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  1. #1
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    Predefinito Comunisti di tutto il mondo ...sbellicatevi (discutibile articolo di Liberazione)

    A volte l'ironia può aiutare a trovare il bandolo della matassa

    Laura Eduati
    Ridere del partito, ridere della sinistra, prendere in giro, in fondo, se stessi. L'autoironia dei comunisti è campo poco esplorato, specialmente di questi tempi ammaccati e delusi.
    Guardiamo Rifondazione: esclusa dal Parlamento, divisa al Congresso di luglio, ora alle prese con la crisi profonda del suo giornale. «Liquidazione comunista» è lo slogan che i redattori di Liberazione hanno scelto per attirare l'attenzione della stampa e del governo. Un gioco di parole, certo, per alleggerire la tensione che circola in una azienda in procinto di chiudere o quasi. Liquidazione, come i saldi: vendesi redattori a metà prezzo. Uno striscione ironico. E sicuramente polemico. Come dire: Rifondazione ci vuole liquidare, e siccome siamo comunisti sarà una liquidazione comunista.
    Eppure nel blog liberaliberazione.splinder.com , aperto nei giorni scorsi per discutere apertamente del futuro del quotidiano, quello slogan non è piaciuto per niente. Liquidare che cosa? Il comunismo? Un lettore affezionato di Liberazione , Franco Cilenti di Torino, scrive: «Chiedo che la redazione tutta sconfessi quell'ignobile striscione "liquidazione comunista", ridicolo, infantile e offensivo nei miei confronti come di migliaia e migliaia di militanti del partito. E' la condizione che, come militante comunista e giornalista pubblicista, pongo per entrare nel merito delle proposte per l'uscita dalla crisi e il rilancio del nostro giornale».
    Il giorno prima un militante anonimo aveva depositato una lunga proposta per il rilancio del quotidiano, tra i vari punti il licenziamento di «quei giornalisti che non chiudono col processo di superamento del partito». Con la postilla: «Non è stalinismo, è compatibilità con la coerenza del giornale». Vera liquidazione comunista.
    E' possibile ironizzare? «La sinistra ha sempre reagito negativamente alla satira» commenta al telefono Dario Fo, «e questo perché essere di sinistra è come una fede, esiste un'aura di sacralità, la sinistra è il partito dei valori, dell'onestà, dello stare dalla parte giusta, ecco perché si arrabbia se viene attaccata». Fo ricorda quando fu cacciato con la moglie Franca Rame dalle Case del popolo «perché osavamo fare delle tiepidi critiche al Pci. L' Unità in seguito stracciò la recensione positiva ad un nostro spettacolo e ne fece riscrivere un'altra di segno opposto, una cosa che non avevo mai visto fare».
    Eppure negli anni 80 il giornale di Gramsci fu l'unico ad aprire un fortunato inserto satirico come Tango , un covo di vipere nel seno del Partito comunista che sfornava vignette invereconde contro la dirigenza. Celebre quella che nel 1987 ritraeva Alessandro Natta, allora segretario, completamente nudo in copertina mentre ballava il tango, e il numero Guttusango dedicato alla dissacrazione di Renato Guttuso, perfetto esempio di intellettuale engagé , venerato dal Pci, divenuto credente poco prima di morire. Nessuno, malgrado le proteste e il mal di pancia generalizzato, dall'alto di Botteghe Oscure si permise di chiudere Tango , né di allontanare i satiri o quererarli come fece invece Massimo D'Alema con una vignetta di Forattini che lo immortalava mentre cancellava furtivo qualche nome dal dossier Mitrokhin - sappiamo come andò a finire, D'Alema vinse la causa per diffamazione e incassò un sacco di denaro.
    «I politici di sinistra sono privi di ironia» affonda il coltello Vauro, «mentre quelli di destra ridono alle barzellette di Berlusconi perché sono obbligati». Non è mai stato tenero con la sinistra, Vauro. Specialmente con Bertinotti: «Non gli sono mai piaciute le mie vignette, diceva che erano indegne e che ero nocivo per la sinistra».
    Ora che la sinistra naviga in acque incerte, per il vignettista Stefano Disegni, cresciuto nel vivaio di Cuore in tandem con Massimo Caviglia, «è più facile prenderla in giro poiché i suoi leader sono una caricatura già delineata». Insomma, quindici anni fa «i dirigenti della sinistra emanavano una certa profondità e autorevolezza», ma è sicuro che «la gente di spettacolo è molto più permalosa con la satira, i politici in fondo sono coriacei e sanno che saranno nostre vittime».
    Sia come sia, per Dario Vergassola prendere di mira la sinistra ormai «è diventato palloso», tutta presa com'è in un lungo «parlottio e borbottio» mentre Berlusconi infila obiettivi uno dopo l'altro senza trovare ostacoli nel suo cammino. «C'è poco da ridere» dichiara Vergassola, recentemente impegnato come gran parte dei comici a ritrarre un Veltroni debole, inesistente, poco adatto a costruire una vera opposizione di centrosinistra, «ma sono naturalmente per la battuta contro chiunque, senza insultare nessuno».
    Contro chiunque. Anche contro se stessi? Tornando al blog di Liberazione , dopo un coacervo di insulti contro la redazione e contro i militanti colpevoli di eterodossia, un certo Nick Lasagna inserisce una sorta di poema in dialetto romanesco. Uno sfottò in piena regola: «Ve giuro, siete un tajo, davvero; sembrate i testimoni de geova, ve incazzate sulla purezza, sulla "razza", sulla fedeltà, sulla linea (quale?), ve incazzate se ve toccano i gioielli de famija perché co li santi nun se scherza». Subito dopo un altro militante taglia corto: «Nick lo vedrei bene in Siberia, magari per la prima volta in vita sua scopre cosa vuol dire lavorare». Non fa ridere, non fa ridere: con i santi non si scherza, punto.
    La liquidazione comunista non piace, perché forse sfiora un tabù della sinistra comunista: la sua imminente, probabile scomparsa. O meglio: l'agonia di una parte fondamentale del Paese, il dibattersi nel dibattito, la sfiducia. Cose poco allegre, eppure gli ebrei riescono a ridere della Shoah.
    «La sinistra politica è sparita, non certo la sinistra civile: l'Italia è piena di gente di sinistra» puntualizza Vauro, cercando di tirare su il morale.
    «W la fica» è un altro commento, irriverente, del blog. Non sarà certo una battuta originale, ma sdrammatizza. Vergassola non riesce a non essere pessimista: «Forse la sinistra è morta, ecco perché non ride».

