivi all’intervento militare in Iraq, col quale si è spodestato il governo legittimo per fomentare il caos globale, attraverso cui giustificare un sistema di controllo militare a dimensione planetaria. Le cose sono andate molto diversamente da quanto previsto e nell’arco di pochi anni la Russia, sotto la guida avveduta di Zar Putin è tornata al ruolo di potenza, e assieme ad essa si sono affacciate e consolidate Cina e India.
L’errore più grave che si è commesso è stato quello di dare per scontato il “destino manifesto” della nazione americana, trascurando o sottostimando le avvisaglie di sovranismo che si andavano qua è là gradualmente esprimendo. Il tentativo statunitense, tuttora in atto, è una misura contenitiva ai danni dell’Europa e della Russia.

Russia
Dopo un arco di tempo relativamente breve di egemonia internazionale americana, durante la quale si è accelerato il processo di globalizzazione economica e di dispersione culturale e identitaria, si è arrivati a un punto di crisi pressoché inevitabile, poiché previsto già da tempo e soltanto rimandato. Il risorgere di istanze sovraniste, cioè la volontà di affrancarsi dalla dipendenza politica, economica ed energetica straniera, corrisponde al riemergere di nazionalismi ed esigenze identitarie, che vanno inevitabilmente a cozzare col progetto statunitense di controllo globale omogeneizzante e livellante.
Il caso più eclatante è costituito dalla Russia, che sotto la guida di Vladimir Putin si è in parte risollevata dagli anni di corruzione e soggezioni eltsiniani ed ha riconquistato credibilità e forza in sede internazionale. La lotta condotta da Putin e i suoi contro la corruzione dilagante e contro i magnati cosmopoliti nemici degli interessi nazionali rappresenta uno sforzo di importanza simbolica non trascurabile, dal momento che si propone di riscattare la Russia dalla dipendenza più o meno velata dalle mafie straniere e a restituire alle casse dello Stato i preziosi guadagni dell’industria energetica.
Ma la Russia è ancora oggi in bilico tra Asia ed Europa, e come già notava lo studioso Trubeckoj (L’eredità di Gengis Khan, SEB), si tratta di un dissidio che l’anima russa non sembra aver ancora risolto. Sull’eredità di Gengis Khan e della “civiltà delle steppe” si è costruita la potenza zarista nella specificità che per secoli ha distinto la Russia dall’Europa e dall’Occidente. Fino a quando Pietro il Grande (1672 – 1725) non ha aperto all’Europa e alla civilizzione occidentale le porte degli immensi spazi del suo impero. Da allora ferrovie e finanza, industria bellica e cosmopolitismo si sono appaiate e rafforzate, finendo, secondo alcuni, col soffocare la tradizione e la vera cultura russe. Oswald Spengler, nel prevedere il sorgere della Russia come paese giovane, non mancò di criticare a sua volta la politica snaturante di Zar Pietro. Pur essendo un paese ricco e tecnologico, oggi la Russia riscopre la sua identità nazionale ortodossa.
Comunque la si voglia considerare, la politica di Pietro il Grande ha creato dei presupposti politico-culturali di importanza fondamentale e che oggi possiamo vedere, comprendere e raccogliere secondo l’opportunità politica del momento.
Per la posizione geografica in cui si trova, la nazione russa ha una vocazione imperiale, e per la sua storia e anima profonda ha una vocazione alla conquista e all’espansione. Perciò i rapporti con l’Europa sarebbe stati, presto o tardi, inevitabili, sotto forma di alleanze e amicizia o come guerre di espansione, poco importa. La politica richiede l’uso della forza, e nei rapporti tra potenze essa si dispiega non soltanto nello scatenamento delle armi, che è spesso l’ultima opportunità, ma con strategie più sottili e raffinate. Per questo l’apertura all’Europa è stata una decisione destinale per la Russia, e l’ha legata storicamente e culturalmente alle vicende del continente europeo, più che a quelle dell’Asia, su cui pure la Russia si affaccia e a cui deve una parte della sua identità.
