Le mancate liberalizzazioni costano a famiglie e imprese oltre 20 miliardi di euro.
Inefficienze e ritardi strutturali nella completa apertura di settori nevralgici della nostra economia, come commercio, assicurazioni, banche, farmaci e carburanti, producono sempre più danni al Paese: con una perdita di oltre l'1,3% del Pil nazionale e una ricaduta, in termini di mancati consumi, del 2,2 per cento su base annua. A rivelarlo è lo studio «Osservatorio sulle liberalizzazioni», presentato a Milano e realizzato, per conto di Federdistribuzione, da Cermes-Bocconi, che invita a riflettere su dati ritenuti tutt'altro che lusinghieri, in considerazione dell'attuale situazione di stasi dei consumi e di crescita zero dell'interno sistema economico nazionale. «L'Italia - spiega il presidente di Federdistribuzione Paolo Barberini - deve recuperare il gap che ha accumulato nei confronti delle realtà estere in termini di efficienza e produttività, mettendosi nelle condizioni di avere aziende moderne e in grado di ravvivare le concorrenza interna e sostenere quella internazionale». Ne è un esempio, in negativo, il settore del commercio al dettaglio alimentare, dove l'Italia, secondo lo studio, ha accumulato un ritardo strutturale nella dotazione di servizi commerciali moderni rispetto alla media continentale di 8 anni e di ben 17 rispetto alla Germania, il Paese con la maggior presenza di distribuzione moderna.
Ecco, quindi, prosegue Barberini, che mantenere settori importanti della nostra economia ancora protetti dai venti della concorrenza è un «grave danno per tutti e in primo luogo per le aziende, con utili netti estremamente bassi e, viceversa, costi troppo elevati, che, come nel caso della grande distribuzione organizzata (Gdo), incidono per il 24% del fatturato, quando in un confronto con quattro grandi operatori internazionali europei questa voce si ferma al 17 per cento».
Eppure, evidenzia la ricerca, una ventata di vere liberalizzazioni nei mercati analizzati, porterebbe guadagni di assoluto rilievo e non solo in termini economici. Così, per esempio, nel caso del commercio al dettaglio alimentare, una maggiore liberalizzazione farebbe aumentare i ricavi di circa 5.633 milioni di euro. E un'iniezione di maggiore apertura del mercato avrebbe impatti rilevanti anche sul fronte dei servizi finanziari e assicurativi, con incrementi, rispettivamente, di 7.100 milioni di euro e di 4.100 milioni di euro. Minori impatti economici, ma miglioramenti, per così dire, psicologici, possono, invece, riscontrarsi nei settori della distribuzione di carburanti e dei farmaci. E a beneficiarne sarebbero, soprattutto, i consumatori. Trattandosi, infatti, di prodotti di normale utilizzo, una loro riduzione di prezzo, per effetto di maggior liberalizzazione del settore, sarebbe avvertita all'istante con i conseguenti benefici del caso.
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