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    Predefinito L'America diverrà un paese socialista?

    Gli americani bocciano la casta finanziaria

    di Marcello Foa

    Una catastrofe, o forse uno choc salutare. Votando no al pacchetto finanziario da 700 miliardi di dollari, i deputati americani non hanno negato la necessità di un piano di sostegno a un’economia disastrata, ma hanno chiuso la porta in faccia a una classe dirigente di cui non si fidano più. Una liberazione, una catarsi. È come se l’America avesse riscoperto improvvisamente i suoi valori più autentici, scolpiti nella Costituzione e ancor di più nell’animo dei suoi cittadini.
    Il no di ieri è un solenne schiaffo alla casta politica e finanziaria che ha gestito l’America negli ultimi anni. A George Bush, ovviamente, ma anche ai leader del Congresso sia democratici che repubblicani e a quei personaggi come l’attuale segretario al Tesoro Henry Paulson che hanno trasformato Washington in una porta girevole di Wall Street. Lui è arrivato alla testa del più importante ministero direttamente dalla Goldman Sachs, di cui era presidente, ma c’è chi ha percorso il cammino opposto, come Robert Rubin, numero uno delle finanze ai tempi di Clinton, passato poi a Citigroup.
    L’establishment ha fatto leva sulla paura, avvertendo che se il piano fosse stato respinto l’economia sarebbe crollata. La paura come dopo l’11 settembre, come prima della guerra in Irak. Di solito in questi frangenti gli Usa abbandonano le polemiche e si uniscono dietro il comandante in capo.
    Questa volta no. Qualcosa si è rotto. O forse è l’America che ha ritrovato se stessa. La crisi dei mutui, anziché paralizzare il Paese nell’angoscia, ha spezzato l’incantesimo. I cittadini si sono improvvisamente resi conto che le regole del gioco non erano quelle in cui avevano sempre creduto, che la casta aveva giocato sporco per anni e ora invocava l’assoluzione con tre Ave Maria e scaricando i costi sulla comunità. Non tutto è perduto, ma il messaggio che esce dal Parlamento è netto: il governo rimetta mano a un piano che, come hanno osservato molti economisti, presentava troppe zone d’ombra. Lo ripulisca, lo renda più equo e trasparente e verrà approvato senza problemi, sempre che Wall Street sia disposta a pazientare ancora un po’.
    Sono stati gli elettori a spingere i deputati alla ribellione. Migliaia di persone hanno sommerso di e-mail e telefonate gli uffici dei deputati della propria circoscrizione. Nove su dieci in una sola direzione: invocando il no. Quello più sonoro è di destra e liberista, è quello dei piccoli e medi imprenditori che quando sbagliano non chiedono aiuto a nessuno: si rimboccano le maniche e ricominciano daccapo. Gente che ancora crede allo spirito di un Paese dove qualunque sogno può diventare realtà, ma in cui la responsabilità deve sempre essere individuale, nel successo e nel fallimento. Quell’America è visceralmente contraria a ogni ingerenza dello Stato. Ha combattuto per oltre quarant’anni il comunismo; è liberale nel cuore e nell’anima. Ma si è vista sottoporre un pacchetto che di fatto avrebbe nazionalizzato ampie fette dell’economia privata, rendendo il loro Paese improvvisamente socialista, addirittura sovietico secondo alcuni deputati, come Thaddeus McCotter del Michigan, che ha paragonato l’attuale crisi alla Rivoluzione d’Ottobre: «Ai tempi dei bolscevichi lo slogan era: pace, terra e pane. Oggi la scelta è tra pane e libertà». Sette deputati repubblicani su dieci ieri hanno scelto la libertà.
    Anche quattro democratici su dieci si sono opposti ed è stata la grande sorpresa della giornata, ma per ragioni in parte differenti. Come capita di sovente, i leader della sinistra moderata si dimostrano sensibili alle ragioni del mondo finanziario. Anche questa volta, visto il ruolo della Pelosi nelle trattative. Ma la base si è ribellata, non tanto per l’intervento della mano pubblica - che anzi tra i liberal è ben accetta - quanto per una palese ingiustizia: il pacchetto salvava i colossi bancari di Wall Street, ma lasciava largamente nei guai i cittadini indebitati con i mutui e con le carte di credito. Morbido con i potenti, spietato con i piccoli.
    «Un dolcetto in mezzo a una grossa cacca di mucca», lo ha definito un deputato. L’immagine è rozza ma efficace. E non è bastato turarsi il naso per scacciarne l’olezzo.

    http://blog.ilgiornale.it/foa

  2. #2
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    Non è il capitalismo, baby!

