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    Predefinito Le paure di Keynes, l'ottimismo di Schumpeter

    Le paure di Keynes, l'ottimismo di Schumpeter
    di Fabrizio Galimberti


    La crisi del secolo, il terremoto finanziario, lo tsunami dell'economia, la peggiore convulsione dal '29... Quanto è grave la situazione? Forse gli astanti di questo settembre 2008 sono troppo invischiati e assordati per vederci chiaro. Può essere utile, allora, chiedere lumi a chi possa vedere le cose con occhio più distaccato. Il Sole 24 Ore ha provato ad ascoltare due "magni" economisti: il primo, John Maynard Keynes (JMK), è stato definito l'economista più importante del XX secolo, e il secondo, Joseph Schumpeter (JS), è stato definito (da J. Bradford DeLong) il più importante economista del XXI secolo: un titolo lusinghiero per chi è nato nel XIX... Ma prima è d'uopo chiedere a Schumpeter che effetto gli fa essere definito l'economista più importante del XXI secolo.
    JS - Beh, un giorno dissi che la mia ambizione era quella di diventare il più grande cavaliere, il più grande amante e il più grande economista d'Europa. Più tardi aggiunsi, senza specificare, che avevo realizzato due delle mie tre ambizioni...
    JMK- Non vogliamo sapere quale delle tre è rimasta fuori. Ma parliamo piuttosto di questa crisi. Quel che sta succedendo fra le banche mi ricorda un mio sfogo del 1945 - un anno prima del mio trapasso, quasi un testamento... - a proposito della necessità di rinnovare l'imbelle classe imprenditoriale inglese: «Se per qualche sprovveduto equivoco geografico le forze aeree americane - è ormai troppo tardi per sperare qualcosa dai tedeschi - potessero distruggere ogni fabbrica nella costa del Nord Est e nel Lancashire (in un'ora in cui dentro ci sono solo i manager e nessun altro) non avremmo niente da temere. Non vedo come potremmo altrimenti riguadagnare quell'esuberante inesperienza che è necessaria, sembra, per aver successo...». Non possiamo confidare nel "fuoco amico" questa volta: ma è uguale la necessità di far fuori una classe di banchieri e finanzieri che han giocato con i fiammiferi nella Santabarbara della finanza.
    JS - Se fai fuori questi ne verranno altri, e prima o poi ci saranno altre crisi. Ma le crisi sono fatte per crescere. Così come i cicli dell'economia «non sono come le tonsille, cose separate che possono essere curate da sole, sono come il battito del cuore, e appartengono all'essenza dell'organismo», anche le crisi finanziarie sono il modo con cui l'organismo si sbarazza delle tossine accumulate nell'euforia. Non bisogna averne paura, bisogna guardare al dopo, al mare calmo dopo la tempesta.
    JMK - È facile dire, con Mark Twain, che prima o poi ha sempre smesso di piovere. Ma «gli economisti si danno un compito troppo facile e troppo inutile se nella stagione delle tempeste son solo capaci di dire che quando l'uragano finisce l'oceano tornerà piatto».
    JS - Caro Maynard, capisco che quando io parlo di "distruzione creativa", la mia sembra essere solo una consolazione, un cataplasma sulle ferite della crisi. Ma tutto quel che è successo da cent'anni a questa parte conferma la mia tesi. Fin che ci saranno invenzioni, innovazioni, voglia di fare, sane avidità, braccia operose e cervelli attivi, la capacità inesauribile di creare e produrre si sposerà con i bisogni inesauribili dell'uomo, e l'economia andrà avanti, senza farsi spaventare da queste miserabili crisi.
    JMK - Caro Joseph, sono tanto d'accordo che sono stato io il primo a coniare le parole possenti degli animal spirits.
    JS - Io li avevo già chiamati Unternehmergeist, "anime fiere".
    JMK - E non mi faccio spaventare da tanta effervescenza speculativa che ha gonfiato la bolla del credito prima che scoppiasse la crisi dei mutui. Ma, se è vero che «gli speculatori non fanno danno se sono bollicine sulla corrente dell'intrapresa» è anche vero che «le cose si fanno serie quando l'impresa diventa la bolla in un gorgo di speculazione. Quando lo sviluppo finanziario di un Paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, viene fuori un lavoro fatto male. Se misuriamo il successo di Wall Street come un'istituzione la cui funzione sociale è quella di incanalare l'investimento negli impieghi più produttivi, dobbiamo concludere che Wall Street non è stato un grande trionfo del capitalismo alla laissez faire».
    JS - Ma l'impresa è stata veramente danneggiata da questa crisi nei piani alti della finanza? Quando ci hanno istruiti su quel che è successo negli anni di grazia 2007 e 2008, la parola più ricorrente era quella del credit crunch, la stretta creditizia. Ma se prima c'era stato un eccesso di credito a (troppo) buon mercato, la stretta non è una disgrazia ma una medicina.
