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Discussione: Strano invito...

  1. #21
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    Il buon Tornielli che fa? Non se la prende con Benedetto XVI, ma con il rabbino che - come logico - ha fatto il suo "mestiere", voler gettare fango su Pio XII e attaccare Ahmadinejad, sicuro del ritorno mediatico che ne avrebbe avuto. Il problema, quindi, non era il rabbino, ma Benedetto XVI, che si lascia guidare da certe "relazioni pericolose"
    Benendetto XVI, quindi, è un personaggio per nulla rassicurante ed in cui non si può avere per nulla fiducia! Almeno sotto quest'aspetto.
    Quindi, caro Merello, hai torto!!!!!!! Purtroppo

  2. #22
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    Purtroppo l'opinione di Augustinus non è l'unica possibile sull'episodio di cui si è dato così bene notizia negli interventi precedenti...

    ci potrebbero esere molte altre opinioni : ad esempio che l'invito al rabbino Cohen a parlare al Sinodo fosse una "copertura" di altri contatti di molti cattolici, dai frati cappuccini di Terrasanta al cardinal Martini, con gli islamici tutti, a partire dai palestinesi presentati come oppressi quando sono aggressori, per arrivare ad Almadinejad che si affaccia sulla scena internazionale come novello Hitler...

  3. #23
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    E non ditemi che si tratta di fantapolitica...

  4. #24
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    Siamo alla completa sottomissione al "popolo eletto", all'annullamento (se fosse possibile) della nostra Religione.

  5. #25
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    Predefinito Ecco una sparata al c.d. "sinodo"

    “Ebrei e cristiani posseggono un ricco patrimonio comune”

    Il Cardinale Vanhoye presenta al Sinodo un documento della Pontificia Commissione Biblica

    di Inma Álvarez


    CITTA' DEL VATICANO, martedì, 7 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il dialogo tra ebrei e cristiani è possibile perché “posseggono un ricco patrimonio comune che li unisce, ed è fortemente auspicabile, per eliminare progressivamente, da una parte e dall'altra, pregiudizi e incomprensioni”.

    Lo ha affermato il Cardinale Albert Vanhoye questo lunedì pomeriggio durante la presentazione ai partecipanti al Sinodo, durante la seconda Congregazione generale, di un lungo documento elaborato dalla Pontificia Commissione Biblica nel 2001 sulla questione.

    Il testo, intitolato “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”, è stato proposto dai membri della Commissione nel 1996, quando il presidente era il Cardinale Joseph Ratzinger.

    Si trattava, ha spiegato il Cardinale Vanhoye, di approfondire la questione del presunto antigiudaismo della Bibbia cristiana, anche se in seguito il documento ha assunto orizzonti più ampi.

    Il documento finale pubblicato nel 2001 e sottoposto lunedì alla considerazione del Sinodo consiste in un profondo studio collegiale di vari esperti, “realizzato con rigore scientifico e in uno spirito di rispetto e di amore per il popolo ebraico”.

    Consta di tre capitoli: il primo su “Le Sacre Scritture del popolo ebraico, parte fondamentale della Bibbia cristiana”, il secondo su “Temi fondamentali delle Scritture del Popolo Ebraico e loro accoglienza nella fede in Cristo” e il terzo su “Gli Ebrei nel Nuovo Testamento”.

    Quanto alla prima parte, il documento afferma che l'Antico Testamento “non è semplicemente un pezzo fra gli altri della Bibbia cristiana”, ma “la base, la parte fondamentale”, visto che il Nuovo Testamento, “senza la sua conformità alle sacre Scritture del popolo ebraico, non avrebbe potuto presentarsi come il compimento del disegno di Dio”.

    Nel primo capitolo si sviluppano varie questioni come l'autorità delle scritture ebraiche e la loro conformità con il Nuovo Testamento, ma soprattutto si parla della difficile questione del compimento delle Scritture, finora utilizzato a volte per accusare gli ebrei di “ingiustificabile e ostinata incredulità”nei confronti del Vangelo.

    Il documento affronta la questione spiegando che la Rivelazione di Cristo, anche se compie le Scritture ebraiche nel loro aspetto profetico, le supera sul piano istituzionale. Il cristiano che analizza l'Antico Testamento alla luce del Nuovo trova “una pienezza di significato che prima non poteva essere percepita”, spiega.

