IL LAVORO VISTO DAL PDA NEL CONTESTO EUROPEO
L’Italia necessita di una società attiva, che elabori le linee guida per il proprio futuro, caratterizzate da politiche che concilino lo sviluppo economico e sociale e che mirino a ribaltare la situazione di precarietà

Damiano Angelotti - Coordinatore Nazionale
Sante Pisani - Segretario Politico

Il PDA nasce Europeista.
La nostra passione per l’Europa è sempre stata forte e decisa anche per questo siamo più consapevoli della crisi che sta attraversando il processo di unificazione: preoccupati ma non remissivi, delusi ma combattivi. Anche se non era difficile immaginare che questa costituzione non avrebbe scaldato il cuore degli europei.
E’ una costituzione troppo debole, troppo fragile; una costituzione che non ha avuto neanche il coraggio di dire chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare.
E’ necessario rafforzare ancora di più i nostri rapporti internazionali: per essere capaci di svolgere un ruolo più incisivo rispetto alle istituzioni dell’UE, le cui decisioni hanno un influsso diretto sul terreno sociale, del lavoro e dell’impresa.
Il fatto che l’Unione Europea si proponga di realizzare una “società attiva” che impieghi da qui all’anno 2015 almeno il 60% della forza-lavoro femminile e il 70% di quella totale onde poter competere su scala mondiale con le economie più avanzate, nulla toglie alle contraddizioni culturali tuttora persistenti in materia di lavoro.
Il progetto di un mercato più efficiente, competitivo e flessibile è compatibile e sostenibile rispetto ad una prospettiva umanistica dei diritti della persona umana, fra cui il diritto al lavoro. Questo interrogativo scuote oggi le fondamenta dei mercati e delle concezioni economiche che hanno dominato negli ultimi secoli.
Parlare del lavoro è andare al cuore della società moderna, al suo stesso impulso più profondo, alle sue contraddizioni culturali e religiose più intime. Parlare del lavoro è rifare la storia della cultura occidentale, della sua matrice del suo sviluppo.