    JMK - Sono d'accordo, e da questo punto di vista, a guardare quelle cose scomode che sono i fatti e i numeri, la stretta c'è stata solo per i prestiti e gli impieghi che giravano vorticosamente all'interno del settore finanziario. Se una società finanziaria si fa dare soldi a breve dalle banche per lucrare sulle differenze fra tassi corti e lunghi, questa non è un'attività produttiva. Il credito alle attività produttive non è stato fatto mancare e non ci sono ragioni perché manchi in futuro.
    JS - Ai nostri tempi non c'erano i capital ratios delle banche, e nessuno aveva inventato cartolarizzazioni, Cdo, Cdo al quadrato e mutui Alt-A. A proposito, tu hai capito come funzionano tutti questi congegni?
    JMK - Devo confessare che c'è qualcosa che mi sfugge. Al che mi sentirei di fare una raccomandazione a investitori grandi e piccoli: se non capite bene come funziona uno strumento finanziario, non lo comprate. La finanza deve tornare a dire pane al pane e vino al vino.
    JS - Non esageriamo, la complessità è un portato dell'intelligenza creativa. L'innovazione finanziaria è utile, tutto sta a saperla usare nel modo giusto. E se ben mi ricordo, anche tu devi aver comprato qualcosa che ti è scoppiato in mano. Dopo il '29 le tue finanze erano ridotte al lumicino.
    JMK - Confesso di sì, e ricordo ancora come Lydia fosse sconvolta quando dovemmo vendere il Deshabillée di Matisse e uno "studio" di Seurat. Ma poi mi rifeci, da buon speculatore.
    JS - Noi continuiamo amabilmente a chiacchierare mentre i mercati soffrono e la gente si chiede che cosa succederà. Le Banche centrali - domanda da mille miliardi di dollari - ce la faranno ad arginare il panico?
    JMK - Devo confessare che non riesco a preoccuparmi molto per questa finanza sgonfiata. Resteranno sul campo un po' di morti e feriti, ci saranno consolidamenti e ristrutturazioni, i fondi sovrani e i fondi-avvoltoio (a cominciare da quello di 700 miliardi di dollari annunciato dal governo Usa) faranno qualche buon affare, alcuni tossici livelli di complessità spariranno dalla panoplia degli strumenti finanziari, molti azionisti di banche perderanno un sacco di soldi e molti banchieri perderanno il posto. E allora? Come l'Araba fenice, il sistema finanziario risorgerà e, a differenza dell'Araba fenice, risorgerà senza essere morto. E sarà sottoposto a una migliore regolazione, se non altro perché il sistema di regolazione in America è su un "pessimo paretiano": qualsiasi cambiamento non può che essere per il meglio.
    JS - In effetti, tutti piangono sui bilanci delle banche. Ma i numeri dei bilanci, ha detto qualcuno, sono come i bikini: quello che rivelano è importante ma quello che nascondono è vitale. Quel che è nascosto dalle minusvalenze sono quei profitti dell'ordinaria gestione che sono invece portati alla luce dalla contabilità nazionale; e gli ultimi dati ci dicono che il sistema finanziario americano continua ad avere le spalle robuste. La distruzione creativa funziona anche per loro. E nel mio piccolo, so qualcosa di dissesti bancari: dal 1921 al 1924 ero presidente di una piccola banca viennese, che andò a gambe all'aria.
    JMK - Ho detto che non mi preoccupa la finanza sgonfiata, e ho fiducia nelle autorità monetarie americane, che hanno la fantasia e la capacità per tenere assieme il sistema finanziario. Quella che mi preoccupa è la crisi reale, non quella finanziaria. Se i prezzi delle case continuano a scendere, le famiglie tirano in barca i remi della spesa e l'economia rischia una vera recessione. Ha fatto bene il Governo Usa a mettere in opera delle misure, con modestia parlando, keynesiane. Questo tipo di misure a te non piace: le criticasti quando furono adottate nel 1933.
    JS - Forse perché neanche la crisi reale mi preoccupa molto. Sarei angosciato solo se ci fossero segni che consumatori e produttori hanno perso capacità di reagire. Ma sono loro che continuano a tenere le chiavi del fare e del consumare, e tutto quello che vedo mi dice che hanno voglia di usarle per aprire di nuovo gli usci della crescita. Questo è vero nei Paesi "vecchi" ed è ancor più vero per i Paesi emergenti. Non avrei mai immaginato che in una generazione il mondo avrebbe visto un raddoppio della forza lavoro fra vecchie e nuove economie di mercato. C'è un pavimento solido per il tasso di crescita dell'economia mondiale.
    JMK - Vedo che ti piace l'economia di mercato. Ma nel 1947 - io già non c'ero più - scrivesti: «Può sopravvivere il capitalismo? No, non penso che possa...».
    JS - Quella era una provocazione... Era una previsione, non un auspicio. «Se un dottore predice che il suo paziente morirà, questo non vuol dire che se lo augura».
    JMK - Ma nel 1919, tu, il cantore dell'iniziativa imprenditoriale, accettasti di diventare membro della Commissione per la socializzazione delle industrie tedesche.
    JS - Mi sono già difeso da questa accusa. Dissi: «Se qualcuno vuole suicidarsi, è meglio avere vicino un medico».