    http://www.liberazione.it/pdf_sfoglia.php?move=1

    Il giornale scade sempre più...

  2. #2
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    speriamo scoppino

  3. #3
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    proposta: un topic in evidenza con satira solo sulla fanzine dei vendolini e la loro associazione sfighé.
    Tanto Pol è più letto di quel giornalino....(e ci va poco).

  4. #4
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    Il rapporto contraddittorio tra i militanti di questo partito e il loro giornale, che tanto ci fa discutere, ma che dobbiamo salvare

    Lettera aperta alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista e non solo


    Federica Pitoni
    Care compagne e cari compagni,
    sono un'assistente di redazione con contratto poligrafico nel nostro giornale, "Liberazione". Ma prima di questo sono un'iscritta a Rifondazione Comunista.
    Molti tra voi mi conoscono: per tanti anni sono stata al dipartimento Organizzazione del Partito e quindi il Partito dei territori in giro per l'Italia lo conosco nei suoi umori, nei suoi difetti, nelle sue potenzialità e nella sua generosità, e il partito mi conosce per quel che è stato il mio lavoro come Ufficio oratori.
    Circa sei anni fa ho deciso di cambiare. Il direttore Curzi da tempo mi diceva: perché non vieni a "Liberazione"? E così l'ho fatto. Bella, stimolante e contraddittoria esperienza.
    Ed ora eccoci qui, in questi giorni in cui di "Liberazione" si parla su tutti i giornali per la sua crisi. Si parla di scontri tra il giornale e il partito. Si parla di scioperi politici. Si leggono tanti comunicati. Forse troppi. Si parla di diritti dei lavoratori e di un partito che li vuole calpestare. Si aprono blog dove i toni si fanno insultanti. Si insinuano molte cose. Si agisce con chirurgica precisione e tempistica con atti eclatanti.
    Non so perché ma la regia di questa vicenda, per come la si sta facendo svolgere, a me molto ricorda l'appena passato congresso di Chianciano. Strana coincidenza.
    Ma torniamo al nostro giornale. Vorrei dirvi delle cose. Alcune forse le condividerete. Alcune forse vi potranno irritare.
    Mi sono sempre chiesta, ed ora vorrei che tutte e tutti voi provaste a chiedervi, perché gli iscritti di questo partito ed anche i suoi militanti non sentissero il bisogno, che dovrebbe per un militante anche essere l'impegno, di acquistare, leggere e diffondere "Liberazione". So bene che mi risponderete (e mi risponderete in coro unanime, so anche questo): "Liberazione" non è più il nostro giornale. "Liberazione" ormai è solamente il giornale di una parte del partito. "Liberazione" ci ha troppo spesso irritato, deriso, insultato.
    Vero. L'ultimo esempio? "Liquidazione comunista". Efficace, indubbiamente. Tutta la stampa borghese l'ha riportato. Io mi sono sentita insultata. Noi iscritte e iscritti ci siamo sentiti insultati. Insultati dalle pagine del nostro giornale. Insultati dalle pagine del nostro giornale che poi ci si chiede di comprare. Insultati dalle pagine del nostro giornale che poi ci si chiede di comprare e di diffondere. Insultati dalle pagine del nostro giornale che poi ci si chiede di comprare, di diffondere e di salvare.
    E so bene che mi direte anche che questo giornale non può dirsi il giornale di Rifondazione Comunista. Non può essere il giornale di Rifondazione Comunista un giornale che in prima pagina urla nel titolo "Oltre Rifondazione". Non può essere il giornale di Rifondazione Comunista un giornale che titola in prima pagina "Cara Rifondazione, è ora di fare un altro partito". No, non può. Eppure accade.
    Eppure è anche scritto "Quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista". Così come nella testata è scritto "giornale comunista". Dovrebbe essere una sorta di dichiarazione di intenti. E allora? Come si può allora leggere su questo giornale cose come "liquidazione comunista"? No, non si può. Eppure accade.