    Per questo, anche se le due letture della Scrittura non sono assimilabili, “i cristiani possono, nondimeno, apprendere molto sull'esegesi ebraica praticata da più di duemila anni”, così come gli esegeti cristiani “possono sperare che gli ebrei siano in grado di trarre profitto anch'essi dalle ricerche esegetiche cristiane”.

    Nel secondo paragrafo, il documento constata che il Nuovo Testamento “accetta pienamente tutti i grandi temi della teologia di Israele, ma non si accontenta di ripetere ciò che è stato già scritto al riguardo; li approfondisce, e ciò esige un superamento in vista di una progressione”.

    “La persona e l'opera di Cristo così come l'esistenza della Chiesa si situano [nettamente] nel prolungamento della storia d'Israele”, aggiunge. Anche se “il passaggio dall'uno all'altro Testamento comporta delle rotture”, “queste non sopprimono la continuità, ma la presuppongono su ciò che è essenziale”.

    La Chiesa, inoltre, non sostituisce Israele nell'Alleanza, come ricorda San Paolo, ma è il “popolo della Nuova Alleanza”, alla quale aderiscono sia israeliti che pagani che l'hanno accolta aderendo alla persona di Gesù.

    “Ben lontana quindi dal sostituirsi a Israele, la Chiesa resta solidale con esso”, aggiunge il documento, ricordando che il Nuovo Testamento “non chiama mai la Chiesa 'nuovo Israele'”.

    Nel Nuovo Testamento non esiste antigiudaismo

    La terza parte è la più complicata, perché affronta la questione di come si presentano gli ebrei nel Nuovo Testamento, parte della Bibbia cristiana inaccettabile per gli ebrei.

    Secondo il documento, il Nuovo Testamento mostra due aspetti: da un lato, positivo, il fatto che il Popolo di Israele in Gesù continui ad essere “il popolo scelto da Dio per realizzare il suo disegno di salvezza”. Dall'altro lato, negativo, mostra il rifiuto degli ebrei a credere al Vangelo.

    Tuttavia, avverte, “ nel Nuovo Testamento i rimproveri rivolti agli ebrei non sono più frequenti né più virulenti delle accuse espresse contro gli Israeliti nella Legge e nei Profeti. Non devono quindi servire da base all'antigiudaismo”.

    “Un vero antigiudaismo, cioè un atteggiamento di disprezzo, di ostilità e di persecuzione contro gli ebrei in quanto ebrei, non esiste in alcun testo del Nuovo Testamento ed è incompatibile con l'insegnamento che questo contiene”, aggiunge.

    Il disaccordo sul Nuovo Testamento quanto a compimento del progetto di Dio in Gesù Cristo, che per gli ebrei non può essere accettato, “non implica affatto ostilità reciproca”, conclude.

    “L'esempio di Paolo dimostra che, al contrario, un atteggiamento di rispetto, di stima e di amore per il popolo ebraico è il solo atteggiamento veramente cristiano in questa situazione che fa misteriosamente parte del disegno, totalmente positivo, di Dio”.

    Fonte: Zenit, 7.10.2008

  6. #26
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    Il Rabbino di Haifa: un segno di speranza la mia presenza al Sinodo

    Per la prima volta un rappresentante ebraico è presente all'assemblea


    CITTA' DEL VATICANO, martedì, 7 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il Gran Rabbino di Haifa (Israele) ha confessato che il suo intervento, questo lunedì pomeriggio, al Sinodo dei Vescovi rappresenta un segno di speranza per la crescita delle buone relazioni tra cattolici ed ebrei.

    Shear Yashuv Cohen è entrato insieme a Benedetto XVI nell'aula sinodale e ha partecipato seduto tra i Vescovi a tutta la sessione pomeridiana. Poi, dalla cattedra centrale, accanto al Papa, ha pronunciato le prime parole rivolte da un rappresentante ebraico al Sinodo dei Vescovi.

    Esiste una lunga, dura e dolorosa storia di relazioni tra il nostro popolo e la nostra fede e i leader e seguaci della Chiesa cattolica, una storia di sangue e lacrime”, ha affermato.

    Il Rabbino è Copresidente della Commissione Bilaterale del Gran Rabbinato di Israele e della Santa Sede.

    “Sono profondamente convinto che la mia presenza tra voi sia estremamente significativa - ha aggiunto - . Porta con sé un segno di speranza e un messaggio d'amore, convivenza e pace per la nostra generazione e per le generazioni future”.