    SCHEDAJMK - John Maynard Keynes Il teorico dell'intervento I contributi di John Maynard Keynes (1883-1946) alla teoria economica hanno dato origine a quella che è stata definita "rivoluzione keynesiana". Per l'economista britannico, è necessario l'intervento pubblico con misure di politica monetaria e di bilancio se un'insufficiente domanda non riesce a garantire la piena occupazioneJS - Joseph Alois SchumpeterL'economista dello sviluppo dinamico L'austriaco Joseph Alois Schumpeter (1883-1950) è conosciuto come il teorico del cambiamento del sistema economico. Le fasi di trasformazione sotto la spinta di innovazioni maggiori vengono da lui definite «distruzione creativa».
    Tra i suoi allievi, il Nobel Paul Samuelson e l'italiano Paolo Sylos Labini

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO...secolo_2.shtml

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  2. #2
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    e poi qualcuno ha il coraggio di definire gion merda keynes liberale...rob de matt

  3. #3
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    quoto

    john merda keynes, è proprio il nome vero di keynes
    _
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    Presidente di Progetto Liberale

  4. #4
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    il Nobel Paul Samuelson
    lo stesso che pontificava sul superamento dell'urss ai danni degli USA

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    Un bell'articolo di Mingardi

    “Io, liberista sconfitto dalla democrazia”
    di Alberto Mingardi
    Avviso ai lettori. Questo articolo vorrebbe testimoniare, nel suo piccolo, due cose. La prima, è che noi liberisti non siamo fatti per la politica democratica. La seconda, è che neanche la politica democratica è fatta per il liberismo - se non come estemporaneo candeggio di altri vestiti

    E’ vero ed evidente che la crisi americana, e il suo drammatico avvitarsi di questi giorni (non va sottovalutato il ruolo di una stampa che soffia scandalisticamente sul fuoco, con il banale obiettivo di cucinare il climax dell’elezione di Obama), pone problemi - e grossi - a chi pensa che sia giusto consentire agli individui di compiere autonomamente le proprie scelte, pagando eventualmente il prezzo dei propri errori

    Nella misura in cui li pone “retrospettivamente”, però, è in ragione delle sbandierate, ma effettivamente modeste, capacità predittive dei paradigmi dominanti nella scienza economica. I problemi veri, quelli ce li abbiamo davanti

