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    Predefinito Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    Mi sembra giusto che anche chi è rimasto fedele alla linea sinora portata avanti dal Governo e dal PdL (alleanza con la Lega e buongoverno), abbia lo spazio dove contarsi, trovarsi e portare avanti il progetto di un centrodestra senza cedimenti a sinistra.
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

  2. #2
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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    La Direzione Nazionale del Popolo della Libertà sottolinea la vittoria del Centrodestra nelle recenti elezioni regionali e amministrative, con un risultato storico: oggi 40 milioni di italiani sono governati a livello regionale dal Centrodestra, contro i 18 milioni amministrati dal centrosinistra.
    Il Centrodestra si è confermato maggioranza nel Paese in modo inequivocabile e il Popolo della Libertà si è riaffermato come la prima grande forza politica nazionale: questo è vero al Nord dove il Popolo della Libertà ha agito in alleanza ma anche in competizione positiva con la Lega; ed è vero nel Centro-sud, dove ha dimostrato di possedere un forte radicamento territoriale.

    Tutto ciò rende paradossali alcuni aspetti della polemica interna sviluppatasi in questi giorni: tensioni all’interno delle grandi forze politiche possono manifestarsi, ma è incomprensibile che vengano provocate all’indomani di una grande vittoria, dopo due anni di successi in tutte le consultazioni elettorali e dopo due anni di grandi risultati dell’azione di governo certificati dal costante consenso dei cittadini, unico caso in Europa, durante un periodo di grave crisi economica in contro tendenza rispetto alla sfiducia che ha colpito tutti gli altri governi.
    Anche il confronto che si è svolto durante i lavori della Direzione ha rivelato come certe polemiche pubbliche fossero pretestuose e comunque non commisurate ad un dibattito responsabile e costruttivo.

    Nei prossimi tre anni il governo, la maggioranza e il Popolo della Libertà completeranno la realizzazione del programma che ci impegna principalmente
    1. a ridurre e a razionalizzare la spesa pubblica,
    2. a realizzare una riforma del sistema fiscale con l’obiettivo di ridurre le tasse, compatibilmente con i vincoli di bilancio,
    3. a sostenere le famiglie, il lavoro, le imprese,
    4. a proseguire nella riforma e nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione,
    5. a realizzare un Piano per il Sud,
    6. ad ammodernare e potenziare il sistema delle grandi infrastrutture,
    7. a realizzare una riforma organica del sistema giudiziario,
    8. a realizzare le riforme istituzionali, ivi compresa la modifica dei regolamenti parlamentari,
    9. a proseguire nella lotta alla criminalità organizzata che ha già prodotto risultati mai raggiunti nella storia della Repubblica.

    Siamo convinti che una forte ed autorevole leadership, quale quella assicurata dal Presidente Berlusconi, garantirà il raggiungimento di tutti questi obiettivi. La leadership forte è ormai un tratto caratteristico dei moderni sistemi politici e gli italiani certo non rimpiangono le leadership deboli e i governi instabili del passato. Del resto i risultati elettorali ne sono una conferma e la stabilità rafforza altresì il prestigio internazionale dell’Italia.


    Una leadership forte non significa affatto rinunciare al dibattito libero e democratico che è anzi previsto dallo Statuto ed è testimoniato sia dalle innumerevoli iniziative politiche e culturali, dal grado di libertà che connota il dibattito interno nelle sedi delegate e nelle riunioni dei gruppi parlamentari, sia dall’esistenza di fondazioni, riviste, centri di riflessione e di elaborazione. Tutte le scelte politiche, anche quelle che hanno riguardato le candidature per le elezioni regionali e l’alleanza con altre formazioni politiche, sono state compiute dall’Ufficio di Presidenza attraverso un dibattito dei suoi trentasette componenti aperto e libero.

    In un grande partito democratico si deve poter discutere di tutto, ma a due condizioni: che non si contraddica il programma elettorale votato dagli elettori e che, una volta assunta una decisione negli organi deputati, tutti si adeguino al risultato del voto.

    Il Popolo della Libertà non può contravvenire ai principi di quella democrazia degli elettori che ha fortemente voluto e che impone che il patto stipulato con i cittadini al momento del voto sul programma sia vincolante. Rispetto a quel patto non sono possibili deroghe: come è stato ribadito anche a piazza San Giovanni lo scorso 20 marzo dal Popolo della Libertà.

    Così come non sono possibili deroghe rispetto alla nostra Carta dei Valori che è la stessa della grande famiglia del Partito Popolare Europeo e che enuncia i nostri valori fondamentali che sono: la dignità della persona, la libertà e la responsabilità, l’eguaglianza, la giustizia, la legalità, la solidarietà e la sussidiarietà.

