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    un assaggio.. costruiamo l'opposizione sociale dei lavoratori.. megafono settembre pagina 4

    IL GOVERNO BERLUSCONI SCHIAVO DI CONFINDUSTRIA
    Nel suo discorso di investitura il nuovo presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha esposto le richieste del padronato italiano per la fase attuale. I profitti devono continuare a crescere a discapito dei salari, gli effetti della crisi economica devono pesare il meno possibile sui bilanci delle imprese e devono, quindi, essere i lavoratori a prepararsi a nuovi sacrifici: l'età pensionabile va ulteriormente innalzata, il mercato del lavoro ha bisogno di altre dosi massicce di flessibilità-precarietà, la spesa pubblica va tagliata. Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) poi, va riformato e snellito tramite una bella "deregulation". Il governo Berlusconi ha risposto prontamente varando il DPEF per i prossimi tre anni: una manovra da 35 miliardi di euro che prevede nuove norme precarizzanti, il rilancio delle privatizzazioni per i servizi pubblici locali e tagli pesanti a sanità e istruzione. Inoltre è stata approvata la detassazione degli straordinari andando nella direzione opposta alla necessità di utilizzare la leva fiscale a favore dei salari: si è usata la detassazione per un intervento mirato all'aumento delle ore di lavoro con benefici economici minimi per il lavoratore, ma con un ben più sostanzioso interesse da parte delle aziende che si ritrovano ad avere un costo per le ore di straordinario inferiore a quello delle ore ordinarie. Come se non bastasse tutto ciò, il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha reso pubblico il suo "libro verde" in cui delinea le misure anti-sociali sul welfare che intende attuare nei prossimi anni di legislatura, tra queste spicca un ulteriore aumento dell'età pensionabile... Insomma: tra il programma di governo e quello di Confindustria c'è totale coincidenza. E in questo purtroppo non c’è nulla di nuovo: sono oltre 15 anni che i lavoratori italiani subiscono inermi l'attaccodel capitale con la complicità di tutti i governi, tanto di centrodestra che di centrosinistra. Si è iniziato nel 1992 (governo Amato) con l'abolizione della "scala mobile" che, al di là di alcuni limiti e incongruenze, è stato finora l'unico meccanismo di adeguamento automatico del salario all'aumento reale del costo della vita che ha funzionato. E' stato abolito con la scusa che la "scala mobile" innescava una spirale inflattiva: ebbene oggi vediamo che l'inflazione cresce comunque a ritmi vorticosi, mentre i salari rimangono drammaticamente al palo. Nel 1993 ci sono stati gli accordi per introdurre più flessibilità nel Contratto Nazionale (governo Ciampi). Poi è arrivata la controriforma delle pensioni nel 1995 (Dini), seguita dall'introduzione della precarietà selvaggia con il pacchetto Treu nel 1997 (Prodi) e la legge 30 nel 2002 (Berlusconi). Nuovo affondo contro i lavoratori con lo scippo del TFR verso i fallimentari fondi pensione integrativi attraverso la truffa del silenzio/assenso progettata nel 2006 (Berlusconi) e attuata nel 2007 (Prodi). Fino ad arrivare all'autunno 2007 con il protocollo di Prodi sul welfare per aumentare l'età pensionabile e la precarietà e poi nuovo passaggio di mano a Berlusconi la scorsa primavera...Un processo diabolico che ha destabilizzato il lavoro ed ha siglato una vittoria senza precedenti per il capitalismo nel nostro paese.I dati forniti dai più diversi istituti di ricerca economica, si vedano ad esempio il rapporto di Luci Ellis e Kathrin Smith della Banca Regolamenti Internazionali (BRI) o quello di Giuseppe D'Aloia dell'IRES-CGIL, evidenziano che dal 1995 al 2006 i salari sono cresciuti del 4,8% mentre i profitti delle imprese del 15% . Inoltre mostrano che la quota di PIL classificata alla voce "salari" è diminuita dell'8%, mentre quella destinata ai profitti è cresciuta simmetricamente dell'8%! Senza l'attacco massiccio contro il mondo del lavoro degli ultimi 15 anni quella ricchezza sarebbe andata alle famiglie dei lavoratori e non nelle tasche dei capitalisti. Per i circa 17 milioni di lavoratori dipendenti italiani avrebbero voluto dire 7000 euro in più all'anno. Un'analisi di Mediobanca ha