    La crisi finanziaria americana è tante cose assieme. Crisi immobiliare, crisi di un modello di business (quello delle grandi banche d’affari), crisi di un sistema di regolazione. Spiace togliere lavoro ai becchini, ma non è una crisi del “modello americano” e non è una crisi dell’ “estremismo del libero mercato”. Il “modello americano” nella sua essenza: cioè tasse (relativamente) basse e mercati del lavoro (relativamente) flessibili, è probabilmente l’unica cosa che ha frenato per ora gli effetti sull’economia reale, con gli Stati Uniti che continuano, cocciutamente, a crescere (anche se meno di quanto ci avevano abituati). Immaginate un’Italia nella quale Mediobanca dovesse essere artificialmente sostenuta dallo Stato, fallisse UniCredit, e le Generali venissero salvate attraverso una nazionalizzazione. Vogliamo scommettere, che ne sarebbe della nostra economia, se si verificassero eventi di tale portata? I “talebani del mercato” non hanno esami di coscienza da farsi, per due ordini di ragioni. La prima, è che questa crisi scolpisce nella storia la nostra irrilevanza. E’ bastato che il sangue pulsasse più forte nelle vene di Hank Paulson per spazzare via ogni residuo pudore liberista dell’Amministrazione Bush. E’ vero che ne rimanevano pochi (il “piano Paulson” è la fuga finale di una lunga rincorsa all’aumento della spesa), ma lo è altrettanto che nessuno si è nemmeno chiesto “che farebbe Milton Friedman?” prima di mettere in campo costose soluzioni emergenziali. La cultura del mercato è oggi più forte che in passato, nei luoghi di elaborazione del pensiero

    Resta debolissima, nelle stanze dei bottoni. Quando va bene è un fiore all’occhiello, quando va male un ostacolo saltato a pie’ pari

    La seconda, è che la crisi semplicemente non è il frutto di un “eccesso di mercato”. Intervistato dall’Espresso, George Soros, dopo un timido accenno di polemica antimercatista (cui pure mai si sottrae), ha indicato due “colpevoli”: il Tesoro americano e la Federal Reserve. Non sono società quotate

    E’ la Fed, in particolare, il primo indiziato. Lo è per la politica di credito facile perseguita con determinazione da Alan Greenspan, come strumento per dare fiato alle bolle degli anni scorsi. Alan Greenspan è autore di alcuni saggi taleban-liberisti? Sì. Uno di questi è sulla moneta. Il giovane Greenspan predicava addirittura il ritorno al gold standard, proprio per legare le mani a banchieri centrali dall’inflazione facile. Non è scandaloso cambiare idea, ma non mi pare che le leggi razziali vengano comunemente ricondotte alla giovanile militanza socialista di Benito Mussolini

    Sia che questa crisi abbia le proprie radici in una sproposita esplosione immobiliare, sia che essa abbia a che fare con abusi nella segmentazione e suddivisione del rischio, sia che essa segni una vittoria dell’imprevedibilità del reale sui modelli matematici che sono usati per fare finanza, sia che essa dimostri come il mercato fosse ancora alla ricerca delle dimensioni ottimali delle imprese che svolgevano talune attività finanziarie, una cosa è sicura

    L’inondazione di liquidità ha causato uno sfasamento dei segnali di mercato, ha mantenuto artificialmente a galla realtà che sarebbero dovute affondare, ha posticipato il redde rationem attraverso tanti piccoli “sollievi”, il cui conto ora ci viene presentato

    La prima responsabilità della crisi è di un attore talmente pubblico che incarna un attributo caratteristico della sovranità: la prerogativa di battere moneta. Questo significa che anche il mito dell’indipendenza delle banche centrali è da mettere in prospettiva? Può darsi, se pure non pare esservi alternativa migliore e il bisogno di “tenere l’economia in moto” obbedisce a necessità di consenso. Chi vive nel mondo di Hayek di valute private in concorrenza fra loro alzi la mano

    C’è un problema di regole? Giustamente Michele Salvati sul Corriere segnalava come l’opacità delle norme sia di per sé un fattore negativo, mentre Francesco Forte sul Foglio proponeva una affascinante ricostruzione della cattura dei regolatori da parte di una “alleanza di profitto e salario” che ha condotto anche i politici conservatori a dimenticarsi l’abc dell’economia neoclassica: “alla base dell’accumulazione c’è il risparmio, cioè l’astinenza dal consumo, che giustifica il tasso d’interesse dei rentier”. Proprio Forte chiarisce bene come non è affatto detto che servano più regole. Chiedere la stesura di ulteriori norme è la soluzione universale della politica ai problemi del mondo. Ma se le norme erano confuse e se le autorità di regolazione erano troppe e in conflitto fra di loro, non ne servono di più ma semmai di meno e più chiare