Sono tempi difficili per l’Europa, soprattutto per la “Vecchia Europa”. Bassa crescita economica e scarsa competitività. Bassa dotazione di capitale umano e basso tasso di occupazione.
E come se tutto ciò non bastasse, la concorrenza dei Paesi asiatici, di quelli anglosassoni e anche di quelli neo-comunitari, incalza.
Tutti Paesi, questi, più dinamici, più competitivi, più attivi. Ed è proprio su questo concetto, quello di società attiva, che la vecchia Europa si deve basare per il proprio rilancio. Una “società attiva” è una società responsabile: una società padrona di se stessa che governa il futuro e delinea nuove sicurezze. Prima tra tutte il lavoro. Un lavoro di qualità inteso come elemento di sviluppo e anche di coesione sociale. E’ la strategia europea per l’occupazione, elaborata dal Consiglio di Lisbona, ad affermare con forza tale
concetto. L’obiettivo principale della strategia per l’occupazione è, infatti, quello di costituire una economia più competitiva e dinamica, basta sulla conoscenza, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile, con nuovi e migliori posti di lavoro e maggiore coesione sociale. Così come altri Paesi della vecchia Europa, anche l’Italia si trova in una situazione di svantaggio competitivo, dovuto in particolare a una scarsa valorizzazione del capitale umano, attribuibile all’invecchiamento della popolazione, al basso tasso di occupazione, alla bassa scolarizzazione e allo scarso apprendimento continuo. In questa situazione, dunque, anche l’Italia necessita di una società attiva, che elabori le linee guida per il proprio futuro, caratterizzate da politiche che concilino lo sviluppo economico e sociale e che mirino a ribaltare la situazione di precarietà. In special modo si dovrà realizzare una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, ma soprattutto un forte investimento in capitale umano, che significa più elevati livelli di istruzione e migliore qualità della stessa, ma anche una formazione e un apprendimento continuo lungo l’arco della vita. Questo aspetto è fortemente legato alla possibilità di un migliore sviluppo economico e sociale, in quanto è risaputo che un più elevato grado di istruzione e formazione implicano una migliore occupazione e una retribuzione più elevata.
Se il lavoro è considerato uno strumento importante di sviluppo economico, ma anche di inclusione sociale, è sicuramente prioritario l’ingresso, la permanenza o un veloce ritorno degli individui nel mercato del lavoro. Se da un lato la domanda di lavoro è fortemente legata alla situazione economica e in particolare ai livelli produttivi, a loro volta dipendenti dalla domanda e dagli investimenti nel mercato, dall’altro la tendenziale scarsa trasparenza del mercato del lavoro e il necessario supporto nell’inserimento al lavoro per alcuni soggetti necessitano di politiche attive per l’occupazione, cioè di misure e di programmi che favoriscano l’inserimento dei lavoratori nel mercato del lavoro; che adeguino, attraverso la formazione e la riqualificazione, le loro caratteristiche alle esigenze del mercato; che consentano un buon incontro fra domanda e offerta di lavoro per garantire maggiore efficienza dello stesso mercato del lavoro. Ma perché una società si possa realmente definire attiva, è necessaria una radicale inversione di rotta anche in materia di politiche di occupazione. Se in passato, infatti, in un’ottica di welfare degradante nell’assistenzialismo, hanno sempre prevalso le politiche passive per l’occupazione (cioè il sostegno passivo al reddito, in molti Paesi anche molto generalizzato), recentemente, invece, sulla spinta della stessa “strategia europea per l’occupazione”, che ha posto al centro dell’attenzione la persona del lavoratore, l’obiettivo si è spostato alle politiche attive e in un certo senso anche alla “attivazione” delle politiche passive, attraverso la costituzione di legame delle une alle altre. Questo ha significato che nella maggior parte dei Paesi europei, ma non ancora in Italia, viene richiesto ai lavoratori in cerca di occupazione e beneficiari di prestazioni sociali di sostegno al reddito, di essere per l’appunto “attivi” nella ricerca di una occupazione, comprendente anche l’obbligo a partecipare a progetti di reinserimento al lavoro, che se disattesi possono ripercuotersi in una decurtazione delle prestazioni sociali. Con questo non si vuole certo dire che gli Stati debbano abbandonare i cittadini in difficoltà che necessitano di aiuto per il loro sostentamento - in particolare se non in grado di lavorare - ma, al contrario, si vuole affermare che essi devono mirare alla loro responsabilizzazione e attivazione, in perfetta sintonia con l’idea di società attiva.
Da oltre venti anni nei paesi sviluppati, e più significativamente in Europa, si discute e si interviene per riformare le prestazioni sociali. I sistemi di previdenza, di formazione, di assicurazione, di sostegni al reddito verso le famiglie e verso le persone, pur essendo differenziati a livello nazionale, presentano delle criticità comuni, più volte analizzate da numerosi esperti e ormai consolidate anche nel dibattito politico. Le criticità principali sono legate all’invecchiamento della popolazione ma che producono uno spiazzamento ed una crescita esponenziale particolarmente della spesa pensionistica e sanitaria. Fabbisogni di formazione e di aggiornamento dovuti alla rigidità dei mutamenti economico produttivi, ma anche di quelli sociali, a cui corrispondono sistemi scolastici rigidi e costosi.
Crescenti esigenze di mobilità e di flessibilità del lavoro che mal si conciliano con sostegno al reddito che, qualora eccessivamente duraturi e onerosi, finiscono per disincentivare la ricerca del lavoro.
Una natalità decrescente che si riflette progressivamente nella diminuzione della popolazione in età di lavoro e in un aumento dei carichi di dipendenza relativi al numero delle persone che non lavorano rispetto a quelle che lavorano. Le insufficienze degli interventi di sostegno di diversa natura (finanziaria, pubblica, relazionale) verso la quarta età. L’onerosità dei sistemi burocratici di erogazione delle provvidenze e dei servizi pubblici.
Questi fattori di criticità hanno dato luogo a un ciclo di riforme nei vari stati europei i cui tratti sono stati solo parzialmente orientati dall’azione comune in sede U.E.. Quest’ultima ha però indicato la piattaforma da cui partire assumendo come base l’obiettivo dell’espansione della base occupazionale.
Obiettivo sostanziato da un indicatore, il raggiungimento del 70% del tasso di occupazione, indispensabile per reggere il carico della sostenibilità finanziaria delle prestazioni e delle persone inattive al di sotto dei 20 anni di età e degli over 65. Il processo è lento, contrastato, assume obiettivi abbastanza comuni, ma certamente non è stato ancora in grado di riposizionare organicamente i sistemi del Welfare ed il patto tra generazioni in essi contenuti. Hanno ancora i contorni, indeboliti, della fase di sviluppo industriale dove i percorsi scolastici, quelli dell’età lavorativa e di uscita dal lavoro erano relativamente definiti ed organizzati. Le riforme fatte lasciano aperti ed insufficienti i problemi del sostegno alla natalità, a cui si aggiunge anche il tema dell’accoglienza agli immigrati, quelli dell’apertura dei sistemi formativi verso le persone che lavorano e la terza età, l’inadeguatezza degli interventi verso la quarta età, le prospettive di prestazioni previdenziali in progressiva diminuzione per le giovani generazioni.
La condizione italiana (dopo un ciclo di riforme iniziate negli anni ’90), non si presenta affatto migliore. Siamo di fronte alla combinazione di carenze storiche: gli interventi verso le famiglie, la natalità ed il sostegno al reddito, combinati con nuove emergenze derivanti dal fatto che il nostro Paese detiene il record, di per sé positivi ma poco considerati per le loro esigenze, del maggior invecchiamento della popolazione e dell’allungamento dell’età media di vita. E’ necessario inquadrare bene tali problematiche. Nei prossimi anni la popolazione di origine italiana in età di lavoro diminuiràdi 4,5 mln di persone. Circa 2,5 mln di persone andranno inpensione.Il numero delle persone a carico di coloro che lavorano rischiadi essere insostenibile, salvo che nel frattempo la popolazioneattiva, ed in particolare il tasso di occupazione, non siaccresca almeno di 3 mln di unità avvicinando l’Italia all’obiettivoeuropeo del 70%.
Il nostro Paese si trova di fronte a due sfide gigantesche. La prima riguarda il come perseguire l’obiettivo di elevare sensibilmente i livelli di occupazione; la seconda di riequilibrare il sistema del Welfare sia per supportare la sfida occupazione, sia per affrontare le nuove emergenze sociali.

