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    Predefinito Rassegna stampa dei Radicali italiani

    Uno strappo al contrario



    • da Il Giornale del 29 settembre 2008, pag. 1


    di Paolo Guzzanti

    Veltroni scherza col fuoco paragonando l’Italia di oggi alla Russia di Putin: glielo dice uno che dissente totalmente dagli amori putiniani di Berlusconi, visto che per doveri d’ufficio so che cosa e chi è il Kgb di ieri e di oggi: il confronto veltroniano fra Italia e Russia, più che stiracchiato è sbagliato e dimostra a parer nostro, nella sua clamorosa inaccuratezza (“inaccuracy” per l’amico Walter che frequenta la nostra stessa America), il ritorno gravitazionale al passato: all’antiberlusconismo dell’età della pietra, con la clava, un antiberlusconismo che rinuncia persino di comprendere i limiti reali dell’attuale governo per incarognirsi in stereotipi dissennati e sterili.
    L’Italia, deve sapere il nostro Walter, è una fortissima democrazia ben viva in tutte le sue aree politiche, anche se si porta dietro vecchie e nuove piaghe. E di questa buona salute di base dovrebbe essere prima di tutto soddisfatto come democratico tout court, visto questo Paese che fino a pochi anni fa non aveva una destra decente da mandare al governo adesso ne ha una che governa con un consenso valutato, dai giornali di sinistra come Repubblica, intorno al sessanta per cento. Il problema, dovrebbe sapere Veltroni (ma lo sa, lo sa…) semmai è la sinistra che non cresce e non crepa un po’ come la capra e la panca dello scioglilingua. Ieri abbiamo letto una sterminata intervista di Veltroni sul Corriere della Sera, l’abbiamo letta con attenzione e con la speranza di trovare finalmente lo scatto, la novità, il colpo di genio politico che permettesse di provare quel che ho provato ieri l’altro sentendo Obama: io faccio il tifo per McCain, ma sono di nuovo rimasto affascinato dalla forza analitica e dalla capacità di progetto che ha Obama e che non ha Veltroni, per quanto gridi «Yes we can», visto che «he can’t».
    La tesi generale è che l’Italia marcerebbe verso una forma di democrazia autoritaria col Parlamento svuotato «come nella Russia di Putin». Come cambiano i tempi: quando ero bambino i comunisti italiani cantavano «E noi farem come la Russia, e noi farem come Lenìn». Oggi ci troviamo di fronte ad una strana repulsa contro il giovane ex capo del nuovo Kgb, indicato come il male. E sarebbe poco male, se il paragone calzasse. Ma mentre nella Russia di Putin il Parlamento è composto nella sua quasi totalità di ex ufficiali del Kgb (fra cui quell’Andrei Lugovoi che la giustizia del Regno Unito vorrebbe processare per l’omicidio della mia fonte Alexander Litvinenko), il Parlamento della Repubblica italiana contiene dentro di sé tutte le forze che potrebbero generare e accompagnare una grande e potente rivoluzione liberale.
    È vero che il Parlamento appare in questa legislatura una morta gora: ma con chi se la prende Veltroni? Ha idea dell’immagine del suo partito alla Camera dei deputati? Sembra un esercito di fantasmi, la bella addormentata nel bosco per la quale il tempo scorre inutilmente, con Di Pietro che ha, proprio grazie a Veltroni, campo libero di praticare l’antiberlusconismo selvaggio figlio del nuovo populismo senza storia e senza memoria (né futuro). Con chi se la prende il segretario del partito democratico se la politica di questo Paese stagna in una pozza priva di germi vitali?
    Il governo governa, ci pare. E lo fa anche bene vincendo sfide grandiose come l’immondizia di Napoli e l’Alitalia. Veltroni dichiara che in realtà il deus ex machina di Alitalia è stato lui perché Colaninno ed Epifani si sono stretti la mano sui divani di casa sua. Sarà, ma è ininfluente: il governo governa, e intorno a questo fatto di per sé ottimo – da cui il consenso popolare così alto da essere definito “imbarazzante” dallo stesso Berlusconi - non c’è politica nella sinistra, non c’è sogno di Obama, non c’è progetto, non c’è genialità, non c’è fantasia, non ci sono quelle cose per cui una sinistra esiste in un Paese democratico: per mantenere in vita genio e sregolatezza con il senso del fattibile, del reale, del vero. E quale rimedio sa trovare Veltroni: il ritorno allo stesso antiberlusconismo becero che lui stesso aveva ripudiato – disse – rinunciando per questo a un bel pacco di voti. E oggi? A volte ritornano, purtroppo. Ma non è un bello spettacolo.
    Negli anni Ottanta si aspettava che il Pci «uscisse dal guado», cioè facesse lo strappo decisivo per rompere una volta e per sempre con l’Urss. Ma non ce la fece. Non uscì mai dal guado. È successo semmai che il guado – la melma sovietica – si è prosciugata un giorno da sola lasciando nella melma il Pci nudo e bagnato e costretto a mettersi la foglia di fico di nuovi nomi, nuove ragioni sociali, nuove maschere, nuove imitazioni di altrui identità.
    E adesso Veltroni trova che questa democrazia che marcia senza di lui e senza uno straccio di anima da parte dell’opposizione sia autoritaria e putiniana? Ma ha Walter idea di che cosa dice o apre semplicemente bocca perché ne ha una? È già gravissimo che paragoni la democrazia italiana a uno dei più gravi e pericolosi insuccessi della democrazia mondiale, per la quale – intendiamo la Russia – entrambi i candidati alla Casa Bianca hanno espresso non solo preoccupazione, ma riprovazione e paura.
    Ma che lo faccia dopo essersi di fatto chiamato fuori dalla costruzione della democrazia è ancora più grave: il suo compito è far rinascere la sinistra, non sparare delle balle imbarazzanti. Il suo compito è ridare a questo Paese la seconda gamba con cui cammina una democrazia, non cercare di segare la gamba che già c’è e che cammina.
    Diciamoci la verità: è stata una brutta intervista, venata di piccolo populismo, di modesti luoghi comuni, di una idea forte e assolutamente sbagliata (il confronto con la Russia dei siloviki, i duri paramilitari dell’establishment moscovita) e di un patetico ritorno al passato: l’attacco con la clava a Berlusconi, che fa tanto Flingstone, i cartoni degli uomini all’età della pietra. È andata male anche stavolta: play it again, Walter.