    Ma questo è anche il giornale che ha visto, unico in tutto il panorama dei quotidiani italiani, una prima pagina composta solo da un lungo, lunghissimo elenco di nomi. E quei nomi erano quelli dei morti sul lavoro dell'ultimo anno. E questa scelta da sola per me vale più di mille parole per dirvi che questo è il nostro giornale. E' il nostro giornale quando sceglie di urlare contro le scelte razziste di questo governo, quando denuncia il quotidiano stillicidio di notizie che ci raccontano della violenza alle donne perpetrata dai maschi tra le mura domestiche, quando lotta per i diritti per tutti e perché questa società - e questo partito - siano meno omofobi. E' il nostro giornale quando combatte con tutte e tutti noi per cambiare questo Paese.
    Non basta, sì lo so, non vi basta per poterlo comprare. E soprattutto troppo grande è il solco che ormai si è voluto aprire tra il giornale e il corpo militante di questo partito. E questo solco tra il giornale e il Partito lo si è voluto scientemente scavare perché il progetto politico portato avanti dalla direzione di Piero Sansonetti non era quello di un giornale e di un partito comunista.
    Ma io, noi, continuiamo a leggere che questo è il "Quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista". E allora delle due l'una: o il partito cambia linea e decide di non essere più comunista, o il giornale decide di essere il giornale di Rifondazione Comunista. Tertium non datur .
    A me risulta che il congresso di questo partito ci sia già stato e sia finito. A me risulta che il congresso di questo partito ci ha consegnato una nuova maggioranza e una linea scelta, certo è vero, solamente dal 53 per cento, ma una linea che non dice di superare Rifondazione Comunista. Anzi. Vorremmo, vogliamo, il rilancio di questo partito. E allora il problema è il giornale che dovrà essere il giornale di Rifondazione Comunista. Tutta. Quindi anche dei compagni di Rifondazione per la Sinistra. Ma anche, non solo. Non vedo altre strade. E mi sembra anche molto semplice. E' il giornale che deve scegliere. Non il Partito. Il Partito ha già scelto. Ora scelga il giornale. Vorremmo solo che ci fosse un maggior rispetto per questo partito e le sue scelte: basta descrizioni caricaturali e false. Compito di un giornale è anche attenersi alla realtà, non deformarla. Nel rispetto di tutti e nella pluralità delle posizioni. Tutto qui. E allora il giornale tornerà anche ad essere amato dai suoi iscritti.
    Ma oggi vorrei invitare tutte e tutti voi a riflettere: davvero, come purtroppo da alcuni ho sentito, vorreste che "Liberazione" chiudesse? Davvero? "Liberazione" è il nostro giornale e perderlo vorrebbe dire perdere una voce libera e importante.
    L'attuale situazione di crisi di "Liberazione" nasce fondamentalmente da due motivi: un suo debito pregresso che si è visto negli anni accresciuto, anche a causa di una forte perdita di vendite (di cui posso capire i motivi, ma che certamente dovrebbe anche interrogare tutte e tutti noi) ed ora i tragici tagli all'editoria che il governo ha previsto e che se confermati toglieranno la voce a molti quotidiani, ma soprattutto porteranno all'azzeramento di giornali come "il manifesto" e "Liberazione", dando un vero colpo alla pluralità e libertà di informazione.
    Dalle compagne e dai compagni di Rifondazione Comunista, da tutti noi, io mi aspetto ora una battaglia affinché "Liberazione" possa continuare la sua strada. Dal partito mi aspetto, e so per certo che questa è la sua volontà, la difesa del suo giornale e dei posti di lavoro di tutte e tutti. Di chi, come i lavoratori poligrafici, in questa vicenda non ha avuto e non ha responsabilità politiche e gestionali e non può certo pagare il conto di scelte altrui. Di chi ha piene responsabilità, ma come lavoratore va tutelato con le unghie e con i denti. E non ho dubbi che questo avvenga.
    A tutte e tutti voi chiedo un impegno straordinario: tornate a comprare, leggere e diffondere "Liberazione". Anche così ci aiuterete a superare questa crisi. Anche così il giornale tornerà ad essere il nostro giornale.

