Lo slalom di Violante verso l'Alta Corte
L'ex Presidetne della Camera, Luciano Violante.
Può diventare Presidente, deve temere il fuoco amico
MATTIA FELTRI
Il tempo addolcisce i ricordi e sa lenire i rancori, e difatti molto ne è trascorso dal giorno in cui Luciano Violante dovette dimettersi dall’Antimafia in polemica col centrodestra. Era il marzo di quattordici anni fa. Violante salì su un palco di Palermo e, con le vene del collo gonfie, pronunciò l’accusa: «Un manipolo di piduisti e del peggio vecchio regime... ripete le parole d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager i comunisti, i socialisti e gli ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. E’ una chiamata alla mafia, quella che Berlusconi ha fatto».
Ne è però trascorso meno, sei anni, da quando Violante disse che «le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi». E meno ancora, due e mezzo, da quando ricordò che «c’era un giro di mafia intorno al premier, e non so se c’è ancora». In tal caso, Violante rischia di ritrovarselo addosso fra meno di una settimana, il 2 ottobre, se davvero sarà l’unico ospite del Partito democratico alla Festa della Libertà, a parlare di riforme coi graduati del Pdl.
Giovedì, in seduta comune, il Parlamento ha provato a eleggere il nuovo giudice della Corte Costituzionale, ma non s’è trovata intesa. Se ne riparla, guarda il destino, proprio il 2 ottobre; il più autorevole candidato dell’opposizione è Violante, che a sessantasette anni ci terrebbe molto a chiudere la carriera con l’ultimo pennacchio, e la speranza di guadagnarsi la presidenza della medesima Corte. L’ex pm antiterrorismo, l’ex parlamentare comunista, l’ex presidente della Camera è uomo accorto e sa di avere buoni sponsor. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: «Non conosco il pensiero del presidente del Consiglio, ma posso testimoniare che Violante, da presidente della Camera, ha dato dimostrazione di una grande capacità di rinunciare alle sue idee sforzandosi di capire quelle degli altri». Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano: «Non spetta a me promuovere la nomina, certo lui ha recentemente espresso posizioni non distanti dalle nostre».
Che cosa è successo? Come è possibile che l’uomo sprezzantemente soprannominato il piccolo Vishinskij, ripetutamente accusato di capitanare il partito delle Toghe rosse, considerato l’ideologo del Terzo livello - già rifiutato da Giovanni Falcone - quello della politica intrecciata alla mafia che condusse dritto Giulio Andreotti al tribunale di Palermo, ecco, come è possibile che sia lui il candidato bipartisan alla Consulta? Forse dipende dal fatto che il cammino degli uomini non è mai lineare, e vale anche per Violante.
Oggi, incanutito e all’apparenza placato dai furori del Novecento, Violante vive fasi di assestamento, di bilancio e di sintesi. Sollevato da impegni di giurisdizione e legislativi, viaggia, legge e scrive. Per il nostro giornale ha redatto un bello e ampio reportage dall’Afghanistan. Per il Riformista ha steso corrispondenze dagli Stati Uniti nella quali si interrogava sulle consistenti farciture dei panini e sul concetto di nazionalità degli immigrati. L’alto e il basso, come piace a chi si immagina un po’ Bruce Chatwin non appena sbarca dall’aereo. Qualcuno, d’impeto, dice che veltroneggia. Di certo continua ad occuparsi di giustizia. Riflette e concede interviste. Il ministro Alfano ha ripreso da lui la dottrina di riduzione dei componenti togati nel Consiglio superiore della magistratura, che a sinistra pare uno sfregio alla Costituzione e all’indipendenza della magistratura. Con Niccolò Ghedini, avvocato e deputato di Berlusconi, condivide la riforma sull’azione penale, per la quale ha baruffato con Gerardo D’Ambrosio, deputato del Pd ed ex colonna del pool Mani pulite. Sempre più spesso, rimprovera i magistrati troppo esposti mediaticamente. Ed è qui che si coglie l’indole di Violante. «E’ legittimo che dei magistrati esprimano dei pareri tecnici. Il partito dei giudici non esiste, esiste invece quello degli imputati eccellenti, capeggiato da Craxi e composto da un pezzo di classe politica abituata all’impunità», disse nei mesi furibondi di Tangentopoli. Ma quando La Spezia indagò Antonio Di Pietro, rivide la posizione: «Ci sono magistrati pericolosi che hanno costruito le loro carriere sul consenso popolare». Poi ritornò indietro, e poi di nuovo avanti, quando i magistrati loquaci erano Clementina Forleo e Luigi De Magistris, e Sandro Ruotolo, di Annozero, gli ricordò la volta in cui fu ospite di Michele Santoro con Francesco Saverio Borrelli e Ilda Boccassini.
Le relazioni non conflittuali con Forza Italia sono nate ora. Quelle con An, più che buone, dodici anni fa, con il riconoscimento ai ragazzi di Salò pronunciato all’esordio da presidente della Camera. Se interpellato, Violante esclude che ad An servano nuove prove di osservanza democratica, giudica Gianfranco Fini «onesto e leale», e nelle dispute toponomastiche rileva il ruolo «nel far evolvere completamente la nostra democrazia» di Giorgio Almirante. Si consegna un profilo istituzionale rivisitando la caratura di Bettino Craxi, un «latitante» alla morte, oggi un «capro espiatorio» e un «formidabile spirito innovativo». Sostiene che mai, lui, avrebbe processato Andreotti, e accende, ora, le proteste degli ex amici di MicroMega, i Marco Travaglio e i Furio Colombo.
Gli basta, questo, per aspirare alla Consulta? «No: conduce in prima persona le lotte più accanite, coltiva la faziosità come dovere professionale, vive totalmente immerso in intrighi di palazzo», scrisse tre anni fa Claudio Rinaldi sull’Espresso, immaginando Violante alle prese con la rivalutazione di Benito Mussolini. Perché, tira di qui e vira di là, si corre il rischio di cadere su spallata amica. E ieri, al tribunale di Milano, dopo il ricorso sul Lodo Alfano, proprio Ghedini recitava un lacrimosa: «E adesso, con questa ipotesi di incostituzionalità, non potrà certo essere Violante il nuovo giudice costituzionale».
http://www.lastampa.it/redazione/cms...6820girata.asp




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