    E’ su questa scena, che si delinea la vera, grande questione, il tarlo che ci lascerà questa crisi e che continuerà a perseguitarci, quando la tempesta si sarà fermata, dopo un numero ad oggi imprevedibile di vittime. La politica democratica non può ponderare, neanche in America, questi problemi. Anche in America, mette mani al portafoglio ed obbedisce al ricatto di quei piloti ad alta quota che sono i banchieri: attenzione, tratteci bene, altrimenti ci distraiamo e l’aereo cade

    Le classi politiche sono portate ad esagerare le crisi. Per ridurre la quota di responsabilità che verrebbe loro imputata. Per apparire “attivi”, per “fare qualcosa”: come pretende da loro l’opinione pubblica. Per scavare al proprio potere una trincea più ampia

    Cosa andava fatto, perché il bubbone della crisi scoppiasse in fretta e più in fretta ci liberasse, dandoci almeno modo di contare morti e feriti? La risposta liberista è la stessa, sconfortante di sempre: niente. Capite bene che è inconcepibile per un politico democraticamente eletto che non si faccia “niente”. Bisogna anzi fare “tanto”: tipo mettere assieme un fantastiliardo e accollarsi i titoli ipotecari immobiliari a bassa solvibilità. La “responsiveness” democratica è anche questo

    Perché predicare l’inazione? Semplicemente perché l’azione non può funzionare. Ficcare le mani nelle tasche dei contribuenti per “salvare i mercati” (o almeno provarci) non è solo immorale, non è solo l’ultima trasposizione del fine che giustifica i mezzi, non costringe solo persone incolpevoli a pagare per i rischi corsi da altri, non è solo redistribuzione al contrario, dai contribuenti tutti alle imprese finanziarie. E’ anche una strategia inevitabilmente votata al fallimento. I regolatori hanno fallito non perché si siano laureati nell’università e col professore sbagliato, ma perché non hanno la palla di vetro. Possono avere più informazione dei singoli attori, ma non necessariamente è informazione migliore. Possono avere modelli più rodati, ma non necessariamente sono modelli che la dura e imprevedibile realtà delle cose non andrà a scalfire. Figurarsi il ceto politico, che mette risorse nel migliore dei casi nelle mani di bravi managers - fallibili e umani come i loro colleghi che Wall Street ha ridotto a più miti consigli

    La legittimità degli attori politici si fonda sul “fare qualcosa”. Per fare qualcosa, deve esserci qualcosa da fare. Il terrorismo finanziario, di cui noi in Italia abbiamo svariati esponenti di primo piano, è una strategia razionale e collaudata. Si coprono gli errori politici del passato, costruendo la domanda per errori politici nel futuro

    Negli Stati Uniti, a differenza che da noi, c’è una fetta di elettorato che sarebbe pronta a soffrire oggi per soffrir meno domani

    C’è una fetta di elettorato che sa che il piano Paulson sancisce le ripercussioni della crisi sull’economia reale, “argentinizzando” l’economia americana. C’è una fetta di elettorato che si sente rappresentata da quei repubblicani che voteranno contro il loro presidente, perché non hanno mai votato a favore di un salvataggio pubblico

    E’ questo diffuso “liberismo epidermico” che ha reso relativamente più facile negli Usa perseguire un equilibrio fra l’esigenza della politica democratica di distribuire “sicurezza”, e le leggi del mercato, il cui rispetto è essenziale per creare ricchezza

    Quest’equilibrio è instabile, perché non può essere altrimenti. Il fatto che oggi si incrini in modo così vistoso, riaccende per gli anni a venire non tanto l’eterna questione del rapporto fra Stato e mercato, ma il più pressante problema di tenere assieme meno metodo democratico ed economia libera

    Fra liberisti ineleggibili e parlamenti illiberali, questa crisi è un test tanto più significativo dal momento che la cosiddetta “liberal- democrazia” non ha più competitori ideologici, nemici oltrecortina che costringano, in virtù della loro stessa esistenza, a tentare di quadrare il cerchio. Questi due sistemi, che sono spesso considerati citando Churchill come “i peggiori dopo tutti gli altri”, lo sono in modo molto diverso l’uno dall’altro. Ecco perché questo sarà, forse, un test decisivo