Il livello dell’occupazione della popolazione in età da lavoro maschile tra i 35 ed i 55 anni è già sopra le medie europee. Non altrettanto vale per i giovani e soprattutto per le donne e per gli anziani i cui tassi di occupazione evidenziano, nell’insieme, una distanza notevole da tali medie stimabile nell’ordine dei 2-3 mln di unità. Tale distanza è rimarcata particolarmente, soprattutto per i giovani e le donne, nel territorio meridionale delineando pertanto le vere priorità delle politiche occupazionali. Certamente l’obiettivo non può essere colto solamente attraverso interventi ed innovazioni sull’offerta di lavoro. E’ indispensabile una politica di sviluppo più accentuata soprattutto verso i territori del Sud Italia. Ma questo non basterà per ottenere un livello occupazionale più elevato ed equilibrato. Le esperienze europee dimostrano che servono almeno altri tre tipi di intervento: un miglioramento dei servizi di orientamento e di formazione, una diversa e più personalizzata politica dei rapporti di lavoro e degli orari di lavoro, un rapporto più integrato tra politiche di sostegno al reddito e quelle finalizzate alla ricerca del lavoro.
E’ la strada intrapresa dalle riforme del mercato del lavoro dal ’96 ad oggi e rafforzata sia dalla Legge Biagi che dalla Riforma del sistema scolastico.
Una strada che ha già prodotto il risultato di aumentare di oltre 2,2 mln di unità l’occupazione nell’ultimo decennio, delle quali 2/3 a tempo indeterminato. Sono dati che non confortano affatto la tesi portata avanti da coloro che sostengono l’aumento della precarietà nel mercato del lavoro soprattutto per i giovani. Anzi ci distanzia dall’Europa un più basso impiego di questi ultimi e delle donne, anche e proprio in ragione di uno scarso utilizzo del sistema part-time e del lavoro a termine. Questo non significa affatto che si debba proseguire nella strada del miglioramento del sistema delle tutele soprattutto per i contratti a progetto. Va tolta l’incrostazione ideologica che separa le discussioni italiane dal resto dell’Europa e che contribuisce a perpetuare i nostri ritardi.
E’ necessario migliorare i livelli di tutela nel mercato del lavoro e non solo nel rapporto di lavoro.
E’ necessario pervenire con gradualità ad un sistema più generale di sostegni al reddito, dignitoso e dimensionato temporalmente, bene integrato con i servizi di orientamento e di formazione, condizionato alla ricerca attiva del lavoro.
La strada già aperta dalla Legge Biagi e Moratti con l’introduzione della Borsa Lavoro, con l’allargamento degli operatori abilitati all’incontro domanda-offerta, con alternanza scuola-lavoro, con i nuovi rapporti di lavoro va perseguita con coraggio. Ma anche raggiungendo gli obiettivi di recuperare i bacini potenziali di occupazione, presenti in Italia, è abbastanza scontato che essi non saranno sufficienti a far fronte ai fabbisogni economici-produttivi ed agli equilibri sociali. Problema già evidente e che dall’inizio degli anni ’90 ad oggi ha portato a decuplicare il numero dei lavoratori immigrati in Italia. Numero che, con tutta probabilità, arriverà al raddoppio nei prossimi dieci anni verso una cifra vicina ai 4 mln di unità. Serve pertanto una buona politica dell’immigrazione che esca dalla contrapposizione sterile, che caratterizza il dibattito politico, tra la negazione del problema ed un buonismo di maniera che, all’opposto, trascura i problemi di accoglienza, sicurezza, stabilità sociale. Per noi la buona politica dell’immigrazione è fatta di capacità di collegare anche nei servizi l’incontro domanda-offerta lavoro, di organizzare delle reti di accoglienza verso la casa, le prestazioni sociali, la formazione, la capacità di reinserire gli immigrati disoccupati, nel far rispettare le regole che il nostro popolo si è dato, sia pur nel rispetto e nella tolleranza dei diversi orientamenti culturali e religiosi.

Postato il 30.10.2008