confermato che anche nel 2007 è continuato il declino dei salari, mentre gli utili delle 2020 aziende più grandi d'Italia sono cresciuti del 10,1%. Questo spostamento enorme di ricchezza dal lavoro alle imprese non è piovuto dal cielo, ma è frutto di scelte politiche consapevoli e deliberate. La deregolamentazione del mercato del lavoro, il ricatto continuo delle delocalizzazioni, l'attacco alla pensione pubblica e soprattutto la precarietà indiscriminata sono serviti allo scopo di accentuare e accelerare l'attuale processo di impoverimento dei ceti popolari e di arricchimento dei profittatori. Una precarietà e una povertà che superano i confini del lavoro per investire la vita sociale quotidiana con difficoltà sempre più insormontabili ad avere una famiglia, dei figli, una casa di proprietà, l'assistenza sanitaria adeguata e gratuita e una pensione dignitosa e garantita. Una situazione in cui hanno pesanti responsabilità anche i vertici dei sindacati confederali. Le burocrazie sindacali, ormai da anni, hanno abbandonato le lotte a difesa del lavoro per un ben più comodo collaborazionismo opportunista. Le direzioni di CGIL, CISL, UIL, sempre più spesso affiancate dall'UGL, hanno svenduto i diritti dei lavoratori per conservare, in cambio, il monopolio della rappresentanza sindacale e i privilegi che ne conseguono. Si è giunti al punto che CGIL, CISL e UIL hanno accettato di trattare con Confindustria la "riforma" che dovrebbe sancire lo svuotamento definitivo del Contratto Nazionale di Lavoro. Il confronto tra le impresee la casta sindacale, sostenuto dal Ministro Sacconi, è iniziato il 18 giugno e dovrebbe concludersi entro il 30 settembre. Il risultato che si vuole raggiungere con la "riforma" del CCNL è di deregolamentarlo il più possibile frantumando la solidarietà e l'unità di interessi tra i lavoratori, per indebolire la loro forza contrattuale costringendoli a trattare gli "aumenti" salariali azienda per azienda, tramite la contrattazione di secondo livello (i premi di risultato aziendali). L'obbiettivo, insomma, è quello di subordinare ulteriormente il salario al profitto delle imprese, mettendo oltretutto in concorrenza (al ribasso!) i lavoratori tra loro. E' una prospettiva assolutamente da scongiurare. Contro questo attacco (finale?) ai diritti dei lavoratori è necessario costruire un'opposizione sociale reale, radicata in tutti i luoghi di lavoro. Dissentire non basta, è urgente mobilitarsi e organizzarsi per informare tutti i lavoratori, a cominciare dai propri colleghi, di quello che Confindustria, sindacati confederali e governo stanno preparando. Intervenire nelle assemblee per contestare i vertici sindacali venduti e davanti ai cancelli delle fabbriche con volantinaggi massicci. Dove possibile sarebbe, inoltre, auspicabile che si costituissero dei comitati di lotta trasversali e indipendenti coinvolgendo i lavoratori più combattivi, indipendentemente dalla loro collocazione ideologica e sindacale attuale. Infatti, anche molti iscritti ai sindacati confederali sono più che mai critici verso i loro vertici, ma spesso non trovano nessuno in grado di indicare loro una possibile alternativa. Così come sono sempre più numerosi gli operai che hanno voltato le spalle ai partiti di sinistra ma che purtroppo sono caduti dalla padella nella brace votando Lega o PDL. Una piattaforma rivendicativa semplice e chiara dovrebbe prevedere:
    1)Il rilancio del ruolo del Contratto Nazionale come strumento di redistribuzione del reddito e l'introduzione di un meccanismo automatico di adeguamento salariale legato agli aumenti dei prezzi.
    2)La difesa della pensione pubblica contro ulteriori innalzamenti dell'età pensionabile e contro lo scippo del TFR tramite la clausola del silenzio/ assenso.
    3)La lotta alla precarietà con l'abolizione delle leggi Treu e 30 e un no deciso alla detassazione degli straordinari.
    Oriano Zucconi

  2. #2
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    daje

  3. #3
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    bene!

  4. #4
    Pasdar
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    Ma usate espressioni tatarelliane?
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

 

 

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