    Da Il Riformista, 27 settembre 2008

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Average Joe Visualizza Messaggio
    Le paure di Keynes, l'ottimismo di Schumpeter
    di Fabrizio Galimberti


    La crisi del secolo, il terremoto finanziario, lo tsunami dell'economia, la peggiore convulsione dal '29... Quanto è grave la situazione? Forse gli astanti di questo settembre 2008 sono troppo invischiati e assordati per vederci chiaro. Può essere utile, allora, chiedere lumi a chi possa vedere le cose con occhio più distaccato. Il Sole 24 Ore ha provato ad ascoltare due "magni" economisti: il primo, John Maynard Keynes (JMK), è stato definito l'economista più importante del XX secolo, e il secondo, Joseph Schumpeter (JS), è stato definito (da J. Bradford DeLong) il più importante economista del XXI secolo: un titolo lusinghiero per chi è nato nel XIX... Ma prima è d'uopo chiedere a Schumpeter che effetto gli fa essere definito l'economista più importante del XXI secolo.
    JS - Beh, un giorno dissi che la mia ambizione era quella di diventare il più grande cavaliere, il più grande amante e il più grande economista d'Europa. Più tardi aggiunsi, senza specificare, che avevo realizzato due delle mie tre ambizioni...
    JMK- Non vogliamo sapere quale delle tre è rimasta fuori. Ma parliamo piuttosto di questa crisi. Quel che sta succedendo fra le banche mi ricorda un mio sfogo del 1945 - un anno prima del mio trapasso, quasi un testamento... - a proposito della necessità di rinnovare l'imbelle classe imprenditoriale inglese: «Se per qualche sprovveduto equivoco geografico le forze aeree americane - è ormai troppo tardi per sperare qualcosa dai tedeschi - potessero distruggere ogni fabbrica nella costa del Nord Est e nel Lancashire (in un'ora in cui dentro ci sono solo i manager e nessun altro) non avremmo niente da temere. Non vedo come potremmo altrimenti riguadagnare quell'esuberante inesperienza che è necessaria, sembra, per aver successo...». Non possiamo confidare nel "fuoco amico" questa volta: ma è uguale la necessità di far fuori una classe di banchieri e finanzieri che han giocato con i fiammiferi nella Santabarbara della finanza.
    JS - Se fai fuori questi ne verranno altri, e prima o poi ci saranno altre crisi. Ma le crisi sono fatte per crescere. Così come i cicli dell'economia «non sono come le tonsille, cose separate che possono essere curate da sole, sono come il battito del cuore, e appartengono all'essenza dell'organismo», anche le crisi finanziarie sono il modo con cui l'organismo si sbarazza delle tossine accumulate nell'euforia. Non bisogna averne paura, bisogna guardare al dopo, al mare calmo dopo la tempesta.
    JMK - È facile dire, con Mark Twain, che prima o poi ha sempre smesso di piovere. Ma «gli economisti si danno un compito troppo facile e troppo inutile se nella stagione delle tempeste son solo capaci di dire che quando l'uragano finisce l'oceano tornerà piatto».
    JS - Caro Maynard, capisco che quando io parlo di "distruzione creativa", la mia sembra essere solo una consolazione, un cataplasma sulle ferite della crisi. Ma tutto quel che è successo da cent'anni a questa parte conferma la mia tesi. Fin che ci saranno invenzioni, innovazioni, voglia di fare, sane avidità, braccia operose e cervelli attivi, la capacità inesauribile di creare e produrre si sposerà con i bisogni inesauribili dell'uomo, e l'economia andrà avanti, senza farsi spaventare da queste miserabili crisi.
    JMK - Caro Joseph, sono tanto d'accordo che sono stato io il primo a coniare le parole possenti degli animal spirits.
    JS - Io li avevo già chiamati Unternehmergeist, "anime fiere".
    JMK - E non mi faccio spaventare da tanta effervescenza speculativa che ha gonfiato la bolla del credito prima che scoppiasse la crisi dei mutui. Ma, se è vero che «gli speculatori non fanno danno se sono bollicine sulla corrente dell'intrapresa» è anche vero che «le cose si fanno serie quando l'impresa diventa la bolla in un gorgo di speculazione. Quando lo sviluppo finanziario di un Paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, viene fuori un lavoro fatto male. Se misuriamo il successo di Wall Street come un'istituzione la cui funzione sociale è quella di incanalare l'investimento negli impieghi più produttivi, dobbiamo concludere che Wall Street non è stato un grande trionfo del capitalismo alla laissez faire».
    JS - Ma l'impresa è stata veramente danneggiata da questa crisi nei piani alti della finanza? Quando ci hanno istruiti su quel che è successo negli anni di grazia 2007 e 2008, la parola più ricorrente era quella del credit crunch, la stretta creditizia. Ma se prima c'era stato un eccesso di credito a (troppo) buon mercato, la stretta non è una disgrazia ma una medicina.
