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  1. #1
    a.k.a. tolomeo
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    Talking Al Cav. ormai tutto je rimbarza...

    Al Cav. ormai tutto je rimbarza e dopo l’opposizione sparisce pure la satira

    E alla fine – e nonostante le battutacce sul nano e sul cerone, sulla miracolosa ricrescita e sullo svettante tacco, sui cactus e sulle bandane, sulle bonazze militanti e oggettivamente sulla stessa forzaitalia – neanche più col Cav. funziona la satira politica. Come dicono a Roma, ormai “je rimbalza”: tanto ha dato, il premier, al settore e al suo indotto, che adesso gli addetti ai lavori non sanno più da che parte considerare la faccenda. Ultimi, hanno alzato le mani quelli di “Zelig”, che non riescono a trovare nomi nuovi per prendere in maniera efficace per il culo il Cav. (e ovviamente Veltroni e il resto della compagnia). Si capisce, ci sono sempre i soliti – il sublime Albanese, il grande Marcorè, l’immensa Littizzetto, il bravissimo Crozza, il geniale Guzzanti, ecc. – ma i pargoli satirici latitano, i delfini annaspano, se ci provano non fanno ridere, si confonde sempre più facilmente l’invettiva con la risata. In fondo, un altro trionfo berlusconiano: prende per sfinimento, fornisce molto più materiale di quello che si riesce a elaborare, quando un comico arriva lui è già avanti di chilometri con un’altra paradossale trovata. E’ il metodo, aggiornato, di Giulio Andreotti – il metodo, diciamo così, di chi si appresta a durare. L’andreottismo fu pane e companatico per generazioni di comici della prima Repubblica – dalla gobba alle orecchie a sventola, dal lungo potere al suo celebrato cinismo. Sfottendolo per decenni, ne hanno fatto la perfetta maschera italiana – così che anche adesso, a quasi novant’anni, si prepara divertito a ricevere a Roma, sotto un albero di fico, il premio “Er mejo fico der bigonzo” (notizia vera, mica satira). Una consacrazione, poco da dire. E c’è quasi da scommettere: tra Alitalia e Quirinale, un’altra possibile aspirazione di Berlusconi che poco fico certo non si considera. Ha fregato i satirici – tutti, si capisce, a lui avversi: un satirico berlusconiano sarebbe troppo pure per un satirico – costringendoli alla rincorsa, lasciandoli senza fiato, ansimanti sul bordo del fiume in attesa del cadavere del Caimano e intanto costretti a giochini di parole sul CaiNano. In quindici anni, da questo punto di vista, ha fatto il lavoro di dieci Andreotti: un’immensa riforma comicarola, alzando sempre più la soglia di sbarramento per riuscire efficacemente (e ferocemente) a prenderlo in giro. Se vi truccate, ha già fatto; se vi mettete la parrucca, ha già ricomprato i capelli; se salite sui trampoli, già svetta; se chiamate le soubrette, rapido mostra il governo. Così finisce che mentre quelli dell’opposizione scoprono l’alba, quell’altro è già arrivato all’ora di pranzo. Il grido di dolore di “Zelig”, la presa d’atto che sfottere con efficacia il Cav. sta diventando un’impresa da titani della scena, è destinata a lasciare il segno. Praticamente, mancano le parole. Funzionano certi epigoni del berlusconismo – Cetto Laqualunque è ormai immortale, il Ministro della Paura lo diventerà – ma l’attacco diretto incide poco (e male). Eppure, non è tempo di poca satira. Se a New York pure Veltroni ha avuto modo di dolersi di Grillo (“da quando c’è al governo la destra è sparito”, guarda te uno in cosa si deve trovare impicciato oltreoceano), il Secolo pubblica un dettagliato articolo per raccomandare possibili oggetti di sfottimento a Serena Dandini che prepara il suo “Parla come me” – compresi “La Russa in divisa da lagunare” e i “Papalini su Giove”, essenziale seguito ai “Fascisti su Marte” – e contestare così le scelte in cantiere. Però, ecco, sempre lì siamo: e Berlusconi? Pure chi era pischello al tempo della scesa in campo adesso dovrebbe, alle soglie della maturità, aver acquisito una coscienza comica, un istinto battutista, una percezione surreale. Invece niente: come si preparano a mettere in scena qualcosa, il Cav. sta già montando un nuovo spettacolo – e li confina in seconda visione. Sarà stata la stagione girotondina – a forza di indignazione perenne si gonfia il fegato e si appesantiscono le parole – ma ciò che fu capace di dare a suo tempo un Benigni è da considerarsi irripetibile. Sì, si farà un Capezzone, una Meloni, vabbè capirai… Paradosso berlusconiano: dell’opposizione oltre Veltroni non si sa chi mettere in scena (quale genio artistico potrebbe rappresentare Franceschini?), di là vanno bene tutti, ma con un principale così esageratamente pop ormai si deve gettare la spugna.

    di Stefano Di Michele

    http://www.ilfoglio.it/soloqui/1104
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  2. #2
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    Predefinito

    la sinistra è disperata non sanno più che fare e non sanno piu ridere
    possono solo piangere

