Il palio dell'Assunta (Almirante). La prova ontologica dell'esistenza di Gianfranco Fini
Venerdí 30.04.2010 224
Di Maurizio De Caro, architects & planners
Gianfranco Fini
Ci fanno più tenerezza oggi, dopo il casino, le sue foto da nerd con gli occhiali a montatura spessa e le giacche di tweed a quadri 25x25cm di modesta fattura. Gianfranco Fini ne ha fatta di strada dalla sezione di Primavalle, e dalla strategia della tensione al top - scranno al bromuro della Camera dei Deputati. A tirare con l'arco costituzionale dopo una vita passata a guardarlo. Riesce dove neppure il Comandante Almirante riuscì: rendere credibile l'inguardabile destra italiana che è sempre stata una maionese fanfarona, "vogliamo i colonnelli", grunge - futurista, post - fascista, monosessista e vulvadipendente, lazial - squadrista, cabarettistica, golpista e light - razzista. Volgare come Domenica In direbbe la Melandri.
Gianfranco sdogana l'immensa periferia nerissima della capitale (da "io non voglio più passare per Piazzale degli Eroi" ai roditori di Niccolò Ammaniti) e la porta direttamente al governo. Cambia pantheon nomi, loghi, luoghi, e si prepara ad incassare. Nega di aver mai fatto il saluto romano, poi lui è di Bologna, e di avere un busto in onice di Benito sul comodino in bronzo con l'aquila della RSI. A casa di Almirante ci andava solo per la caponata alla siciliana di donna Assunta, e che non si ricorda di aver mai conosciuto il capo di Ordine Nuovo e suocero del "sinnaco-derfinodderoma" Pino Rauti, goliardico manganellatore che definì la democrazia: un'infezione dello spirito. Ora tutto facile, veste facis, super - ex e super - sex, passato oltre, dopo, ulteriormente, e comunque per negare l'unica condizione fisiologica che lo teneva in vita: il niente politico della destra nel dopo piazzale Loreto.
Senza un fascismo qualsiasi da dimenticare lui non sarebbe esistito perché la sua vita politica è stata un susseguirsi di rimozioni. Da Le Pen, con cui condivideva il simbolo della Fiamma tricolore, a Simon Le Bon sanbabilino dei Duran Duran, dalla destra sociale e socialista al centro sinistra. Troppo anche per il paese dei commedianti, troppo anche per la tradizione del teatro carnascialesco italico. Alla trasformazione politica corrisponde sempre una mutazione di stile, via giacche aggressive, bomber, jeans scoloriti e camperos, fez, e cravatte floreali
(sempre sul tono del mughetto appena sbocciato) e dentro le grisagliette leggere leggere OVS con cravattone romano, (duro ce lo abbiamo anche noi, sembra dire al priapo - leghista in sala).
L'occhiale Safilo in tartaruga extra large ha lasciato spazio al fichissimo titanio appena percepibile, sull'abbronzatura strong da happy family resort Maldiviano, e col jolly/benefit della nuova bella e patinata, giunta al soglio e alla soglia delle istituzioni. Dopo l'espulsione della universal coatta laziale: minigonna ginecologica, sigarillo light, sciarpa biancoceleste e "annateveneaffanculo, brutti froci comunisti demmerda" era la sua più delicata citazione. Dopo Daniela, Elisabetta, già fidanzata del raffinato illuminista Gaucci, e campionessa di glamour: una nuova icona per la subburra cool, una speranza per tutte le giovani volenterose della Pupa e il Secchione. Tipini fini, con una posizione insomma, ma il Ciano del terzo millennio (LXXXVIII dell'Era Fascista), smania, si agita, perché non usa boxer liabel, ma solo slip aderentissimi bianchi di D&G, e questa irrequietezza intima qualcuno la scambia erroneamente per dissenso.
Invece è solo un irresistibile e costante prurito allo scroto. Diritto di voto ai negri, ehm, ehm, neri si dice, certo, la tessera annonaria per i meno abbienti, nuovi Littoriali e il Sabato Pomeriggio (Claudio Baglioni è il suo Giovanni Gentile), festivo. E infine l'assalto al Cielo, la sfida al Capo. Ma come Lui che ti ha dato la vita e la luce, ti ha prestato alcune giacche e ti ha regalato il palco di SanGiovanni e tu cerchi di fotterlo? Ingrato, non starai mica diventando comunista. (Aridaie) e infatti si sveglia l'archeo - cetaceo piacentino, prestato per qualche tempo alla segreteria dell'ultimo partito di massa senza voti, che subito: "Fini ci interessa, ha capacità di sintesi, è figo, è di Bologna, gli piace la figa, e Berlusconi gli sta molto sui coglioni, faremo un'alleanza sulle riforme istituzionali sul modello della Nuova Caledonia". Quindi torna in letargo, in attesa di una nuova idea originale.
Nel finale di partita (non siamo al Lirico di Milano ma in un albergo di Roma) sfida Sua Immensità e gli chiede di confrontarsi, di contarsi, quasi che la PdL fosse un partito e non la succursale del Circolo Aniene senza Malagò, e con Gasparri a fare da Presidente. Ci fa tenerezza mentre attacca l'Imperatore Min-chj-iah, col ditino puntato, sembra un impiegato che insulta il mega direttore galattico, e infatti, compresa la cazzata, la madre di tutte le gaffe, cerca di rientrare con: ti amo Silvio, ti voglio bene ma tu preferisci l'Umberto e io ci sono rimasto male quando ho saputo che i Consigli dei Ministri li fate nel gazebo ad Arcore, con i taralli piccanti, la mortadella a dadini e fiumi di spumante rosato valtellinese, con rutto consentito.
Silvio, Silvio, ma dove è andato?
Gli ultimi dieci giorni vorrebbe riavvolgerli con un rewind per tornare ad essere il vice-tutto di ieri, e non il capo-nulla di oggi. La frittata al curaro è servita e dall'elegante panfilo in cristallo di boemia del Premier gli hanno preparato la scialuppetta che lo riporterà a Primavalle. Sta già cercando un posticino nel listino pieddino per le prossime regionali in Basilicata e il Cetaceo Piacentino ha giurato: all'alba vincerà!.
Anche gli dei cadono. Come i capelli ma, almeno a quelli, il nostro Premier ci tiene.
Fonte : Affaritaliani.it
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