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    Predefinito Luttwak: Bush è il Truman della nostra era

    L' IRAQ COME LA COREA

    Bush è il Truman della nostra era. E la sua politica estera un successo

    di Edward Luttwak


    Che la politica estera di George W. Bush sia stata un fallimento totale è oggi opinione talmente diffusa al punto da apparire una palese verità che non necessita di ulteriori spiegazioni. È già successo in passato. Quando il presidente Harry S. Truman dichiarò, nel marzo del 1952, che non avrebbe cercato un secondo mandato presidenziale, su un punto concordava la maggioranza degli americani: la sua politica estera era stata un catastrofico insuccesso. In Corea, la sua indecisione aveva attizzato l' aggressività del Nord e la sua incompetenza era costata la vita a 54 mila soldati americani e a milioni di civili coreani in soli due anni di combattimenti, in entrambi i casi, più di dieci volte le perdite subite in Iraq. La destra condannava Truman per aver abbandonato la Cina al comunismo e licenziato il grande generale Douglas MacArthur, che avrebbe voluto riprendersela, anche facendo ricorso all' arsenale nucleare. I liberal - da sempre gli snob della politica americana - dal canto loro disprezzavano Truman in quanto commerciante fallito che aveva usurpato il posto del patrizio Franklin Roosevelt alla Casa Bianca. Ma come mai questo stesso Harry Truman ha finito per essere universalmente considerato un grande presidente, e in modo particolare per la sua politica estera? È una questione di prospettiva temporale: la guerra di Corea è quasi del tutto dimenticata, mentre oggi si riconosce l' efficacia della strategia di contenimento messa in atto da Truman e conclusasi nel lungo raggio con la pressoché pacifica disgregazione dell' impero sovietico. Affinché anche Bush venga ricordato come un grande presidente dello stampo di un Truman, occorre che la guerra dell' Iraq svanisca dalla memoria collettiva. Il fulmineo rovesciamento del sanguinario Saddam Hussein è stato seguito da anni di costosa violenza, non dalla democrazia istantanea, com' era stato promesso. (..) Eppure la dispendiosa guerra irachena sarà considerata come evento di secondaria importanza nell' offensiva globale lanciata da Bush contro la militanza islamica, proprio come la guerra di Corea, di gran lunga più costosa, rappresentò una semplice tappa nell' arginamento globale della Guerra fredda. Perché la reazione di Bush all' 11 settembre è stata in sostanza un attacco globale contro l' ideologia della militanza islamica. Mentre le operazioni antiterroristiche hanno avuto esito talvolta incerto e il destino dell' Afghanistan resta ancora in sospeso, la guerra ideologica - di gran lunga più importante - si è conclusa con una spettacolare vittoria globale per il presidente Bush. Fino all' 11 settembre, i militanti islamici, che comprendevano jihadisti fondamentalisti di ogni risma, da Al Qaeda a movimenti strettamente locali, godevano di ampio sostegno pubblico - apertamente o tacitamente - in gran parte del mondo musulmano. Una situazione, questa, che si è ribaltata bruscamente dopo l' 11 settembre. Sebbene l' intellighenzia mondiale abbia gettato il ridicolo sul proclama di Bush, «O con noi, o con i terroristi», quasi fosse una bravata da cowboy, la sua posizione intransigente ha colpito nel segno. Non pochi governi nel mondo islamico hanno preferito cambiare rotta: alcuni sono intervenuti energicamente, sciogliendo i gruppi locali di jihadisti da tempo tollerati, mettendo a tacere i predicatori estremisti e allontanando i jihadisti stranieri che fino ad allora erano stati accolti con favore. Tuttavia, è stato in Pakistan che le pressioni di Bush hanno ottenuto il più clamoroso dietrofront politico. Nell' arco di 24 ore dall' 11 settembre, in questo Paese si è verificato un fenomeno senza precedenti: il suo governo ha preso le distanze dal concetto fondante della politica del Paese - il sostegno alla jihad - che affonda le radici nel mito nazionale del Pakistan, Stato musulmano per eccellenza. Era come se il presidente Bush avesse spedito un inviato in Italia per