    I temi che non rientrano nel programma elettorale e di governo possono essere invece oggetto di dibattito e di discussione nell’ambito degli organismi statutari. Non vi è nulla di negativo se in quella sede emergono opinioni diverse. Purché sia chiaro a tutti che il principio della democraticità del dibattito non esonera dalla responsabilità di assumere decisioni finali. E che una volta che tali decisioni siano state assunte, all’unanimità o a maggioranza, esse acquistano carattere vincolante per chiunque faccia parte del PdL, sia che le abbia condivise, sia che si sia espresso in dissenso.

    In tal senso questa Direzione Nazionale dà mandato al Presidente e ai Coordinatori di assumere ogni iniziativa utile ad assicurare la realizzazione del programma e delle decisioni assunte dagli organi statutari, stabilendo il rispetto delle decisioni votate democraticamente.


    Quando gli italiani che amano la libertà, che vogliono restare liberi, che non si riconoscono nella sinistra, si riunirono sotto un solo simbolo e una sola bandiera, scelsero che su quel simbolo e su quella bandiera ci fosse scritto “Popolo della Libertà” e non “Partito della libertà”.
    Il riferimento al “popolo” deve quindi essere un principio costante dell’azione politica del Popolo della Libertà che deve sempre più radicarsi sul territorio e incardinarsi nella storia d’Italia. Non siamo un vecchio partito. Non vogliamo dividere ma unire. Siamo al servizio del popolo italiano e del suo bene comune. Le ambizioni dei singoli non possono prevalere sull’obiettivo di servire il popolo italiano.
    Del pari le “correnti” o “componenti” negano la natura stessa del Popolo della Libertà ponendosi in contraddizione con il suo programma stipulato con gli elettori e con chi è stato dagli stessi elettori designato a realizzarlo attraverso il governo della Repubblica.

    La Direzione Nazionale del Popolo della Libertà approva quindi le conclusioni politiche del Presidente Silvio Berlusconi e gli conferma il proprio pieno sostegno e la propria profonda gratitudine.


    PdL - Il Popolo della Libertà - DIREZIONE NAZIONALE: Il documento finale

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  3. #3
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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    ne sentivo la mancanza, in fondo siamo "solo" il 93% del PDL, scusate se è poco....

  4. #4
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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    Citazione Originariamente Scritto da Candido Visualizza Messaggio
    ne sentivo la mancanza, in fondo siamo "solo" il 93% del PDL, scusate se è poco....
    E in crescita, se permetti, visto che io ultimamente avevo votato pure Lega... ma se i Finisti se ne vanno (almeno quelli più dannosi intendo) la tessera la faccio.

    Anche in vista dei prossimi congressi autunnali.
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    quello che piu' mi rattrista è che tutta la stampa sembra che stia a commentare un partito in piena crisi, reduce da una sconfitta elettorale ed è vero il contrario, non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere

  6. #6
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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    CAPEZZONE :PERCHE' I FINIANI NON PARLANO MAI DI DIMISSIONI?


    (AGI) - Roma, 23 APR - "Ho ascoltato con il dovuto rispetto ieri il presidente Fini e in tutti questi giorni i pochi che stanno con lui. Devo dire che le loro scelte sarebbero piu' credibili se usassero una parola che sembra sparita dal loro vocabolario: dimissioni". Cosi' Daniele Capezzone intervenendo a Radio anch'io, su Radio uno.
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  7. #7
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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    Quel furbone di Bossi

    Bossi ha detto con parole chiare e precise quello che Berlusconi non può dire con questa chiarezza, per ovvie ragioni, e quello che la gente pensa. La gente che si incontra per strada, la gente che lavora e che alle nove del mattino non ha ancora letto tutti gli editoriali delle grandi firme. Ovvio, la gente di centrodestra, e infatti Bossi si rivolge a quell’elettorato. Al proprio elettorato. E’ evidente, a tutti, un fatto banale: gli elogi a Gianfranco Fini arrivano tutti da sinistra, da giornalisti di sinistra, da esponenti di sinistra, da elettori di sinistra. L’ossessione per Berlusconi porta anche a questo: amare un ex fascista.

    Torniamo a Bossi: “Fini è invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie, ha rinnegato il patto iniziale e non ha fatto altro che cercare di erodere in continuazione ciò che avevamo costruito”. Bene, parole precise e chiare. Andate per strada, uscite, parlate con gli elettori di centrodestra e novantanove volte su centro sentire ripetere questi concetti Gli stessi di Bossi. Invidioso, rancoroso, traditore. Provateci.

    Quel furbone di Bossi « DAW, il blog.
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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    Che botte!