    Secondo quando ha spiegato l'Arcivescovo Nikola Eterović, Segretario generale del Sinodo dei Vescovi, la commissione organizzatrice ha ritenuto “logico” invitare all'assemblea sulla Parola di Dio un rappresentante del popolo ebraico. Benedetto XVI ha poi approvato questa decisione.

    Quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, del resto, il Cardinale Joseph Ratzinger incontrava spesso rappresentanti ebraici.

    Nel suo intervento al Sinodo il Rabbino, nato nel 1927 e figlio di David Cohen, un famoso Rabbino di Gerusalemme, ha illustrato ai Vescovi il ruolo centrale che la Bibbia ha nella vita e in particolare nella preghiera e nel culto degli ebrei.

    Il Rabbino, che ha rivelato di essere stato introdotto dai suoi amici della Comunità di Sant'Egidio allo spirito di dialogo promosso da Giovanni Paolo II con l'incontro di Assisi del 1986, ha presentato alcuni momenti tipici del culto nella sinagoga.

    “Preghiamo Dio utilizzando le sue stesse parole, come ci vengono riportate dalle Scritture”, ha affermato. “Allo stesso modo, lo lodiamo usando le sue stesse parole tratte dalla Bibbia”.

    Imploriamo la sua misericordia, ricordando che Egli l'ha promessa ai nostri antenati e a noi. Tutto il nostro servizio si basa su un'antica regola, come ci hanno riferito i nostri Rabbini e maestri: 'Dategli ciò che è suo, perché voi e ciò che è vostro siete suoi'”.

    “Crediamo che la preghiera sia il linguaggio dell'anima nella sua comunione con Dio. Crediamo sinceramente che la nostra anima sia sua, che Egli ce l'abbia donata”.

    I Rabbini, quando parlano nei loro sermoni di temi come la santità della vita, la lotta al secolarismo, la promozione dei valori della fraternità, l'amore e la pace, cercano “sempre di basare le proprie parole su citazioni bibliche”, ha osservato.

    “Il nostro punto di partenza si ritrova nei tesori della nostra tradizione religiosa, anche se parliamo a un mondo moderno con un linguaggio contemporaneo e affrontiamo questioni attuali”.

    “E' sorprendente constatare come le Sacre Scritture non perdano mai la loro vitalità e importanza per presentare questioni della nostra epoca – ha concluso il Rabbino –. E' questo il miracolo della perpetua Parola di Dio”.

    Fonte: Zenit, 7.10.2008

  7. #27
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    Predefinito Cosa ha detto il padroncino di Benedetto XVI?

    «Pio XII non va beatificato» Il rabbino scuote il Sinodo

    di Luigi Accattoli


    La prima volta di un rabbino al Sinodo — viene da Haifa e si chiama Shera Yshuv Cohen — sarà ricordata per una bordata contro la beatificazione di Pio XII e un'invocazione di aiuto al «mondo libero» perché salvi Israele dalla distruzione minacciata dal presidente iraniano Ahmadinejad. La richiesta di aiuto l'ha fatta nell'aula del Sinodo a metà pomeriggio, l'uscita contro papa Pacelli è venuta più tardi, in un incontro con i giornalisti. «Crediamo — ha detto ai media — che Pio XII non dovrebbe essere beatificato o preso comunque come modello per il fatto che non ha levato la sua voce in nostra difesa, anche se ha cercato segretamente di aiutarci. Resta il fatto che non ha parlato, forse perché aveva paura o per altri motivi suoi, e questo noi non possiamo dimenticarlo».
    Il rabbino capo di Haifa era invitato a parlare — e mai c'era stato un ospite ebreo in un Sinodo dei vescovi — del ruolo che hanno le Scritture nell'ebraismo e aveva concluso il suo intervento esprimendo «profondo choc per le terribili parole del presidente di uno Stato del Medio Oriente, nel suo discorso del mese scorso all'Assemblea delle Nazioni Unite ». Senza nominare Ahmadinejad aveva detto ancora: «Le false e maliziose accuse, le minacce e l'incitamento antisemita ci hanno riportato al doloroso ricordo della tragedia del nostro popolo che noi preghiamo non abbia a ripetersi». E: «Speriamo di avere il vostro aiuto di leader religiosi e dell'intero mondo libero, per proteggere, difendere e salvare Israele». Fin qui il rabbino aveva letto. Poi aveva aggiunto, improvvisando: «Il mio essere con voi in quest'aula mi fa sentire che possiamo aspettarci il vostro aiuto». Il rabbino aveva parlato in inglese, alle 18. Era entrato nell'aula alle 16.30 tenendo sotto braccio Benedetto XVI.
    Nella conversazione con i giornalisti il rabbino — che in Israele è stato contestato per aver accettato l'invito del Papa — ha collegato le due uscite su Pio XII e contro il dittatore di Teheran. «Il messaggio che ho rivolto nell'aula aveva un doppio significato»: di denuncia delle odierne «minacce» e di segnalazione «del nostro scontento per i tentativi che si conducono all'interno della Chiesa cattolica al fine di dimenticare quel triste capitolo della vita di un grande Papa, che sentiamo di non poter perdonare e che non può essere perdonato».

