Nemmeno Josif Stalin (1878-1953), che pure era Stalin, riuscì a domare i capricci dell’economia, che somigliava, somiglia, e somiglierà a un puledro insofferente alla cavezza. Tanto è vero che l’Unione Sovietica di Peppone si trasformò nel più gigantesco mercato nero della storia. Figuriamoci cosa potrebbero fare i governi democratici, il cui decisionismo (per sfortuna, ma anche per fortuna) è lontano come l’Australia da Roma dalle vette autocratiche di quel terribile dittatore rosso.
Il mondo è ripiombato nell’età della paura, dell’incertezza, del panico. Persino un Nobel dell’economia, come Gary Becker, distilla previsioni con l’atteggiamento di cautela di quei clinici che non sanno interpretare un esame di laboratorio. Dopo l’ultimo tracollo in Borsa, ieri l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, doveva apparire più turbato di un signore davanti al capezzale della madre. «So che lo scenario esterno era già negativo prima. Chiaramente abbiamo sottovalutato le condizioni del mercato. Abbiamo fatto degli errori di valutazione. È difficile dire se ci sarà un ulteriore deterioramento o se i mercati si riprenderanno», ha ammesso Profumo, ormai dimentico delle celebrazioni che per anni hanno accompagnato la strepitosa e irresistibile espansione continentale della sua banca. Se fosse vissuto oggi, il cancelliere di ferro Otto von Bismarck (1815-1898) avrebbe aggiornato così un suo celebre detto: «Anche i prodotti finanziari, come le leggi, somigliano alle salsicce: nessuno sa cosa c’è dentro». Ecco. Non solo nessuno sa cosa c’è dentro questa crisi finanziaria che si sta estendendo anche all’economia produttiva. Nessuno può ipotizzare con cognizione di causa la portata dello tsunami finanziario scatenatosi sulla Terra.
Sappiamo solo che non bisogna peggiorare la situazione, assediando gli sportelli delle banche per prelevare i risparmi depositati. Sarebbe più atroce di un autogol al novantesimo minuto. Sappiamo solo che il disastro sarà doloroso, e che più d’uno pagherà. Appunto. Chi pagherà? La difficoltà in cui versa un importante istituto di credito del Nord non deve certo indurre la platea del Mezzogiorno a provare un senso di malcelata soddisfazione per il fatto che se Atene piange Sparta non ride. E Sparta, in questo casa, sarebbe il Settentrione. Solo uno stupido, infatti, potrebbe ragionare in questi termini. Ma la questione genera, inevitabilmente, più di una riflessione. Amara.
Che il Mezzogiorno non sia stato nei secoli un modello di buongoverno, lo ammettono da sempre i meridionali più informati, seri e coscienziosi. Che il Mezzogiorno abbia sprecato una valanga di risorse, non lo contestano neppure gli spiriti più ostili all’Italia ricca. Ma anche il Nord, nei decenni, si è giovato di mega-interventi straordinari, ora per sostenere la rottamazione delle sue produzioni fuori mercato, ora per alimentare le massicce casse integrazioni, ora per accompagnare le frequenti ristrutturazioni industriali. Non si contano poi le leggi e leggine ad hoc per le Grandi Famiglie del capitalismo padano.
Ora potrebbe rivelarsi indispensabile un altro super-intervento straordinario, stavolta a sostegno dell’apparato creditizio, le cui sedi principali si trovano quasi tutte a Nord. Se dovessimo applicare la logica padanista, dovremmo pretendere che il totem del federalismo valga sempre: sia quando bisogna dividere la torta, sia quando bisogna dividere i sacrifìci. Chi pagherà, allora, (per) il federalismo dei disastri qualora il maremoto del capitalismo irreale (la finanza) dovesse travolgere anche il capitalismo reale (la produzione)? Ciascuna Regione, ciascuna comunità piangerà morti e feriti a casa sua, o chiamerà al dolore anche i parenti più lontani, in questo caso le popolazioni del Sud? Paradossalmente, indirettamente, saranno i risparmiatori meridionali a sostenere i risparmiatori settentrionali. Sarà, cioè, la cassa nazionale a scucire denaro in appoggio del Nord e delle sue banche. E, si presume, nessuno avrà nulla da obiettare. Né qualcuno solleciterà l’avvento del modello federalistico nei futuri provvedimenti contro la sindrome del 1929. Eppure se Luigi Einaudi (1874-1961) si chiedeva perché il contadino di Basilicata dovesse contribuire con le sue tasse alla sopravvivenza della Scala di Milano, teatro tradizionalmente frequentato da un pubblico col portafogli gonfio, lo stesso principio einaudiano potrebbe essere richiamato di fronte alla ripartizione dei sacrifìci per le scelte sfortunate o avventate di alcuni Poteri Forti finanziari del Nord.
Anziché imballarsi su beghe da cortile, il Mezzogiorno, con i suoi giornali e i suoi intellettuali, farebbe bene, come si diceva una volta, a sollevare il dibattito, perlomeno per ricordare che il flusso di denaro, in Italia, non sempre è monodirezionale e di tipo discendente (da Nord a Sud). In qualche caso, si è verificato il contrario: da Sud va verso Nord. E quando ciò accade, non si sposta una sommetta per la spesa o un piccolo cadeau, bensì un fondo di perequazione che fa impallidire, per la mole imponente, quello che i padanisti sono disposti a concedere al Meridione nel progetto di federalismo fiscale prossimo venturo.
http://www.lagazzettadelmezzogiorno....&IDCategoria=1




Rispondi Citando