    http://www.liberazione.it/pdf_sfoglia.php?move=1

  5. #5
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    Un partito e il "suo" giornale

    Lea Melandri
    Non so se è questo il "giornale-partito", di cui parla Piero Sansonetti; preferirei pensare semplicemente che è un luogo di passaggio, un ponte tra forme organizzate della politica, inclini per loro natura a chiudersi, e la massa sterminata delle persone a cui si vorrebbe fare arrivare la propria voce, sapendo che è proprio in quel crocevia, fatto di incontri e scontri, consensi e dissensi, che si costruisce un agire collettivo efficace, perché calato nella molteplicità dei linguaggi, delle esperienze, dei contesti sociali. Non mi nascondo che anche questa scelta va incontro a difficoltà: i militanti del partito non lo comprano, perché li rispecchia troppo poco; i lettori esterni, per la ragione opposta: perché, pregiudizialmente, considerano scontata l'obbedienza alla linea del partito che gli sta dietro. Il risultato è che si resta inceppati, a metà strada tra un'autonomia che stenta a farsi riconoscere e un richiamo all'ordine e alla fedeltà, sempre insoddisfatto e quindi causa di risentimenti e di disaffezione.
    Un giornale dovrebbe assomigliare più a una piazza che a una stanza chiusa, abituarsi all'ascolto e alla dissonanza delle voci, prima di allacciare i fili di un discorso, diventare il crogiuolo di idee, di iniziative di cui ha bisogno una società per farsi più consapevole e responsabile di se stessa e del mondo in cui vive. Nella situazione attuale, fatta di una molteplicità di attori, estesa e differenziata quanto lo sono i luoghi, le esperienze, le contraddizioni della vita quotidiana, il pericolo maggiore è lasciar crescere la voglia di un capo, di un nume tutelare, di un'autorità salvifica, qualunque essa sia. Nella scuola, nelle politiche sociali, nell'amministrazione delle città, non si sta facendo fuori l'eredità deprecata del '68, ma l'idea stessa di educazione, formazione, incivilimento: in altre parole, la possibilità di costruire una coscienza e un'azione collettiva, secondo principi di equità, giustizia sociale, libertà. Fenomeni che possono imbarbarire anche la più democratica delle società - come la xenofobia, il razzismo, la misoginia e l'omofobia - non si combattono solo innalzando cartelli per dire "No", ma attraverso un processo formativo lento e paziente, a partire dall'infanzia, che non disdegni di scavare a fondo nelle storie personali e nelle contraddizioni che le attraversano.
    Ormai, queste incursioni nei sentimenti, nelle fantasie, nei bisogni e nei nodi irrisolti della vita psichica dei singoli, le fanno solo i media, in particolare la televisione e la pubblicità: una colonizzazione fatta di stereotipi violenti o banali, lontano da ogni preoccupazione educativa.
    Eppure il nostro non è un Paese assuefatto, indifferente, arreso. Ci sono segnali di dissenso e di ribellione crescenti, che non nascono dal niente: dietro c'è un lavoro sotterraneo, reticolare, ancora troppo segmentato per trovare momenti ampi ed efficaci di convergenza, un'onda che sommuove la superficie senza riuscire ancora a darsi una rappresentazione propria e visibile.
    Come si fa a non riconoscere la posizione privilegiata, preziosa e indispensabile, che può offrire in questo momento un quotidiano, visto come luogo di una collettività consapevole e combattiva che si va costruendo, come punto di incontri e conflitti necessari alla crescita di un movimento più solido e duraturo di quelli che abbiamo conosciuto finora? Per un partito, che sostiene economicamente e politicamente il "suo" giornale, non si dovrebbe porre l'alternativa o sparire o sostituirsi al gruppo redazionale, quanto piuttosto cogliere l'occasione per muoversi tra le presenze "altre" e diverse, note e sconosciute, che affollano il giornale, senza paura di perdersi.