    di Andrea Mancia


    A sfogliare le pagine dei giornali italiani (e non solo), in questi giorni si ha la netta sensazione che negli Stati Uniti si stia combattendo una battaglia epocale dalla quale dipendono i destini dell’economia mondiale per i prossimi decenni. Da una parte, schierati in assetto di guerra, i sostenitori di un massiccio intervento statale, capace di riparare alle storture di una prolungata e colpevole assenza di regole nel mercato. Dall’altra, rintanati nelle loro trincee, gli irriducibili difensori della libertà economica ad ogni costo, convinti che qualsiasi interferenza governativa nel gioco della domanda e dell’offerta possa causare danni irreparabili al pianeta e il catastrofico risorgere del Leviatano. Ma, ci si perdoni la domanda retorica, non si tratterà forse di un colossale abbaglio mediatico?

    Se, come sembra, il “piano Paulson” andasse in porto con tutti i correttivi richiesti (a ragione) dalla componente più liberista del partito repubblicano, infatti, quello a cui stiamo assistendo non è un “tramonto del capitalismo”, ma piuttosto di un “ritorno alle origini del capitalismo”, quello che si fonda sull’economia reale delle nazioni e non su una sorta di “banchismo finanziario” che con l’economia ha poco a che fare. Quando un governo si fa carico di garantire la sicurezza di una rotta commerciale, nessuno si lamenta per l’ingerenza dello Stato nel libero mercato.

    Perché il governo sta facendo esattamente il suo mestiere: garantire le condizioni minime di certezza del diritto affinché il mercato possa dispiegare le proprie energie positive, creando opportunità e benessere. Allo stesso modo, quale sarebbe il vulnus al sistema capitalistico, se il governo della più solida democrazia del pianeta si propone - pur con uno sforzo ingente che, almeno all’inizio, ricadrà sulle spalle dei contribuenti - di spezzare il circolo vizioso che si è creato tra economia terrestre e finanza extraterrestre, per tornare ad un sistema capace di premiare gli investimenti giusti e punire (anche con il fallimento) quelli sbagliati?

    L’obiettivo non è quello di uccidere il mercato, ma di farlo tornare a funzionare come dovrebbe. E come ha dimostrato, per secoli, di essere in grado di fare. Anche perché, mentre i mercati finanziari barcollano sull’orlo dell’isteria, l’impatto della crisi nei confronti dell’economia reale è stato - almeno finora - limitato. Gli Stati Uniti hanno perso, dal dicembre del 2007 ad oggi, poco più di 600mila posti di lavoro su un totale di quasi 140 milioni: parliamo di meno dello 0,5 per cento del totale. Segno che i fondamentali dell’economia americana sono più solidi di quanto ci vogliono far credere.

    E che, intervenendo in tempo, si può ancora evitare il peggio. Tutto sta, semmai, a misurare con intelligenza i tempi e i modi di questo intervento, evitando che una massiccia iniezione di denaro nel sistema creditizio provochi troppe distorsioni e magari consenta il ritorno in sella dei manager e dei burocrati “banchisti” che hanno fallito e provocato la crisi. A tornare, invece, deve essere finalmente il capitalismo. Quello vero.

    http://www.liberal.it/dettaglio.asp?id=936

  3. #3
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    Lezioni Americane


    Se dietro la bocciatura da parte del Congresso USA del piano di salvataggio dell’economia americana, proposto dall’amministrazione Bush, non vi è una congiura di potere, l’America ha ancora qualcosa da insegnarci. I più, fra i deputati repubblicani al Congresso, si sono ricordati di essere dei conservatori. Così Thad McCotter, deputato repubblicano eletto nell’11mo distretto del Michigan, il quale ha dichiarato: «Nella rivoluzione bolscevica lo slogan era: pace, terra e pane. Oggi la scelta è tra pane e libertà. La gente della strada ci ha detto che preferisce la libertà e io sono con loro».

    «È successo proprio ciò che temevo. I repubblicani non riescono a liberarsi del loro bagaglio ideologico. Forse non si rendono conto che senza un massiccio intervento dello Stato avremo una crisi molto grave, simile a quella del '29 e degli anni Trenta». Questa è stata la reazione di Lester Thurow, economista e docente di Economia e Gestione Aziendale al MIT, il quale però ritiene che alla fine prevarrà in loro la volontà di prevenire una crisi analoga a quella del '29.