    •   Alt 

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    Testamento biologico ci vuole una legge



    • da La Stampa del 29 settembre 2008, pag. 28


    di Enzo Ghigo

    Travolti da un flusso di notizie quotidiano che spesso va ben oltre il nostro desiderio d’informazione, rischiamo di non riconoscere quegli elementi di novità destinati a incidere sul futuro. Tra questi ultimi vorrei collocare le dichiarazioni del cardinal Angelo Bagnasco, nel suo recente intervento all’assemblea dei vescovi italiani, di cui è presidente.

    Mi riferisco alle considerazioni che il presule ha dedicato al testamento biologico, tema da lungo tempo oggetto di valutazione nelle aule del Parlamento, anche in seno alla commissione Sanità di Palazzo Madama, di cui faccio parte. Prendendo le mosse dal caso di Eluana Englaro, e di altre duemila persone nelle medesime condizioni, Bagnasco ha detto che è necessario affrontare il tema con una legge. Non possono funzionare le scorciatoie tramite sentenza, come dimostra il caso stesso di Englaro, dopo che il tribunale di Milano ha concesso di interrompere assistenza e alimentazione.

    Se appariva scontato il disagio negli ambienti cattolici per questa decisione, tra i laici che hanno acclamato la sentenza - contro cui il Parlamento ha proposto ricorso per conflitto di attribuzioni - non si è collocata una voce illustre, quella di Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale. Dicendosi sorpreso della decisione dei giudici milanesi, Vassalli ha posto una semplice domanda, a cui nessuno ha però dato risposte: qual è la legge che consente a una persona di aiutare un’altra a morire? Il problema non è tanto di accertare o meno la volontà del malato, o farla esprimere dal suo tutore. L’aspetto più rilevante è che la legge non contempla queste situazioni perché scienza e tecnica medica hanno fatto passi da gigante, senza che l’elaborazione etica e giuridica volessero, o potessero, finora stare al loro passo.

    In tale quadro l’ammissibilità del testamento biologico, cioè l’espressione della volontà di una persona riguardo alle cure in caso di malattia o incidente che possano compromettere le funzioni vitali, è solo una parte del problema. Tuttavia le dichiarazioni del card. Bagnasco portano un importante elemento di novità, rispetto alla posizione finora tenuta dalla Chiesa. Se è vero che da parte delle gerarchie ecclesiastiche ci si è sempre opposti alle pratiche di accanimento terapeutico, mai con tanta decisione era venuta una presa di posizione che auspica «una riflessione nuova da parte del Parlamento é [...] si spera con il concorso più ampio» per varare una legge che riconosca il valore legale delle scelte del malato e però assegni un ruolo centrale al medico «cui è riconosciuto il compito [...] di vagliare i singoli atti concreti e decidere in scienza e coscienza».

    Mi pare che stia in questo il nocciolo del problema. Ci vuole una legge che ammetta il testamento biologico ma, nell’ambito di tale norma, si deve anche riconoscere al medico l’autonomia necessaria a valutare i singoli casi, la cui diversità è tale da rendere impossibile una regola univoca. E ricordando sempre che il fine ultimo è tutelare, fin quando è possibile, la vita.

    NOTE


    Coordinatore regionale piemontese Fi/Pdl

  3. #3
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    Una proposta per la ripresa



    • da Il Giornale del 29 settembre 2008, pag. 1


    di Geronimo

    È molto bello sentire ogni giorno tante analisi sulla drammatica crisi dei mercati finanziari in attesa che il Congresso americano approvi il piano Paulson. Resta, però, uno sgomento di fondo. Quanti oggi spiegano le ragioni del crac finanziario sono molto spesso gli stessi che appena qualche anno fa ci ammannivano sui rischi che correvano i mercati e l’economia in genere se si eccedeva in regolamentazione.
    Molti tra questi erano ieri, e lo sono oggi, consulenti autorevoli delle grandi banche d’affari, le maggiori responsabili del disastro accumulato in anni di spavalderia finanziaria. L’ultima lezione in ordine di tempo l’abbiamo sentita al convegno della fondazione Courmayeur da Domenico Siniscalco, vicepresidente di Morgan Stanley International. Chi ci segue da tempo sa che non siamo adusi al servo encomio ed al codardo oltraggio, ma ci piacerebbe leggere o sentire da alcuni autorevoli economisti e politici un’assunzione di responsabilità culturale. Gli eccessi della finanziarizzazione dell’economia mondiale erano noti anche a chi, come noi, ha fatto solo le scuole serali e che da queste colonne ha più volte gettato l’allarme sull’industria del danaro fine a se stesso. Se chiediamo a tutti di fare oggi un’autocritica è perché siamo convinti che solo così ciascuno può dare un contributo di idee per risalire la china. Siniscalco scarica tutte le responsabilità sulla Fed americana e sugli altri «regulator» dei mercati (Consob e similari) sostenendo, tra l’altro, che la bolla macroeconomica è legata agli squilibri «tra un’America che consumava troppo e un’Asia che non consuma abbastanza». Silenzio assoluto sulle responsabilità delle banche d’affari (ma non solo) che hanno utilizzato strumenti sempre più sofisticati e sempre più volatili per produrre col danaro altro danaro, tralasciando le necessità dei protagonisti dell’economia reale. Era naturale ad esempio che due miliardi di persone (Cina ed India), oggi produttori a basso costo, avevano e hanno bisogno di diversi anni per diventare consumatori di massa.
    Uno squilibrio sotto gli occhi di tutti, sulle cui spalle, però, non possono essere messe le responsabilità della intollerabile finanza creativa alla quale si sono dedicati, tra gli altri, anche i ministri dell’Economia di vari Paesi. Detto questo, bisogna ora rimboccarsi le maniche per salvare la barca dal naufragio. Abbiamo già detto che l’iniezione di danaro fresco da parte delle banche centrali è stata una giusta operazione di pronto soccorso per i mercati e che il piano Paulson con tutti i correttivi del Congresso (un delitto comunque aver mandato a fondo solo la Lehman Brothers con un forte sospetto di interessi personali) è una medicina amara ma necessaria, ancorché non sufficiente. L’opacità in questi anni di larghissima parte delle banche ha innescato, infatti, una reciproca sfiducia che sta penalizzando in maniera intollerabile il credito alla produzione. Insomma, nessuna banca ha fiducia nell’altra perché non sa cosa si nasconde nel suo bilancio, e nessuna presta più soldi all’altra facendo scivolare così le imprese verso una crisi finanziaria e produttiva.
    Bisogna subito rompere questa spirale. I grandi azionisti devono mettere mano alla tasca per ricapitalizzare i propri istituti di credito riducendo la propria attuale illiquidità ridando, così, fiducia all’intero sistema. Governo e Parlamento, in attesa di decisioni più ampie a livello europeo e considerando che noi più di altri abbiamo bisogno di riprendere a crescere, possono subito approvare agevolazioni fiscali significative per tutti gli aumenti di capitale che dovessero essere fatti nei prossimi dodici mesi. Una misura a termine con l’obiettivo di ridare fiato al sistema delle imprese che boccheggia, costringendo le banche commerciali a ridurre i propri dividendi e a rinvestire gli utili che ancora oggi producono. Mai come in questo caso il tempo non è una variabile indipendente, e la stalla va chiusa prima che gli ultimi buoi scappino.