chiedere la messa al bando degli spaghetti al pomodoro e ci fosse riuscito! Spesso, proprio per aver sottovalutato l' abilità di George W. Bush in politica estera (la sua politica fiscale è un' altra cosa), l' opinione comune sbaglia inoltre una previsione di portata ben più ampia, che riguarda il futuro degli Stati Uniti. Si avverte una smania, in alcuni settori, di addossare all' incompetenza percepita nella politica estera americana la responsabilità del declino della potenza statunitense. Questo atteggiamento tradisce una confusione tra mutamenti assoluti e relativi. Le economie di Cina e India sono cresciute rapidamente dal giorno in cui i loro governi hanno rinunciato a politiche autolesioniste e il Brasile, assieme a molti Paesi più piccoli, da Israele a Singapore, segue il medesimo corso. Di conseguenza, se è diminuita la ricchezza relativa di Stati Uniti ed Europa, è aumentata notevolmente quella dei Paesi emergenti. A ben vedere, è fonte di nuova ricchezza avere a disposizione nuovi mercati in grado di importare tecnologie americane e tedesche e beni di lusso europei, ed è anche motivo di legittima soddisfazione sapere che centinaia di milioni di persone sono state sottratte alla malattia e alla miseria e godono oggi di standard di vita notevolmente migliorati, raggiungendo addirittura in alcuni casi condizioni di prosperità. Pertanto il declino statistico relativo nel reddito di Stati Uniti ed Europa non assume un valore sostanziale negativo, a meno che il benessere economico dei Paesi emergenti non si trasformi in una futura sfida militare diretta contro gli Stati Uniti, se non contro l' Europa. Ma alla base di questa teoria troviamo un presupposto assurdo: che Cina, India, Brasile e il resto delle economie in forte crescita formeranno un' alleanza globale per osteggiare Europa e Stati Uniti. È molto più probabile, invece, che si verifichi l' opposto. (..) È innegabile, però, che quando il sistema finanziario americano (ed europeo) scricchiola sotto l' accumulo di un debito privato colossale; quando azioni bancarie, fino ad oggi considerate sicure, appartenenti a milioni di fondi pensione, diventano carta straccia dalla sera alla mattina; quando la credibilità e il valore del dollaro subiscono gravi scossoni per il volume senza precedenti di nuove garanzie scaricate sul tesoro americano (dell' ordine di migliaia di miliardi), allora l' ipotesi del declino americano comincia ad assumere contorni assai più plausibili. (..) È chiaro, inoltre, che l' immensa ricchezza degli Stati Uniti - Paese che vanta 19 mila aeroporti locali e un intero Mediterraneo di piscine private - viene erosa da resistenze politiche in apparenza insormontabili che impediscono l' attuazione di soluzioni pragmatiche ai problemi più gravi della popolazione, dal narcotraffico al trasporto pubblico, fino alla sanità. Sono questi i problemi reali che affliggono gli Stati Uniti, ma le cassandre del declino hanno ben poco da aggiungere a riguardo. Sarà interessante vedere se l' America saprà affrontare i suoi guai interni, o se gli americani preferiranno aspettare e sperare che si risolvano da soli col tempo. Se la prima ipotesi è più auspicabile, la seconda appare molto più probabile. Si capisce come i benpensanti abbiano scambiato le priorità delle due grandi questioni riguardanti il ruolo degli Stati Uniti nel mondo: sono convinti che Bush abbia fallito proprio nel campo in cui ha raccolto i maggiori successi, e che la Cina vada ad aggravare i problemi americani quando invece è vero l' opposto. Persino per le Olimpiadi i cinesi hanno affidato ai massimi architetti occidentali la progettazione degli edifici più rappresentativi. È la modernità occidentale ad emergere in modo spettacolare in Cina e altrove nel mondo che lavora, non una versione di sapore locale. Ma gli Stati Uniti resteranno la fonte principale dell' innovazione occidentale, anche perché vantano una popolazione più giovane e una società più flessibile rispetto all' Europa. Allora prepariamoci a un nuovo miracolo economico, quando le difficoltà odierne finiranno nel dimenticatoio, assieme alle nefaste previsioni di Davos.