A dimostrazione del legame che si è creato nei secoli tra Russia ed Europa bastino la guerra di “visioni del mondo” che negli anni ’40 del secolo scorso ha insanguinato l’Est del continente, fino agli attuali tentativi, sempre reciprocamente rinnovati, di rompere il “cordone sanitario” che separa per volontà e interessi altrui l’Europa dalla Russia, frapponendosi come una barriera invalicabile di ostacoli politici e militari mossi dagli USA. Polonia e Ucraina sono nello specifico le aree strategiche di un gioco di potere internazionale che in realtà contrappone gli interessi di Europa e Russia a quelli della potenza statunitense. I due paesi dell’Europa orientale non sono infatti che le pedine di una lotta a cui partecipano solo passivamente.
Da Jean Thiriart fino Henri de Grossouvre è stata fortemente sentita la necessità di un’alleanza tra pari con la Russia con la recente speranza riposta nell’asse Parigi-Berlino-Mosca per una rinascita europea; progetto che è stato prontamente vanificato, o forse soltanto rimandato, dall’elezione nei due paesi dell’Europa occidentale di persone di fiducia della politica americana.
La Russia si trova oggi in una condizione di pressione internazionale e di accerchiamento militare “morbido”, mezzi attraverso i quali gli USA intendono contenere e frenare le legittime ambizioni russe sul proprio spazio vitale a Ovest e a Sud-Ovest. La pronta reazione militare dispiegata recentemente in Ossezia potrebbe rappresentare solo un anticipo di ciò che il futuro ci prepara. Perché oramai la Russia non intende più soggiacere supinamente agli interessi americani nei paesi ex-sovietici ed intende altresì far valere la forza della propria grandezza con ogni mezzo necessario.
Zone calde del prossimo futuro saranno dunque Polonia e Ucraina, oltre all’Ossezia, alla Cecenia e al Kazakstan, che costituisce un’apertura privilegiata verso la Cina.

Europa
La politica internazionale europea in questi anni è stata spesso contraddittoria e la crescente importanza economica dell’Unione Europea è stata in varie occasioni ostacolata dalla spregiudicatezza statunitense e dalla miopia dei politicanti, com’è il caso del no irlandese al Tratto di Lisbona. Se certamente l’attuale Unione non è autenticamente né integralmente europea, ciò non toglie che su un tale presupposto si possa, sulla lunga distanza, agire con perseveranza e progettualità al fine di farne un’idea-forza mobilitante in grado infine di riscattare il continente dalla soggezione militare, economica e politica a poteri stranieri. Utilizzare le parole caricandole di significati differenti da quelli quotidiani, renderle al contempo comprensibili e diffonderne i contenuti è un presupposto affinché si espanda una sensibilità e una mentalità preparata a un progetto politico differente. Non è più il tempo di delegare, ed è possibile influire sulla politica con i mezzi oggi messi a disposizione dalle tecnologie.
Al di là del fatto che un mutamento nel modo di considerare il ruolo dell’economia nella vita europea potrebbe costituire un iniziale passo verso un cambiamento radicale più ampio, bisogna poi evidenziare come le aspettative riposte dalla politica mondialista americana sulla dirigenza francese, ed europea più in generale, devono essere state sin qui almeno in parte disattese. La politica internazionale è infatti dettata dagli interessi di politica interna, che richiede sempre il prestigio e la potenza, badando ben poco alle lusinghe esterne di affaristi e mafie pronte a svuotare i popoli delle poche risorse di cui ancor oggi dispongono.
Non bisogna dunque sottovalutare il ruolo ricoperto nella pacificazione, almeno momentanea, del conflitto israelo-palestinese dalla presidenza francese, fatto che evidenzia la stanchezza statunitense affianco di una crescente importanza europea nella risoluzione delle contese internazionali. E ancora, la mediazione europea per la risoluzione del conflitto in Ossezia, con l’interessante posizione assunta dal governo italiano, sono un altro sintomo di un prestigio internazionale e di una volontà politica che covano sotto le dispute di partito, alle piccolezze dei politicanti di professione e dei miopi camerieri del capitale internazionale. E persino il risarcimento recentemente concordato tra Italia e Libia, pur essendo per chi scrive del tutto ingiustificato e immotivato da inesistenti danni di guerra, apre delle prospettive di collaborazione e presenza mediterranea di indubbia importanza. Ulteriore conferma della spinta espansiva verso la Russia la forniscono inoltre i rapporti privilegiati ormai consolidatisi con l’Italia per l’allacciamento al gasdotto South Stream, rivolto naturalmente a una dimensione europea.