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    Porta Pia, il silenzio dopo Cutrufo



    • da L'Unità del 29 settembre 2008, pag. 24


    di Vittorio Emiliani

    E’ sempre più vero che, in Italia, tutto ciò che potrebbe essere dramma diventa subito commedia, o addirittura buffoneria. Un pessimo segnale. Significa che si può dire tutto quello che si vuole contro il nostro Paese e contro la sua storia migliore (quella risorgimentale, unitaria, Resistenza inclusa) senza che succeda niente, senza che più d’uno si indigni. La faccenda del vice-sindaco della capitale d’Italia, che il 20 settembre va a Porta Pia a commemorare non i soldati italiani caduti perla patria (43 morti), bensì i mercenari papalini (20 morti), sta finendo in una bolla di sapone. Anni addietro l’opposizione avrebbe fatto con durezza il suo mestiere chiedendo le dimissioni del vice-sindaco, mettendo in votazione un ordine del giorno di indignata deplorazione, interrogando il sindaco stesso sulla preparazione della carnevalata anti-patriottica, mettendo manifesti per le strade che sottolineassero la performance doppia (di Cutrufo e del generale Antonino Torre, delegato del sindaco Alemanno alla Memoria, papalina evidentemente), compiendo insomma dei gesti pubblicamente riconoscibili. Mi pare che nulla di tutto questo sia stato fatto. E allora viene da pensare che nel nostro squagliato Paese tutto possa essere detto e anche fatto senza che vi siano conseguenze di sorta. Passano ventiquattr’ore e ogni cosa va in archivio: bugie, falsificazioni storiche, gaffes, insulti. Si è scusato il vice-sindaco Mauro Cutrufo? Il giorno dopo qualcosa ha farfugliato, come il generale implicato con lui a Porta Pia, autore di una ridicola intervista a Repubblica. Ma, per la verità, a livello istituzionale non gli è stato nemmeno chiesto di scusarsi pubblicamente per questa grottesca iniziativa che offende la storia d’Italia. Stavolta il papa non c’entrava per nulla. Ci mancherebbe. Anche perché, per fortuna, ci aveva pensato Paolo VI, pontefice illuminato, a far cessare le messe vaticane per gli Zuavi caduti dopo l’apertura della storica breccia. Venti in tutto, perché le truppe italiane aveva avuto l’ordine di non entrare in Roma «per forza d’armi», come scrisse Nino Bixio, ex garibaldino inquadrato nell’esercito. Quindi col minimo spargimento di sangue e senza far troppi danni con l’artiglieria. Eppure, ogni volta che c’è di mezzo la Chiesa, magari tirata dentro impropriamente da un politico (?) italiano per chissà quale zelo, ogni polemica si smorza e poi si spegne, perché anche a sinistra si ha una gran paura di passare per laici (laicisti poi è un’onta, anticlericali una vergogna senza fine). Di fatto, le proteste sono state poche e deboli.

    Da molti anni in Italia lo spirito laico è una flebile fiammella. Mai lo è stato però al pari di oggi. Poche settimane fa Luigi Manconi ha sottolineato come in Italia sia venuta meno una autorità morale di segno laico e come alla Chiesa, quindi, (anche a questa Chiesa che non brilla certo di grandi luci culturali) sia stata delegata quella tal autorità. Che essa tuttavia esercita spesso col cinismo della politica, favorendo un ceto dirigente individualista, edonista, consumista, che però si appresta a smantellare la scuola pubblica a favore di un riemergere delle scuole private, magari confessionali, che però cerca di ridurre l’area dei diritti delle donne e di limitare le conquiste di libertà degli anni Settanta. Nonostante due referendum abrogativi bocciati. Sembra di vivere, oggi, in un altro Paese rispetto a quello. Un Paese spaesato, alluvionato, sprofondato. Quando toccheremo il fondo? Già, ma dov’è finito il fondo?

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    D’Alema: la sanità pubblica non si tocca



    • da L’Unità del 29 settembre 2008, pag. 2


    di Natalia Lombardo

    «Il diritto alla salute è delle persone, non dei territori», perché «non si possono sancire per legge le disuguaglianze tra Nord e Sud o fra strati sociali, semmai dobbiamo combatterle, come dice l’articolo 3 della Costituzione». E la «responsabilità del servizio sanitario nazionale deve essere pubblica, includendo il privato, ma di qualità»: così Massimo D’Alema la vede sul federalismo o sulla sanità che Berlusconi vorrebbe privatizzare. Lo stesso Roberto Calderoli, ministro Semplificatore e leghista, contraddice il premier quando afferma che «è sbagliato dire che per la sanità in Italia si spende troppo, semmai si spende troppo poco e dobbiamo allinearci agli altri paesi europei». Punta il dito sugli sprechi e su alcune regioni, come la Calabria, che «spendono male». Ma non sa dare risposte ai Governatori che chiedono conto dei 430 miliardi di euro che il governo deve alle regioni per evitare di rimettere i ticket nel 2009: «Non so Berlusconi, Tremonti, lo devono dire, mercoledì andremo tutti dal presidente del Consiglio e vedremo...». Sul lungomare di Viareggio al tramonto, alla chiusura della tre giorni del Festival della Salute, il presidente della Fondazione Italianieuropei, che ha promosso l’iniziativa, gioca in casa e viene accolto da un lunghissimo applauso, ma anche il ministro leghista (in tenuta da gelato fragola-pistacchio) riscuote una certa popolarità. «Abbiamo scoperto che Calderoli è all’opposizione: siamo uniti nella lotta. Andremo uniti in corteo da Berlusconi e Tremonti ...», scherza D’Alema. C’è da dare una risposta ai "titoli" del premier, come dice Emma Bonino, riguardo alla privatizzazione degli ospedali. In mattinata dal Festival ha risposto l’oncologo Umberto Veronesi: E un errore aziendalizzare gli ospedali, perché «l’azienda deve fare profitto, l’ospedale deve fare salute e pensare solo ai cittadini». Il problema, semmai, è «avere un piano nazionale per rendere gli ospedali più tecnologici».