  3. #3
    email non funzionante
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    Predefinito ....e sentite Santoro

    “Guarda, io non ho mai avuto questo accanimento antiberlusconiano che mi si attribuisce; è evidente che gli italiani hanno votato per Silvio Berlusconi e che lui ha un certo consenso. Il fatto che lo abbia, però, non ci impedisce di riflettere su come questo consenso si viene a creare”.
    Michele Santoro, che giovedì sera è tornato su Raidue con il suo “Annozero” accompagnato dalla fiorettista Margherita Granbassi in questa intervista al Foglio spiega che più che “la normalizzazione berlusconiana, ormai superata”, il vero disastro dei nostri tempi “è l’omologazione televisiva e culturale”. “Viviamo – avverte – l’erosione delle libertà in tv. Non c’è più lo spazio di libertà che c’era negli anni Ottanta. Le farò una rivelazione. Quando io ho lasciato la Rai per andare a Mediaset, eravamo nella seconda metà degli anni Novanta, Bettino Craxi mi fece sapere, da Hammamet, che stavo commettendo un errore. ‘Perderai – questo il senso del suo messaggio – credibilità e solo restando in Rai non avrai questo deficit’”.

    Santoro si ferma un attimo, poi ritorna sull’omologazione. “Se guardo alla tv degli anni Ottanta, quella della Prima repubblica, mi accorgo che c’era un tipo di lottizzazione governativa che però garantiva maggiore libertà. Con il maggioritario gli spazi liberi si sono ristretti. Oggi, parlando di Rai, vediamo che tutti i programmi sono in outsourcing e i produttori di format non fanno certo dei prodotti nuovi bensì assecondano il bisogno di stabilità del sistema. Rassicurano. Il network, avendo esternalizzato tutto, non ha più una forza culturale, produttiva e politica: sono dei passaveline (tranne eccezioni) e dai fornitori esterni, se il network non è un vero editore, prevale ciò che sembra neutro”.

    Santoro spiega la sua semantica dell’omologazione televisiva contemporanea. “Una volta la Rai e le reti di Berlusconi avevano due pubblici diversi: per gusti, tendenze, abitudini. La vera genialità di Berlusconi, anche perché i suoi oppositori sono dei fessi, è stata di uniformare, omologare. Oggi questa marmellata non cambia, neppure quando vince le elezioni politiche il centrosinistra. Tanto che noi, sull’idea di fare e offrire un prodotto Rai che sia diverso e non omologo, siamo davvero gli ultimi giapponesi. Perché Berlusconi prepara sempre le sue vittorie politiche prima di tutto sul piano tv. E noi siamo dinosauri in via di estinzione.
    Per questo io omaggio Gianfranco Funari: perché la tv di parecchi anni fa dove i Santoro, i Funari, i Ferrara e i Minoli se le davano di santa ragione non tornerà più.
    A questo punto voi del Foglio mi chiederete: ma perché Berlusconi ha già perso due elezioni? E io vi rispondo: perché questa resta una democrazia, ma malata e comunque la forza del Cavaliere ha radici nell’immaginario collettivo, nella cultura televisiva omologata. L’egemonia è sua, tanto che se vuoi assistere a un film dove si veda ancora una bandiera rossa devi guardarlo sulle reti Mediaset.
    Mi chiedo, come mai la Rai non fa una controprogrammazione a ‘Striscia la notizia’? Potrebbe farla, ha tre reti, invece manda i pacchi”.

    Prima di scartabellare negli ultimi venticinque anni di piccolo schermo, poniamo a Santoro una domanda sull’etica della vita e sulla sua posizione: “Non tutto il dibattito etico sulla vita – annota – si può sovrapporre con la politica e con le leggi. C’è uno spazio di libertà individuale che si incunea e bisogna essere rispettosi di questo spazio, senza farsi trascinare dalle fazioni in campo”.
    Un flash, prima di tornare al viaggio nella storia della tv dove dai pacchi risaliamo allo sdoganamento di Lega e Msi, con quel ruolo importante che all’epoca fu giocato dai suoi programmi, da Samarcanda in avanti.
    “Il primo che accettò – rammenta – di confrontarsi con Gianfranco Fini in tv fu Luciano Lama, ex partigiano combattente e uomo di sinistra. Con Fini, poi, abbiamo fatto anche una simulazione in diretta per la sfida a sindaco di Roma, prima che si candidasse, contro Rutelli; e vinse Rutelli. Una sfida – sottolinea con un certo orgoglio – che poi divenne la sfida reale, e con lo stesso vincitore, perché i sondaggi, quando sono fatti bene, servono”.
    Altri tempi, altra tv, quando l’Umberto Bossi spiegava “che la Lega era fuori dal sistema informativo e che programmi come Samarcanda” si innestavano e creavano (in parte) l’immaginario del popolo padano.
    Altro che quelle veline e quelle cosce tutte uguali.

    www.ilFoglio 28 09 09

    saluti

 

 

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