    © Prospect Magazine, 2008 The New York Times Syndicate
    Traduzione di Rita Baldassarre


    http://archiviostorico.corriere.it/2...80824077.shtml

  2. #2
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    War on Terror, gli errori in Iraq sono stati superati: la Storia gli darà ragione

    di Carlo Panella

    3 Ottobre 2008




    George W. Bush verrà ricordato da qui a qualche anno come uno di migliori presidenti americani, esattamente come è successo con Harry Truman, come lui oggetto di disprezzo e lazzi al termine del suo mandato e come lui capace però di indicare ad un’America e ad un mondo in crisi, la necessità di contrastare con energia e forza un nemico drammaticamente sottovalutato dai predecessori democratici. Questa previsione controcorrente è stata formulata giorni fa da Edward Luttwak in un lungo articolo pubblicato dal Corriere della Sera ed è - al di là del gusto per la provocazione tipico di Luttwak - assolutamente condivisibile.
    Truman terminò il suo quadriennio nella più profonda disistima del suo stesso partito, il Democratico, con un indice di popolarità infimo, soprattutto sulla stampa liberal. Due le sue colpe: innanzitutto quella di non essere stato all’altezza del suo predecessore, Franklin Delano Roosevelt, la seconda, aver trascinato l’America in una sanguinosa guerra, quella di Corea, dai costi umani ed economici enormi, che aveva diviso in due il mondo e di averla condotta in modo tale da essere entrato in rotta di collisione con lo stesso generale MacArthur, l’eroe del Pacifico.
    Passati pochi anni, i suoi detrattori hanno dovuto ammettere che Truman aveva avuto ragione in ogni passo delle sue scelte. Soprattutto che, a differenza di F. D. Roosevelt, aveva compreso la natura espansiva e pericolosa del comunismo e che aveva condotto in maniera egregia gli anni iniziali - quindi determinanti- della Guerra Fredda, correggendo i terribili errori della gestione Roosevelt, incapace di comprendere, come si era drammaticamente visto a Yalta, le mire e i progetti di Stalin e del comunismo internazionale. Come Truman, George W. Bush in Iraq e Afghanistan ha saputo indicare al mondo la necessità di contrastare qui e subito, con pari energia morale, l’emergenza e i piani di un’altra e diversa forma di totalitarismo che minaccia il mondo: il terrorismo islamico. Soprattutto, ha saputo sottrarsi al ricatto morale di chi - i democratici delle due sponde dell’Oceano - non comprendendo la natura dell’avversario, metteva e mette in primo piano il tema del “multilateralismo” a scapito della risposta rapida, efficace, intransigente contro il terrorismo islamico. Basta leggere i compitini di Massimo D’Alema e di Piero Fassino sulla situazione internazionale per comprendere quale sia il male oscuro che corrode le menti della sinistra e impedisce - Obama incluso - di elaborare strategia internazionali corrispondenti alle necessità.
    La sinistra mondiale commette oggi due errori: il primo è quello classico di non comprendere che in alcuni paesi islamici il nazionalismo (dei palestinesi, come degli iraniani) si è integrato con una visione apocalittica della Storia e che quindi non è possibile - sul lungo periodo - alcuna mediazione. Obama, come Fassino - si parva licet componere magnis - non capiscono che gli ayatollah puntano diritti al Giudizio Universale e che questi sia imminente, e che pertanto è ben difficile trovare una mediazione politica con loro. Il secondo errore che la sinistra democratica commette oggi, conseguente al primo, è quello di ragionare solo e unicamente in termini di costruzione di una “governance”, di una definizione di strutture decisionali e di gestione delle crisi (tutte lette come crisi tra nazionalismi, mai antagoniste in senso totalitario, quindi) che coinvolgano tutti i paesi con un ruolo di primo piano nel pianeta.