    A trent’anni dall’istituzione del servizio sanitario nazionale, nel 1978, D’Alema ricorda le tre grandi conquiste di quella stagione segnata dal terrorismo. La prima, il servizio sanitario pubblico, appunto, poi «la legge 180 e la 194, che difendo come grandi e civili riforme». Quando ora «si chiama riforma il ritorno al voto in condotta», ironizza D’Alema, che rivendica la qualità della sanità pubblica che in Italia «funziona bene» e la spesa è contenuta. Il problema, semmai, è investire di più su ricerca e innovazione, per «produrre più ricchezza».

    Sotto al tendone del dibattito ci sono anche i Governatori di Regione. Nichi Vendola per la Puglia (molto applaudito), vuole smitizzare il «luoghi comuni» sul Mezzogiorno infernale e sprecone. Quanto agli sprechi, nota la differenza tra i tremila dipendenti della regione Puglia e i 21.140 della Sicilia, o il meccanismo poco trasparente di «reclutamento dei manager negli uffici pubblici» e nelle Asl. Vendola rivendica il diritto alla «salute» come sostegno ai più deboli, perché «non si possono chiudere i piccoli ospedali se non si crea una rete di poliambulatori». E difende un servizio pubblico che dia «lo stesso diritto alla salute ai bambini del Nord e del Sud». Emma Bonino, da radicale liberista, pensa invece che «non si debba mantenere lo status quo», e che sia giusto chiudere i piccoli ospedali, «senza demonizzare il privato», quando «il welfare è assicurato dalle donne, per destino...». Però vorrebbe «un paese non antiscientifico», con leggi che spingono «tante coppie ad andare all’estero per la fecondazione assistita».

    Sul federalismo i governatori vogliono vederci chiaro: Vasco Errani, presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, avverte: mancano 7 miliardi per i 2010 e il 2011, «è grave anche per le regioni virtuose». E sul federalismo «si dice che i diritti saranno gli stessi tra Nord e Sud, ma io voglio vedere cammello». Calderoli scherza per dire che lui il dialogo con il Pd lo mantiene. «Vedo più Errani che mia moglie...», Berlusconi la pensi come vuole. L’assessore alla Sanità della Toscana, Emilio Rossi, difende il servizio pubblico ma fa notare la «catastrofe» che è per le famiglie occuparsi di persone non autosufficienti. Per la Lombardia non c’era Formigoni ma Lucchina, direttore generale sanitario: «Non è vero che è privatizzata, la sanità in Lombardia è pubblica al 70% è pubblico».

    Il federalismo fiscale, per D’Alema è «il completamento del Titolo V che ha fatto il centrosinistra». Quanto al progetto del governo Berlusconi, «non c’è», è solo una bandiera concessa ai leghisti. La tre giorni del Festival è stata un successo e sarà ripetuto l’anno prossimo: un "evento popolare" messo in piedi «dalla stessa società che, dal dopoguerra, organizzava le Feste dell’Unità», butta là D’Alema, chiarendo che la sua Fondazione «non è una corrente» del Pd. «Lo dicono i giornali ...».

  6. #6
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    Messico e nuvole di coca La guerra civile della droga



