Scelgo le parole del Presidente della CEI Cardinal Bagnasco per intitolare questa discussione, che non vuole tanto riaprire vecchie polemiche ed attirare i secessionisti, ma cominciare il percorso che ci porterà, da qui a marzo del prossimo anno, a celebrare i 150 anni di Unità italiana.
E parto subito con una domanda, trita e ritrita, ma che deve trovare anche su Conservatorismo una risposta. Ha senso festeggiare la proclamazione del Regno d'Italia, avvenuta il 17 Marzo 1861? O meglio, ha senso farlo oggi, in un'epoca in cui prevalgono le forze disgreganti del tessuto nazionale, e si parla di 'Partito del Nord' e 'Partito del Sud' contrapposti?
Sì, ed è proprio la difficoltà a tenere insieme i tanti cocci di questo paese (termine che ahimè ha sostituito quello più nobile, ancorchè di origine non conservatrice, di 'nazione', intesa come comunità definita da un'identità precisa, storica, linguistica, culturale, religiosa, pronta ad abbracciare simboli come la Bandiera, le Istituzioni, le Forze Armate, a ricordare il sacrificio dei caduti, ad onorare i benemeriti della Patria) che ci spinge a non demordere, non arretrare rispetto a coloro che vorrebbero sorvolare sui significati legati a questo importante avvenimento.
Ho parlato di 'cocci', di frammanti diseguali. Bisogna ammettere che nel 1861 non venne creato un vaso compatto, ma furono legati assieme, con un pò di colla, ed in modo talvolta forzato, dei pezzi difficili da incastrare. Si badi: lo spirito nazionale e patriottico non può essere negato, o ridotto a capriccio alto-borghese. L'Unità non fu solo il frutto di mere coincidenze diplomatiche, della buona sorte di Cavour, di accidenti storici del tutto casuali. Forse le Giornate di Milano, o di Venezia, le barricate nelle vie, le bandiere tricolori cucite dalle donne, le lettere e i diari dei volontari delle guerre d'indipendenza, i tanti atti di eroismo e di sacrificio, sono solo invenzione, propaganda, falsificazione?
Si dirà: tutto vero, ma la stragrande maggioranza della popolazione comune non accolse mai le istanze patriottiche, anzi le rifiutò, e in modo furibondo specialmente a Sud, con la guerra civile, le bande armate, i cosiddetti "briganti", in realtà "resistenti" di fronte alla sanguisughe piemontesi. Ebbene, la realtà dell'opposizione all'Unità non può certo essere sottovalutata, o nascosta - come troppo a lungo si è fatto - nel cassetto. Ma alla fine, piaccia o non piaccia, nel 1861 venne proclamato il Regno d'Italia. Nel 1870 - con una grande lacerazione e l'ostilità dei cattolici - all'Italia si aggiunse la capitale naturale Roma. Nel 1918, con la conquista - pagata a carissimo prezzo - di Trento e Trieste l'indipendenza fu completa e soddisfatta.
Insomma, l'Italia c'è, esiste, e da quasi un secolo e mezzo. In tanti hanno lottato per averla unita, per restituire dignità ad un popolo oppresso dallo straniero, o diviso fra regni, principati, ducati mediamente deboli, facile preda delle grandi nazioni europee. Ritornare indietro? Irrealistico, antistorico, controproducente, in una parola impossibile. Possiamo discutere di riforma federalista, di autonomie locali, di avvicinamento delle istituzioni al cittadino tramite servizi meno romano-centrici. Ma Iddio ci scampi da qualsiasi istanza secessionista e consapevolmente disgregatrice.
Senza tirare in ballo Garibaldi, Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele (ma che non vanno affatto dimenticati o ridotti a macchiette!), rammentiamo le lacrime dell'Italia per i suoi caduti, per le vittime del terrorismo, e ricordiamoci del grandissimo spirito di solidarietà che ha consentito all'Abruzzo colpito dal terremoto di risollevarsi.
Ecco. L'Unità non è perduta: essa è un simbolo, forse un pò invecchiato, ma mai desueto, che riassume ciò che ci tiene insieme, che ci lega, che ci definisce. Siamo conservatori, siamo quasi tutti cristiani. Ma siamo anche italiani, perchè ci commuoviamo di fronte alle bare dei nostri soldati, perchè andiamo fieri delle Forze dell'Ordine, perchè partecipiamo al dolore dei fratelli colpiti da immani tragedie, e perchè ci sentiamo, nel bene e nel male, fratelli, anche se non ci conosciamo direttamente, e siamo distanti centinaia di chilometri uno dall'altro. "Polentoni" e "terroni" sì, ma soprattutto italiani, uniti non solo nelle disgrazie ma compartecipi di una storia comune, di un destino condiviso. L'Unità è un tesoro prezioso, che non va dilapidato.




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