    01/10/2008http://www.liberazione.it/pdf_sfoglia.php?move=1

    In rosso le parti che ho maggiormente apprezzato

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Rikycccp Visualizza Messaggio
    Il rapporto contraddittorio tra i militanti di questo partito e il loro giornale, che tanto ci fa discutere, ma che dobbiamo salvare

    Lettera aperta alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista e non solo


    Federica Pitoni
    Care compagne e cari compagni,
    sono un'assistente di redazione con contratto poligrafico nel nostro giornale, "Liberazione". Ma prima di questo sono un'iscritta a Rifondazione Comunista.
    Molti tra voi mi conoscono: per tanti anni sono stata al dipartimento Organizzazione del Partito e quindi il Partito dei territori in giro per l'Italia lo conosco nei suoi umori, nei suoi difetti, nelle sue potenzialità e nella sua generosità, e il partito mi conosce per quel che è stato il mio lavoro come Ufficio oratori.
    Circa sei anni fa ho deciso di cambiare. Il direttore Curzi da tempo mi diceva: perché non vieni a "Liberazione"? E così l'ho fatto. Bella, stimolante e contraddittoria esperienza.
    Ed ora eccoci qui, in questi giorni in cui di "Liberazione" si parla su tutti i giornali per la sua crisi. Si parla di scontri tra il giornale e il partito. Si parla di scioperi politici. Si leggono tanti comunicati. Forse troppi. Si parla di diritti dei lavoratori e di un partito che li vuole calpestare. Si aprono blog dove i toni si fanno insultanti. Si insinuano molte cose. Si agisce con chirurgica precisione e tempistica con atti eclatanti.
    Non so perché ma la regia di questa vicenda, per come la si sta facendo svolgere, a me molto ricorda l'appena passato congresso di Chianciano. Strana coincidenza.
    Ma torniamo al nostro giornale. Vorrei dirvi delle cose. Alcune forse le condividerete. Alcune forse vi potranno irritare.
    Mi sono sempre chiesta, ed ora vorrei che tutte e tutti voi provaste a chiedervi, perché gli iscritti di questo partito ed anche i suoi militanti non sentissero il bisogno, che dovrebbe per un militante anche essere l'impegno, di acquistare, leggere e diffondere "Liberazione". So bene che mi risponderete (e mi risponderete in coro unanime, so anche questo): "Liberazione" non è più il nostro giornale. "Liberazione" ormai è solamente il giornale di una parte del partito. "Liberazione" ci ha troppo spesso irritato, deriso, insultato.
    Vero. L'ultimo esempio? "Liquidazione comunista". Efficace, indubbiamente. Tutta la stampa borghese l'ha riportato. Io mi sono sentita insultata. Noi iscritte e iscritti ci siamo sentiti insultati. Insultati dalle pagine del nostro giornale. Insultati dalle pagine del nostro giornale che poi ci si chiede di comprare. Insultati dalle pagine del nostro giornale che poi ci si chiede di comprare e di diffondere. Insultati dalle pagine del nostro giornale che poi ci si chiede di comprare, di diffondere e di salvare.
    E so bene che mi direte anche che questo giornale non può dirsi il giornale di Rifondazione Comunista. Non può essere il giornale di Rifondazione Comunista un giornale che in prima pagina urla nel titolo "Oltre Rifondazione". Non può essere il giornale di Rifondazione Comunista un giornale che titola in prima pagina "Cara Rifondazione, è ora di fare un altro partito". No, non può. Eppure accade.
    Eppure è anche scritto "Quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista". Così come nella testata è scritto "giornale comunista". Dovrebbe essere una sorta di dichiarazione di intenti. E allora? Come si può allora leggere su questo giornale cose come "liquidazione comunista"? No, non si può. Eppure accade.