    • da Corriere della Sera del 29 settembre 2008, pag. 10


    di Guido Olimpio

    Zamora, stato di Michoacan. Un commando composto da sole donne spara su un gruppo di persone e poi fugge. La Marquesa, Stato di Mexico. La polizia rinviene dodici cadaveri. Li hanno uccisi per vendetta. Avevano realizzato un tunnel per trasportare droga dal Messico agli Stati Uniti, una galleria con ascensore, minirotaia, luci. Poi qualcuno ha informato i federali e per loro è stata la fine. Villahermosa, Stato di Tabasco.
    Killer mascherati tappano la bocca per sempre ad Alejandro Fonseca, conduttore di un programma radiofonico che denunciava i sequestri di persona. Ayuta del Libres, Stato di Guerrero. L'ex sindaco Homero Rios è centrato da 22 proiettili mentre fa jogging insieme alla figlia. Tijuana, Stato della Baja California. Samuel Martinez, funzionario della polizia, viene assassinato poche ore dopo essere stato costretto a lasciare la sua carica. L'elenco potrebbe andare avanti per giorni in una lunga litania di morte e sangue che sta spingendo il Messico verso il baratro. Ci sono giorni in cui il Paese centro-americano supera, nella conta dei morti ammazzati, l'Iraq e l'Afghanistan. A Bagdad le decapitazioni sono ormai rare, in Messico sono quasi quotidiane, simbolo della guerra che si sta combattendo. Uno scontro totale: narcos contro narcos, banditi contro la legge, esercito contro polizia infedele. Con i trafficanti insolenti, truci, impuniti. Spadroneggiano a tal punto che si permettono di scrivere ai giornali, di mettere manifesti per reclutare poliziotti offrendo «buona paga, aiuto alla famiglia e benefit», di firmare le stragi con volantini a volte minacciosi - «è quella che spetta ai nemici» e irridenti «ha, ha, ha» lasciati sui cadaveri. Tanti cadaveri. Le cifre dicono molto. Tremila le vittime nel solo 2008. 25 miliardi di dollari il «giro» del traffico che importa la coca dalla Colombia per poi trasferirla sul mercato americano ed europeo. Cinquecentomila gli affiliati alle gang, dominate da sette grandi clan che smistano polvere emarijuana. Trentamila i militari schierati dal presidente Calderon per contenere la minaccia.
    E' un conflitto «di terra, di mare e dell'aria». Gli stupefacenti viaggiano in auto affidati a corrieri o attraverso le gallerie, a bordo di motoscafi - i go-fast - e di semisommergibili costruiti nella giungla, su piccoli jet acquistati da decine da prestanome. Ad accendere il tutti-contro-tutti è stata la perdita di potere del Cartello di Sinaloa, conosciuto anche come la «Federazione» e guidato da Joaquin «Corto» Guzman. Indebolito, diviso, attaccato dall'esercito e dai rivali, è stato trascinato in una faida che non vede fine. Ogni cambio di campo apre un nuovo fronte, con eliminazioni all'interno delle stesse famiglie. Contro Sinaloa si sono mossi il Cartello del Golfo agli ordini del clan Cardenas e quello di Ciudad Juarez, capeggiato dai Carillo Fuentes. Con Guzman si sono allineati a sorpresa due ex nemici, Ismael Zambada e Jorge Sanchez, transfughi dallo schieramento avversario. Sono invece la punta di lancia del Golfo i «Los Zetas», ex membri delle unità speciali. Secondo la polizia ormai i killer hanno assunto un ruolo direttivo nella caccia a Guzman. Ed hanno diversificato le attività.
    Oltre a trattare droga, impongono il pizzo e compiono sequestri. Ad est, nella Bassa California, agiscono gli uomini del Cartello di Tijuana, comandato dagli Arellano Felix. Oggi il clan sarebbe guidato da Enedina, molto brava nel gestire i guadagni illeciti investiti in hotel, farmacie, cliniche. Dicono che si nasconda nella regione di San Diego. Il caso di Enedina è la consacrazione del ruolo delle donne del crimine. Una «rivoluzione rosa» che ha portato molte mogli e sorelle alla testa delle bande. Anche gli Arellano sono in lotta con Sinaloa per il controllo del «corridoio della polvere» che porta verso gli Stati Uniti. Un confronto che ha trasformato Tijuana in una città tra le più pericolose al mondo e spinto decine di famiglie ad emigrare oltreconfine. Un esilio che non li mette al riparo dalle incursioni dei narcos: l'Fbi segnala, infatti, che le organizzazioni criminose operano anche sul territorio americano. Nel Sud della California si sono verificati numerosi sequestri di persone attribuiti a elementi messicani. Attività illecite accompagnate da un massiccio acquisto di armi destinate ai loro «fratelli», che spesso superano come potenza di fuoco i militari.
    Meno influenti ma anche loro con il pugnale tra i denti, i fratelli Valencia del Cartello del Milenio (Michoacan) e l'organizzazione degli Amezcua Contreras, i re delle anfetamine. A Oaxaca provano a difendere il loro mercato i desperados di Pedro Diaz Parada. A Nord Ovest c'è il regno di Ignacio «Don Nacho» Coroner, personaggio vicino a quelli di Sinaloa, preferisce trattare anfetamine, prodotto molto richiesto negli Usa. Sono più ambiziosi e per certi versi sorprendenti i seguaci della «Familia michoacana ». Si presentano come giustizieri, redigono liste nere di trafficanti, usano vetture «clonate» della polizia, indossano persino delle divise confezionate apposta per loro. In realtà sono dei narcos che vogliono una fetta del racket. Una volta erano alleati dei «Los Zetas», poi una parte si è staccata mettendosi in proprio. Tra i loro nemici il clan Valencia e quelli del Golfo. Secondo le autorità la «Familia» è diretta da José Jesus Vargas alias «El Chango» e Nazario Moreno «El Loco», conta quasi 4 mila adepti, che ricevono uno stipendio mensile tra i 500 e i 2 mila dollari.
    La formazione è venuta alla ribalta il 15 settembre dopo un attentato tra la folla che festeggiava la festa dell'Indipendenza a Morelia (9 morti). Gli inquirenti hanno lanciato sospetti sulla «Familia » che ha reagito con sdegno annunciando alla stampa «una indagine parallela» e indicando come colpevoli gli ex alleati «Los Zetas». Comportamento singolare da chi è abituato a tagliare la testa al prossimo ma che conferma il piano dei narcos per sostituirsi alle autorità. I gangster non amano i giornalisti - spazzati via se osano ficcare il naso da qualche parte - ma non disdegnano la comunicazione. Persone di fiducia usano YouTube per propagandare le «imprese» degli assassini in tuta nera, per sfoggiare i loro arsenali e per sbeffeggiare i rivali. Ricorrono a poster e striscioni per «commentare» un evento o lanciare messaggi. Coinvolgono i cantanti di narcocorridos, una musica assai popolare nella regioni settentrionali, per celebrare i padrini. Gli artisti - alcuni delle vere star - sono considerati a questo punto dei «soldati», dunque dei possibili obiettivi. Almeno 17 sono diventati carne asada, colorita espressione per indicare il loro omicidio.
    Il presidente Calderon ha cercato di rispondere alla sfacciata sfida schierando l'esercito al posto di una polizia corrotta e a corto di mezzi, provando a sostituire gli ufficiali infedeli, cercando di ottenere la collaborazione internazionale. Una strada piena di ostacoli. Il vicino americano ha prima promesso un pacchetto di 1,5 miliardi di dollari, poi ridotti di un terzo dal Congresso. Il repulisti interno si è scontrato con complicità e omertà. Non pochi funzionari sono stati assassinati per colpa del tradimento dei loro colleghi. Ed è accaduto che alcuni dirigenti abbiano preferito lasciare la carriera (o fuggire) piuttosto che rimanere in commissariati diventati dei piccoli Fort Apache. Vita difficile anche per chi ha mostrato di avere fegato. Il generale Sergio Aponte Polito si è conquistato la fama di duro non dando tregua al clan Arellano Felix in Baja California con centinaia di arresti e la confisca di tonnellate di droga. Deciso a spezzare le scandalose collusioni tra autorità e malaffare, l'alto ufficiale ha denunciato pubblicamente il capo della unità antisequestri ed un magistrato.

    Polito ha alimentato l'immagine di generale risoluto viaggiando sempre in un corteo composto da veicoli armati di mitragliatrici, mantenendo il segreto sulle sue attività, dormendo all'interno di una caserma-bunker. Ma forse ha esagerato con i suoi atteggiamenti un po' guasconi. E una sera il generale sarebbe rimasto coinvolto in una baruffa in locale di Mexicali. Un incidente seguito dal suo trasferimento, presentato dal governo come un normale rotazione di posti. La storia di Polito è solo un affresco messicano in uno scenario che si estende ad altre latitudini. Sarebbe un errore pensare che l'emergenza sia una questione puramente locale. La globalizzazione del crimine ha ampliato i suoi confini. Una recente indagine dei carabinieri del Ros ha dimostrato i rapporti di affari tra narcos messicani e 'ndrangheta calabrese attraverso una complessa triangolazione via New York. Solo un tentacolo di una piovra che può soffocare chiunque.

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    Austria, il voto condanna i popolari all’alleanza con l’estrema destra



    • da Il Riformista del 29 settembre 2008, pag. 2


    di Paolo Petrillo

    Urne chiuse in Austria, dove ieri oltre sei milioni di persone - fra cui, per la prima volta, circa duecentomila minorenni - sono state chiamate al voto per il rinnovo del Parlamento e della formazione di governo. Per conoscere il risultato definitivo bisognerà attendere il 6 ottobre, quando terminerà lo scrutinio delle oltre 500 mila schede inviate per posta. Ma a giudicare dai dati disponibili ieri sera, si direbbe che tutto è andato secondo le previsioni e le aspettative. Nonostante una pesante flessione di sette punti percentuali i socialdemocratici di Werner Feymann (Spoe) tengono il campo e con il 28,60 per cento dei voti si confermano primo partito del Paese. Peggio è andata ai popolari, l’Oevp di Wilhelm Molterer, che dal 34,33 per cento del 2006 sono scesi al 2.5,10 delle preferenze. Reduci da 18 mesi di governo di Grande Coalizione all’insegna del non fare, o del fare poco, i due grandi partiti popolari sono stati puniti da un elettorato che i sondaggi descrivevano da tempo come «deluso dalla politica» e «indeciso» sulla scelta. Indeciso fino all’ultimo visto che su sei milioni di elettori ben due, fino all’altro ieri, non avevano ancora chiaro da chi farsi rappresentare.