    Abbiamo visto Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini darsele di santa ragione. E ora che succede? È questa la domanda che si pongono gli italiani.

    Che botte! E ora che succede? È questa la domanda che si pongono gli italiani. Abbiamo visto Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini darsele di santa ragione. Abbiamo visto il presidente della Camera raccattare la bellezza di dodici supporter su centosettantadue disponibili nella votazione del documento finale del Pdl. E ora? Cosa farà Gianfranco con i suoi dodici piccoli finiani?


    La direzione del partito non ha sciolto alcuni nodi politici fondamentali, ma ha avuto il pregio di chiarire un po’ di cose che provo a riassumere in dieci punti:
    1. Fini oggi non ha i numeri per tentare un rovescio dentro il Pdl né per costituire gruppi politici autonomi in Parlamento. Il partito è saldamente nelle mani di Berlusconi e la quota finiana del trenta per cento in realtà è sovrastimata. Se toccasse il dieci per cento Gianfranco stapperebbe lo champagne.


    2. Gli ex esponenti di Alleanza nazionale hanno rotto definitivamente i ponti con il loro leader di un tempo. Ieri s’è consumato l’ultimo capitolo dello scioglimento di An e dello spegnimento della fiamma nel mare del Pdl. Il pathos che si leggeva sui volti dei tanti uomini e donne che con Fini hanno fatto una lunga traversata è figlio di una storia chiusa per sempre.


    3 Fini è consapevole del suo ruolo di leader di minoranza, ma non vuole rinunciare a quello istituzionale di presidente della Camera. Perché? Facile: userà la postazione di Montecitorio per rafforzare alcune sue posizioni politiche e rendere a Berlusconi la vita più difficile.


    4 Berlusconi ha impresso alla direzione del partito il ritmo di una carica di cavalleria. La sua leadership è emersa in tutta la sua potenza. Non ha atteso che Fini e i suoi scudieri concludessero gli interventi per replicare. È sceso subito nell'arena e ha cominciato a menare fendenti senza badare alla forma. È su questo punto che Berlusconi ha vinto il match con Fini. Si sapeva che il presidente della Camera non poteva contare sulla forza dei numeri, ma tutti riconoscono a Fini una forte capacità dialettica. Ma il presidente del Consiglio è apparso sicuro e a suo modo spietato nel ricordare a Gianfranco le contraddizioni della sua posizione, le singolari esternazioni in campagna elettorale, la sua assenza in piazza San Giovanni a Roma. È qui che Silvio ha mandato l'avversario al tappeto.


    5 I finiani sono apparsi debolissimi, incauti e isolati. Fini ha una sua storia e anche se ha cambiato le sue idee, resta un politico di consumata esperienza. Ma il resto della truppa è inadeguato e se Fini vuol far crescere una corrente dovrà cercare personale politico di ben altro spessore.


    6 Berlusconi deve cambiare strategia per chiudere la legislatura. Ogni sua mossa sarà tesa a non concedere spazio a Fini. Il tetto del trenta per cento su An da oggi non è più valido. Il documento finale sancisce un sano principio: si vota a maggioranza. E c'è da scommettere che nelle commissioni parlamentari e nelle nomine di sottogoverno questa quota non sarà più presa in considerazione. Se fino a ieri il Pdl aveva un equilibrio instabile, da oggi il Cav potrà spingere sull'acceleratore per blindare il partito.


    7 A Fini resterà uno spazio di manovra grazie alla sponda del centrosinistra. Il Pd non sta tanto bene ma la tentazione di aggrapparsi a Fini è talmente grande che non saprà resistere al richiamo di Gianfranco. Oggi il partito di Repubblica celebrerà Fini come il gladiatore che ha osato sfidare l'imperatore. I giornaloni dell'establishment lo blandiranno e l'abbraccio letale di Eugenio Scalfari farà il resto. Fini e finiani si illuderanno di poter contare su un esercito nel Paese. Presto scopriranno che il consenso è cosa diversa dai titoloni nei giornali progressisti.


    8 Le scissioni non si consumano in un giorno e Fini aveva improvvisato gran parte delle sue mosse. Lo si è visto quando ha cercato di dare senso politico a una posizione che non aveva un baricentro. Per il Cavaliere è stato facile abbatterlo come un birillo. Ma ieri non si combatteva la battaglia finale, siamo solo all'inizio. Fini conta sul fattore tempo per logorare Berlusconi nei prossimi tre anni.


    9 La vera sfida comincia oggi e si sposta in Parlamento. Berlusconi deve garantirsi la maggioranza e per farlo ha due strade: o toglie una parte delle già esigue truppe a Fini, oppure trova un modus vivendi con il presidente della Camera. Dovrà agire con pugno duro e diplomazia. E gli ambasciatori non saranno gli ex di An, ma i parlamentari azzurri. Entrambe le vie non saranno una passeggiata.