    Ma questo è anche il giornale che ha visto, unico in tutto il panorama dei quotidiani italiani, una prima pagina composta solo da un lungo, lunghissimo elenco di nomi. E quei nomi erano quelli dei morti sul lavoro dell'ultimo anno. E questa scelta da sola per me vale più di mille parole per dirvi che questo è il nostro giornale. E' il nostro giornale quando sceglie di urlare contro le scelte razziste di questo governo, quando denuncia il quotidiano stillicidio di notizie che ci raccontano della violenza alle donne perpetrata dai maschi tra le mura domestiche, quando lotta per i diritti per tutti e perché questa società - e questo partito - siano meno omofobi. E' il nostro giornale quando combatte con tutte e tutti noi per cambiare questo Paese.
    Non basta, sì lo so, non vi basta per poterlo comprare. E soprattutto troppo grande è il solco che ormai si è voluto aprire tra il giornale e il corpo militante di questo partito. E questo solco tra il giornale e il Partito lo si è voluto scientemente scavare perché il progetto politico portato avanti dalla direzione di Piero Sansonetti non era quello di un giornale e di un partito comunista.
    Ma io, noi, continuiamo a leggere che questo è il "Quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista". E allora delle due l'una: o il partito cambia linea e decide di non essere più comunista, o il giornale decide di essere il giornale di Rifondazione Comunista. Tertium non datur .
    A me risulta che il congresso di questo partito ci sia già stato e sia finito. A me risulta che il congresso di questo partito ci ha consegnato una nuova maggioranza e una linea scelta, certo è vero, solamente dal 53 per cento, ma una linea che non dice di superare Rifondazione Comunista. Anzi. Vorremmo, vogliamo, il rilancio di questo partito. E allora il problema è il giornale che dovrà essere il giornale di Rifondazione Comunista. Tutta. Quindi anche dei compagni di Rifondazione per la Sinistra. Ma anche, non solo. Non vedo altre strade. E mi sembra anche molto semplice. E' il giornale che deve scegliere. Non il Partito. Il Partito ha già scelto. Ora scelga il giornale. Vorremmo solo che ci fosse un maggior rispetto per questo partito e le sue scelte: basta descrizioni caricaturali e false. Compito di un giornale è anche attenersi alla realtà, non deformarla. Nel rispetto di tutti e nella pluralità delle posizioni. Tutto qui. E allora il giornale tornerà anche ad essere amato dai suoi iscritti.
    Ma oggi vorrei invitare tutte e tutti voi a riflettere: davvero, come purtroppo da alcuni ho sentito, vorreste che "Liberazione" chiudesse? Davvero? "Liberazione" è il nostro giornale e perderlo vorrebbe dire perdere una voce libera e importante.
    L'attuale situazione di crisi di "Liberazione" nasce fondamentalmente da due motivi: un suo debito pregresso che si è visto negli anni accresciuto, anche a causa di una forte perdita di vendite (di cui posso capire i motivi, ma che certamente dovrebbe anche interrogare tutte e tutti noi) ed ora i tragici tagli all'editoria che il governo ha previsto e che se confermati toglieranno la voce a molti quotidiani, ma soprattutto porteranno all'azzeramento di giornali come "il manifesto" e "Liberazione", dando un vero colpo alla pluralità e libertà di informazione.
    Dalle compagne e dai compagni di Rifondazione Comunista, da tutti noi, io mi aspetto ora una battaglia affinché "Liberazione" possa continuare la sua strada. Dal partito mi aspetto, e so per certo che questa è la sua volontà, la difesa del suo giornale e dei posti di lavoro di tutte e tutti. Di chi, come i lavoratori poligrafici, in questa vicenda non ha avuto e non ha responsabilità politiche e gestionali e non può certo pagare il conto di scelte altrui. Di chi ha piene responsabilità, ma come lavoratore va tutelato con le unghie e con i denti. E non ho dubbi che questo avvenga.
    A tutte e tutti voi chiedo un impegno straordinario: tornate a comprare, leggere e diffondere "Liberazione". Anche così ci aiuterete a superare questa crisi. Anche così il giornale tornerà ad essere il nostro giornale.