    Che dire? Viva la libertà. Viva il bagaglio dei repubblicani americani di provincia, conservatori senza bisogno di ulteriori aggettivi, che senza guardare in faccia a nessuno bocciano un piano di intervento statale in economia perché puzza di artificio socialista.

    http://riflessionidiunconservatore.blogspot.com/

  4. #4
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    Il Congresso dice no al piano Bush 228 contro 205

    di Giancarlo Loquenzi


    Il Congresso ha respinto il piano di salvataggio di 700 miliardi di dollari che la Casa Bianca aveva presentato per salvare il paese dal collasso finanziario. In una drammatica votazione che ha tenuto col fiato sospeso gli operatori finanziati di tutto il mondo, 228 deputati contro 205 hanno detto no alla stanziamento necessario all’operazione.
    La legge è stata votata da 140 democratici e da 65 repubblicani e respinta da 133 repubblicani e 95 democratici mentre sia Obama che McCain ne sostenevano il passaggio. All’appello sono mancati soprattutto molti repubblicani che in un primo momento avevano assicurato il loro voto. Il risultato è stato un incredibile rimescolamento di fronti dove paradossalmente il continuo appello degli ultimi giorni a scelte “bipartisan” ha prodotto una confusione perfettamente “bipartisan”.
    La sconfitta più cocente è certamente per George Bush che aveva messo tutto il suo peso, quello dell’Amministrazione e della Federal Reserve a sostengo del “bailout” e che fino all’ultimo si era dedicato a telefonare uno ad uno a tutti i congressisti repubblicani più in dubbio. Ma in generale si registra un preoccupante e inusitato vuoto di leadership, a partire dai vertici dell'amministrazione per finire ai singoli deputati e senatori, passando anche per i due presidenti in pectore.
    Dopo la bocciatura del piano è ora molto difficile fare previsioni e gli stessi legislatori sono parsi confusi e contraddittori nelle loro dichiarazioni a caldo. Le previsioni dicono che al Senato la maggioranza necessaria ad approvare il piano dovrebbe essere garantita, ma l’effetto del voto del Congresso non è facile da smaltire.
    Molti di coloro che hanno votato contro il “bailout” hanno in seguito dichiarato che approvarlo sarebbe stato un suicidio politico per la dura opposizione che esso incontra tra i cittadini americani. Molti repubblicani in particolare si sono opposti all’idea di pagare i debiti di Wall Street con i soldi dei contribuenti.
    Chi invece appoggiava il piano, pur giudicandolo un boccone difficile da ingoiare, sosteneva che esso fosse in grado di evitare una crisi ancora peggiore e forse irrecuperabile.
    Lo scarso supporto dei deputati repubblicani alla proposta di Bush non mancherà di mettere in seria difficoltà la campagna elettorale di McCain che pure aveva sostenuto con forza la necessità di agire in modo drastico contro la crisi. Molti repubblicani hanno dato la colpa per il loro voto contrario al discorso tenuto subito prima dal leader della maggioranza Nancy Pelosi, giudicato troppo “partigiano”. I democratici hanno definito “assurde” queste accuse. Subito dopo il voto, McCain si è imbarcato sul suo aereo senza rilasciare dichiarazioni.
    Intanto l’indice Dow Jones è crollato di 700 punti dopo la notizia della bocciatura e perdite gravi si sono registrate su tutte le borse in attività.

    http://www.tocqueville.it/LinkEsterno.asp?id=260701

  5. #5
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    La giostra americana fa crash

    di Mario Sechi


    Il Congresso ha affondato (228 no, 205 sì) il piano di salvataggio finanziario predisposto dalla Casa Bianca e dal Tesoro, rivelando le difficoltà in cui si dibattono il Partito Democratico e il Partito Repubblicano.
    Una brutta notizia per gli Stati Uniti che attraversano un periodo nero, tra i peggiori della storia americana. Non ci riferiamo solo all’economia, ma anche (e soprattutto) alla politica. Il Congresso è stato protagonista di un voto storico, dalle gravissime conseguenze: ieri il Dow Jones ha chiuso con la perdita peggiore di tutti i tempi, la riapertura di oggi fa temere il crac da panico. Ingovernabile.
    I mercati aspettavano dalla politica americana un segnale di responsabilità e di fiducia. Nè i repubblicani nè i democratici sono stati capaci di offrirne almeno un po’. Lo stesso comportamento è stato di fatto incoraggiato dai due candidati alla presidenza: nè John McCain nè Barack Obama hanno appoggiato con forza il bailout, il risultato è che entrambi ora appaiono gli uomini sbagliati per guidare un Paese in questo momento smarrito e impaurito. E Wall Street ne misura la febbre.
    I democratici si sono spaccati in più parti: il 60 per cento ha detto sì, poi il caos: c’è chi ha votato no pensando al business, chi ai taxpayers, chi ha deciso di stare con i lavoratori. E chi con se stesso. I repubblicani hanno confermato lo stato confusionale in cui versano: solo un terzo ha votato a favore, gli alfieri del free market hanno votato no, quelli che dicono di aver a cuore il bilancio federale pure, mentre 18 su 21 congressmen la cui riconferma è in bilico hanno votato no pensando al collegio elettorale. Così hanno fatto anche 10 su 15 democratici il cui seggio non è sicuro. Un disastro politico bipartisan dove spicca la prova negativa dello speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, che alla vigilia del voto ha tenuto un discorso talmente fazioso da alimentare le divisioni e innescare la bocciatura del piano.