    Di conseguenza i previsti vincitori della giornata sono stati i due partiti d’estrema destra: quell’Fpoe che fino all’aprile del 2005 fu di Jorg Haider e che ora è guidato dal 39enne Heinz Christian Strache, cui è andato il 17,9 dei consensi. E la nuova formazione Bzoe, Alleanza per il futuro dell’Austria, nata dalla rottura con l’Fpoe e guidata dalla scissionista Haider. Alleanza ha raccolto l’l1,90 per cento dei voti, quasi triplicando il risultato (4,11) ottenuto nel 20006. Le due sigle hanno giurato di non voler collaborare ma bastano due conti per vedere che la somma dei loro risultati supera quel 30 per cento che né l’Spoe né Oevp sono riusciti a mantenere. Una situazione che Michael Haupl, sindaco socialdemocratico di Vienna, ha sintetizzato così: «Se prosegue questa tendenza, il prossimo cancelliere o quello successivo si chiamerà Strache». Ambizione che il giovane leader della Bzoe già coltiva: «Ricordatevi del modello 1999 - è stata una delle sue prime battute ai giornalisti - quando il terzo in campo divenne Cancelliere». Il riferimento è a Wolfgang Schússel, ex leader del Oevp, che dopo il voto del 1999 formò con l’Fpoe di Haider quel partito di coalizione che scatenò su Vienna non pochi fulmini europei. La poltrona di primo ministro la rivendica naturalmente anche Feymann, ufficiale vincitore del confronto, subentrato da poco alla guida del partito al posto del cancelliere uscente Alfred Gusembauer. Il problema di Feymann però, dati i numeri, sarà riuscire a formare governo. Riproporre la Grande Coalizione potrebbe essere una soluzione facile, ma anche rischiosa visto il chiaro insuccesso dell’ultimo tentativo. «E una coalizione tra perdenti è certo l’ultima cosa che si desidera», ha chiosato Hermann Schutzenhbfer, leader dell’Oevp della Stiria. I Verdi di Alexander van der Bellen hanno perso solo lo 0,5 dei voti e sono disponibili a formare una coalizione sia con l’Spoe che con l’Oevp, ma il loro 11 per cento non è sufficiente né per gli uni né per gli altri.

    Gli scenari per la formazione del governo austriaco rimangono dunque molto aperti e potrebbero occorrere settimane prima che le trattative fra partiti arrivino a qualcosa. Alcuni commentatori austriaci, basandosi più sugli umori del paese che sulle reali disponibilità delle forze politiche, indicano un patto a tre fra Oevp, Fpoe e Bzoe come una delle soluzioni plausibili. Del resto ha ragione Strache: un precedente c’è stato.

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    Assassinata Malalai la poliziotta coraggio che sfidava i Taliban



    • da La Repubblica del 29 settembre 2008, pag. 27


    di Guido Rampoldi

    Alle tv internazionali che l’avevano intervistata aveva consegnato dichiarazioni sobrie, rifiutando il canone eroico cui la candidava già il suo nome:Malalai, come la leggendaria afgana che alla fine dell’Ottocento guidò alla riscossa i suoi compatrioti in una battaglia contro le truppe di un altro invasore, in quel caso l’impero britannico. Ieri mattina, quando si è trovata di fronte ai Taliban che l’attendevano davanti alla porta di casa, non dev’essersi sorpresa. Il capitano Malalai Kakar sapeva perfettamente di essere un bersaglio trai più pregiati. Non soltanto era una donna che disobbediva al divieto di lavorare, ma aveva un incarico di potere, per giunta un potere che includeva il possesso e l’uso di armi, prerogative che il fondamentalismo afgano, per tradizione guerriero, considera esclusivamente maschile.

    E soprattutto, dirigeva il dipartimento Crimini contro le donne nella capitale storica dei Taliban, Kandahar, una città dove dozzine di donne furono lapidate o fucilate al tempo dell’emirato, talvolta soltanto perché avevano osato ribellarsi alla dittatura dei mullah. E per tutto questo, il solo fatto che il capitano Kakar restasse in vita rappresentava, agli occhi dei Taliban, una sfida alloro contropotere, una bestemmia intollerabile, un oltraggio all’intero sistema di valori cui quei miliziani sono stati allevati e da cui pretendono di ricavare la loro legittimazione. L’unica cosa che resta da capire è perché il capitano Malalai sia rimasta al suo posto, ad attendere la pallottola che le era stata promessa in vario modo, con infinite minacce e vari attentati alla sua vita, sventati o falliti per poco. Forse coraggio, dignità, senso dell’onore; o fedeltà alla memoria della poliziotta che aveva sostituto due anni fa, quando anche quella era stata assassinata dai Taliban. e oltre a tutto questo, la consapevolezza che migliaia di afgane avrebbero interpretato le sue dimissioni come una fuga - come l’annuncio di una sconfitta ormai definitiva, irrevocabile, cui sarebbe stato vano opporsi.

    L’hanno ammazzata alla sette di mattina, in una stradina di Kandahar. I sicari che le hanno sparato sulla porta di casa hanno ridotto in fin di vita anche uno dei suoi sei figli, un ragazzino, tuttora in coma. Più tardi il portavoce dei Taliban, Yousuf Ahmadi, come accade in questi casi si é premurato di telefonare alle agenzie di stampa per incidere ufficialmente un’altra tacca sulla pistola. «Abbiamo ucciso Malalai Kakar. Era un nostro bersaglio e con successo abbiamo eliminato il bersaglio». Laconico e glaciale come un bollettino militare. Era un bersaglio, l’abbiamo fatto fuori. Che ciascuno prenda nota: così finiscono i nostri nemici.

    Non ci saranno monumenti a ricordarne il nome, che sbiadirà presto e sparirà nell’oblio, come la memoria delle maestre fucilate, pugnalate, sgozzate in Afghanistan perché osavano insegnare, e per giunta insegnare a bambine; e delle centinaia di afgane uccise finora dal fondamentalismo afgano perché rifiutavano i codici dell’invisibilità e della sottomissione. Nel porgere le condoglianze alla famiglia e al governo di Hamid Karzai, ieri il rappresentante speciale dell’Unione europea in Afghanistan, Ettore Sequi, ha giudicato «particolarmente ripugnante l’uccisione di una donna che era di esempio a tutte le afgane». Altre parole di cordoglio sono venute da Agenzie delle Nazioni Unite presenti in Afghanistan. Ma questo non modificherà la percezione di quella parte rilevante d’Europa cui questa strage di afgane, questo femminicidio, pare l’esito ovvio di una "cultura" che l’Occidente sbaglierebbe a contrastare.

