Putin, la Georgia e le strategie russe. Il pretesto del nazionalismo
di Robert Kagan
I particolari delle decisioni che hanno fatto precipitare la guerra tra Russia e Georgia sono scarsamente rilevanti. Chi ricorda infatti i precisi dettagli della crisi dei Sudeti, che portò all'invasione della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista? Nessuno, è ovvio, proprio perché quella disputa moralmente ambigua svolse un ruolo minore nel contesto di un dramma di proporzioni immani. Allo stesso modo saranno ricordati anche gli avvenimenti di questi giorni. La guerra non è stata scatenata per i calcoli errati del presidente georgiano Mikhail Saakashvili: è una guerra che Mosca tenta di provocare da parecchio tempo.
L'uomo che ha definito il crollo dell'Unione Sovietica «la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo» ha ristabilito in Russia un governo di stampo zarista e punta a restituire al suo Paese l'antico ruolo egemone sull'Eurasia e il mondo.
Armato della ricchezza che gli proviene dal petrolio e dal gas naturale, stretto in pugno il monopolio quasi completo dei rifornimenti energetici all'Europa, e con un milione di soldati, più migliaia di testate nucleari e una spesa militare che è terza al mondo per ordine di grandezza, Vladimir Putin sa che è venuto il momento giusto per fare la sua mossa.
Il triste destino della Georgia è di esistere lungo una nuova faglia geopolitica che corre dalle frontiere occidentali e sudoccidentali della Russia. Dal Baltico al Nord, attraverso l'Europa centrale e i Balcani fino al Caucaso e all'Asia centrale, si va delineando un nuovo conflitto per il potere geopolitico tra una Russia risorgente e revanscista da un lato, e l'Unione Europea e gli Stati Uniti dall'altro. L'aggressione di Putin non è motivata soltanto dalla volontà espressa dalla Georgia di entrare nella Nato né dalla ripicca russa per l'indipendenza del Kosovo.
E' in primo luogo la risposta alla «rivoluzione dei colori», avvenuta in Ucraina e Georgia nel 2003 e 2004, quando governi filoccidentali hanno rimpiazzato quelli filorussi. La fioritura democratica, tanto esaltata dall'Occidente, è parsa all'autocratico Putin come un accerchiamento geopolitico e ideologico.
Da allora, Putin si è dimostrato risoluto a voler fermare e, se possibile, rovesciare ogni tendenza filoccidentale sui suoi confini.
Non solo intende impedire alla Georgia e all'Ucraina di entrare nella Nato, ma si propone di riportarle sotto il controllo russo. A lungo raggio, prevede di ritagliarsi una zona di influenza all'interno della Nato, esigendo uno status di sicurezza inferiore per i paesi lungo i confini strategici della Russia.
E' questo il motivo primario dietro l'opposizione di Mosca al programma di difesa missilistico americano in Polonia e nella Repubblica Ceca.
La guerra contro la Georgia fa parte di una strategia grandiosa. Putin se ne infischia delle qualche migliaia di osseti del Sud, quanto dei serbi del Kosovo. Le invocazioni alla solidarietà pan-slava sono semplici pretesti concepiti per alimentare, in patria, il nazionalismo russo da grande potenza e per espandere l'influenza russa all'estero.
Malauguratamente, queste tattiche funzionano sempre. Mentre i bombardieri russi attaccano i porti e le basi della Georgia, europei e americani, compresi i massimi vertici del governo Bush, accusano l'Occidente di fare troppe pressioni sulla Russia su troppe questioni. Se è vero che in genere i russi si sono sentiti umiliati al termine della Guerra fredda, Putin ha persuaso molti di loro ad addossare a Boris Eltsin e ai democratici russi la colpa di essersi arresi all'Occidente.
L'atmosfera richiama alla mente quella della Germania dopo la Grande Guerra, quando i tedeschi si lamentavano delle «vergognose condizioni di Versailles» imposte dalle potenze vittoriose a una Germania sconfitta e prostrata e puntavano il dito contro i politici corrotti che avevano pugnalato il paese alla schiena. Oggi, come allora, questi sentimenti sono comprensibili. Oggi, come allora, però, essi vengono manipolati per giustificare l'autocrazia in patria e per convincere le potenze occidentali che un atteggiamento accomodante — o, per ricorrere a un termine un tempo rispettato, di conciliazione — resta sempre la soluzione migliore.
Ma la realtà è che nella stragrande maggioranza di tali questioni è la Russia, e non l'Occidente e men che meno la piccola Georgia, a esercitare pressioni.
E' stata la Russia a sfidare il mondo sul Kosovo, una terra sulla quale Mosca non ha alcun interesse visibile tranne la non meglio qualificata solidarietà pan-slava. E' stata la Russia a trasformare un modesto spiegamento di qualche intercettore difensivo in Polonia, che poco o nulla avrebbe potuto contro il formidabile arsenale missilistico russo, in un grave confronto geopolitico.
Ed è sempre la Russia ad aver precipitato la guerra contro la Georgia incoraggiando i ribelli dell'Ossezia del Sud ad attivarsi contro Tbilisi e avanzare richieste che nessun leader georgiano avrebbe mai potuto accettare.
Se Saakashvili non fosse caduto nella trappola di Putin questa volta, qualcos'altro avrebbe prima o poi innescato il conflitto. Le diplomazie di Europa e Stati Uniti pensano che Saakashvili abbia commesso un errore nell'inviare truppe nell'Ossezia del Sud la scorsa settimana. Forse. Ma il suo errore davvero madornale è stato quello di essere il presidente di una piccola nazione, per di più democratica e fortemente filoccidentale, sul confine della Russia di Putin.
Gli storici vedranno nell'8 agosto del 2008 una data di svolta non meno significativa del 9 novembre del 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino. L'attacco russo contro lo stato sovrano della Georgia ha segnato il ritorno ufficiale della storia allo stile ottocentesco dei grandi scontri di potere, con tanto di virulenza nazionalistica, battaglie per le risorse, lotte per sfere di influenza e territori, e persino — anche se questo può urtare le nostre sensibilità da ventunesimo secolo— l'impiego della forza militare per assicurare obiettivi geopolitici.
Eppure continueremo come se niente fosse sulla strada della globalizzazione, dell'interdipendenza economica, dell'Unione Europea, accentuando gli sforzi per costruire e perfezionare l'ordine internazionale. Ma questi si scontreranno — e saranno a volte spazzati via — dalla dura realtà della vita internazionale, che prosegue il suo cammino dalla notte dei tempi. Il prossimo presidente americano è avvertito.
© Robert Kagan 2008 The New York Times Syndicate
Il Corriere della Sera
(Traduzione di Rita Baldassarre)
http://www.partitodemocratico.it/gw/...x?ID_DOC=57531




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