    Fonte: Corriere della sera, 7.10.2008, p. 8

  8. #28
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    Shera Yshuv Cohen, un rabbino che invita a sorridere

    Da alcuni decenni “Santa Romana Chiesa” si è aperta al mondo ed alle sue imposture. A volte va bene, con duemila anni di politica alle spalle. Qualche volta, invece, sulle paffute e rosee guance piovono schiaffoni. Sentite questa e rideteci su, anche se con qualche punta di amarezza. Benedetto XVI organizza a Roma il Sinodo ed invita i Giudei che, notoriamente, sono i “fratelli maggiori”. Tanto che noi da “cristiani” siamo diventati “giudeocristiani”.

    Interviene un rabbino proveniente da Haifa. Che entra nella sala “tenendo sottobraccio Benedetto XVI” e parla per primo (2). E contraccambia gentilezze con gentilezze. Era stato invitato, accompagnato sottobraccio da Benedetto XVI ed invitato a parlare per primo? E il rabbino contraccambia, sconvolgendo i lavori e parlando dell’Iran e del “dovere dei giudeocristiani di difendere Israele” (2). Delle “cose di Dio” si parlerà un’altra volta. E, tanto per non lasciare equivoci, conclude: “Il mio essere con voi in quest’aula mi fa sentire che possiamo aspettarci il vostro aiuto” (2).

    Ad ulteriore chiarimento, dichiara alla stampa: “Il messaggio che ho rivolto nell’aula aveva un doppio significato: di denuncia delle odierne minacce e di segnalazione del nostro scontento per i tentativi che si conducono all’interno della Chiesa cattolica al fine di dimenticare quel triste capitolo della vita di un grande Papa, che sentiamo di non poter perdonare e che non può essere perdonato” (2).

    Potreste concludere: questo rabbino è un gran maleducato. Ed avreste torto. Perché rabbi Shera Yshuv Cohen è “un giudeo che fa il giudeo”. E che non si sogna di diventare giudeocristiano. Sono i nostri pasciuti prelati che da cattolici si sono fatti giudeocristiani. E allora, se non bastano le due guance, porgano le natiche. Mai ceffoni furono così sacrosanti. Shalom!

    Antonino Amato
    ---------------------------------
    NOTE

    (1) “Il Costo di un’Europa che si Muove senza Unità” in “Corriere della Sera” del 7 ottobre 2008, pagina 1,

    (2) “Pio XII non va beatificato. Il rabbino scuote il Sinodo” in “Corriere della Sera” del 7 ottobre 2008, pagina 29.

    Fonte: www.ciaoeuropa.it, 7.10.2008

  9. #29
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    Insomma, di Dio e della sua Parola si può parlare un'altra volta! Il rabbino è venuto a chiedere aiuto ai "giudeicristiani" (sic!) contro l'Iran ed rinfacciare quelle presunte colpe, imperdonabili, della Chiesa compiute verso gli ebrei! E da ultimo la stoccata su Pio XII.
    A questo punto, mi domando la ragione per la quale B XVI con viltà e pusillaminità non si scusa con i cristiani! E' una vergogna ed indecenza. I veri cattolici non sono giudeocristiani! Questo epiteto lo lasciamo ai neomodernisti. E poi non mi si venga a dire che il Concilio condotto a termine dal Montini, antipapa, si ponga in continuità. Eccone i frutti. Marciscenti e fetidi.
    L'auspicio, a questo punto, è che queste "riunioni" o "sinodi" indetti da Benedetto XVI per indottrinare al giudeocristianesimo i vescovi e, quindi, il popolo cattolico, falliscano miseramente. Dio lo voglia!!!!

  10. #30
    Ut unum sint!
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    io inizierei col beatificare quel Sant'uomo di Padre Dehon
    UT UNUM SINT!

 

 
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