    JMK - Sono d'accordo, e da questo punto di vista, a guardare quelle cose scomode che sono i fatti e i numeri, la stretta c'è stata solo per i prestiti e gli impieghi che giravano vorticosamente all'interno del settore finanziario. Se una società finanziaria si fa dare soldi a breve dalle banche per lucrare sulle differenze fra tassi corti e lunghi, questa non è un'attività produttiva. Il credito alle attività produttive non è stato fatto mancare e non ci sono ragioni perché manchi in futuro.
    JS - Ai nostri tempi non c'erano i capital ratios delle banche, e nessuno aveva inventato cartolarizzazioni, Cdo, Cdo al quadrato e mutui Alt-A. A proposito, tu hai capito come funzionano tutti questi congegni?
    JMK - Devo confessare che c'è qualcosa che mi sfugge. Al che mi sentirei di fare una raccomandazione a investitori grandi e piccoli: se non capite bene come funziona uno strumento finanziario, non lo comprate. La finanza deve tornare a dire pane al pane e vino al vino.
    JS - Non esageriamo, la complessità è un portato dell'intelligenza creativa. L'innovazione finanziaria è utile, tutto sta a saperla usare nel modo giusto. E se ben mi ricordo, anche tu devi aver comprato qualcosa che ti è scoppiato in mano. Dopo il '29 le tue finanze erano ridotte al lumicino.
    JMK - Confesso di sì, e ricordo ancora come Lydia fosse sconvolta quando dovemmo vendere il Deshabillée di Matisse e uno "studio" di Seurat. Ma poi mi rifeci, da buon speculatore.
    JS - Noi continuiamo amabilmente a chiacchierare mentre i mercati soffrono e la gente si chiede che cosa succederà. Le Banche centrali - domanda da mille miliardi di dollari - ce la faranno ad arginare il panico?
    JMK - Devo confessare che non riesco a preoccuparmi molto per questa finanza sgonfiata. Resteranno sul campo un po' di morti e feriti, ci saranno consolidamenti e ristrutturazioni, i fondi sovrani e i fondi-avvoltoio (a cominciare da quello di 700 miliardi di dollari annunciato dal governo Usa) faranno qualche buon affare, alcuni tossici livelli di complessità spariranno dalla panoplia degli strumenti finanziari, molti azionisti di banche perderanno un sacco di soldi e molti banchieri perderanno il posto. E allora? Come l'Araba fenice, il sistema finanziario risorgerà e, a differenza dell'Araba fenice, risorgerà senza essere morto. E sarà sottoposto a una migliore regolazione, se non altro perché il sistema di regolazione in America è su un "pessimo paretiano": qualsiasi cambiamento non può che essere per il meglio.
    JS - In effetti, tutti piangono sui bilanci delle banche. Ma i numeri dei bilanci, ha detto qualcuno, sono come i bikini: quello che rivelano è importante ma quello che nascondono è vitale. Quel che è nascosto dalle minusvalenze sono quei profitti dell'ordinaria gestione che sono invece portati alla luce dalla contabilità nazionale; e gli ultimi dati ci dicono che il sistema finanziario americano continua ad avere le spalle robuste. La distruzione creativa funziona anche per loro. E nel mio piccolo, so qualcosa di dissesti bancari: dal 1921 al 1924 ero presidente di una piccola banca viennese, che andò a gambe all'aria.
    JMK - Ho detto che non mi preoccupa la finanza sgonfiata, e ho fiducia nelle autorità monetarie americane, che hanno la fantasia e la capacità per tenere assieme il sistema finanziario. Quella che mi preoccupa è la crisi reale, non quella finanziaria. Se i prezzi delle case continuano a scendere, le famiglie tirano in barca i remi della spesa e l'economia rischia una vera recessione. Ha fatto bene il Governo Usa a mettere in opera delle misure, con modestia parlando, keynesiane. Questo tipo di misure a te non piace: le criticasti quando furono adottate nel 1933.
    JS - Forse perché neanche la crisi reale mi preoccupa molto. Sarei angosciato solo se ci fossero segni che consumatori e produttori hanno perso capacità di reagire. Ma sono loro che continuano a tenere le chiavi del fare e del consumare, e tutto quello che vedo mi dice che hanno voglia di usarle per aprire di nuovo gli usci della crescita. Questo è vero nei Paesi "vecchi" ed è ancor più vero per i Paesi emergenti. Non avrei mai immaginato che in una generazione il mondo avrebbe visto un raddoppio della forza lavoro fra vecchie e nuove economie di mercato. C'è un pavimento solido per il tasso di crescita dell'economia mondiale.
    JMK - Vedo che ti piace l'economia di mercato. Ma nel 1947 - io già non c'ero più - scrivesti: «Può sopravvivere il capitalismo? No, non penso che possa...».
    JS - Quella era una provocazione... Era una previsione, non un auspicio. «Se un dottore predice che il suo paziente morirà, questo non vuol dire che se lo augura».
    JMK - Ma nel 1919, tu, il cantore dell'iniziativa imprenditoriale, accettasti di diventare membro della Commissione per la socializzazione delle industrie tedesche.
    JS - Mi sono già difeso da questa accusa. Dissi: «Se qualcuno vuole suicidarsi, è meglio avere vicino un medico».