Siamo davanti ad una congiuntura internazionale favorevole per l’Europa e per chi sappia sfruttare le possibilità che si aprono con coraggiosa freddezza, facendo breccia e aprendo nuove prospettive continentali. Ma quali politici oggi hanno il coraggio e la forza di decisioni nette e vigorose? Chi può osare tanto?
La cautela e la freddezza sono doti fondamentali in politica e le scelte avventate spesso conducono soltanto alla rovina. Agire d’impulso significherebbe vanificare l’unica possibilità di reale riscatto che Italia ed Europa si trovano davanti da più di 60 anni. Abbiamo visto sorgere e crescere davanti ai nostri occhi delle potenze politiche e militari come Russia, India e Cina – un caso pressoché epocale -, col corrispondente sfaldarsi del monopolio statunitense e la creazione di un mondo multipolare, diviso in differenti sfere d’influenza e fatto di delicati equilibri tra potenze costantemente pronte alla mobilitazione in difesa dei propri interessi.
È precisamente in questa apertura – indebolimento statunitense e conseguente pluralità sovranista – che si può incardinare il grimaldello europeo, cioè il riscatto volontarista costruito su una visione comune e una consapevolezza condivisa.
Non facciamoci illusioni: l’Europa è divisa e fragile, la sua forza sullo scacchiere internazionale è ancora effimera e discontinua, non ha un perno e le sue componenti sono spesso in moto centrifugo, si disperdono in scelte indipendenti e isolate. Ciò che è oggi chiamato Europa non è l’Europa che stiamo pensando, non è l’Europa che potrebbe costituirsi a potenza internazionale una volta che prendesse coscienza di sé. E non è neppure possibile scrivere dei programmi razionali che deterministicamente fissino e prevedano il futuro d’Europa e del mondo dei prossimi anni a venire: questo non è possibile perché, come rileva giustamente Carlo Jean, il mondo multipolare vede agire così tante forze, così tante variabili, che non esiste possibilità di fermare questo fluire in una formula astratta. Non formule rassicuranti, ma fatti concreti dunque. Una politica fatta da uomini in grado di prendere le decisioni quando esse siano necessarie; uomini capaci di preparare le dirigenze future fornendo gli strumenti e lo sguardo che differenziano il calmo osservatore attivo dall’incauto inesperto.

La grande politica
Già Nietzsche lo aveva affermato: i prossimi due secoli saranno quelli della grande politica. Così, concludendo un aforisma sull’Europa in Al di là del bene e del male (p.113-115): «È passato il tempo della piccola politica: già il prossimo secolo porterà con sé la lotta per il dominio della terra - la costrizione alla grande politica». Già allora, circa il 1880, Nietzsche auspicava che l’Europa trovasse una sua unità, riuscisse cioè a darsi una volontà unica anche sospinta da una mortale minaccia esterna che avrebbe potuto, secondo il filosofo, incalzare i popoli a stringersi come una sola volontà di potenza.
La lotta per il dominio della terra non è terminata, poiché una potenza fanaticamente e messianicamente convinta del proprio ruolo planetario continua a minacciare la stabilità e l’integrità dei paesi “non allineati”, di coloro cioè che non intendano rinunciare alla propria storia, cultura e identità per cedere al modello globalizzato made in USA. Beninteso: non si facciano illusioni i sentimentali sostenitori europei del candidato americano Barack Obama, le sue dichiarazioni da campagna elettorale diverranno semplice esercizio retorico e si disperderanno nella memoria dei pochi, quando le necessità impellenti degli interessi nazionali busseranno alle porte. Quando cioè i reali tessitori della politica estera americana stabiliranno le tappe forzate del nuovo “secolo americano” su consiglio delle influenti lobbies capitaliste.
E non bisogna neppure ignorare il ruolo non secondario rivestito recentemente dall’Italia come mediatore nella crisi tra USA e Russia. Voce diplomatica ascoltata e di un qualche peso principalmente grazie a dei rapporti personali e delle simpatie preferenziali costruite negli anni dall’attuale premier Silvio Berlusconi. Nel suo viaggio in Europa Obama ha ignorato l’Italia: è un segnale che induce a pensare che la sua eventuale elezione finirebbe probabilmente col favorire il ruolo dell’Inghilterra e di altri paesi europei nelle future trattative tra grandi, marginalizzando così il ruolo diplomatico dell’”anomalia” italiana e costringendo in seconda battuta a una scelta di campo meno equilibrata, a tutto discapito degli interessi nazionali nostrani.