    Propria la vita ardimentosa e spesso sfortunata di donne come il capitano Malalai Kakar dimostra che la "cultura afgana" è più complicata di come la pretende quell’essenzialismo che in Europa unisce molta destra e molta sinistra. Se una donna accetta di sacrificare la propria vita per la speranza di una società diversa, sarebbe onesto quantomeno coltivare il sospetto che almeno una parte della popolazione femminile afgana non ha alcuna voglia di seppellirsi sotto un burqa, di scomparire dalla vita pubblica e di accettare una condizione non dissimile a quella delle capre, perché così prescriverebbe, giurano i Taliban, il Corano.

    Anche se spesso preferiamo ignorarlo, c’è un Afghanistan che non vuole saperne del fondamentalismo. Il capitano Malalai Kakar vi apparteneva.

    Più esattamente, apparteneva alla generazione divenuta adulta negli anni Ottanta, al tempo dell’occupazione sovietica. Per quanto la presenza dell’Armata rossa in Afghanistan si ispirasse ad una brutalità di tradizione coloniale, tuttavia quel periodo permise a migliaia di scolare afgane la consapevolezza che la donna non è una creatura inferiore. In genere i mujahiddin consideravano "comunista" questa concezione, e i loro sponsor, in testa l’amministrazione Reagan e gli occidentali a seguire, non tentarono mai di convincerli ad accettare qualcosa d i simile alla parità tra i sessi.

    Figlia di un poliziotto, Malalai Kakar entrò nella polizia afgana ancora un’adolescente, sul finire degli anni Ottanta. Caduto il regime filo-sovietico (1991), si trovò disoccupata, e con l’avvento dei Taliban, molto più rigidi dei mujahiddin, emigrò in Pakistan. Dissoltosi l’emirato, fu la prima donna ad arruolarsi nella polizia di Kandahar. «Combatto per la pace, combatto il terrorismo», aveva detto in febbraio a un giornalista di Al jazeera International. Il reportage la mostrava perquisire case e interrogare arrestati: uomini. A Kandahar si raccontava che avesse ucciso tre Taliban, quando quelli avevano tentato di ucciderla. E anche questo entrerà nella sua leggenda, se mai qualcuno avrà cura di tramandarla.

  9. #9
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    Con Reagan lo Stato era il problema adesso potrebbe essere la soluzione



    • da Corriere della Sera del 29 settembre 2008, pag. 9


    di Bernard Henry-Lévy

    Evidentemente, sulla bocca degli americani, e nei loro pensieri, c’è solo l’incredibile tsunami che rischiava di travolgere il loro sistema bancario e, quindi, il pianeta Finanza. In fondo, sono tre le domande, semplici, che ricorrono sempre, in tutte le conversazioni e sulla stampa.

    Innanzitutto, perché questo disastro? Perché questa serie di bolle (ipotecaria, finanziaria, creditizia, fiduciaria) che, scoppiando una dopo l’altra, stavano per far precipitare la prima economia mondiale in una situazione simile a quella dell’Argentina di sette anni fa? Repubblicani o democratici, tutti sono ormai d’accordo nel dire che all’origine della crisi c’è un sistema edificato sul profitto a breve termine, la cartolarizzazione rapida o l’invenzione di strumenti finanziari senza creazione di valore correlativo. E’ la fine di un’epoca in cui si «copriva» tutto e qualsiasi cosa. E l’agonia di un modello di crescita basato su un indebitamento smisurato e una speculazione sfrenata. Quanto ai dirigenti che imbarcavano le proprie imprese in avventure indicizzate sulla propria hubris e sulle remunerazioni esorbitanti che si erano concesse; quanto agli imprenditori che, come il penultimo presidente della Merrill Lynch, osavano intascare 16o milioni di dollari come premio della loro non meno esorbitante incompetenza, essi sono diventati oggetto, in pochi giorni, di biasimo generale.

    Quindi, quale rimedio al disastro? E se lo Stato federale, contrariamente al principio formulato, fra gli altri, dal defunto presidente Reagan, stesse per [refuso tipografico] ne», non il «problema»? Le opinioni hanno sfumature diverse, naturalmente. E già alcuni editorialisti, come David Brooks sul New York Times del 19 settembre, ironizzano sul «regolazionismo» che ognuno finge di scoprire, mentre invece era già la norma sui mercati a termine o negli hedge found, i fondi speculativi. Per l’essenziale, è comunque questo che si dice. E da sinistra a destra, dai progressisti della rivista Nation ai devoti della deregolamentazione come Wall Street Journal, non si trova nessuno che parli male dell’appropriazione di fatto, da parte dello Stato, di intere fasce del settore finanziario. Né, ancor meno, che parli male del- 1 , intervento massiccio in un mercato che si supponeva, in linea di principio, si regolasse benissimo da solo. E neanche del divieto, certo provvisorio, ma la cui idea ancora ieri era inconcepibile, delle «vendite allo scoperto» dei grandi beni finanziari. Non è una riforma, è una rivoluzione. Meglio di una rivoluzione, è un cambiamento di paradigma. Anche qui, è una nuova epoca che si annuncia. Chi, fra Obama o Palin - scusate, fra Obama o McCain - ha i migliori attributi per accompagnare tale cambiamento di rotta e incidere sul marmo di una politica quello che, per il momento, viene inventato di giorno in giorno, secondo le circostanze, senza coerenza? Probabilmente Obama. Infatti, i repubblicani possono pure aderire al nuovo corso delle cose e, come lo stesso McCain, ammettere che la nazionalizzazione dei giganti della riassicurazione fosse inevitabile, ma tutti sentono che lo fanno controvoglia, con reticenza e senza disporre, tutt’altro, degli strumenti concettuali che consentirebbero loro di pensare davvero, fino in fondo, il mutamento. Mentre i democratici...

    Il curriculum dei democratici dell’era clintoniana e post-clintoniana forse non è, al riguardo, tanto brillante. L’idea di uno Stato rafforzato, che assuma in modo più deciso le proprie responsabilità di Stato e abbia dunque, su questo piano, il pieno ruolo di protagonista politico è comunque a loro più familiare. È questione di cultura e di patrimonio ideologico: il fallimento della Lehman Brothers conterà più del discorso di Filadelfia per l’elezione di Barack Obama.