    SCHEDAJMK - John Maynard Keynes Il teorico dell'intervento I contributi di John Maynard Keynes (1883-1946) alla teoria economica hanno dato origine a quella che è stata definita "rivoluzione keynesiana". Per l'economista britannico, è necessario l'intervento pubblico con misure di politica monetaria e di bilancio se un'insufficiente domanda non riesce a garantire la piena occupazioneJS - Joseph Alois SchumpeterL'economista dello sviluppo dinamico L'austriaco Joseph Alois Schumpeter (1883-1950) è conosciuto come il teorico del cambiamento del sistema economico. Le fasi di trasformazione sotto la spinta di innovazioni maggiori vengono da lui definite «distruzione creativa».
    Tra i suoi allievi, il Nobel Paul Samuelson e l'italiano Paolo Sylos Labini

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO...secolo_2.shtml
    Complimenti a Galimberti. E' un dialogo bellissimo. Spero in un bis, magari tra Mises e Marx, o tra Rothbard e Sweezy, che fu, diciamolo, un Comunista allievo di Schumpeter.

    P.S.
    Ricordo che Shumpeter era un Conservatore Liberale, e che le sue previsioni (passaggio graduale dal Capitalismo al Socialismo per vie parlamentari e non rivoluzionarie) stanno avendo tutte quante conferma. C'è da dire che le sue previsioni sono arrivate alla fase in cui il Socialismo avrebbe regnato (oggi sta effetivamente regnando), e non si sono spinte a ciò che sarebbe successo dopo il Socialismo. In ciò ci ha aiutati Hoppe.

  7. #7
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    galimberti è bravo, neoclassico ma bravo

    ho letto recentemente "economia e pazzia", non c'è un filo di austrian economics, però sul piano della curiosità per eruditi è avvincente, racconta proprio bene le crisi storiche
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  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Ronnie Visualizza Messaggio
    galimberti è bravo, neoclassico ma bravo

    ho letto recentemente "economia e pazzia", non c'è un filo di austrian economics, però sul piano della curiosità per eruditi è avvincente, racconta proprio bene le crisi storiche
    Vabbhè, anche Walras, Jevons e Pareto non erano Austriaci eppure ne cagavano alla grande.

    Al contrario Keynes andrebbe cagato. In testa.


  9. #9
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    john a te stà più antipatico keynes di marx ormai, vero???

  10. #10
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    marx almeno non si pretendeva "liberale", ma per il resto era peggio
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