    http://www.tocqueville.it/LinkEsterno.asp?id=260774

  6. #6
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    Bailout americano, mito collettivista e realtà oggettiva



    Come previsto , l'accordo sull'acquisto governativo di bond strutturati per 700 miliardi è quasi giunto in porto. Il pacchetto non era strettamente necessario in primo luogo, se non ci si fosse lasciati prendere dal panico e si fosse stati realisti riguardo alla drastica correzione necessaria per riportare l'economia occidentale su di una traiettoria realistica e sostenibile.

    Volendo proprio continuare a manipolare la situazione, esistevano probabilmente alternative meno peggiori; così com'è costruito , il piano appare un gran favore ad alcuni, mentre aiuta soltanto in maniera indiretta l'economia reale - uno degli obbiettivi ufficialmente dichiarati dai neosocialisti americani, che tanto vogliono essere populisti e popolari.
    Invece di spendere 700 miliardi per togliere scorie tossiche dai bilanci bancari, ci si dovrebbe concentrare su segnali preoccupanti quali il calo del credito in termini assoluti del credito bancario: qualcosa di mai avvneuto prima, un fattore che non sarebbe devastante in uuna economialibera, ma che appare preoccupante in una come l'attuale, drogata dall'intervento statale: in questo contesto, la Fed svolge il suo lavoro, quando pompa liquidità nel sistema; dovrebbe farlo ancora di più in questi momenti ed evitare invece di farlo in tempi normali, lasciando che chi ha effettuato investimenti sbagliati ne paghi le conseguenze.

    Barron's ha un bel dire che il contribuente americano ne verrà fuori guadagnandoci; un nuovo ed ampio studio del Fondo Monetario Internazionale dimostra come i salvataggi bancari siano di norma costosi per le pubbliche tasche. Se non lo fossero, d'altronde, ci si dovrebbe chiedere perché non siano i privati a fornire capitale, come infatti è avvenuto per numerose banche.

    Lasciateli affondare, ripeto. I migliori si salveranno e gli altri finiranno liquidati, rendendo l'economia più efficiente ed eliminando gli eccessi degli ultimi anni; finchè i depositi sono assicurati ed esistono chiare e rigorose procedure di commissariamento e liquidazione, non esiste il rischio di ripetere gli errori che dettero origine alla Grande Depressione.
    Tramite salvataggi e misure straordinarie, da un lato si istiga il panico, dall'altro si lanacia il chiaro messaggio che il governo aiuterà gli amici in ogni caso, quindi - nel lungo periodo - perchè preoccuparsi di investire, risparmiare e migliorare?
    Rischiamo di ripetere gli errori giapponesi, con banche che si trascinano per anni inuno stato semicomatoso , mentre nessuno vuole ammettere la realtà; stiamo già cominciando a ripetere gli errori italiani delgi anni sessanta e settanta, con le nazionalizzazioni selettive e la trasformazione del boom in una grande sbronza collettivista, seguita da una crisi profonda, non soltanto economica.

    http://the-mote-in-gods-eye.blogspot...tivista-e.html

  7. #7
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    La "vendetta" degli economisti di Chicago
    di Massimo Gaggi

    Tratto da Il Corriere della Sera del 30 settembre 2008


    New York — Adesso il muro che separa l’America dalla crisi di panico paventata dallo stesso Bush si è fatto veramente sottile. I «pontieri» del Congresso tentano di rimettere insieme i pezzi del piano di salvataggio della finanza Usa bocciato ieri dalla Camera, ma il danno materiale e psicologico è enorme.