Non ci sarà più spazio, tra i democrats americani, per illusioni e pacifismo quando una nuova guerra “dovrà” essere combattuta nel nome della libertà democratica. Ci sarà certamente chi, come per la Serbia il kantiano Bobbio fece con argomentazione hegeliana, giustificherà e avvallerà gli ennesimi bombardamenti umanitari e i nuovi embarghi buonisti. Ma lo farà senza tenere presenti gli interessi e le priorità europee e nazionali, perché ignora cosa sia politica e si lascia trascinare dai bassi sentimentalismi.
Naturalmente non bisogna costruirsi assurde speranze di un deciso cambiamento nella politica americana nel caso venga eletto Mc Cain, ma sembra possibile che con un presidente repubblicano i rapporti con Europa e Russia, al di là delle dichiarazioni roboanti, si manterranno più pragmatici e flessibili senza nette rotture rispetto ad oggi. Il condizionale è d’obbligo, poiché gli interessi nazionali spesso tracciano percorsi “obbligati”.
In ogni caso, ciò che davvero conta, e potrebbe fare la differenza, è la forza politica dell’Europa - che è solo in divenire e non ancora realizzata e consolidata.
Distogliere l’attenzione dai fulcri dove agiscono i propri interessi è il presupposto della politica americana. A un attentato o a un evento apparentemente importante in una certa area, spesso corrisponde un’azione ben più profonda e importante altrove. Si colpisce la periferia per danneggiare il centro. Per questo si disperdono informazioni e concentrazione moltiplicando gli scenari di conflitto, così che la già disattenta opinione pubblica si focalizzi sulle spettacolarizzazioni che le vengono fornite, senza porsi ulteriori domande. Un osservatore capace sa invece vedere l’insieme di una prospettiva politica, mettendo assieme i tasselli e riportandoli al ruolo che essi svolgono all’interno di un’ottica di potenza e conquista.
Non è possibile far fronte alle condizioni della politica esterna attuale senza una condizione interna sufficientemente stabile. Spengler sosteneva che la politica interna è una preparazione a quella internazionale, e aveva ragione. Un paese che sappia darsi un ordinamento concreto, che sia in grado di aggregare le varie componenti e sappia inserirle nella concezione politica che intende darsi, può allora pensare di affacciarsi alla politica mondiale con la credibilità e la solidità necessarie. Vi sono scelte che non possono essere fatte, senza che l’interno della nazione sia preparato alle conseguenze.
La potenza e il prestigio internazionali non conoscono soltanto il ricorso alle armi e la distruzione, la potenza e la forza esprimendosi anche nella capacità di frenare ciò che non ha stabilità, nella capacità di dare un ordine al caos e imprimendo con la propria volontà un segno indelebile nella storia dei popoli. La dissoluzione dell’ordinamento internazionale tipicamente europeo seguito all’ascesa della potenza aerea statunitense ha condotto fino alla situazione odierna.
Ma in un mondo multipolare, cioè in un mondo pluralistico e in cui la differenza e le identità possano nuovamente trovare i propri spazi vitali, si aprono anche le condizioni affinché chi ne ha le capacità, la volontà e la forza, possa infine fare da traino per la creazione di un nuovo diritto internazionale dei popoli, in grado di regolare le contese senza moralismi, pretese “elezioni” e senza universalismi discriminanti.
La Russia, a dispetto degli inesperti e superficiali “osservatori” che non hanno sguardo né profondità, ma solo molto fiato da sprecare, rappresenta davvero, come si disse allora, la possibilità per una soluzione europea. Perché Russia ed Europa hanno interessi comuni e perché possono effettivamente essere animate da una visione comune, da un sentire differenzialista e concreto in grado di prevenire il totale annientamento delle specificità. Pure nella sua ambivalenza, nel suo essere cioè a cavallo tra Europa e Asia, la Russia rappresenta un rischio e un’opportunità, il “martello mongolo” che incombe e come un rivelatore tellurico scuote dal sonno l’Europa, mostrando che un’altra politica è possibile, mostrando che la volontà decisa può abbattere gli ostacoli e aprire prospettive inattese.
Nella pluralità delle forme storiche concrete può dunque realizzarsi un nuovo ordinamento non universalista e omologante, ma garante delle differenze e preparato a fronteggiare i contrasti che queste sempre animano. Senza illusioni.

Francesco Boco
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