    E’ la logica che porta la gauche mondiale a ritenere prioritario il “patto di Kyoto”, la fondazione del “Tribunale Internazionale per i crimini di guerra”, che ha portato ad accordi totalmente inadeguati del WTO e ad altri disastri del genere. Una logica tutta ideologica, sempre tendente all’utopia del “governo mondiale”, in Italia terribilmente influenzata dai cascami soviettisti e terzinternazionalisti, molto, molto suggestionato da cascami ideologici terzomondisti e dalla necessità di contrastare l’imperialismo. Una logica che predica l’immobilismo, che delega alla diplomazia la risoluzione dei contrasti, che è perfettamente sviluppata dall’Ue, che ha il suo simbolo somatico in Javier Solana e nei suoi infiniti insuccessi, che fa del “dialogo” un valore assoluto, invece che uno strumento. Una logica, infine, che produce guerre, perché non affronta i problemi alla radice, perché pretende che non esistano forze totalitarie che puntano alla sopraffazione e al totalitarismo e costringe a prenderne atto solo un attimo prima che sia troppo tardi.
    E’ una logica con una lunga tradizione storica, che inizia con i 14 punti del presidente Wodroow Wilson, che ha segnato tutta l’esperienza della Società della Nazioni, che ha portato diritto diritto, grazie al suo esponente più nobile, Neville Chamberlain, alla logica di Monaco e alla seconda guerra mondiale. Bush, dunque, è stato l’opposto di Chamberlain, perché ha saputo vedere in Bin Laden e in Ahmadinejad quel “pizzico” di diabolico che fa la differenza, che distingue Hitler da Ataturk. Nella piena tradizione di Ronald Reagan - altro presidente deriso dai Democratici, oggi considerato un sommo - Bush ha indicato nell’Asse del Male il problema ed ha agito di conseguenza.
    Poi ha fatto altro, e anche di questo gli verrà dato merito solo tra alcuni anni. Ha commesso un mare e mezzo di errori in Iraq, ma poi li ha saputi superare. Dopo in 2003, Bush ha infatti esaurito in Mesopotamia - ma anche in Afghanistan - tutti gli errori possibili e immaginabili che un approccio superficiale all’Islam poteva produrre. Fino al 2006 l’esperienza irachena ha pagato il vizio antico della cultura politica americana, e ancor peggio di quella europea, che si rifiutano di comprendere e analizzare lo specifico dei paesi musulmani e pretendono che essi funzionino secondo le regole successive al patto di Westfalia in Occidente.
    Toccato il fondo, Bush ha però compiuto la più grande rivoluzione concettuale nella politica estera americana dopo i 14 punti di Wilson: ha accettato la nuova strategia del generale David Petraeus che ha rivoluzionato il principale caposaldo di tutti gli interventi militari Usa all’estero. Delegare il consenso politico delle popolazioni locali alle èlite nazionali: questo è stato per più di un secolo il dogma di tutti gli interventi militari statunitensi, da Cuba in poi. Paradigma che ha funzionato in Europa e in Giappone, ma che già era fallito con Batista e aveva da solo portato al fallimento epocale del Vietnam (in cui l’esercito Usa uscì vincitore sul terreno, ma perdente a causa del fallimento dei disastrosi alleati vietnamiti, cattolici, autoritari e fanatici).
    Il surge di David Petraeus ha funzionato, invece, perché ha imposto per la prima volta nella storia alle truppe americane di conquistare a sé, in prima persona, il consenso delle popolazioni locali nelle zone di intervento. Rivoluzione concettuale fondamentale, purtroppo non praticata ancora in Afghanistan (là dove il gruppo dirigente legato a Karzai si rivela peraltro incapace di conquistare consenso), che verrà affinata e sviluppata da qui ai prossimi decenni. Tanto basta, dunque, per confermare la statura eccellente di un Bush che paga sicuramente una sua incapacità di rimanere in sintonia con buona parte del suo stesso elettorato e che però può sicuramente contare sulla sindrome dei 20 anni, il lungo periodo che serve sempre alla sinistra americana ed europea per accorgersi di avere sbagliato tutto e per riconoscere ai grandi di parte avversa, i meriti che si sono conquistati sul terreno.

    http://www.loccidentale.it/articolo/...or%2C+.0058834

  3. #3
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    ma per piacere.......

 

 

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