    Un altro crollo della Borsa, il più grosso dall’attacco di Bin Laden nel 2001, banche centrali costrette a inondare nuovamente di liquidità il sistema bancario, governo sostanzialmente disarmato. Con Bush ormai ridotto a presidente-larva, i mercati si erano aggrappati all’autorevolezza della Fed e del ministro del Tesoro. Che escono a pezzi dal voto del Congresso. Il Paulson che si è presentato ieri sera davanti alle telecamere è un uomo esasperato, sull’orlo di una crisi di nervi. Se non è l’infarto — economico ma anche politico — paventato dal «custode del dollaro» Ben Bernanke, poco ci manca.

    Intanto la frana delle banche Usa avanza inesorabile costringendo il governo a insistere con la politica dei salvataggi caso per caso: la settimana scorsa Washington Mutual, ieri Wachovia. La destra liberista considera una vittoria lo stop a Paulson: ha prevalso il «no a un salvataggio che altera radicalmente e in modo permanente le regole del mercato», come recita l’appello che 44 economisti conservatori, guidati dall’ex leader repubblicano al Congresso, Dick Armey, hanno inviato nei giorni scorsi al Congresso.

    Ma la ricetta alternativa proposta dagli esperti che criticano il ministro, ad esempio quelli che fanno capo all’università di Chicago, forse può proteggere meglio il contribuente e ridurre alcune distorsioni, ma non offre alcuna garanzia dal lato del contenimento dell’intervento dello Stato.

    Anziché acquistare titoli immobiliari oggi privi di valore, col relativo trasferimento di tutti i rischi sulle spalle del contribuente, i «fiscal conservative» propongono interventi per stimolare i privati a intervenire per ricapitalizzare il sistema bancario. Siccome gli investitori americani non hanno alcuna intenzione di muoversi e anche i «fondi sovrani» degli altri Paesi stanno a guardare, si chiede al Tesoro di intervenire, ma in modo diverso: in cambio del finanziamento pubblico dovrà ricevere quote del capitale delle banche, anziché obbligazioni invendibili. In questo modo il contribuente sarebbe meglio tutelato, ma lo Stato si troverebbe impegnato in modo ancor più diretto nella gestione del sistema.

    Del resto già con l’operazione Citigroup-Wachovia, l’America veleggia verso una forma di «dirigismo bancario»: una specie di sistema alla francese basato su tre «campioni nazionali», peraltro fuori forma. E che, quindi, avranno bisogno di un sostegno pubblico. L’ultimo salvataggio bancario, quello annunciato all’alba di lunedì, comincia a delineare il punto d’approdo della finanza americana. Se la nave arriverà in porto senza affondare prima, il sistema si riorganizzerà attorno a tre grandi gruppi bancari: JP Morgan Chase che ha assorbito prima Bear Stearns e poi Washington Mutual, Bank of America che, dopo l’acquisizione di una serie di istituti minori e di giganti delle carte di credito, si è fusa con Merrill Lynch, e Citigroup. Tre gruppi enormi ma vulnerabili, che il Tesoro dovrà tenere a tutti i costi in vita. JP Morgan è il più solido, ma è stato costretto a crescere più di quanto avrebbe voluto in una fase di mercato depresso. Bank of America raccoglie molto risparmio, ma ha anche vari punti deboli come la forte esposizione nel mercato delle carte di credito, il prossimo candidato allo «stato di crisi». Il suo capo, Ken Lewis, è politicamente impegnato col partito repubblicano. Assorbendo le attività bancarie di Wachovia, Citigroup, reduce da una crisi gravissima con perdite per decine di miliardi non ancora smaltite, torna per incanto ad essere la prima banca americana (per volume di depositi). A questo punto la sua salute diventa un problema di «sicurezza nazionale».

    La crisi è sistemica e ha bisogno di una soluzione sistemica, ma ogni progetto finisce in falò, travolto dall’incalzare degli eventi. La misura del livello dello sconcerto anche tra gli studiosi la dà il «blog» di Gary Becker e Richard Posner: il premio Nobel per l’Economia che insegna a Chicago continua a pensare che la tempesta finanziaria avrà alla fine uno sbocco di mercato («il capitalismo viene dato per morto a ogni crisi, eppure è sempre lì»), ma ammette di aver sottostimato la portata della crisi e, dopo averla osteggiata, adesso rivaluta la ricetta Paulson, almeno per evitare il «meltdown».

    Nella sua risposta il celebre giurista conservatore si dice anch’egli convinto che «il capitalismo sopravviverà perché tutto il resto, dal comunismo classico al corporativismo fascista non è praticabile», è fallito. Ma quello che sopravviverà «sarà un capitalismo danneggiato, costretto al compromesso. Del resto già 80 anni fa la Grande Depressione ci lasciò in eredità una buona dose di collettivismo».

    http://www.mascellaro.it/web/index.p...1&CodArt=27174

 

 

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