    http://www.liberazione.it/pdf_sfoglia.php?move=1
    da troppo tempo il giornale è diventato illegibile anche se continua ad essere coraggioso: non ha paura per esempio di sputare su rc e chidere contemporaneamente i soldi, è bello fare satira ( anche contro se stessi) ma bisogna ricordare che ad ogni azione corrisponde fatalmente una reazione,
    se si fa un giornale che vende solo perchè i compagni sono mossi a pietà, si è fatto un giornale fallimentare, o come si dice oggi: tecnicamente fallito. Certo, probabilmente il prc, anche se scalcinato, salverà il giornale, ma pensate che lo faccia per premiare la vostra professionalità? o sarà anche questo un atto di pietà? Secondo me non è la satira che fa arrabbiare, ma l'imbecillità, è il non rendersi conto che la "qualità" del vostro lavoro ha portato al fallimento del giornale. Fare satira con una mano e con l'altra chiedere l'elemosina puzza tanto di ricatto, puzza troppo.
    ciao
    mao

  7. #7
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    Effettivamente bisogna puntare su un solo elemento indiscutibile: Liberazione è tecnicamente un pessimo giornale e quindi poco letto.

  8. #8
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    Liberazione la sua autonomia, (e le vendite che aumentano)

    Piero Sansonetti

    Nei giorni scorsi sono stati diffusi molti dati sui conti economici di Liberazione e sul calo delle vendite. I conti economici sono in rosso, per molte ragioni (e bisognerà metterci mano), e soprattutto per la minaccia di taglio dei fondi del finanziamento pubblico ai giornali. Le vendite, al contrario di quello che è stato scritto in vari luoghi, attualmente sono in aumento. Non facciamo del trionfalismo su questo aumento di copie (che, a seconda di come lo si calcola, oscilla tra il 6 per cento e il 16 per cento) però non è il caso neppure di nasconderlo, anche perché ci permette di far parte di una piccolissima pattuglia di giornali che stanno aumentando le vendite, in un periodo di magra nel quale la stragrande maggioranza dei quotidiani subisce un fortissimo ridimensionamento della diffusione.
    Nei giorni scorsi si è parlato di una riduzione delle copie di Liberazione del 30 per cento. E' un dato che nasce dal paragone tra gli anni del triennio rosso (2001-2003: da Genova, al pacifismo dopo l'11 settembre, il movimento no-global i girotondi ecc...) i quali portarono tutti i giornali di sinistra ad eccezionali picchi di vendita, e i risultati del 2007 (governo Prodi), che sono stati i più deprimenti. Diciamo un paragone un po' forzato. Per chiarezza vi fornisco le cifre ufficiali relative al quadriennio 2005-2008, che è quello che conosco meglio per avere in questi quattro anni lavorato al giornale. Sono anni di costante calo delle vendite (comune a tutti gli altri giornali di sinistra, ma per noi più contenuto), che si impenna nel raffronto tra il 2006 e il 2007, cioè l'anno nel quale il Prc entra nel governo.
    In quell'anno la perdita è forte (quasi del 18 per cento) e fa da «interfaccia», sebbene in dimensioni incomparabili, alla perdita di consensi del Prc e di tutta la sinistra (che dall'11 per cento circa del 2006 scende al 3 per cento, perdendo più o meno i tre quarti del proprio elettorato). Il calo prosegue ancora nei primi mesi del 2008, fino alla riforma grafica del giornale (che è di marzo) e poi si inverte. Il dato del 2008, finora, è nettamente superiore al dato del 2007 ma è ancora inferiore di 8-900 copie rispetto al 2006. Da marzo in poi però queste 900 copie vengono recuperate e le vendite tornano più o meno ai livelli del 2006.
