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Giorni fa sono passato a trovare dei compagni che stanno rimettendo a posto le serrande arrugginite di una nostra sede a Casalbertone, in via Orero, guardandole riflettevo sulle nostre parole di sempre, sulle nostra modalità di azione politica che sembra diventata in qualche modo dello stesso colore, riflettevo della rarefazione del nostro insediamento storico, della solitudine sociale che contraddistingue i nostri giorni, della rabbia che cresce. Più la città diventa povera più s'incattivisce, i commenti di quello che qualcuno ancora chiama il popolo della sinistra sono senza appello per chi pensa di risolvere lo scarto che si è prodotto dall'alto della politica. Sconfitti nella sconfitta, ci rimane di osare la speranza, ci serve di mettere le mani avanti per provare a camminare a tastoni. Noi siamo cresciuti pensando che il conflitto sociale si sviluppasse come il moto ondoso del mare, abbiamo sperato che un giorno una di queste onde ci portasse oltre gli scogli, abbiamo creduto che la storia almeno su questo, prima o poi ci avesse dato ragione, invece anche questo non sembra vero, il mare è diventato uno stagno, nessuna onda ma una calma piatta in cui crescono lente ed inesorabili le alghe della xenofobia e della miseria mentre aumenta la superbia dei padroni. Sotto le insegne del neoliberismo diffuso, abbiamo tutti visto cambiare di colore i terreni nei quali siamo cresciuti politicamente, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, ovunque. Penso che la sfida più grande per noi oggi sia quella di far riprendere il moto ondoso, disattivando la guerra tra poveri, determinando le condizioni affinchè un'organizzazione adeguata per questo scopo acquisti legittimità sociale. Questa sconfitta ci dice che noi dovremmo essere più sociali di quanto siamo stati e che occorre lavorare perchè il sociale diventi più politico, dovremmo saper parlare più semplicemente e saper ascoltare la semplicità, dovremmo soprattutto radicarci, capire il significato di una nuova militanza sociale che si legittima nel quotidiano, dovremmo fare innanzitutto e poi parlare. Mutualismo, conflitto, democrazia terreni intrecciati su cui muoversi, per concepire un'organizzazione politica che nel suo funzionamento diventi utili socialmente. Nel futuro prossimo in Europa aumenteranno i disoccupati, il costo della vita crescerà per effetto della speculazione e della dittatura monetaria della BCE. Affronteremo questa crisi economica senza precedenti con un sistema paese paragonabile in Europa a quello del Messico con gli Usa. La tendenza verso lo stato sociale minimo continuerà per effetto indiretto del patto di stabilità e della recessione, così come aumenterà il conflitto tra la forza lavoro mobile e quella garantita, una dinamica sulla quale la deriva autoritaria e xenofoba rischia di crescere ancora. I segnali di un governo autoritario della povertà arrivano da tempo, sono decenni che crescono in Europa i tassi d'incarcerazione rispetto al restringimento dello stato sociale e alla crescita strutturale della disoccupazione. Non siamo ancora al sistema americano della colpevolizzazione della miseria ma cominciamo ad assomigliargli sempre di più . La sfida per uscire da sinistra alla crisi neoliberista è enorme, soprattutto perchè la crisi verrà fatta pagare a chi rema, e non da chi regge il timone. Pensare in questo quadro di ottenere risultati con una politica riformatrice che si pone prima il tema del governo senza riflettere su come modificare i rapporti di forza è secondo me un errore. Per ricostruire il nostro “blocco sociale” tentando di disarticolare quello della destra occorre che la politica ed il sociale coincidano a partiure dal funzionamento concreto della nostra organizzazione. Ci vorrà tempo, energia e sudore. Non mi sfugge che al lavoro in basso debba corrisponderne un'altro altrettanto importante in alto, nel quale diventa fondamentale costruire un'orizzonte simbolico, culturale, nel quale riconoscersi e poter essere riconosciuti politicamente come forza autonoma. Nell'immediato però ritengo che il terreno del caro vita sia uno dei più caldi per ricostruire la nostra legittimazione sociale. Io propongo di lavorare perchè da subito si sviluppino e si sperimentino pratiche di mutualismo e vertenzialità diffuse in tutti i territori, chiedendo il blocco dei prezzi di prima necessità con ordinanze da parte dei sindaci, cercando di sviluppare gruppi di acquisto popolari contro il caro vita. La riscoperta moderna di pratiche di solidarietà da utilizzare come alternativa concreta, utile, da contrapporre alla guerra tra poveri e all'egoismo sociale della destra è secondo me una strada feconda. Con il gruppo di acquisto popolare infatti si ribalta la logica della coperta corta, non conta se sei clandestino o italiano, più si è meglio è, perchè meglio si contratta il prezzo con il produttore, e questo aspetto sommato al fatto che si riesce a saltare l'intera filiera di distribuzione può determinare semplicemente il fatto che il risparmio mensile aumenti in rapporto con la qualità del cibo che si mangia. A Roma abbiamo lavorato con i compagni di Action per un primo progetto sul pane che spero diventi uno degli assi importanti per ricostruire il nostro radicamento nella città , un progetto che inizialmente partirà da centri sociale e case occupate con il coinvolgimento di alcuni nostri circoli, ma che spero sia assunto da tutto il partito, perchè non possiamo pensare più che qualcuno faccia il sociale e qualcun'altro faccia la politica. Il progetto denominato GAP è già riuscito in poco tempo a produrre iniziative conrete portando il pane in città ad un euro al kg, e aprendo una vertenza con panificatori e comune sui prezzi. Certo, qualcuno dirà che forse sarebbe più utile investire le forze per una una campagna per la reintroduzione della scala mobile e per recuperare la perdita del potere di acquisto di salari e pensioni, ma sta alla nostra intelligenza intrecciare questi percorsi e non viverli come separati. Partiamo da qui allora per attraversare anche la manifestazione dell'11 ottobre, rompendo l'idea della politica "tergicristallo" che ogni 6 mesi manifesta e poi scompare come un concerto. Far vivere la nostra diversità nel quotidiano, essere presenti in piazza l'11 ottobre ma essere presenti anche nelle strade tutti i giorni, ridislocare la nostra militanza politica in militanza sociale sono per me i terreni su cui investire. Penso infatti che una sinistra, se rinascerà, lo farà dal basso, lentamente, penso rileggendo le cose che scriveva Pino Ferraris che la sinistra è sociale o semplicemente non è.
Francesco Piobbichi - Responsabile dipartimento partito sociale