    L’osservatore straniero ha due considerazioni da aggiungere. La prima riguarda la plasticità di un sistema capace di operare, così velocemente, questo grande capovolgimento. Quanto tempo ci sarebbe voluto, in Europa, per salvare un colosso come la Aig (American International Group)? Quanti comitati interministeriali sarebbero stati necessari? Quante commissioni di Bruxelles e nazionali? Quanti viavai fra autorità finanziarie locali e comunitarie? L’America ha compiuto in una notte quello che noi avremmo impiegato settimane a fare, o forse a non fare per niente. Una volta di più ha dato prova, che piaccia o no alle oscure predizioni degli antiamericani pavlovizzati, della sua intatta vitalità.

    La seconda riguarda la bizzarria dello stesso sistema che, più o meno volentieri, si decide a un simile cambiamento di rotta e tuttavia è riluttante a fare lo stesso sforzo allorché si tratta di aiutare i poveri. È veramente più difficile costruire una previdenza sociale degna di questo nome che creare un fondo che liberi le grandi banche del peso rappresentato dai junk bonds, i titoli spazzatura? E come mai le centinaia di miliardi di dollari che si è capaci di mobilitare, in tempi da record, per salvare compagnie finanziarie in fallimento, è tanto difficile trovarli per salvare dalla miseria o dalla morte i senzatetto di Los Angeles o di Detroit? A questa domanda, il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque egli sia, non potrà più sottrarsi.
    NOTE


    traduzione di Daniela Maggioni

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    Se il 25 ottobre diventa il 25 aprile



    • da Il Riformista del 29 settembre 2008, pag. 1


    di Antonio Polito

    Walter Veltroni ha l’attenuante della provocazione Chi pensava che potesse durare a lungo il buonismo del dopo-elezioni, si sbagliava di grosso. Veltroni ci ha provato, ai limiti del collaborazionismo: gli incontri segreti all’alba con Letta, i ministri ombra che prendevano il tè con quelli veri, le commissioni Attali de noantri. Ma la politica, come la natura, non sopporta il vuoto. Quel Veltroni lì non poteva durare senza la benevolenza di Berlusconi. Se il vincitore gli avesse offerto un patto sulla costituzione materiale del paese - visibilità in par lamento, cogestione in Rai, consultazione sulle grandi scelte - forse Veltroni avrebbe potuto reggere. Ma Berlusconi è troppo politico per non sentire il richiamo irresistibile del sangue, e ha infierito. La vicenda Alitalia, per Veltroni, è stato il colpo di grazia, subìto come un’offesa anche personale: ma come, io ti aiuto a salvare la baracca e tu non me ne riconosci neanche un po’ di di merito? Anche i politici sono esseri umani, hanno istinti di autodifesa. Morire per morire - deve aver pensato Veltroni -preferisco morire in piedi. La sua svolta, dunque, ha l’attenuante della provocazione. Bisogna però vedere se, per salvare se stesso, salverà anche l’opposizione. Sulla linea esposta ieri da Veltroni al Corriere, in cui si paragona Berlusconi a Putin, la manifestazione del 25 ottobre contro il governo si trasforma in un 25 aprile. E forse è stata fatta proprio per riempire quella piazza. Prova ne sia l’intervista che oggi Di Pietro consegna al nostro giornale, in cui afferma che a questo punto niente più distingue l’opposizione del Pd dalla sua, e in piazza si può andare insieme. Regista della mobilitazione sarà Achille Passoni, l’uomo che portò tre milioni di italiani da Cofferati. E l’unità di azione sempre più forte tra Pd e Cgil, cementata in questi giorni dall’offensiva congiunta contro la Gelmini, fa parlare di un ritorno al «correntone», ai tempi in cui Veltroni e Cofferati militavano insieme contro i riformisti dei Ds. Se così fosse, il salto all’indietro sarebbe clamoroso, e si negherebbero molte delle ragioni su cui è nato il Pd - come partito dell’alternanza, non alternativa di sistema. Per ricominciare dal 2001, bastavano i Ds e Rifondazione.

    Oggi Berlusconi compie 72 anni, l’età di McCain. L’attacco personale che ieri Veltroni gli ha rivolto non era certamente un augurio di lunga vita. E però, se lo conosciamo bene, dubitiamo che il premier si sia davvero offeso del paragone con Putin, leader che più volte lui stesso ha elogiato come modello. A 72 anni non si può cominciare una carriera da dittatore. E infatti Berlusconi non lo è. Non è nemmeno un leader arti-democratico: nessuno che abbia perso due volte le elezioni per poi rivincerle può essere definito tale. Berlusconi, piuttosto, è un moderno leader post-democratico. Non solo in Italia, questa subdola trasformazione dell’antica democrazia rappresentativa in autoritarismo politico è lo spirito del tempo. L’opposizione di destra a Blair non usava argomenti molto diversi da quelli che oggi Veltroni usa contro Berlusconi. Né quella di sinistra contro Sarkozy. I parlamenti scompaiono anche senza chiuderli. Dall’inizio della legislatura le Camere in Italia hanno approvato solo decreti e disegni di legge varati dal governo. Oggi i governanti regnano, più che governare; almeno finché l’opinione pubblica è dalla loro parte. E l’opinione pubblica è dalla loro parte finché essi mostrano di regnare: «Gli elettori - citava ieri Barbara Spinelli - preferiscono chi appare forte pur sbagliando a chi appare debole pur avendo ragione». La polemica di Veltroni dunque, è politologica più che politica. Fa il contropelo a un elettorato che chiede più decisione, non più galateo parlamentare. Se si vede il regime dietro ogni angolo, si può arrivare a qualsiasi paradossoerfino a dire, che ha detto Veltroni al Corriere, che il licenziamento di 25 giornalisti de «La7» è un attacco alla libertà di informazione.

    Veltroni avverte un rischio reale: che l’Italia stia tornando a quel «bipartitismo imperfetto» che Giorgio Galli individuò come il tratto anomalo della Prima Repubblica: due schieramenti avversi, ma solo uno abilitato a governare. Stavolta però non può lamentarsi della conventio ad ecxludendum, come faceva il Pci. Deve fare incursioni nel campo del governo, piuttosto che ritirarsi sull’Aventino. Non gli sarà sfuggito che l’unico momento di nervosismo Berlusconi l’abbia mostrato quando ha visto l’avversario giocare la partita Alitalia, mettendo sullo stesso divano Epifani e Colaninno. La forza dell’opposizione non si valuta da come fischia i falli al governo, ma da come costruisce azioni di gioco. Se ieri Veltroni avesse messo Epifani e la Marcegaglia su quel divano di casa a discutere dell’accordo sui contratti, avrebbe fatto più male a Berlusconi che con la sua intervista al Corriere.

 

 
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