    10 Fini ha bruciato (male) i tempi. Ma Berlusconi ora dovrà per forza attendere le sue prime mosse. Se il presidente della Camera muove la sua squadriglia di incursori, il Cavaliere deve essere pronto a spezzare l'assalto facendo valere il principio della maggioranza sancito ieri dalla direzione del partito. Ieri Fini ha perso, ma da oggi il Pdl si gioca la partita della legislatura. E al primo fuorigioco dei finiani che l'arbitro (Fini) non fischia, sul tabellone dello stadio comparirà una scritta: elezioni.

    Mario Sechi

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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    Tutti col PRESIDENTE ETERNO.

  10. #10
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    Predefinito Rif: Popolo della Libertà: fedeli alla linea

    Non è ancora finita: il bello inizia adesso!

    Pdl: calma apparente dopo scontro, ma 'guerra' continua
    23 aprile, 21:42

    (di Teodoro Fulgione)
    Il giorno dopo il durissimo scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini alla Direzione Nazionale del Pdl arriva il momento della riflessione e della calma, almeno apparente, per le due "compenenti". L'invito a deporre le armi per arrivare ad una tregua 'armata' viene raccolto nel corso della giornata, anche se in mattinata l'atmosfera è comunque avvelenata dalle ultime scorie della 'battaglia' dell'Auditorium. A dare il buon esempio ci pensano prima Berlusconi che scarta l'ipotesi di "un nuovo predellino" e poi Fini che giudica "un fatto positivo che il premier ieri abbia detto che è opportuno fare le riforme con il più ampio consenso possibile". A scontrarsi sono però i loro 'fedelissimi'. Ad aprire il fuoco tra i finiani è Italo Bocchino che, intervenendo in tv, definisce Denis Verdini "furbo manovriere di assemblee" in quanto "ha contato solo i voti contrari" a Fini e chiede "uno Statuto dell'opposizione interna" per conoscerne "i diritti". E' proprio il coordinatore nazionale del Pdl ad affondare un colpo nei confronti dei 'colleghi' di partito: "Fini, se vuole svolgere un ruolo politico attivo, - sostiene - bisogna che ricopra un altro ruolo rispetto a quello della Terza carica dello Stato". Un attacco che allarga anche a Bocchino quando sottolinea che un "vice-capogruppo deve godere della fiducia della maggioranza dei parlamentari".

    E una richiesta di dimissioni per Bocchino arriva da Edmondo Cirielli. Un invito tra i 'finiani' ad abbassare i toni sembra arrivi proprio dal presidente della Camera che in mattinata nel suo studio riceve la visita di alcuni "fedelissimi". A far visita a Fini vanno molti dei 'suoi' - tra questi Silvano Moffa, Benedetto Della Vedova e Italo Bocchino - certificando la compattezza della 'componente finiana' ma senza dar vita a riunioni o summit di corrente che alimenterebbero polemiche. Al lavoro si mettono i 'pontieri'. Roberto Menia, uno degli uomini più vicini a Fini e fermo oppositore della fusione tra An e Fi al congresso della nascita del Pdl, si spinge a dire di "continuare a pensare che nonostante la scenataccia di ieri ci siamo margini per ricucire". Opinione condivisa anche da Renata Polverini, neogovernatrice della Regione Lazio, che, dopo aver rassicurato che la crisi del Pdl "non ha ripercussioni sulla formazione della Giunta", invita tutti a "mantenere unita una forza politica importante".

    Ma sembra una ricucitura impossibile, se non soltanto di facciata. A far vacillare la tregua apparente c'é la notizia che Fini incontrerà i deputati e i senatori che fanno capo a lui a Montecitorio alle 17. Una riunione che non va giù a molti del Pdl vicini al premier, ai quali appare come una 'conta'. Sullo sfondo c'é poi il rinnovo delle presidenze delle Commissioni parlamentari in programma dal 22 maggio a Montecitorio. Normalmente automatico rischia di diventare una sorta di 'redde rationem' all'interno del Pdl. Nella maggioranza c'é chi avverte che potrebbe essere l'occasione per ridimensionare i finiani. 'In bilico' ci sono Giulia Bongiorno, alla guida della commissione Giustizia, e Silvano Moffa a quella Lavoro. Al Senato, ma con una data ancora da stabilire per i rinnovi, rischiano invece Mario Baldassarri e Cesare Cursi, rispettivamente presidenti della Finanze e dell'Industria.

    Pdl: calma apparente dopo scontro, ma 'guerra' continua - Associate - ANSA.it
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