    Vi ho annoiato con queste cifre - e prometto che non lo farò più - solo per correggere una impressione forse sbagliata che era stata data da alcuni giornali nei giorni scorsi, e per segnalare un fatto che, almeno simbolicamente, a me sembra molto importante: l'inversione della tendenza al calo di copie. Credo che possiamo tutti rallegrarcene e ragionare su cosa fare per consolidarlo e incrementarlo.
    Detto ciò, e ribadita la mia convinzione che in questi mesi il giornale dovrà trovare la forza per rinnovarsi, rilanciarsi, rimettere in ordine i suoi conti economici, vorrei tornare a ribadire una piccola idea che a me sembra essenziale per organizzare una discussione seria sul futuro di Liberazione . E' l'idea che - a me pare in modo chiarissimo - è stata esposta ieri su questo giornale da Lea Melandri. Un giornale che rinunci alla propria indipendenza intellettuale e politica, e alla propria autonomia - diciamola più semplice: alla propria libertà - smette di essere un giornale, perde la sua funzione, esce dal terreno sul quale si svolge la complicata e durissima battaglia per la libertà di stampa, di informazione, di «costruzione dell'opinione pubblica». E' suo diritto farlo. Ma se lo fa - anche senza volerlo - indebolisce uno dei punti forti del pensiero di sinistra e radicale, e addirittura mette in discussione la funzione «critica» della sinistra. Naturalmente voi non dovete pensare che io non tenga in considerazione - e apprezzi - alcune delle considerazioni che ieri - su queste stesse pagine - ha illustrato, con un po' di rabbia (ma anche con molto amore per il giornale) la mia amica Federica Pitoni. Le rimprovero solo una cosa: lei mette tra parentesi il valore della autonomia, lo considera quasi - credo - un fattore di arroganza, considera comunque un giornale di partito subalterno ai poteri e alle gerarchie, e ai meccanismi democratici di un partito. Io credo invece che non sia così. Che un partito di sinistra debba avere la forza e il rigore per accettare di essere l'editore di un giornale che non controlla, che non è un suo organismo e tantomeno è un suo bollettino.
    La storia dei giornali di partito in Italia è lunga e gloriosa. Inizia con l'Avanti! e poi con l'Unità , prima della guerra. E poi prosegue nel dopoguerra, e anche in questi ultimi vent'anni, sempre arricchendosi con testate nuove. In questi giorni stiamo combattendo con chi vorrebbe uccidere i giornali di partito, togliendo loro i finanziamenti pubblici. E ci affanniamo a spiegare e a dimostrare il ruolo grandissimo che in tutti questi anni questi giornali hanno avuto nel dibattito politico italiano, e nel formarsi delle idee, e nel rafforzare le dialettiche interne ai partiti, e il loro mutamento, e il confronto. Abbiamo spiegato che nel mondo dell'informazione italiana il posto dei giornali di partito è molto più grande di quello dei loro "cugini" stranieri. Come mai? Credo che non ci sia altra riposta che questa: perché, sin dal loro nascere, in tempi durissimi, i giornali hanno preteso la propria autonomia e l'hanno difesa coi denti. E i partiti di riferimento glielo hanno permesso. A partire dal vecchio Partito comunista che si inventò l'Unità e la lasciò vivere libera. Non penso che sia ragionevole, ora, tornare indietro, e disperdere quel patrimonio culturale.


    02/10/2008

    http://www.liberazione.it/pdf_sfoglia.php?move=1

    follia pura

  9. #9
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    ma non è vero!

  10. #10
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    ma non è vero!


    Che cosa non è vero?

 

 
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